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第1章-Shiwase

1-Shiwase

La fioca luce della stanza rendeva quasi impossibile entrare a causa della poca luminosità, e il rischio di inciampare aumentava con il passare del tempo. Shiori notò come l'abitazione fosse rimasta sempre uguale dall'ultima volta in cui c'era stata e se i suoi calcoli erano giusti e la memoria non la ingannava doveva essere stato qualche settimana prima.

I vestiti erano sparsi sull'intero pavimento, mentre buste di latte e sushi erano state buttate malamente nell'immondizia che, visto l'odore nauseante, doveva essere rimasta lì per almeno qualche giorno.

Raccolse tutti ciò che trovava sul pavimento e li mise in lavatrice, mentre iniziò a dare una ripulita alla casa.

La cucina, come del resto tutta la casa, si trovava in condizioni pietose. Dopo qualche orette riuscì a sistemare quel buco rendendolo una casa pulita, confortevole e profumata così come dovrebbe essere.

«E tu cosa ci fai qui?» la chiamò una voce. E dal suo tono comprese che il suo nobile gesto non era stato per niente apprezzato.

«Akane! Sono passata per vedere come stavi, ma siccome non ti decidevi a tornare mi sono tenuta impegnata.» risponse Shiori appoggiando le mani sui fianchi sospirando allegra dimostrando di essere orgogliosa del suo lavoro.

«Non era necessario.» replicò sistemando la borsa sul letto innaturalmente sistemato. Sciolse l'elastico che le teneva legato i capelli e la lanciò con poca grazie sul pavimento appena sistemato e lucidato.

«Sono felice della tua visita, davvero, ma in questo momento preferisco essere lasciata da sola.» disse la ragazza massaggiandosi la tempia provando ad alleviare quel forte mal di testa che l'aveva accompagnata per tutta la giornata.

«Akane so benissimo che non vuoi essere aiutata e che puoi cavartela da sola, non so quante volte me l'hai detto, ma devi farti aiutarti. L' essere umano non può mai farcela da solo.» spiegò la grande e matura Shiori sedendosi accanto all'amica che per tutto il discorso era rimasta in silenzio e con il volto abbassato fissando un punto impreciso del pavimento.

Akane sapeva perfettamente che non poteva farcela da sola, ma non riusciva più a fidarsi della persone come una volta. Suo padre era morto per circostanze misteriose, e dopo nel giro di qualche mese la faccenda era stata insabbiata come semplice omicidio. Sua madre era morta, psicologicamente e fisicamente. Non era rimasto più niente di quella donna gentile, disponibile e sempre sorridente.

Akane, nonostante l'odio che provava nei confronti della donna che l'aveva abbandonata, l'andava a trovare quasi tutti i giorni o almeno quando le permettono di ricevere delle visite.

Dopo la morte del marito la signora Nishimura era letteralmente impazzita. La notte si svegliava con forti incubi di un uomo vestiti tutto di nero che con nel suo mani grandi l'afferrava per le gambe e la trafiggeva con la sua katana.

Gli incubi durarono mesi e mesi fin quanto Akane sotto consiglio di alcun amici e parenti decide di internare, a malincuore, sua madre in un ospedale psichiatrico. Il primi mesi erano stati terribili, e vedere sua madre con il viso stanco e pallido, e i suoi occhi che rispecchiavano sempre amore e gentilezza adesso la guardavano con delusione.

«Non sto impazzendo. Speravo tu mi potessi credere.» e quelle parole colpirono duramente la coscienza della piccola Akane che l'epoca aveva solo tredici anni.

Sono passati dieci anni da quel giorno e sua madre, secondo i dottori, stava facendo grandi miglioramenti.

Non era del tutto ristabilita, ma rispondeva bene alle terapie e gli incubi si erano fatti meno frequenti. Era da li che Akane stava tornando dopo una settimana dall'ultima volta.

Sua madre sembrava stare bene. I capelli - che erano sempre disordinati- erano stati pettinati con molta cura mentre le lunghe occhiaie che le coronavano il volto erano sparite lasciando spazio ad un viso pallido e magrolino.

Sembrava molto dimagrita.

«Stai mangiando a dovere?» le chiese Akane notando soltanto adesso il volto denutrito della madre. Questi le prese la mano e l'accarezzò senza dire una parola.

Il ritorno a casa era stato davvero doloroso. Ogni volta che andava a trovarla i ricordi della sua infanzia, ormai perduta, le ritornava insistentemente distruggendo la sua anima.

Quando si tolse nel scarpe per entrare nell'appartamento aveva notato quanto era inspiegabilmente pulito e ciò poteva significare soltanto una cosa.

Shiori era stata qui.

«Credo che sia arrivato il momento che me ne vado. Il mio turno al lavoro inizia tra un po'. Chiamami se hai bisogno.» e le diede un leggero bacio sulla tempia prima di chiudersi la porta dietro le spalle.

La ragazza sospirò stendendosi sul ripulito e piegato letto e sente le palpebre chiudersi pian piano fin quanto non cadde sulle tenebre e calde braccia di Marfeo.

*

Una risata. Da dove proveniva?

Si alzò dal letto stropicciandosi gli occhi e rimase sorpresa quando comprense di non ritrovarsi nel suo appartamento. Quella era la sua stanza, la stanza dove era nata e cresciuta.

Sto sognando?, si domandò la giovane Akane.

«Ecco dov'eri finita» e una tenera bambina di dieci anni entrò nella stanza.

Akane non riuscì a credere a ciò che stava vedendo.

«Shiori!» esclamò. Dov'era finita la Shiori ventitreenne? Si girò verso lo specchio e quasi non inciampò nelle sue stesse gambe. Quel corpo, così piccolo e sottile... era ritornata nel suo corpo di quando aveva dieci anni.

«Forza scendi che tutti ti stanno aspettando.» disse e con la stessa velocità con cui era entrata corre verso la cucina.

Tutti?, pensò.

Scese di corsa le scale e si diresse verso il calendario. 25 dicembre. Il giorno di natale, il natale più brutto della sua vita.

Stava rivivendo quella notte. Si trovava dentro un suo ricordo che con tanta fatica aveva cercato in tutti i modi di rimuoverlo.

«Akane cosa fai ancora in pigiamo vatti a vestire che gli ospiti stanno arrivando."la figura della signor Nishimura entrò nella stanza. Era proprio come Akane se la ricordava. Bella, elegante e premurosa.

«Mamma» pronunciò lanciandosi verso la donna stritolandola in un caldo abbraccio. «Ti voglio bene»

Le sorrise e dopo aver sciolto l'abbraccio si diresse verso la sua stanza mancando di poco le parole della madre:«Ti voglio bene anch'io».

Si chiuse la porta dietro le spalle e sospira lentamente. Si avvicinò alla finestra beandosi dalla luce della luna che quella sera era più bella che mai.

«Akane è quasi ora di mangiare» la richiamò la madre e presa alla sprovvista iniziò a raccogliere i primi vestiti che le capitavano tra le mani.

Stava quasi per uscire dalla stanza quando una sensazione le disse di avvicinarsi alla finestra. Non sapeva come spiegarla, ma era sicuramente una pessima sensazione.

Il cuore aveva iniziato a battere più rapidamente e le mani quasi non accennavano a muoversi. Scostò di poco la tenda e incerta iniziò a guardare un punto impreciso del giardino. E ciò che vide non le piacque affatto.

Un uomo vestito di nero camminava a passa veloce stringeva tra le mani una lunga katana.

Era alto e un cappuccio gli copriva il volto. Tutto di lui non prometteva niente di buono.

Era l'uomo che sognava mia madre, ragiona la ragazza. Possibile che esistesse davvero? Oppure anche la mia mente stava impazzendo come quella di mia madre?

Tutto ad un tratto la stanza iniziò a rimpicciolirsi e improvvisamente il buio.

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