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Capitolo 26 • Combaciare

Ci sono giorni in cui sei talmente confuso che non capisci neanche come sia possibile esserlo a tal punto, ritrovarsi un gomitolo in testa senza avere la minima idea di dove andare a pescare un capo del filo. E più cerchi, più ti impegni per districare, più ti fai coinvolgere, meno riesci nell'intento. Anzi, ti sembra di aver soltanto creato dei nuovi nodi.

Emma e Nicola si comportano come una coppia, lasciando me e Lisa soli a noi stessi, con il triste risultato che l'unica ad esserne felice sembra lei. Temo proprio che abbia una cotta per me. Esiste un modo delicato per farle capire che non ho intenzione di darle corda? Come se non bastasse, i miei genitori sono sempre più preoccupati perché mio padre non riesce a trovare un lavoro e Francesca mi pressa particolarmente.

La decisione di venire a vivere con lei e Nicola è partita proprio da un suo suggerimento: eravamo tutti quanti a cena insieme, la mia famiglia e la sua, e quando mia madre si è lamentata della difficile situazione economica in cui ci trovavamo (e ci troviamo tutt'ora), Francesca non ha esitato ad offrirmi la loro ospitalità in questo appartamento che hanno ereditato dai nonni. I miei genitori hanno voluto lasciarmi la facoltà di accettare o rifiutare la proposta, ma quando li ho guardati negli occhi ho capito che costringerli a sostenere un affitto per me dopo un'offerta del genere sarebbe stato da egoisti infantili e privi di comprensione.

Il problema è che già avevo una sorta di relazione poco seria con lei, fatta di me che entravo nel suo letto o, più spesso, lei che si infilava nel mio, ma avevo voluto darci un taglio appena prima di partire per il viaggio di maturità. Non mi andava di rischiare i rimorsi in vacanza, eventuali sensi di colpa o pesi di questo tipo sulle spalle. Lei aveva accettato, algida, di mettersi da parte, profetizzando che non avrei trovato nessuna ragazza migliore di lei e che sarei tornato sui miei passi.

Avevo ceduto durante il trasferimento qui a Torino, una volta sola.

"Se Nico lo scopre, mi uccide. Dobbiamo farla finita." le dissi, ma la convinsi poco, perché continuò sempre a farmi subdole avances.

- Ale! Come va? Che facciamo stasera? Carico?

Alzo gli occhi su mio cugino Christian, invariabilmente vestito di nero ma con il caratteristico cappellino degli Yankees in testa. Mi saluta con allegria.

- Esplosivo, Chris. Voglio farvi mangiare la polvere. - rispondo, determinato.

Mi stacco dal cofano della mia auto per salutarlo con la solita pacca sulla spalla che ci scambiamo da una vita, poi individuo delle figure femminili avvicinarsi nelle ombre della notte.

È sabato sera, ma in questa zona bazzica poca gente, perciò è facile riconoscerle.

Emma calpesta il marciapiede malridotto con un paio di stivaletti neri, il cappotto ben stretto addosso e la sciarpa a nasconderle quasi metà del viso. Dalla cuffia bordeaux escono i lunghi capelli biondi, leggermente mossi dall'umidità notturna.

Lisa manda in impavida avanscoperta un'area di pelle che va dal confine inferiore della caviglia a metà polpaccio, dove arrivano a malapena quelli che io chiamo i pantaloni-tenda, ovvero quelli larghi ma con questa lunghezza strana. Ragionevolmente infreddolita, ha le braccia incrociate al petto per sentire meglio il calore della pelliccia.

Per poco non scappo quando incontro gli occhi gelidi di Sara, la coinquilina di Emma. Mi guarda con un'ostilità incredibile, comoda nel semplice paio di jeans scuri e piumino color argento. In un istante, però, irradia dolcezza da ogni ricciolo, come se finora non avesse contenuto a fatica il fastidio di vedermi. La sua attenzione si è spostata infatti verso mio cugino.

Dopo tutti i saluti, Christian si ferma accanto a lei e iniziano a ridacchiare insieme.

- Chi è l'autista qui? - domando a Emma, per fare un po' di conversazione.

- Io. - risponde invece Lisa - Sono andata a prenderle un attimo prima di venire qui. La strada è un po' complicata, ma sono riuscita a farcela senza danni... Come vedi. - ridacchia.

Faccio un sorriso di convenienza che scompare non appena Nicola entra in scena. Emma gli corre incontro.

Dovevo arrivare su una Alfa Romeo anch'io per ottenere questa grandiosa attenzione da parte sua?

- Certo, c'è da dire che la mia è soltanto una Lancia Ypsilon, ma fa pur sempre il suo lavoro. - aggiunge Lisa, nel chiaro quanto vano tentativo di trasportarmi in una conversazione privata tra noi due.

Io, invece, muoio dalla voglia di interrompere Emma e Nico.

Mi rendo poi conto di una realtà terrificante: sembra un triplo appuntamento. Naturalmente, quello che è finito in una coppia che non voleva per niente sono io. Ma non sarà così per molto.

- Allora, come sta venendo il video musicale di Chiara? - domando a gran voce, separando i due interessati.

Emma mi lancia un'occhiata truce. Sollevo un angolo delle labbra in risposta.

- Oh, davvero bene! Finalmente è soddisfatta di tutte le riprese, quindi mancano solo il montaggio e quei piccoli ritocchi da maestro che, sai, lo rendono uno di quei video che diventeranno famosi. Sono sicuro che verrà molto bene. - racconta il mio amico.

- Sì, abbiamo lavorato benissimo. - sibila Emma, a denti stretti.

Amplifico il sorriso nella sua direzione.

- Ti va di darmi qualche dettaglio in privato? Sono proprio curioso di sapere i retroscena! Letteralmente, muoio dalla voglia di scoprire qualcosa in più. - fingo, traendola da parte.

Nicola si porta avanti e iniziamo a spostarci come gruppo verso il bowling, ma io ed Emma restiamo un po' più indietro. Non mi lascerò sfuggire questa occasione.

I suoi occhi azzurri mi fissano, in torrida attesa.

- Puoi anche smetterla di fingere, adesso.

Aggrotta la fronte, disorientata.

- Questa cosa fra te e Nicola... Non serve più, avete finito di lavorare per quel famigerato video musicale. Ora che l'hai usato puoi tornare te stessa. - mi spiego.

- Usato? Io non ho usato nessuno. Nicola mi piace davvero. Che c'è, ti da fastidio? - ribalta la situazione, abile.

Scuoto il capo.

- Neanche un po'. Ricorda che è mio amico, però, e non mi piace che tratti i miei amici come oggetti.

- Ma guarda un po'... Questo significa proprio essere infastiditi! - precisa lei, tagliente.

Mi passo una mano tra i capelli.

Indugiamo all'entrata. L'aria fresca accarezza i fili di grano che la incorniciano, rendendola un contrasto vivente nella notte nera imperlata di luna. Mio sortilegio, dea che mi perseguita nei meandri della mente, effusione dolente che spira di meninge in meninge, scioglimi. Liberami dalle purghe cui le tue mani, strette sulle mie, mi costringono.

- A te non interessa Nicola. Tu appartieni a me. - affermo, con tono gutturale.

Finge un risolino.

- Appartenere? L'unica cosa che ti appartiene è il ricordo di noi.

- Parli come se non avessimo un futuro. - mormoro, suonando più scostante di quanto sia in verità.

- Non ce l'abbiamo, Ale. Potevamo averlo quando ti ho chiesto delle certezze. - sibila lei.

Combatto contro l'istinto di afferrarla e baciarla, perché questa è l'unica certezza che posso darle. Io non sono bravo come lei a parole, io mi concentro sui fatti. Rendo con le azioni.

E poi cado preda di quel campo magnetico che vortica, celeste, dettando legge nei miei pensieri.

Colmo il tempo con lo spazio, sbagliato. Le promesse con la passione, incongruo. Le sue cavità con le mie sporgenze, fatale. Perché ci completiamo in maniera così perfetta che sarà difficile rinunciare a questa completezza, quando ci rendiamo perfettamente conto entrambi che siamo incompatibili.

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Team Nicola o Team Alessandro? 💫

Baci ❤

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