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Capitolo 26



{Coraline}

Seguo il cobra impettita, poiché abbiamo ripreso le armi, dichiarandoci una guerra silenziosa.
Ammetto di essere stata compiaciuta, nell'aver colto un barlume interdetto e affascinato nelle sue iridi.
Seppur abbia indossato anche lui delle lenti colorate, ho riconosciuta la sfumatura del suo vero colore artico, che riesce sempre a farmi annegare in acqua gelide che mi otturano il fiato nei polmoni.
Poi come sempre, è tornato rigido e impostato, dettando comandi, a cui questa volta devo per forza cedere.

Lo seguo verso le scale, con un Dominick che invece ci saluta, dandoci le raccomandazioni.
Riconosco le piccole scale del seminterrato, e il ricordo di ciò che ho visto e di ciò che lui è, ripresentarsi come uno schiaffo forzuto.
Le immagini così vivide. Il mio terrore scuotermi e al contempo paralizzarmi.
Dovrebbe farmi ripugno, saper di essere stata anche solo sfiorata da quelle mani.
Eppure...eppure non è così.
Contro ogni logica, irrazionale, dentro di me nulla è tramutato.

Il silenzio pesante, é interrotto solo dalle goccioline che picchiano come martelli, dalle tubature sulla pavimentazione in cemento, stando attenta a non scivolare sulle piccole pozze.
Mi fermo solo quando vedo, Alexander, digitare dei numeri su un display e la porta di ferro emettere un "clic" per darci accesso a ciò che osservo che sembra un garage.

Delle file immense di macchine, si parano difronte a noi, e mi chiedo se sono tutte di lui.
Fin quando non lo noto dirigersi verso una e mi blocco anche io nel seguire il movimento della sua mano, che si stringe in un pugno, arrotolandosi dei pezzi di stoffa attorno ad esso.
Guardo circospetta attorno, come se avessi paura e dentro di me ne covo in abbondanza, e solo nel momento che un rumore di vetri infranti, dove sobbalzo, mi riportano l'attenzione verso Alexander.
Le pupille si dilatano, seppur lui non possa vederle attraverso le lenti nere degli occhiali, e infilare mezzo braccio dentro per aprire lo sportello.

«Entra.» M'intima vigoroso, e capisco che quella é una delle tante macchine, dei clienti.
Nonostante sia scioccata, so bene che non posso venire meno al suo ennesimo comando, e mi posiziono dal lato del passeggero, mentre butta come sacchi di spazzatura, le nostre valigie nei sedili di dietro.

«Perché stai rubando, una macchina?» Mi viene la malsana idea di fare una domanda, con tono più impacciato di ciò che vorrei, e difatti il suo volto si gira fulmineo e sprezzante verso il mio.

«Perché così non possono risalire a me, Coraline. Non mi sembra complicato.» Rivela monocorde e attratti grezzo, dove non mi guarda neanche più, troppo preso a cincischiare con dei fili.

«Ora zitta.» Mi rimbrotta severo, poiché il rombo della macchina, ci da il consenso di partire con una sgommata che stride tra le pareti del garage.

Afferro con forza le mani nel tessuto blu, del sedile ad ambedue lati del mio corpo che sembra sballottarsi ad ogni curva della salita, per immetterci fuori, che percorre a velocità.
Il panico mi fa stridere i denti, mentre scala le marce, pigiando frenetico sull'acceleratore.
Ci imbattiamo sulla statale, sorpassando ogni macchina, con il rischio di sbandare.
Sono una pozza di sudore e paura, che cola lungo la schiena.
Ciò nonostante non oso emettere alcuna parola, per non irritarlo.
Il volto é contratto e concentrato esclusivamente sulla strada, e il vento si abbatte sferzante su i nostri corpi.
Alcune schegge di vetro, risplendono ancora su i tappetini.
Il sole é un misero conforto, che non scalda il brivido che percuote il corpo all'interno.
Le viscere sono nodi inossidabili, che si rafforzano ad ogni manovra brusca, mentre conficco sempre di più le unghie sul tessuto.

Ormai é più di mezz'ora che siamo in macchina, e su questo tratto sembra che le macchine si siano volatilizzate.
La sterpaglia incolta, delimita la strada asfaltata davanti a noi, e stiamo rallentando sempre di più.
Ma se riesco a tirare un sospiro di sollievo, devo ricredermi e ricacciarlo indietro come il rantolo di sorpresa, per la frenata di botto, che quasi mi sbilancia spiaccicata sul cruscotto porta oggetti.

«Perché ci siamo ferm...» Non mi da neanche il tempo di chiederglielo, con un tono spaesato, che un altro dei suoi ordini tuona quasi quanto il fracasso di un fulmine che spacca il cielo a metà.

«Scendi.» Anche se chi scende per primo é lui, mentre scarica di fretta tutti i bagagli, portandoli più distanti dalla macchina.

«Vuoi liberarti di me?» Il mio suona più come un rimprovero sdegnato dall'amarezza che sto provando e neanche il suo imprecare mi muove dalla mia posizione con le braccia incrociate sul petto.

Non mi da neanche adito, come se le mie parole fossero state polverizzate nell'aria.
Raggiungo solo indispettita, i bagagli e quando mi volto lo noto cospargere la macchina di una sostanza liquida.
Capisco subito che é una tanica di benzina, e che probabilmente sta eliminando la macchina, per non far trovare impronte o qualche indizio al proprietario sconosciuto, che potrebbe risalire alla targa e trovarla nei paraggi di un aeroporto.

Mi accingo a spostarmi di più, poiché Alexander, sfrega un fiammifero, e lo lancia contro il tettuccio della vettura, che subito inizia a sfrigolare e far divampare fiamme che corrono danzanti, lungo tutta la macchina.

«Allontanati.» Grida quasi allarmato contro di me, correndo anche lui nella mia direzione, e come se tutto si fermasse, il suo petto si abbatte sulla mia schiena.
Le sue braccia mi circondano la vita, e con una mossa mi ribalta a terra, sulla sterpaglia incolta nel medesimo secondo che la macchina esplode con un fracasso che mi porta a tremare. Il calore del suo corpo, mi circonda, facendo da deterrente che disintegra tutte le incertezze e le azioni più avventate, che non ho mai compiuto o almeno osato pensare.

«Stai bene?» Non mi rendo neanche conto che avevo strizzato le palpebre, e il suo tono ora é lieve e preoccupato, mentre il suo alito bollente, scivola sull'incavo del mio collo.
Nell'istante che riapro lentamente gli occhi, capisco di essere a cavalcioni su di lui, e che é la sua schiena ad aver impattato con il suolo.
Ho paura anche solo a muovermi.
Paura che un momento così strano, quanto dolce possa terminare.
Perché i suoi palmi scivolano in carezze tiepide e calmanti, dalle scapole fino al fondoschiena, per poi risalire più e più volte.

«Hey.» Mi richiama di nuovo, in una cadenza bassa e quasi voluttuosa, che mi porta a girare il viso verso il suo più pacifico e sereno.
Un sorriso allentato, fa capolino su quelle labbra perfette, contornate da dei finti baffi che mi fanno sorridere.

«Era proprio necessario?» Chiedo quasi con un filo di voce, riferendomi un po' a tutto.
E non c'è bisogno che lo elenchi, poiché i suoi occhi di cui ormai conosco il colore e le mille sfaccettature, non possono venir del tutto oscurate da quelle marroni, alla mia vista.

«Credimi, se ti dico di sì.» É l'unica frase che spende con un tono così sincero e al tempo stesso fievole, che mi riserva prima di aiutarmi a rimettermi in piedi, scuoterci i vestiti e camminare con i bagagli fino all'aeroporto.

Stiamo quasi per arrivare davanti alle porte in vetro, ma la sua mano che si avvolge attorno al mio polso mi arresta la camminata, e mi fa voltare in una mezza piroetta verso di lui.
«Devo fare un'ultima...cosa.» Il suo tono ora é quasi contratto quanto le labbra, mentre l'altra mano libera, vaga dentro la tasca del jeans, estraendo una piccola scatolina nera.

Fisso perplessa quel piccolo scrigno, che più sbigottita sono quando rilascia dolcemente il mio polso, e la apre per mostrarmi il contenuto.
Sono due fedine in oro, su cui una splende un piccolo diamantino rosa incastonato.
Non riesco a proferire parola, quasi come se qualcuno mi avesse rubato la voce, e la saliva rimane ad impastarmi il palato.

Estrae la più piccola con il diamantino, porgendomi la scatolina, mentre mi afferra con delicatezza la mano che trema, e meccanizzata apro le dita.
Le stesse in cui getto lo sguardo alla ricerca dell'anulare libero.
Quello in cui avevo l'anello di Jonas.
Alzo placidamente gli occhi su i suoi, in una domanda silenziosa.
«Te l'ho tolto mentre dormivi. Quello appartiene alla tua vecchia vita. Questo alla nuova.» Mi confida profondo e intenso, come lo sguardo che mi trafigge l'anima.

Non mi interessa neanche più niente di quell'anello, poiché si porta il piccolo cerchio tra le labbra schiuse, e ci lascia un bacio che mi fa tremare ovunque.
Quasi come se quel bacio l'avesse dato sulle mie labbra che formicolano e la pelle scotta, di più l'anulare dove il cerchio oro, scivola piano lungo la falange che mi imprigiona al cobra.

«Metti il mio, ora.» Mi impartisce soave a fior di labbra, nel non capacitarmi di come siamo finiti così vicini, mentre tutto ciò che vorrei é impossessarmi di quelle labbra tremendamente sensuali.

Estraggo il suo anello, e sempre nel mio totale silenzio, prendo la sua mano e cerco di infilarglielo.

«É piccolo.» Sussurro con le guance imporporate dall'imbarazzo, per la sua risatina calda che mi fa contorcere in piacevoli spasmi.
Il suo corpo elimina la poca distanza dal mio, e mi sento morire quando le sue labbra si poggiano con calma sul mio lobo.

«Dici? L'ultima volta non credo la pensassi così, quando ti sei toccata con quello stesso anulare che ora mi appartiene, per me.» Lecca accattivante il profilo del mio collo, e devo mordermi quasi a sangue il labbro inferiore, per non ansimare senza pudore davanti a tutti.
In realtà non so se qualcuno ci stia osservando, perché l'unica cosa che m'importa, purtroppo collide con il mio corpo che potrebbe liquefarsi sotto il bollore della sua lingua di serpente, mista al suo tono rauco e ipnotizzante.

«Leccamelo e, infilalo.» Mi atterrisce così dannatamente erotico, quanto il morso che mi dona sul collo, che immagino solo di essere su un letto e piena di lui ovunque voglia.
Come mi voglia.

Le guance tirano da quanto sono in imbarazzo, nonostante tutto ciò che abbiamo fatto, e una piccola me battagliera, vorrebbe ribellarsi e prenderlo a schiaffi per i sottintesi così sfacciati.
Ma l'umidità e il calore che sprigiona e divampa nel mio basso ventre, colando come miele tra le mie labbra pulsanti, mi inducono ad essere arrendevole.
Stringo con più decisione la sua mano, e la porto vicino alla bocca.
circondo con le labbra il suo anulare, e lo sento digrignare.

"Mi immagini così, mentre lo accolgo tutto?"
Glielo sto chiedendo con lo sguardo, con tutta la sfacciataggine che ormai mi appartiene. Il suo cenno di assenso, mi fa capire che si sta immaginando tutto ciò che immagino io, lasciandolo scivolare lentamente fuori, in una suzione indecente, e ora anche lui mi appartiene con questo cerchio.

«Direi che siamo pronti.» Afferma riappropriandosi del suo solito controllo, e della mia mano che stringe tra la sua, varcando le porte.

Come promesso, eccomi più attiva.
Scusate se non ho risposto a tutte, in questo capitolo cercherò di rimediare e rispondere a tutte. Non vorrei pensaste che ho delle preferenze.
Potselui 💋💋

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