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Chapter I - Meeting

Arrivai velocemente a scuola, non che ormai mi importasse, avrei fatto nuovamente la figura della fessa ma ormai ero lì, dove in uno striscione enorme, posto sopra l'entrata della palestra, c'era scritto, a carattere cubitali, il benvenuto agli studenti.

Fantastico, sarei dovuta entrare davanti a tutti!

Mi maledissi mentalmente, non dovevo farmi vedere a terra dal preside, visto che era una persona abbastanza "esuberante", forse anche peggio di me.

Sbuffai e, dopo questo pensiero no-sense, aprì di scatto la porta e, tutti gli occhi che prima erano fissi sul preside, ora erano fissi su di me.

Mi inchinai in segno di saluto, scusandomi per il ritardo e chiudendo gli occhi per la forte vergogna.

Il preside non disse nulla, mi fissò per qualche istante e poi mi fece segno di sedermi su una sedia libera.

Tutti mi fissavano, tutti mi scrutavano, tutti bisbigliavano il mio nome.

Era terribilmente imbarazzante.

Non soffrivo di ansia da prestazione o ansia sociale, ero abituata ad avere i riflettori contro.

Eppure la scuola era un luogo diverso.

Mi sedetti un pò rossa e tossì forte, poi il preside ricominciò a parlare.

Dietro di me un formicolio alla nuca mi fece girare e quasi non mi scontrai faccia a faccia con un ragazzo «stai più attenta» lo guardai male ma stetti zitta.

Aveva dei capelli color oro e degli occhi color cielo, pensandoci bene, era l'unico che non mi aveva degnata nemmeno di uno sguardo da quando ero entrata.

Vabbè, poco importava.

Meglio così.

Annuì tutta rossa, non tanto per la vergogna ma per rabbia, non poteva dirmi cosa fare ma soprattutto non doveva usare quel tono verso i miei confronti, non lo conoscevo nemmeno.

Sospirai e mi girai nuovamente, avevo la testa che mi scoppiava.

Il preside finì il suo discorso che, ovviamente, non ascoltai mentre alcuni insegnanti ci scortarono fuori, per dividerci nelle rispettive classi.

Finì in quarta A, per fortuna non con quello strano ragazzo.

La mia classe era molto ampia, piena di studenti che mi fissavano come se avessi tre teste.

Due ragazze stavano parlottando di quel tipetto di prima, lo sguardo sognante e innamorato.

Bleah.

Ascoltandole scoprì che non era figlio unico ma bensì aveva una sorella e rimasi stupita quando sentì che si erano trasferiti lì dall'Italia, anche se, originariamente, nacquero a Los Angeles.

Si avvicinò a me una ragazza, aveva dei lunghi capelli biondi che le ricadevano candidi sulle spalle, mi porse la mano e io, senza esitare, la strinsi «piacere il mio nome é Lydia Swan, spero che diventeremmo presto ottime amiche» le sorrisi e cercai di presentarmi ma lei mi precedette, mettendomi una mano davanti la faccia «tranquilla tutta la scuola sa di te» disse, bloccandomi.

Non che prima non lo sapessero, pensai «purtroppo tutti mi conoscono» esclamai.

Lydia mi fissò male poi, dopo un tempo che sembrò un'eternità, scoppiò a ridere.

La fissai storta, non volevo sembrare snob «sei simpatica, vorresti diventare mia amica?» nonostante le mie paranoie iniziali era una ragazza adorabile, il che mi portò ad accettare.

«Per gli anici sono Bree» ridacchiai, amavo quel nomignolo.

Avevo già un'amica, era semplicemente un sogno!

***

La giornata passò abbastanza velocemente tra occhiatacce da parte dei professori e sguardi divertiti dai miei compagni di classe.

Quando la campanella suonò, mi precipitai alla porta, salutando con una mano Lydia che stava parlando animatamente con il biondo di stamattina.

Sentì nuovamente quello strano formicolio e mi girai a guardarlo nello stesso istante in cui lo fece anche lui.

Mi fulminò con lo sguardo e poi tornò a parlare con la biondina.

Che tipo, ero furiosa.

Lo detestavo.

Signora qual ero, salutai anche lui con un cenno della mano e corsi giù per le scale.

Corsi a lungo e, quando arrivai all'ultimo gradino, il biondo di poco fa mi apparve davanti.

Un pensiero mi balenò per la testa.

Lui era in classe, stava parlando con Lydia e stavano per uscire.

O forse non erano mai usciti.

Ma lui era lì!

Mi fissò a lungo ma io lo ignorai e ripresi a correre, dove avrebbe dovuto esserci la sua spalla non c'era niente, questo comportò la perdita del mio equilibrio e toccai il vuoto, evitando di cadere e rimettendomi dritta.

Mi fermai un attimo e girai la testa di lato.

Dove prima c'era il biondo, adesso non c'era nessuno.

Confusa e stordita ripresi a correre, forse ero solo impazzita ed ero così arrabbiata da avere persino le visioni.

Doveva essere così.

Arrivata fuori, scorsi Dylan appoggiato alla sua auto, gli occhi fissi sul suo orologio da polso.

Alzai le braccia in alto, facendo strani gesti «Dylan, Dylan, sono qui!» lui alzò lo sguardo e mi fissò male «Brenda, oddio, Bree» mi corse incontro e mi prese per il polso «ehi maniaco, che cosa fai? Polizia, polizia» Dylan si guardò intorno allarmato «ma sei scema? Mi sto vendicando di oggi, ti trascino fino la macchina» mi divincolai a lungo ma niente da fare, affranta mi feci trascinare «addio mondo crudele» sospirai «fai di me ciò che vuoi» Dylan mi fissò «non so se stai recitando o sei seria. In ogni caso mi complimento con te per la tua ottima interpretazione» scoppiai a ridere e mi feci i complimenti da sola, ero molto egocentrica, non c'era che dire.

Mi trascinò in macchina e fece i gesti che oggi io avevo adottato con lui.

Oh, cosa comporta la vendetta mentre Dylan sfrecciava fortissimo in strada «siamo in ritardo siamo in ritardo, ahimé che dirà il regista!» si lamentò il mio manager ed io cominciai a guardare le nuvole che prendevano forme strane.

«Secondo te le nuvole sono soffici?»
chiesi dopo un po' a Dylan,il quale mi fulminò con lo sguardo «stai scherzando spero. Tra poco diventerò soffice io se non arriviamo entro cinque minuti» alzai le mani al cielo «se tu diventassi soffice, mi faresti da cuscino?» fu così che un qualcosa mi arrivò in testa «dolore. Sto morendo, come hai potuto? La mia povera testa. Ti ho voluto bene finché sei durata» piagnucolai «ave oh testa!» incrociai le mani «pregate tutti per la mia testa.»

Dylan non mi rispose, il che mi fece stare buona per gli altri tre minuti.

Quando arrivammo agli studi corsi subito in camerino, mi cambiai come un razzo e mi precipitai come una furia al set.

Fare la pubblicità di uno shampoo anti pidocchi non era per niente facile, dovetti riprovare almeno sei volte per la puzza che rilasciava quel coso.

Ma alla fine ci riuscì e stavolta mi lavai i capelli normalmente.

Quando arrivai a casa erano circa le 17:30 e il furgone dei nuovi vicini era fuori, già tutto svuotato, pronto per andarsene.

Sbirciai dalla finestra e tutto in quella casa era pronto, dal salotto alla cucina, era tutto così perfetto, tutto così strano.

La mia finestra si affacciava in una stanza di un ragazzo, lo capì dagli indumenti disordinati nel letto, per non parlare dei boxer nella sedia.

Chiusi velocemente la tenda e arrossì fino alla punta dei capelli.

Io potevo vedere un ragazzo, come lui poteva vedere me, avrei fatto chiudere e censurare la finestra, ne ero sicura.

Scesi in salotto, dove mia madre era intenta a sfogliare un catalogo su abitazioni per animali «piccolo Maro tranquillo, troveremo qualcosa anche per te, non una lattiera per gatti! Dislessici!» alzai gli occhi al cielo, perché quando qualche catalogo non andava bene era dislessico?

Beh, io non lo so, ma mia madre si, chiedetelo a lei.

Alzò gli occhi e mi fissò «oh oh Brenda, potresti gentilmente portare la torta che ho confezionato per i nuovi vicini? Dovrebbe essere il signor Pevensie, vai a dare il tuo benvenuto, anche da parte mia. Ha due ragazzi di un anno più grandi di te, ma questo non sarà un problema. Sono gemelli, spero diventiate amici» annuì contenta, non vedevo l'ora di conoscerli.

Presi la torta e mi misi le scarpe, uscì di fretta e arrivai di fronte casa Pevensie.

Praticamente era attaccata alla mia e, con un bel respiro profondo, suonai il campanello.

Si sentirono dei passi e il biondo di oggi mi aprì la porta.

Restai scioccata.

Il mondo mi odiava, mi detestava perché mai nella vita avrei sognato di essere vicina di casa di quel deficiente.

Lo fulminai con lo sguardo e lo fissai intensamente.

Questo mi fece nuovamente arrossire.

Sospirai e cercai con tutta me stessa di guardarlo in faccia.
Lui mi fissò impassibile, anche se intravedevo nei suoi occhi il divertimento.

Si stava prendendo gioco di me, lo sapevo.

Stronzo.

Pevensie era il tipico ragazzo che solo a guardarlo sarebbe stato il tipo di tutte.

Anch'io guardandolo lo pensavo «dopo avermi squadrato da capo a piedi cosa vuoi?» ma si, poco dopo capivi che in realtà non era il ragazzo dolce che pensavi fosse.

Lo guardai male «beh, non tutte le persone normali aprono la porta ai loro vicini mezzi nudi» ed era così, Pevensie indossava soltanto un pantalone di una tuta e, sperai con tutta me stessa, le mutande.

Lui alzò le sopracciglia «lo so che in realtà ti piace» gli sorrisi innocentemente «si, mi piace quanto la vista dei calli di mia zia Betty» si ok, mi piaceva guardare lui ma sicuramente non i calli di mia zia.

Era già difficile da ammettere, non l'avrei mai detto ad alta voce.

Pevensie storse la bocca, probabilmente disgustato «allora cosa vuoi?» in quel momento ricordai «ah si, mia madre ti manda questa torta come segno di benvenuto» lui la prese tra le mani, poi mi fissò e cercò con un piede di chiudere la porta.

Sfortunatamente per lui, lo bloccai con la mano «comunque prego, eh» lui mi fissò male «ho bisogno di cibarmi, non di dirti grazie» mi disse freddo.

Mi allontanai dalla porta e feci per andarmene, alquanto offesa «comunque Brenda Kylei, mi chiamo Simon Pevensie, molto piacere» mi girai fissandolo e gli feci il terzo dito, come facesse a sapere il mio nome, restava ancora un mistero.

Sorrisi tirata «vorrei poter dire lo stesso» mi fissò con aria di sfida, poi i suoi occhi si illuminarono divertiti «tutti i vicini normali fanno il terzo dito ai nuovi arrivati?» scossi la testa «non credo ma credo che esistano le eccezioni» lui fece spallucce e poi mi chiuse, praticamente, la porta in faccia.

No, Simon Pevensie non poteva per niente essere il mio tipo.

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