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Cap. 7

Angel Pov's

«Che cosa gli hai fatto bastardo1?!»
Grido forte, la paura che prende il controllo della mia voce.
Grido così forte da sentire le corde vocali dolere per lo sforzo.
Complici la fatica della giornata e la troppa foga con cui ho appena urlato.
Ma cosa posso farci?
Non capisco cosa cazzo gli stia succedendo.
Perché è diventato così?
Questo non è lui.
Non è Husk quello che ho davanti.
O almeno non completamente.
È anche qualcos'altro.
O meglio qualcun'altro.
Le corna sulla sua testa.
Giganti.
Nere.
Enormi palchi da cervo che occupano gran parte della stanza.
Graffiando il soffitto.
Gli occhi rossi come il sangue.
Spiritati.
Disumani.
I denti gialli e taglienti.
Come una fila di coltelli affilatissimi.
Le fauci affamate di una belva selvaggia.
La bocca distesa in un sorriso maniacale.
Sadico.
E quella voce che fino a pochi istanti fa rieccheggiava ovunque.
Rotta da innumerevoli bug audio e interferenze.
Impossibile da confondere.
Fin troppo nota.
Stringo i pugni, piantando le unghie nei palmi.
Ignoro il sangue sul mio viso.
Ignoro il dolore, la stanchezza.
Tutto quanto.
Non ha alcuna importanza.
Non adesso.
Voglio sapere.
Devo sapere.
Come cazzo è possibile tutto questo?
Perché sta succedendo a lui?
«Che cosa gli hai fatto Alastor?»
Parlo direttamente a lui.
Leggermente più pacato.
La paura e la preoccupazione che ancora mi fanno tremare la voce.
Ho la netta certezza che se provassi a parlare con Husk non mi risponderebbe.
Ne sono sicuro.
Il demone davanti a me si china in avanti.
La sua faccia così vicina alla mia.
Così simile alla sua.
Ma di lui non c'è niente al momento.
Non gli occhi lucidi e vagamente inquisitori.
Non il naso a forma di cuore.
Non il leggero sorriso che aveva iniziato a sfoggiare.
Niente che lo rende lui.
Per questo mi spaventa.
Interferenze continue nelle mie orecchie.
Un gracchiare interrotto da continui cali di tensione e picchi più alti.
Pitch radiofonici ma non solo.
In sottofondo, appena percettibile, urla strazianti, tormentate.
Brulicanti anime che si contorcono in agonia.
Nel dolore di una prigione eterna.
Un tremendo odore di morte e carogne dalla sua bocca quando la apre per rispondermi.
«Tu non preoccuparti di questo mio effemminato amico. È una questione tra me e lui soltanto. Ha preso la sua decisione. Restane fuori e andrà tutto a meraviglia.»
Non una parola gli appartiene.
Non è lui a parlare.
Alastor fa tutto al suo posto.
«Ma di che cazzo stai»
«Ma che cazzo sta succedendo qui?!»
La voce di Vox alle mie spalle.
Appena entrato dalla porta da cui Valentino è fuggito pochi istanti prima.
Che l'abbia chiamato per farsi aiutare?
No, ne dubito.
È più probabile che sia solo una coincidenza.
Ma quando si parla del Demone della Radio è impossibile che si tratti solo di una pura casualità.
Il suo sorriso si allarga ulteriormente.
Gli occhi che non mi cercano più.
Interamente concentrati sul demone alle mie spalle.
Come una bestia che punta la sua preda.
Pronto a ghermirla in ogni momento.
No.
Ho capito.
Troppo tardi forse.
Però finalmente ci sono arrivato.
Perché Husk?
Tu lo sapevi?
Non capisco.
Perché arrivare a tanto?
Non è da te.
Artigli lunghissimi, neri come la pece.
Stringono con forza la pistola.
Un'arma angelica.
La riconosco, l'ha usata durante l'ultimo sterminio.
Credevo se ne fosse liberato dopo la nostra vittoria.
Tende il braccio, puntandola verso Vox.
È impazzito.
Vuole ucciderlo.
Husk ma che cazzo hai pensato?
«Ehi ma che»
La frase che si interrompe a metà.
Un boato assordante che copre il resto delle parole.
Perse nell'aria che prende l'odore dello zolfo.
Polvere da sparo mista a sangue fresco.
Mi volto.
Un brivido gelido mi percorre tutto il corpo.
Una grossa spaccatura nera dove prima c'era l'occhio.
Lo schermo interamente crepato.
Un'espressione indecifrabile.
Un misto di paura e sorpresa.
Bloccata.
Congelata.
Come se fosse in stand by.
Una schermata fissa appena visibile.
Un rivolo vermiglio che cola copiosamente dalla spaccatura.
Vox tossicchia, senza riuscire a proferire parola.
Gocce di sangue schizzano dalla sua bocca.
Cade in ginocchio con un tonfo.
Il pavimento che non attutisce in alcun modo l'impatto delle sue ginocchia.
Glitch e interferenze variopinte usurpano il posto della sua faccia.
Un avviso di errore che lampeggia senza sosta.
Un rumore distorto.
Rotto.
Si accascia a terra senza emettere suono alcuno.
Blocco un forte conato di vomito in gola.
Le gambe che mi cedono di botto.
Non è la prima volta che assisto ad una sparatoria.
Quando ero in vita erano all'ordine del giorno.
È qui all'inferno la situazione non è diversa.
È pure peggio.
Ci sono abituato insomma.
Nessun bambino dovrebbe mai nascere in una famiglia mafiosa.
A sconvolgermi non è il gesto in sé.
Ma la persona ad averlo portato a termine.
Husk.
Perché?
Mi gira la testa.
Troppi pensieri.
Nessuno di essi riesce a prendere forma.
Nessuno di loro ha un senso logico.
Scheletri di parole che navigano tra la mia mente e la bocca.
Senza essere in grado di liberarsi.
Intrappolate dallo shock.
Dalla confusione.
Non ha senso, lo capisci Husk?
«Perché?!»
Grido.
Cercando risposte.
Nella speranza di poter capire.
Ma finalmente la nebbia nella mia testa si dirada.
Finalmente la situazione mi appare più nitida.
Vox non era l'obiettivo di Husk.
Non aveva senso che lo fosse.
Alastor.
È opera sua.
Il suo eterno rivale.
La mano di qualcun'altro per assassinarlo.
A fare il lavoro sporco al suo posto.
Per non mettere in pericolo sé stesso.
Perché ti sei invischiato tanto Husk?
Non ha alcun senso.
Un gorgogliare sommesso.
Il suono di una gola piena di sangue.
Non è ancora morto.
Uno scatto metallico.
Leggero, difficile da udire... Per chi non ha esperienza con le armi da fuoco.
Un terzo proiettile che sale dal caricatore.
Un'altro colpo in canna.
Pronto all'uso.
Per finire il lavoro.
Il braccio ancora teso.
Non si è mosso.
Probabilmente sono passati pochi secondi.
Eppure mi sembrano ore.
Il tempo bloccato, congelato.
Un silenzio surreale e spettrale avvolge la stanza.
Anomalo.
Anche da fuori, negli studios solitamente rumorosi e brulicanti di voci, non si sente niente.
Qualche leggera interferenza ogni tanto.
Nulla di più.
«No! Basta!»
Mi lancio sul braccio dell'essere.
Cazzo Husk, ti sei proprio fatto ridurre di merda.
La pistola gli scivola via dagli artigli.
Cade sul pavimento scuro con un tonfo metallico e riesco a calciarla lontano.
La creatura guarda l'arma finire dalla parte opposta della stanza.
Guarda me.
Gli occhi incandescenti.
Incazzato nero.
La furia selvaggia di una bestia indomabile.
Ringhia.
Un verso roco che gli risale direttamente dal fondo della gola.
Mi aggrappo con più forza al suo braccio.
Cerco di bloccarlo con il mio peso.
Irrisorio, in confronto al suo.
Non faccio caso all'altra zampa però.
Come potrei?
Completamente concentrato come sono a tenerlo fermo con tutte le mie forze.
Mi colpisce con forza.
Mi scaraventa via.
Dall'altra parte della stanza.
Non urto contro nulla per fortuna, a parte le mie bellissime chiappe.
Porca troia, ma che cazzo di forza ha?!
Sento il braccio caldo.
Troppo caldo.
Un dolore incandescente.
Tre solchi profondi.
I graffi dei suoi artigli giganteschi.
Sangue che scorre veloce.
Come un fiume in piena.
Si riversa a terra in grosse gocce.
Sporca il pavimento.
Lo ignoro.
Ignoro il dolore.
Il cuore che batte all'impazzata.
La vista che si offusca.
L'udito che per metà è già a puttane.
Ignoro il fatto che è più sangue di quanto potrei permettermi di perdere.
Non ha importanza.
Non adesso.
Devo fermarlo a tutti i costi.
Impedirgli di peggiorare ulteriormente la sua situazione.
Vox ancora a terra.
Non capisco se sia cosciente o meno.
Il petto che si alza e abbassa piano.
Respiri decisamente troppo lenti.
Una pozza enorme di sangue all'altezza della testa.
Si allarga a macchia d'olio ogni secondo che passa.
La creatura gli si avvicina.
Gli bastano due passi ed è davanti a lui.
La zampa che si alza.
Gli artigli già grondanti di sangue.
Il mio.
Vuole portare a termine il lavoro a tutti i costi.
«Husk no! Fermo!»
Si blocca.
Di colpo.
Mi guarda.
Come se una parte di lui mi stesse ascoltando.
Sei tu, vero Husk?
Un istante.
Non dura molto.
Si gira nuovamente.
Ritorna ad essere Lui.
Una zampata poderosa verso il basso.
Uno schiocco tremendo.
Rumore di qualcosa che si spacca sotto il peso dei suoi artigli.
Nessuna interferenza.
Nessuna resistenza.
Il corpo di Vox che viene percorso da un lungo spasmo.
Gambe e braccia che tremano convulsamente.
La schiena che si inarca di colpo.
Poi più niente.
Il suo corpo si affloscia nuovamente a terra.
Non un movimento.
Non un suono.
Un silenzio spettrale avvolge di nuovo la stanza.
È finita.
L'ha fatto.
L'ha ucciso.
Era quello che voleva Lui.
Ne sono certo.
Ma perché tu Husk?
Perché prenderne parte?
La creatura si volta a guardarmi.
Mi pare di vederlo.
Il sorriso compiaciuto sul suo muso deformato.
La soddisfazione.
Liberatoria.
Di aver adempiuto al suo compito.
Di essere riuscito nel suo intento.
Lancia un grido.
Ma non è mostruoso.
È più umano.
Come se stesse soffrendo.
Le corna piano piano rientrano nel cranio.
Scricchiolii sinistri di ossa che si spostano e si deformano.
Gli occhi tornano gialli.
Dorati.
Gentili.
Le zampe pure.
Più corte.
Decisamente meno spaventose.
Rimpicciolisce piano.
Torna alla normalità.
È di nuovo lui.
È di nuovo Husk.
Si prende la testa tra le mani.
Sembra stordito, spaesato.
Come se non si rendesse conto di dove si trova o di ciò che ha attorno.
Guarda in giro.
Affannato.
Apprensivo.
Pare cercare qualcosa.
Forse qualcuno.
Mi guarda.
Il cambiamento è istantaneo.
Si calma di colpo.
Me.
Stava cercando me.
È nuovamente lui, non ci sono dubbi.
«Anthony?».
Il mio nome.
Sussurrato con estrema dolcezza.
Come se cercasse di aggrapparsi ad esso per riemergere dalla nebbia che lo avvolge.
Corro verso di lui.
Le sue braccia pronte a sorreggermi.
Ad avvolgermi teneramente.
Senza errore.
Non potrebbe sbagliare.
Mi stringe a se.
Forte ma non da fare male.
Solo per rassicurarmi.
Perché io me ne accorgo in ritardo.
Ma lui no.
Sono scoppiato a piangere.
Grosse lacrime calde scendono velocemente lungo le mie guance.
Tutte le emozioni che arrivano di colpo.
Tutte insieme che mi travolgono.
La stanchezza, il dolore, la paura.
Mi fanno tremare tra le sue braccia.
Ma nonostante ciò mi sento al sicuro.
Perché è lui.
Perché è di nuovo qui con me.
A tirarmi fuori dalla merda.
Pur di finirci lui stesso.
Husk.
Il mio dolce Husky.
Duro fuori e tenero dentro.
Probabilmente nota il corpo di Vox a pochi passi da noi.
Non dice nulla al riguardo.
Lui sa.
Sa cosa ha fatto.
Probabilmente ne era al corrente fin dall'inizio.
«Anthony stai sanguinando...»
Sussurra direttamente contro il mio orecchio.
Brividi.
La sua voce calda.
Sicura.
Mi tranquillizza.
Così tanto che, senza rendermene conto, gli occhi mi si chiudono da soli.
L'oblio mi avvolge.
L'oscurità mi stringe tra le sue braccia nere.
Mi sento leggero, quasi come se stessi fluttuando.
Ma non mi spaventa.
Perché lui è con me.
E allora niente mi fa più paura.
Non so come, né il perché e neanche quanto tempo sia passato.
Ma quando riapro gli occhi sono nella mia stanza all'hotel.
Steso sotto le coperte del mio letto.
E lui è qui accanto a me.
La testa appoggiata accanto alle mie gambe.
La mano a stringere con dolcezza la mia, abbandonata sulle morbide lenzuola.
Il suo respiro lento.
L'unica cosa che sento.
Tutto ciò che mi va di sentire.
Come una musica dolcissima.
Mi fa stare bene sapere che è qui.
Che nonostante tutto è tornato da me.
Gli accarezzo piano la testa.
Nel movimento noto le fasciature sul mio braccio.
Impeccabili.
Strette quanto basta per fermare l'emorragia senza però fare male.
Opera sua, non ci sono dubbi.
È bravo a farlo.
Gliel'ho visto fare così tante volte.
Non fosse perennemente alcolizzato sarebbe un ottimo medico.
Mi ritrovo a sorridere con tenerezza mentre gli accarezzo il pelo morbido della testa.
Pensando a quanto sappia bene come prendersi cura di me.
Ogni volta sa di cosa ho bisogno per stare meglio.
Attento a non farmelo mai mancare.
Ad ogni mio più piccolo bisogno.
Lui c'è sempre.
Ho temuto di perderlo.
Temevo che non sarebbe tornato in sé.
Che non sarebbe tornato da me.
Le orecchie guizzano piano.
Stropiccia lentamente gli occhi.
Oro purissimo nelle sue iridi.
Il suo sguardo che mi cerca subito.
Sorride.
Sereno.
Mi è impossibile non sorridere a mia volta.
«Ehi gattino.»
«Ehi. Stai meglio bimbo?»
«Si, ti ringrazio. Quanto ho dormito?»
«Un paio d'ore. Si è fatta sera.»
«Ah ok. Grazie per avermi riportato all'hotel.»
«Figurati.»
Un silenzio pesante cala nella stanza.
Un rumore assordante nella mia mente.
Ho così tante domande che mi frullano in testa.
Pensieri ingarbugliati come fili di lana.
E non so a quante di queste vorrebbe rispondere.
O a quante potrebbe effettivamente farlo .
Alastor non è un carceriere tanto misericordioso, come non lo è Valentino.
Non oso pensare che cazzo gli abbia fatto accettare.
«Cos'è successo Husk? So che non eri tu prima agli studios. Perché permettere ad Alastor di fare ciò?»
Si morde il labbro.
Evita il mio sguardo.
Come se cercasse di sfuggire dai miei occhi.
Scappare da me.
Nascondersi.
Glielo leggo dentro.
La vergogna.
L'imbarazzo.
Tutte cose che io non conosco più.
Ma lui si.
E non riesce a sconfiggerle insieme a me.
Gli stringo la mano.
I suoi occhi cercano timidamente la nostra stretta.
Ancora non mi vuole guardare in faccia.
Avvicino la fronte alla sua.
Mi ci appoggio con delicatezza.
Mi sembra quasi di sentire il cuore pulsargli in gola.
Frenetico.
Agitato.
Il suo fiato caldo direttamente sulla mia bocca.
«Spiegami. Non avere paura.»
Un sussurro mi esce cauto dalla bocca.
Deglitisce rumorosamente.
E non posso non notare il suo cuore che batte ancora più veloce.
Come se il mio non stesse facendo altrettanto.
Che effetto mi fai Husk?
Ancora non lo so.
O forse sono troppo cocciuto per ammetterlo.
Ammettere che nessuno mi fa stare bene come fai tu.

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Ciao pesciolini :3 come state?
Spero che questo capitolo vi sia piaciuto <3
Come al solito vi ringrazio di cuore per tutto il sostegno che state dimostrando per me e per questa storia.
Non mi aspettavo così tanto calore dopo tanti anni senza scrivere e ne sono davvero rincuorata.
Al prossimo capitolo pesciolini :3

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