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Chapter III - Party

Quando l'indomani mi svegliai presto, rimasi sbalordita, non solo dall'orario, circa le 6:10 ma dal fatto che oggi era Sabato, il che significava niente scuola.

Sbuffai rumorosamente, per la prima volta che mi ero alzata prestissimo, non avevo scuola.

Era ingiusto.

La mia testa vibrò, un caldo assurdo mi si sprigionò lungo tutta la nuca.

Mi massaggiai il collo e mi girai verso la finestra.

Mi stropicciai gli occhi e mi avvicinai scostando dolcemente la tenda mentre la debole luce della prima alba mi arrivò dritto agli occhi, facendomeli assottigliare.

Quel maledetto ragazzo era fresco e pulito, già di prima mattina.

Ma come faceva? Stava sdraiato sul letto a fissare il soffitto mentre i suoi occhi ambrati brillavano.

Emanava una luce così accecante e rassicurante che stessi minuti interi a fissarli.

Erano come piccole stelle brillanti...ne rimasi incantata.

Poi mi riscossi.

Perché mai i suoi occhi brillavano?

Lo vidi sospirare mentre lentamente la luce si affievoliva.

Si massaggiò la nuca mentre, girandosi verso la mia direzione, mi fulminò con lo sguardo.

Rabbrividì sul posto.

Lo odiavo, era perfino in grado di farmi innervosiste solo fissandomi.

Aveva dei pantaloni di una tuta grigi e un asciugamano avvolta sulla spalla sinistra.

Si avvicinò alla finestra a passi lenti, assottigliando ancora di più gli occhi.

"Sentiamo adesso" - mi dissi mentalmente, pronta alla ramanzina.

Lo conoscevo si e no da ventiquattro ore circa e già ci detestavamo.

Inarcai un sopracciglio quando mimò qualcosa con le labbra, non lo capivo.

Lui sembrò accorgersene perché corrucciò la fronte e ripeté.

Esasperato, cominciò a formulare lettere con le mani: Vieni al ballo di stasera?

Wow, non ero così ritardata come credevo.

Scossi la testa, lui sorrise.

Mimò nuovamente con le labbra.

Per sua sfortuna lo capì: Menomale.

Lo guardai male e lo fulminai con lo sguardo.

Maledetto lui e quella stupida festa.

E maledetto orgoglio aggiungerei.

Sorrisi, lui mi riguardò male poi, sorridendo come un bambino, aprì la finestra «che c'é Kitty?» mi disse.

Era così odioso, soltanto allungando un braccio potevo benissimo dargli un pugno.

Aprì anche la mia finestra mentre lui appoggiava i gomiti.

Incrociai le braccia al petto e alzai gli occhi al cielo «mi chiamo Brenda»
alzò le sopracciglia, odiavo quando lo faceva, nei suoi occhi si fece largo una scarica di adrenalina «mi piace chiamarti Kitty, ti si addice e poi oltre me non credo qualcun altro avrebbe il coraggio di farlo.»

Dannato Simon.

Avevo già detto che lo odiavo?

Anch'io appoggiai i gomiti e lo guardai.

Lo guardai parecchio: la mascella definita, gli occhi azzurri, le labbra carnose, il torso nudo e quella...«cos'è quella macchia che hai nei pantaloni?» urlai di detto mentre lui si guardò i pantaloni, sbiancando.

La macchia rossa sembrava più grande
«è ketchup idiota» la sua faccia divenne rossa per la rabbia mentre i suoi occhi si tingevano di quella strana luce di prima.

Io restai nuovamente paralizzata da quella bellezza eterea, esistevano davvero occhi del genere?

Ero sicura che quello fosse sangue, non aveva quel colore che di solito ha il ketchup ma feci finta di credergli, annuendo.

Mi grattai le mani nervosamente, cosa dovevo fare?

Volevo far morire il discorso lì, chiudere la finestra e rintanarmi in camera.

Simon non mi incuteva terrore, non mi metteva paura, mi irritava e basta «senti Simon, perché ieri mi hai detto di stare lontano da tua sorella?» lui, che si stava "asciugando" i pantaloni con le mani, mi fissò.

Dai suoi occhi non trapelava nulla, non mi offese con lo sguardo, ne mostrò compassione, niente di niente.

Si limitò a fissarmi con sguardo fermo «perché tu non sei come lei, come noi, non puoi stare con lei, né con me, perfino con la mia famiglia. Sei diversa» qualcosa dentro di me si smosse.

Io ero diversa, io non ero come loro.

Non ero bella, ne ricca.

Divenni rossa dalla rabbia, stavo per scoppiare, «eppure tu adesso mi stai parlando, giusto Simon? Non te lo sta impendendo nessuno e poi chi è che vuole stare con te?» sbottai acida.

Lui si passò una mano tra i capelli arruffati, era nervoso e arrabbiato.

Non mi importava, lo ero quasi quanto lui.

Mi fissò ancora, impassibile, chiudendo la finestra e la tenda così velocemente che quasi non me ne accorsi.

Il sole mi accecò, era sorto.

Ancora ferita nell'orgoglio chiusi la finestra e sospirai.

Cosa aveva quel ragazzo che non andava?

***

Scesi velocemente le scale e corsi in cucina, alle 7:10 di Sabato mattina erano già tutti energici, come diamine facevano?

Forse oggi mi stavo facendo troppe domande ma era tutto troppo strano.

Con uno sguardo negli occhi che non era il mio, guardai mia madre, stranamente seduta sul divano
«ascoltami mamma, ho deciso di andare al ballo di inizio semestre?»
le dissi confusa, era il ballo di inizio semestre giusto?

Lei, che stava bevendo il suo caffè, balzò in aria mentre gli occhi le brillavano.

Guardò prima me poi Chiyo, facendole il pollice in sù, Chiyo sospirò come una perdente.

Alzai le braccia in aria e guardai entrambe, in quel momento sembravano il giorno e la notte
«cosa sta succedendo?» chiesi infuriata, oggi non capivo nulla e io volevo capire, dannazione!

Mia madre iniziò a ballare la tradizionale danza della nostra famiglia e io, non sapendo nemmeno il motivo, mi unì a lei «oh oh ho vinto, si sposeranno, avranno trenta bambini e io diventerò nonna.»

Chiyo cadde in depressione e mi fissò
«ma io pensavo che a te piacesse Lyon» feci una smorfia di disgusto.

Lyon é un ragazzo che lavora con me in studio, è un mio grande amico ed é innamorato di me.

La cosa più strana di lui é la sua mania di suonare la trombetta quando é triste, mi fa un pò pena «mi dispiace Chiyo, già friendzonato» forse ero stata un po' dura ma era la pura verità, non mi sarei mai messa con Lyon, nemmeno se fosse stato l'unico ragazzo sulla terra, per me era più come un fratello e non sarebbe mai cambiato nulla.

Chiyo sospirò ancora una volta, stavolta era frustata «beh, nemmeno quel Simon Pevensie é male, forse anche più bello, se solo fossi più giovane» aprì la bocca, sbalordita mentre Dylan, arrivato da non so dove, me la richiudeva «le mosche Brenda, le mosche» mi sussurrò.

Nel frattempo mia madre si diresse verso di me; era salita sulla sua macchinina e si portò il ventaglio alla bocca, stranamente oggi Stiles non c'era
«ascoltami Brenda, devi giocare le tue carte, per farlo cadere ai tuoi piedi» feci una faccia disgustata, mia madre mi ignorò e continuò a parlare «si, lo sappiamo tutti che te lo vuoi stupr...cioé no che vuoi diventare sua amica» la guardai annoiata, oh santo cielo.

Mentre ancora lei farfugliava cose senza senso, io trotterellai verso le scale, salendole a due a due, canticchiando.

Non volevo sentirla spiegarmi come nascevano i bambini, la prima volta era stato traumatico «figlia ingrata»
urlò mia madre, dopo che un martello le arrivò dritto in testa, prima che potesse sbraitare, corsi velocemente in camera mia e chiusi la porta, prendendo il cellulare.

Composi velocemente il numero e mi portai il telefono all'orecchio «pronto?»
mi rispose una voce femminile, con un accento strano «pronto Lydia, sono Brenda» le dissi «volevo dirti che verrò al ballo di stasera, il problema é che non ho un vestito adatto, verresti oggi con me a comprarlo verso le 16:00?» lei annuì felice «non vedo l'ora» sorrisi, Simon avrebbe visto di cosa ero capace.

Kitty stava per uscire le unghie.

Chiusi con Lydia e dovetti trattenermi per non urlare, stavo iniziando ad auto chiamarmi Kitty.

Io l'avrei ucciso quel ragazzo, prima o poi l'avrei fatto.

***

Le 16:00 arrivarono velocemente ed io stavo aspettando Lydia al centro, forse non era una buona idea andare al ballo ma aveva parlato la rabbia del momento, ormai non potevo più tirarmi indietro.

Mi affacciai per guardare meglio il grande orologio posto all'entrata di un negozio di scarpe, segnava le 16:10 e per una volta non ero io quella in ritardo.

Mi dondolai sui talloni mentre dietro di me qualcuno mi appoggiò una mano sulla spalla.

Sobbalzai e mi girai velocemente sicura di trovare Lydia, invece davanti a me apparve Layla «Bree ciao, non pensavo di incontrarti qui» mi sorrise, ero felice di vederla «Layla che bello incontrarti, che ci fai qui?» improvvisamente una flash attraversò la mia mente, guardai dietro le spalle di Layla per paura che spuntasse Simon.

Lei scoppiò a ridere, capendo il mio gesto «sono sola, cercavo un vestito per stasera» mi sentì una cretina.

Che gran figura di merda, arrossì di colpo «scusami, sembro una stupida» lei scosse la testa «nah, vedo cose peggiori» chissà perché quell'espressione non mi stupì.

Eppure ci passai sopra «anch'io sono qui per un vestito per stasera» lei mi guardò a bocca aperta «pensavo non volessi andarci o meglio Simon mi aveva riferito così» io feci spallucce, sorvolando su suo fratello «beh, ho cambiato idea»
di tutta risposta, Layla fece un ghigno.

C'era qualcosa nel suo sguardo che mi spaventava «voglio darti un consiglio, compra un vestito rosso» la mia faccia si fece interrogativa mentre lei sembrò accorgersene «è il colore preferito di Simon» il mio battito accelerò e divenni rossa come un pomodoro «perché dovrei prendere un vestito del suo colore preferito? Che in realtà è anche il mio colore preferito?!» cercai di mantenere la voce ferma, che figura «perché so che piaci a mio fratello anche se non vuole dimostrarlo apertamente, sono poche le persone che gli fanno simpatia. E poi se vuoi fargliela pagare questo è il movente perfetto» a quell'affermazione persi un battito, facevo simpatia a Simon? Ma se voleva ammazzarmi.

Stavo per ribattere, quando una voce dietro di me mi fece voltare «Brendaaa» urlò qualcuno, mi girai, Lydia era davanti a me con la fronte tutta sudata, sembrava che non si fosse accorta di Layla che, nel frattempo, la fissava male.

Onestamente non ne capivo il motivo.

Andai da Lydia e la salutai «alla buonora» le dissi, cercando di sdrammatizzare «io e una mia amica ti stavamo aspettando» Lydia aggrottò la fronte, guardando dietro di me.

Non trovò nessuno.

Rimasi bloccata «beh mi aveva detto che aveva un impegno, magari é già andata via» lei annuì, sorvolando sulla cosa.

Ne fui felice perché stava diventando tutto tutto troppo strano, non volevo sembrare pazza.

Entrammo in svariati negozi ma nulla mi piacque più di tanto, ben presto si fecero le 17:30 e io ancora non avevo cosa mettermi, guardai Lydia frustata, la quale stava pensando intensamente «ci sono, perché non ho riflettuto prima?»
senza avere il tempo di risponderle, mi prese per un braccio e mi trascinò verso un piccolo negozio sul fondo della strada «è un negozio piccolo, qui viene sempre mia zia a comprare vestiti»
quando entrammo, miliardi di vestiti colorati mi si piazzarono davanti.

La commessa, una signora sui quarant'anni, mi aiutò a provarmi tantissimi vestiti ma nulla mi piacque addosso «si vede che sei una modella, hai un fisico perfetto e tutto ti sta bene, anche se pecchi di tette. Ma ci vuole un tocco d'amore. È il vestito a sceglierti» un tocco di che?

Pecco di tette!

Perché intorno a me avevo dei pazzi?

Decisi di "sfogliare" i vari vestiti davanti a me, in particolare mi soffermai su un vestito, era un semplice vestitino rosso con la scollatura a V e una gonna ampia.

Il vestito era abbinato a delle scarpe col tacco del medesimo colore che, probabilmente, mi avrebbero fatta sembrare 20 metri più alta e 10 metri più ridicola.

Lydia mi affiancò e gli occhi le luccicarono «Bree é un vestito bellissimo, poi il rosso ti starebbe divinamente» personalmente amavo il rosso, era il mio colore preferito.

Improvvisamente mi vennero in mente le parole di Layla e rivalutai l'idea.

Quello stronzo di Simon, speravo minimamente di non vederlo quella sera.

Nota: lui in tutto questo non c'entrava nulla, amavo il rosso e basta.

Provandolo rimasi stupita dalla bellezza del vestito sul mio corpo
«si, c'é il pizzico d'amore! Il vestito ti ha scelto!»urlò la commessa, la ignorai e comprai il vestito e le scarpe.

Si, ero decisamente circondata da pazzi.

***

Le 21:00 arrivarono presto e mentre ascoltavo le solite lamentele da parte di mia madre, sul non drogarti, non fumare, non ubriacarti e non farla diventare nonna prematuramente fuorché fosse Simon, mia madre mi lasciò andare.

Odiavo quando tutti mi parlavano di Simon, non mi piaceva e non mi sarebbe mai piaciuto.

Dylan mi accompagnò velocemente, dopo avermi fatto le stesse lamentele «Brenda non fornicare! Nemmeno con Simon» urlò infine.

Sconsolata, sprofondai nel sedile, io non volevo fornicare con nessuno.

Stranamente decisi di stare zitta, dovevo prepararmi psicologicamente alla gran cretinata che avevo fatto.

Arrivammo in fretta e Dylan mi lasciò davanti l'ingresso della palestra.

Io odiavo i tacchi, ero così goffa che cadevo anche stando ferma.

Il che stonava con il mio essere attrice e modella.

Entrai in palestra, la musica cominciò a rimbombarmi in qualsiasi parte del corpo, stordendomi.

Mi guardai intorno, cercando di captare qualche faccia familiare.

Mentre cercavo Lydia o Layla con gli occhi, qualcuno mi venne addosso, prendendomi prontamente prima che cadessi.

Trattenni un urlo e mi aggrappai alle spalle del mio salvatore, chiusi gli occhi urlando di getto «te lo giuro, chiunque tu sia, mi hai salvato le chiappe da una brutta fine» sentì una risata cristallina e aprì gli occhi.

Mi staccai velocemente da quel ragazzo, stranamente non ero rossa «sono fiero di aver salvato le tue chiappe» mi fece l'occhiolino
«mi chiamo Dawson molto piacere» io lo fissai intensamente.

Era alto ed impostato, un viso scarno contornato da degli occhi verdi.

Mi stava fissando mentre con una mano sistemava un ciuffo ribelle. Mi sorrise quei denti bianchissimi ed io rabbrividì di paura «sono fiera di renderti fiero di aver salvato le mie chiappe» dissi ironica, spostandomi all'indietro.

Volevo andarmene «piacere, io sono Bree» dissi poi, voltandomi per andarmene.

Lui mi sorrise nuovamente, in un modo alquanto strano, poi si guardò intorno «sei sola?»
mi domandò, i suoi occhi verdi assunsero una sfumature rossastra, che diamine?

Stetti zitta e mi spostai nuovamente all'indietro, mi faceva paura, volevo andarmene.

Non mi sentivo per niente al sicuro «ti va di stare con me?» continuò ancora, prendendomi la mano.

Era calda.

Lo fissai spaventata negli occhi mentre mi scostavo bruscamente da lui e mi mossi velocemente tra la folla.

Improvvisamente una mano mi prese per il polso, mille brividi mi percorsero tutta la schiena e la nuca cominciò a scaldarsi.

Mi girai prontamente, ritrovandomi Dawson in faccia e mettendomi sugli attenti, no quei maledetti brividi non erano dovuti alla sua mano o a lui.

Cercai Simon con lo sguardo ma di lui nessuna traccia.

Mi rivolsi nuovamente a Dawson, spaventata e dimenandomi furiosamente.

Tutti intorno a me ballavano come dei forsennati, puzza di sudore si disperse nell'aria
«fino a prova contraria per me resti uno sconosciuto che mi ha salvato da caduta certa, ti ringrazio ma credo che adesso debba andare» cercai di staccarmi da lui ma mi prese nuovamente per il polso.

La sua presa era salda e provai con tutta la forza che avevo in corpo di togliermelo di dosso ma non ci riuscì.

Lo sapevo, non dovevo venire.

Mi trascinò per tutta la palestra e poi uscì fuori.

Mi buttò a terra, strappandomi il vestito e tagliandomi un braccio.

Sì guardò attorno e si accasciò alla mia altezza.

Io alzai lo sguardo, tremavo dalla paura ma non mollai.

Lui uscì un coltellino e me lo strofinò lentamente sulla guancia.

Vacillai e arretrai, terrorizzata «che cosa vuoi farmi?» Avevo la voce strozzata.

Volevo sembrare coraggiosa ma in realtà me la stavo facendo sotto e lo sapevo pure io.

Che gioia, l'unico pazzo in tutta la palestra dovevo trovarlo io.

Lui mi fissò, inclinò un po' la testa «sai, sei molto bella» mi disse poi, prendendo una ciocca dei miei capelli tra le mani.

Se la rigirò nell'indice mentre con l'altra mano passava il coltello tra le mie labbra.

Non mi stava tagliando, mi stava solo sfiorando.

Rabbrividì, assottigliando gli occhi e respirando affannosamente «hai questi capelli così belli, sei così bella che un po' mi dispiace» smisi di respirare mentre spostò il coltello sulla mia guancia.

Tagliò orizzontalmente, mancando appena il labbro inferiore e facendomi urlare dal dolore.

Lui si fermò, guardandomi intensamente mentre leccava distrattamente il coltellino.

Sentivo la guancia calda, bruciare, era come se stessi bruciando «dimmi bambolina, sei entrata in contatto con loro, non è così? Allora dimmi dove sono» lo guardai confusa mentre avrei solo voluto accasciarmi a terra e piangere.

Ma non gli avrei mai dato questa soddisfazione «loro chi?» dissi debolmente.

Lui si leccò le labbra, sporche probabilmente del mio sangue mentre i suoi occhi verdi divennero rossi «senti bambolina davvero, non ho voglia di giocare né di farti del male. Devi solo dirmi dove sono» io non capivo, non capivo davvero.

Loro chi? Con chi ero entrata in contatto? Oddio, avevo trovato un pazzo «puzzi di loro, sei entrata in contatto con lui, puzzi perfino di lui, ti ha toccata. Nonostante ciò, hai un buon sapore e mi dispiacerebbe ucciderti» sbiancai di colpo.

Non sapevo cosa fare, ero terrorizzata.

Di chi puzzavo?

Io non puzzavo.

Altri due tagli mi arrivarono improvvisamente facendomi urlare nuovamente, uno sotto il collo e uno sulla guancia destra.

Questa volta fu più doloroso del precedente.

Dawson mi fissò intensamente come se fossi la cosa più bella dell'universo «così bella, così rossa, così pura, così mia» gli occhi rosso sangue brillarono e lui si avvicinò al mio collo.

Mi cinse la vita, gettando il coltellino chissà dove e leccò il mio collo, il mio sangue.

Rabbrividì, iniziando a piangere.

Perdevo sangue, ero tutta aperta, stavo per morire.

Dei denti appuntiti mi sfiorarono il collo.

Non poteva essere, con le ultime forze cercai di scacciarlo.

Un vampiro, lui era un vampiro.

Non poteva essere.

Una luce accecante mi arrivò in pieno viso.

Per me era confortante ma non potevo dire la stessa cosa del mio "amico".

Ancora avvinghiato a me, si fece in mille pezzi e poi scomparve in una nuvola di fumo.

Era morto.

Prima di perdere i sensi sentì due braccia forti, e confortanti, avvolgermi e sollevarmi da terra.

Delle labbra morbide e calde mi sfiorarono la testa e il respiro irregolare del mio salvatore, mi sfiorò il collo «e chi poteva essere» si lamentò Simon, stringendomi ancora più forte.

Avevo proprio delle conoscenze psicopatiche.

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