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Cap. 12

Husker Pov's

«Ma quindi cos'è questo Husk?»
Mentre mi pone questa domanda accarezza piano la mia pelle.
Percorre con i polpastrelli quella linea scura.
La parte bassa dei fianchi viene scossa da un fremito.
Un lungo spasmo che mi fa sospirare.
Brividi sulla pelle nuda.
Le sue dita.
Così lunghe e sottili.
Delicate e fredde.
Lo erano anche prima mentre mi stringeva a se, ansimando il mio nome.
Mi sembra quasi di sentirle ancora.
Le sue unghie che mi graffiano la schiena.
I suoi denti a mordermi la spalla per soffocare l'eccitazione.
Il rumore secco e ritmico del mio bacino che si schianta sul suo.
Le sue pareti che mi stringono come una morsa.
Un dolore maledettamente piacevole.
Mi fa quasi tornare voglia di farlo.
Ma Anthony è esausto.
Comprensibile, non ci sono andato giù leggero.
E quando parla, dopo interi minuti passati nel silenzio, mi rendo conto di essermi incantato a guardarlo.
Steso accanto a me.
Le sue gambe chilometriche e le mie, più corte e tozze, intrecciate tra di loro.
La sua testa accoccolata sul mio petto.
Mi è impossibile non passare la mano tra i suoi capelli.
Così morbidi e setosi.
Cosi profumati.
Un aroma dolce e inebriante di zucchero filato e fragola.
O forse ciliegia.
Si, decisamente ciliegia.
Comunque sono completamente in pace.
Era da tanto tempo che non mi sentivo così.
Sereno.
Completo.
Avere lui al mio fianco è tutto ciò di cui ho bisogno.
Tutto ciò che mi serve per stare bene.
Gli accarezzo piano la schiena, compiaciuto dei brividi che le mie dita gli provocano sulla pelle nuda.
La sua schiena vellutata si inarca leggermente, portandolo a stringersi maggiormente a me.
Il suo tepore così rilassante.
«Non è nulla di importante.»
Mi guarda.
Occhioni da cucciolo.
Così grandi e luccicanti.
Labbro pronunciato in fuori in un broncio adorabile.
Assolutamente irresistibile.
«Voglio sapere tutto della persona che amo.»
Sorrido intenerito.
Un'unica parola che rimbomba senza sosta nella mia testa: Mio.
Colpito e affondato.
Causa del decesso: eccesso di dolcezza.
Come posso dirgli di no quando me lo chiede in questo modo?
«E va bene, te lo dico. C'è l'ho da quando sono arrivato qui all'Inferno. Immagino abbia a che fare con la causa della mia morte.»
Guarda in basso per un istante.
Afferra una mia mano con le sue ed inizia a giocare distrattamente con le mie dita.
Le tira, le gira e le stringe.
Poi torna a guardarmi.
Gli occhi lucidi, patinati di una leggera emozione.
Una domanda già pronta sulla punta della lingua che non esita a liberarsi.
Non senza un sottile velo di esitazione iniziale.
«Non mi hai mai raccontato di come sei morto.»
Si stiracchia leggermente.
E poi ritorna nella medesima posizione.
Acciambellato sul mio petto.
Rilassato.
Con gli occhi e la bocca socchiusi.
Le labbra ancora gonfie e rosse.
Gli occhi lucidi.
Liquidi come acqua cristallina.
«È una lunga storia.»
«Racconta.»
Sembra un bimbo.
Beh dopotutto è morto a soli vent'anni.
Tra me e lui c'è un abisso.
Ma qui all'Inferno non ha importanza.
A nessuno frega del sesso o dell'età delle altre anime.
Né tantomeno il perché sono finiti qui.
Per un motivo o per l'altro siamo tutti peccatori, questo è quello che conta.
Prendo un profondo respiro.
I ricordi della mia vita passata che riaffiorano nella mia mente man mano che ci penso.
È la prima volta che lo racconto a qualcuno.
Perché sono così teso?
Ho paura che possa detestarmi?
Che possa trovarmi patetico?
Chissà.
«Avevo toccato il fondo. La ludopatia è una malattia tremenda e il gioco d'azzardo un'autentica condanna a morte. E quando rimani senza nulla senti il mondo spaccarsi sotto i piedi. Ti sembra di precipitare nell'oblio. Non vedi alcuna via d'uscita. Quando sei pieno di debiti fino al collo ti sembra di soffocare. Beh si vede che non ho imparato la lezione, visto che una volta arrivato qui ho commesso gli stessi identici errori. Comunque ero arrivato al limite. Non avevo nessuno. Niente famigliari o una compagna o un amico che potessero tirarmi fuori dai casini. Ero completamente solo. Pieno di debiti con chiunque. Così ho scelto la strada più facile per liberarmi da quella tremenda situazione in cui mi ero cacciato.»
Passo le dita su quel segno scuro, solo per intrecciare la mia mano alla sua.
Le sue dita così lunghe e snelle.
Le mie tozze e corte.
Così diversi.
Eppure ci completiamo a meraviglia.
Due pezzi dello stesso puzzle che si incastrano alla perfezione.
«Presi un paio di mattoni di cemento e me li legai in vita. Mi lasciai trascinare sul fondo del mare. So che sembrerà strano ma non ho sofferto così tanto. Ho chiuso gli occhi e basta, non ricordo altro. Quando li ho riaperti ero qui all'Inferno e avevo addosso questo segno.»
Stringe la mia mano.
Accarezzo piano le sue dita.
Tento, invano, di scaldarle un po'.
Come diamine fa ad averle sempre così gelide?
«Non sono una brava persona Anthony. Non lo sono mai stato. Però ho intenzione di diventare un uomo migliore, un uomo degno del tuo amore.»
«Tu non sei migliore di me come io non sono migliore di te. Anche io ho fatto tanti errori, in vita come dopo. Sei umano Husk, sbagliare è insito nella nostra natura.»
Lo stringo forte a me.
Sfrego piano il mento sulla sua testa.
Fusa che mi escono involontariamente dalla gola e che lo fanno sorridere teneramente.
Voglio sapere tutto di lui.
Cosa gli piace.
Cosa odia.
Cosa lo rende triste e cosa lo fa sorridere.
«Tu sei morto di overdose giusto?»
«Eroina. Mio padre mi ha visto ma non ha fatto nulla per aiutarmi. Si è chiuso la porta alle spalle e mi ha lasciato lì da solo, a tremare in preda alle convulsioni e a soffrire come un cane. Non ho potuto dire addio a mia sorella o mio fratello. Prima non me ne era mai importato granché. Litigavo spesso con mio fratello, era una lotta continua quasi tutti i giorni. Molly, mia sorella, era sempre pronta a dividerci. Non avevamo un bellissimo rapporto e per questo non ho mai chiesto loro aiuto, tentando di arrangiarmi ogni volta da solo. Ma in quel momento ero terrorizzato. Nonostante la mia vita fosse una merda avevo paura di morire. Avevo perso mia madre anni prima e da allora avevo iniziato a farmi. Tutti i giorni mi distruggevo per non pensare, come se potessi fuggire da me stesso. Ma l'ultima volta ho esagerato davvero e mi è stata fatale. Era terribile. Sentivo un dolore atroce al petto e la testa che girava mi dava un sentore intollerabile di nausea.
Faticavo a respirare, ogni boccata d'aria era una fitta atroce che mi annebiava la testa. Non sapevo che fare. Ero completamente paralizzato dal dolore e dalla paura. Non sono stato capace di muovermi o gridare. Tutto ciò che riuscivo a fare era stringere i braccioli della poltrona e cercare, invano, lo sguardo impassibile di mio padre. Quando finalmente il mio cuore ha smesso di battere ero quasi sollevato.»
Trema accanto a me.
I singhiozzi gli rendono complicato parlare.
Piccole lacrime gli bagnano il viso.
Come minuscole stelle cadenti in una notte buia.
Lo stringo a me e lui nasconde la testa nell'incavo del mio collo.
Piange in silenzio.
Le lacrime che mi impregnano la pelle.
Qualche singhiozzo ogni tanto.
Le spalle scosse da infiniti tremiti.
Lo lascio sfogare.
Povero piccolo.
È così abituato a tenersi tutto dentro che ogni volta finisce per scoppiare.
Non ha mai imparato a sfogarsi con qualcuno.
Perché nessuno era lì quando aveva bisogno.
«Mio padre mi guardò come se fossi una sorta di animale patetico. Freddo, impassibile. Come se avesse davanti uno sconosciuto e non il sangue del suo sangue. In punto di morte suo figlio lo supplicava di aiutarlo... Ma lui non ha fatto niente. Mi ha lasciato a morire da solo senza neanche voltarsi indietro a guardare. Non gli è mai importato un cazzo di me o dei miei fratelli.»
Ora piange sul serio.
Un fiume in piena gli scorre lungo le guance.
Incespica nel tentativo di parlare finché i singhiozzi non glielo impediscono del tutto.
Lo stringo più forte a me.
Vorrei avvolgerlo completamente.
Diventare in tutto e per tutto la sua corazza.
Proteggerlo da qualsiasi cosa.
Prendere tutto il suo dolore, sradicarlo dal suo corpo e farlo sparire per sempre, anche a costo di prenderlo io.
«Ssh è tutto ok adesso piccolo. Ci sono io qui e non ho alcuna intenzione di lasciarti andare.»
Mi stringe.
Forte.
Piange sul mio petto.
Finalmente ha un posto sicuro.
E lo avrà per sempre.
Perché mai e poi mai lo cacceró dalle mie braccia.
«Ehi, Anthony tesoro guardami.»
Sussurro piano.
Quasi temessi di spaventarlo.
Con cautela lo faccio mettere seduto.
Gli accarezzo il viso, asciugandogli le guance con il palmo della mano.
Le raccolgo tutte come a voler cancellare la sua tristezza.
Mi guarda.
Gli occhi lucidi e leggermente arrossati dal pianto.
Le guance paonazze.
Adorabile ragnetto.
Sorrido intenerito dalla meraviglia che è.
«Ti amo.»
Mi guarda.
Vedo le sue pupille dilatarsi a dismisura.
Le iridi che scompaiono completamente dietro al rosa e al nero dei suoi occhi eterocromatici.
Fanno capolino nuove lacrime, senza che possa essere in grado di fermarle.
«Perché? Perché dirmelo adesso?»
«Perché ne hai bisogno Anthony. Hai bisogno di sentirtelo dire per tutte le volte che l'hai sognato. Per tutte le volte che avevi bisogno di sentirlo e ti è stato negato. Ed io ho intenzione di ripetertelo ancora e ancora. Adesso e per sempre, finché non ne sarai completamente sicuro. Ti amo con tutto me stesso.»
Mi abbraccia di getto.
Allaccia le lunghe braccia attorno al mio collo e mi stringe forte a sé.
Lo sento sorridere sulla mia pelle.
Le spalle vengono scosse da una risata che gli esce calda e cristallina dal petto.
Gli accarezzo la schiena, senza riuscire a reprimere a mia volta un sorriso sereno.
Appoggia la fronte sulla mia.
Gli occhi chiusi, rilassati.
Le ciglia lunghe che gli sfiorano le gote arrossate.
Le sue labbra profumate così vicine alle mie.
Gli lascio un bacio sulla fronte.
Scendo a baciargli gli occhi.
Le guance.
Fino alle bocca.
Un bacio lungo, delicato.
Carico di tenerezza, di serenità.
Labbra e anime che si uniscono, diventando una cosa sola.
Sa di amore, di promesse, di felicità.
Ed entrambi prendiamo il dolore dell'altro, lo strappiamo a forza per farlo nostro.
Per lasciare solo il meglio.
Per non vederlo soffrire più.
Ogni più piccolo rimasuglio di tristezza svanisce, come una goccia di pioggia nell'acqua salata del mare.
Rimaniamo solo noi, pieni l'uno dell'essenza dell'altro.
Tutto ciò di cui abbiamo bisogno per stare bene.
Lui ha me.
Io ho lui.
Nulla di più.
Mi stacco per guardarlo.
Sorride.
Quasi brilla nella stanza semibuia.
E ogni cosa non ha più importanza se mi sorride in quel modo.
Come non ha mai fatto prima.
Ma da oggi lo voglio vedere fino a quando non chiuderò gli occhi.
Per lui ho fatto tutto ciò che potevo.
Ho combattuto al suo fianco contro gli angeli.
L'ho ascoltato e consolato quando tornava all'hotel dopo una tremenda giornata di lavoro.
Ho venduto tutto ciò che mi era rimasto per lui.
Ora non mi resta che farlo restare al mio fianco.
Proteggerlo.
Adorarlo.
Amarlo.
Ogni giorno come se fosse l'ultimo che mi rimane da vivere in questo Inferno.
«Anche io ti amo Husk. Però...»
Abbassa lo sguardo.
Improvvisamente cupo.
Gli occhi vitrei.
La serenità di poco fa che viene spazzata via in un istante.
La stanza piomba nel gelo.
«Cosa?»
Mi guarda.
Visibilmente preoccupato.
Una tensione che non riesco a decifrare.
«Ora che si fa? Vox è morto e se io  tornarassi da Valentino...»
Trema mentre parla.
La sua voce flebile.
Fatico a sentirlo.
Gli afferro le mani tra le mie.
«Tornare da Valentino? Perché?!»
Paura.
Vero terrore che mi stringe le viscere.
«Lui ha ancora la mia anima, non posso disubbidirgli.»
Gli occhi nuovamente lucidi.
«Ho paura Husk. Non mi è mai capitato di sentirmi così tanto spaventato prima d'ora.»
«E allora non tornare da lui.»
Pare una cosa così semplice.
Ma so benissimo anche io che non lo è.
Per niente.
«Ma se non tornerò sarà lui a venire qui e tutti voi sarete in pericolo, soprattutto tu.»
Trema ma non piange.
Vuole far vedere di essere forte.
Lo abbraccio, stringendolo forte a me.
«Tu non preoccuparti. Finché sarò vivo non gli permetterò mai più di farti del male.»
Lo sento aprire la bocca per rispondermi.
Ma non succede perché veniamo interrotti.
Qualcuno che bussa alla porta.
Ci alziamo, mano nella mano, e andiamo ad aprire.
Vaggie ci guarda con aria corrucciata.
Sembra lievemente sorpresa di vederci assieme.
«Che succede?» Domanda Angel, leggermente più tranquillo di prima.
Ancora con la sua solita recita.
Ma dalla faccia di Vaggie dubito sia il momento giusto per rimproverarlo per questo.
La ragazza abbassa lo sguardo sulle nostre mani ma non dice niente.
Torna a guardarci.
Seria come sempre.
Ma qualcosa la tradisce.
Preoccupazione.
Paura.
Nel fondo del suo occhio rosa si legge chiaramente.
È spaventata.
E mi sorprende vederla così.
Lei che è sempre così fiera.
Così spavalda e temeraria.
Ora sembra piccola piccola.
Come se fosse minacciata da qualcosa di immensamente più grande di lei.
«C'è Lucifero, ha delle novità sul come convincere il Paradiso a fermare lo sterminio.»
La mascella mi casca senza che io possa rendermene conto.
Ci pensa Angel a chiudermela.
La ragazza si incammina per il corridoio e noi la seguiamo.
«Come fa ad avere queste informazioni?» Domando, genuinamente incuriosito.
«Le ha avute da una persona che abbiamo conosciuto in Paradiso, ci penserà lui poi a spiegare tutto nei dettagli. Comunque sia è una cosa di vitale importanza.»
«E di che si tratta?» Domanda Angel, visibilmente confuso.
La ragazza si ferma di colpo.
Ruota la testa quanto basta per guardarci con l'occhio rimastole.
Un lieve sorriso le increspa le labbra.
«Forse il sacrificio di Pentiuous non è stato del tutto vano.»

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Ciao pesciolini <3
Per l'ennesima volta mi scuso per il ritardo.
Ho fatto passare due mesi dall'ultimo capitolo... Purtroppo l'unica cosa che posso dire è che per questo capitolo ero completamente senza idee per finirlo.
Ringrazio tutti voi che leggete sempre per la pazienta e per il supporto verso questa storia.
Scusatemi ancora tanto per questo gigantesco ritardo.
Ci sentiamo al prossimo capitolo.
Ciao pesciolini <3

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