2.Memorie
Fu all'ennesimo giro di birra che Burarion stava iniziando a preoccuparsi seriamente. Non aveva mai visto una donna bere tanto e, sinceramente, nemmeno un uomo: Disia sembrava un pozzo senza fondo, beveva e ingurgitava, senza alcun tipo di disagio o problema, sotto gli sguardi increduli degli ubriachi seduti vicino.
Era da un pezzo che quella ragazza stava iniziando a comportarsi in modo strano, ma lui affidava tutto al caso, era abbastanza ottimista. Ma quando la vide in quel penoso stato, decise d'intervenire; c'era qualcosa -e anche di grosso- che turbava l'animo della fanciulla. Oramai, pensandoci, Disia stava diventando sempre più attaccata a quel tipo di svago, una cosa a cui si stava accanendo fin troppo.
Era preoccupato per la sua allieva, doveva ammetterlo. La ragazza non era mai stata così tetra e cupa; sì, non era il ritratto dell'allegrezza, ma almeno, ogni tanto si limitava a sorridere o commentare i fatti quotidiani, divertendosi a confidarsi con il suo maestro, che oramai stava iniziando a considerare come padre adottivo. Ma ora non si permetteva più neanche quello. La sua, alla fin fine, stava diventando una vita monotona, si era lasciata scappare un giorno. Forse era un po' depressa? Sicuramente. Ma depressa per cosa? Quella di Disia non era una vita tanto male, in fondo: attivi allenamenti giornalieri, viaggi mensili nei paesi prossimi ai confini del Regno dell'Aria, e poi per non parlare delle missioni extra di sorveglianza di cui andava tanto fiera. Non capiva perché la ragazza non si sentisse a suo agio in quella nuova vita. Da quando, un mese prima, l'aveva trovata vagare da sola lungo le strade del Regno dell'Aria, quasi morta di fame e di sete, e l'aveva curata e assicurata alla Seconda Frontiera, o più comunemente chiamata Gilda dei Guerrieri, non aveva più mostrato segni di dolore, forse stava iniziando a dimenticare ciò che nel passato l'aveva perseguitata...
Era sola, ancora una volta. Sola, quella piccola creatura di soli sei anni. Dopotutto se lo meritava, pensava sommessamente. Dopo quello che aveva fatto al suo villaggio, avrebbe dovuto soffrire di più; anzi, la sorte era stata clemente con lei.
Vagava senza una meta, in cerca soltanto di un po' d'affetto, ma sapeva che nessuno, ormai, glielo avrebbe dato. Tutte le persone candidate su questo tipo di cose, non c'erano più, ormai. Forse, per colpa sua. Sicuramente per colpa sua.
Era frastornata da così tanti sentimenti negativi, che aveva pensato seriamente di finirla lì, morire e magari andare a trovare i suoi genitori. Ma se non erano morti, valeva la pena lottare per rimanere in vita, sforzarsi almeno un po' per sopravvivere all' irreale realtà che regnava intorno a lei. Fino a due ore prima aveva tutto: una famiglia affettuosa e comprensiva, un gruppo di amici che stavano iniziando anche a piacerle, dei vicini di casa affabili e gentili e una vita semplice, di quella che una figlia di un artigiano poteva permettersi, una vita fatta di sole piccole gioie e soddisfazioni, ma, tuttavia, lei ne andava fiera e ne era contenta. E poi, ad un tratto, aveva perso tutto. Ogni cosa era andata perduta, ogni prova e testimonianza della sua vita precedente, quella da bambina innocente e spensierata, era stata bruciata, annullata, eliminata in un misero attimo di caparbietà. La caparbietà di una bambina superba e stupida e, come aveva appreso a carissimo prezzo, la superbia, l'eccessiva sicurezza in sé, porta inesorabilmente alla caduta dal piedistallo di carta che noi stessi ci creiamo.
Così ora il senso di colpa la frastornava e, pian piano, corrodeva le membra ancora fragili della sua mente immatura.
Ci vorrà ancora molto tempo, prima che un maestro venga ad indicarle la retta via da percorrere. Ma, e adesso vi sorprenderete, quel maestro non era lui, Burarion, ma il suo nome era un altro... un nome molto più nobile, il suo: Aaron. Il ragazzo dagl'occhi dorati.
Ma forse non è ancora il momento di narrare queste cose e così, perché la noia non vi tormenti, carissimi lettori, torneremo a parlare del passato un'altra volta, per adesso, ma solo per adesso, preoccupiamoci del presente. A suo tempo, carissimi, saprete tutta l'intera storia: delle pene e delle misere gioie passate di un altrettanto misera piccola donna. Ma ora so che non vorrete mica ascoltare i commenti di questo anonimo ed umile narratore, così, continueremo la nostra storia da dove l'avevamo lasciata: in una taverna del Regno dell'Aria...
Fu a riscuoterlo dai suoi intensi pensieri un urlo. Non era un urlo di dolore, tanto meno di gioia, era un urlo che solo un ubriaco fradicio poteva emettere.
"Ma quanto beve?" gli aveva sussurrato debolmente Verdaine, indicando sconcertato una figura al centro della sala, seduta su un tavolo.
Come potrete immaginare, non era mica un vecchio quella figura, né un uomo, naturalmente neanche un bambino, (come potrebbe?), ma era una donna.
Ma non era neanche del tutto una donna, non ci arrivava in età e neanche in maturità fisica, era una ragazza. E chi era l'unica ragazza così stupida e stramba da venire in una taverna a sbronzarsi in quel modo? L'unica era Disia.
L'unica altra donna all'interno del rozzo edificio era solo la moglie dell'ostiere, che serviva ai tavoli con occhi baluginosi e voce accattivante. Quando era giovane, Burarion si sarebbe lasciato andare facilmente a questo tipo di cose, ma ormai stava iniziando ad essere vecchio e iniziava anche lui a considerarsi come tale. E poi aveva due allievi da salvaguardare, non poteva proprio dare il cattivo esempio. Così, ancora meditabondo, si girò, andò a pagare la signora per i bicchieri di birra e, ancora con qualche denaro in mano, gridò al suo giovane apprendista di caricarsi la sua compagna in spalla ed andarsene. Non fu una cosa semplice. Il poveretto dovette sgobbare prima di riuscire a far calmare Disia, che strillava come una matta tutta rossa in viso, ma alla fine riuscirono a raggiungere un compromesso: il ragazzo le avrebbe dato altra birra se lei si fosse calmata e avesse accettato di farsi caricare. Dopodiché, girarono i tacchi e partirono.
Quando Disia aprì gli occhi, un raggio di sole la investì. E ciò le sembrava abbastanza assurdo, poiché l'ultima cosa che ricordava era che avesse bevuto un bicchiere di birra insieme al Maestro, in piena sera. Eppure qualcosa le diceva che un pezzo della sua vita le mancava. In effetti era così perché quello che era successo prima di quella sera se lo ricordava: era passato un mese da quel piccolo scontro con quell'uomo morto misteriosamente, (dopo l'autopsia dei colleghi guaritori, si era arrivati alla conclusione di "utilizzo inappropriato di magia non identificata"; beh, certo che non era stata identificata, loro erano guerrieri, mica maghi! Era normale che non riuscissero a riconoscere che tipo di incantesimo era stato quello!), e il Maestro aveva proposto ai suoi apprendisti una serata di pausa dopo lunghi ed altrettanto estenuanti allenamenti.
Certo, era logico! Si era ubriacata nuovamente. Non si ricordava di aver bevuto più di tre boccali di birra, ma apparentemente le appariva l'esatto contrario. In effetti, le girava un po' la testa ed era confusa, così confusa! Prove inconfutabili di ciò, erano il torpore dell'alcol che la invadeva, insieme all'insistente odore che avvertiva mentre inspirava.
Si guardò attorno disorientata: i rilievi collinari all'orizzonte che le rivelavano prati verdi e fertili, variegati di mille piccole macchie di colore ambiguo, le alte fronde vivaci e accese che lasciavano trasparire i caldi raggi del sole che fino ad allora le avevano scaldato le guance, e, più in fondo, l'ampia e popolosa cittadella a ridosso della valle che si apriva davanti ai suoi occhi, tutti segni indelebili nella sua mente. A stento riconobbe il suo luogo natio, il piccolo villaggio semplice a cui lei aveva dedicato un pezzo di cuore. Il modico e quasi segreto sito di ritrovo con il suo passato che aveva rivisto mille e mille volte solare nei suo più fervidi sogni e straziato nei suoi ricorrenti incubi. Ma ora non aveva più niente di piccolo e modico; diversamente da lei, la gente di quel luogo si era lasciata alle spalle il passato ed aveva ricostruito un prospero presente. Infatti, la ripresa economica era notevole, in soli otto anni si era trasformato da villaggio distrutto in fiorente centro di commerci. Molte erano le persone che andavano quante quelle che ne restavano.
Disia non ci aveva più messo piede dall' "incidente", precisamente da quando aveva sei anni, ma sapeva della sua ricostruzione. Sperava di non ritornarci mai più, ma, evidentemente, il destino aveva in programma qualcosa di diverso per lei...
"Perché siamo qui?" chiese allora guardinga alle sue spalle.
Naturalmente si stava riferendo al maestro che, emerso dalla boscaglia, la guardava sorpreso, probabilmente perché non si aspettava del repentino e precoce risveglio dell'apprendista. Sussultò al suono della sua voce sospettosa, ma poi rispose con fermezza: "Siamo qui perché abbiamo degli affari commerciali con alcuni soggetti di questa città". La ragazza sapeva cosa ciò voleva significarle: qualche furbetto che non pagava le tasse.
Ed ecco che comparì anche Verdaine, che sorridendo la guardava compiaciuto, forse come a dire: "L'avevo detto che si sarebbe risvegliata così presto". Non si era rivelato un brutto allievo, alla fin fine: apprendeva con facilità e velocità le nozioni teoriche, ma per l'apprendimento pratico non era proprio portato, sognava, infatti, di diventare uno scrittore dopo che avesse superato i dodici anni di servizio. Era un tipetto che la sapeva lunga, che associava ogni cosa alla scrittura del suo diario e traeva spunti dalle sottigliezze della giornata. Era un buon narratore, Disia doveva ammetterlo, ma ancora "in erba" come è di consueto dire.
Dopo ch'ebbero preparato il tutto per continuare il loro viaggio verso la nuova meta, Disia s'incamminò riluttante verso lo stretto sentiero delimitato dalla boscaglia, incoraggiata dal burbero "Andiamo!" di Burarion e dal dolce sorriso di Verdaine. Era cresciuta un'amicizia tra loro, un flebile rapporto, ma qualcosa che poteva considerarsi duraturo. L'uno suppliva l'altra: lei lo aiutava nelle battaglie, lui parlava al suo posto nelle faccende diplomatiche; così che grazie a lei, lui imparava l'arte della spada, lei, grazie a lui, l'arte dell'esprimersi.
Arrivarono davanti l'alto portone in legno dopo una mezz'ora approssimata, sudati ma non stanchi. Disia si guardava attorno con malinconia, sorprendendosi quando vedeva facce felici lungo la strada, perché i loro erano sorrisi sinceri, come quelli che lei faceva da bambina, ma che ora non le capitavano più. "Su, non fare così!" l'aveva rimproverata il suo mentore. "Fai venire il latte alle ginocchia!". Verdaine guardò storto il suo insegnante, poiché l'espressione non era completamente corretta, ma Burarion lo ignorò.
Continuarono a camminare per un tempo quasi infinito, mentre Disia iniziava a riconoscere gli edifici e gli accenti tipici della zona, quasi con commozione.
Arrivati prossimi ad un vicolo, il maestro sogghignò pronunciando queste esatte parole: "Allora, cari miei, ora ci dividiamo. Tu, Verdaine, andrai ad ovest e sempre lungo questa strada, troverai una locanda, chiedi del proprietario e poi...sai cosa fare" e trasformò la voce in un sussurro, indicando un sentiero parallelo al vicolo.
Il ragazzo annuì, contento, ma anche agitato. Era la sua prima missione individuale, non doveva sbagliare.
"Disia, tu percorri questo vicolo, ma da lì..."
"Da lì?" lo incalzò con il fiato sospeso.
"...Dovrai continuare da sola"
"Cioè? Chiedo informazioni?" chiese lei perplessa.
"La nostra mappa vecchia e piccola non ti porterà alla meta prestabilita. Ciò significa che ti arrangerai, è il tuo luogo natio, ti saprai orientare!" la incoraggiò con una pacca sulla spalla.
"Lo spero" affermò Disia preoccupata. Ciò che la turbava non era tanto il perdersi, ma l' incontro con qualche persona del passato. Per la prima volta in tutta la sua vita pensò veramente qualcosa di crudele: Spero, allora, che siano tutti morti, pensò intensamente. Si vergognò quasi subito di quel pensiero, ma si rese conto che era un desiderio fondato.
"E voi, maestro?" lo interloquì Verdaine con le brune sopracciglia curvate.
"Io andrò al mercato. C'è una brava signorina che ha bisogno di una lezione" rispose con aria guardinga "Ci rivedremo tutti lì, davanti al padiglione centrale. Buona fortuna, ragazzi, e che Talos vi guidi!" concluse.
L'ultima frase che il suo istruttore pronunciò, a Disia non piacque per niente. Sì, era vero, lei era un guerriero e quindi consacrata a Talos, il dio della giustizia, ma non significava mica che lei credesse negli dei. Per lei era semplicemente assurdo che ci fosse qualcuno al di sopra di lei, definiva i sacerdoti come poveri pazzi che correvano dietro a stupide fantasie e speranze infondate.
Salutò i suoi compagni di viaggio con un cenno contenuto del capo e si avviò lungo la stretta stradina al coperto e quindi buia e continuò quasi a tastoni fino alla fine, dopodiché, con agilità estrema, s'issò al di sopra del basso muretto in pietra che delimitava la fine del vicolo e il suo cuore perse un battito. Sotto i caldi raggi del sole di mezzogiorno, Disia poté osservare l'ingegno dell'uomo in tutta la sua maestosità e bellezza: davanti ai suoi increduli occhi, un alto e largo padiglione si estendeva per circa cento piedi di lunghezza e quasi mille braccia di altezza, candido quasi quanto il sole stesso dietro le sue auree mura e mille finestre in vetro che trasparivano come acqua. Un perfetto equilibrio armonico tra il brutale e il gentile, una struttura che solo mani elfiche avrebbero potuto edificare. Era nato quando re Agnos, il famoso nipote umano del grande Jarrus il Potente, aveva sposato la principessa elfica Edith, così le aveva dedicato quella grande costruzione come pegno d'amore. Era solo scena per Disia che, ancora in piedi sul muretto, ammirava il simbolo della sua vecchia città. Poi abbassò lo sguardo di poco e notò il marasma del mercato. La confusione che si era radunata intorno alla piazza prossima al padiglione era quasi insopportabile per Disia, a cui non piaceva il contatto con altre persone. Era diventata quasi paranoica, e con questo?
Comunque non doveva perdere tempo, così, scesa velocemente dal muretto, si avviò diffidente lungo le piccole stradine calde e vivaci della città. Poi avvistò il bersaglio e si calò il nero cappuccio sulla fronte. La sua missione era appena iniziata.
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Non posso davvero credere che la mia storia stia piacendo! Ne sono così orgogliosa e felice! Vi voglio un mondo di bene, lettori. Il prossimo capitolo sarà previsto entro questo mese (non voglio dirvi cavolate! Così facciamo qualcosa di generico!) Quindi ci si rivede al prossimo capitolo con la nostra asociale Disia e la nuova e, nondimeno, gentilissima Shira. Chi sarà mai? ;D
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