Capitolo XI
Un giorno di ottobre Serena si svegliò peggio del solito. Erano le undici del mattino quando aprì gli occhi per la prima volta dalla sera prima.
Pochi secondi dopo li richiuse e si riaddormentò.
Alle due del pomeriggio aveva saltato il pranzo alla mensa. Il suo corpo le sembrava un macigno. Muovere anche un solo muscolo era un ostacolo insormontabile.
Sentiva la gola secca, ma la bottiglia d'acqua sulla scrivania le sembrava distante anni luce da lei, la quale ancora se ne stava distesa nel letto con il piumone a coprirle perfino il capo.
Arrivò il momento di dover andare in bagno. Fu orribile. Serena cercò di trattenere, per quanto possibile, i suoi bisogni fisiologici, ma quando arrivò al limite dovette fare uno sforzo per alzarsi dal letto dal quale albergava da almeno sedici ore.
Serena, con una lentezza disarmante, uscì fuori dalla sua coperta. Si mise a sedere e le sembrò di aver superato un ostacolo impossibile.
Poggiò i piedi, fasciati da dei calzettoni di lana, sul pavimento.
Si alzò. Serena si alzò dal letto.
Nemmeno lei credeva a ciò che aveva appena fatto. I suoi piedi non si alzavano da terra, ma bensì venivano trascinati. Arrivata al bagno, finalmente, svuotò la vescica, percependo un lieve dolore nella parte inferiore del ventre. Sul suo viso si dipinse una smorfia di dolore.
Quel pomeriggio, Serena, aveva le sue prime lezioni in comunità. Dovevano partecipare tutti i ragazzi, soprattutto quelli non ancora diplomati, tra cui lei.
La sala dove si tenevano queste lezioni si trovava al secondo piano dell'edificio.
Serena ed Anita stavano salendo le scale, quando Gennaro passò di fianco a loro. Lui lanciò una sguardo ammiccante a Serena, la quale non si scompose troppo, mentre Anita, notando quel gioco di sguardi si insospettì parecchio.
Se ne stava con le sopracciglia aggrottate a capire cosa potesse essere successo tra i due. La verità era che Serena a malapena si ricordava del volto e del nome di quel ragazzo. Una volta arrivate fuori la classe, Anita entrò all'interno e prese posto all'ultimo banco, mentre Serena fermò Davide, il quale si trovava dinanzi alla porta a passare l'indice ripetutamente sulla maniglia.
"Ehi" fece lei con voce calma.
"Ciao" Davide tenne lo sguardo basso.
"Come va?". Impresse nella mente ancora le immagini di un corpo che smania dalla voglia di libertà.
"Bene, tu?" rispose atono.
Serena lo fisso dritto negli occhi. Non la conosceva la risposta. O meglio, anche se la conosceva, non voleva dar voce ad una realtà che non le andava giù.
I due, capitosi senza parole, si andarono a sedere al secondo banco uno di fianco all'altro.
Dopo pochi minuti arrivò il professore.
"Buongiorno, ragazzi".
"Buongiorno" salutarono tutti in coro.
Il professore poggiò il suo zaino sulla cattedra. "Io sono il vostro prof. di filosofia, Matteo Rinaldi. Sono contento di conoscervi. Oggi avevo intenzione di chiacchierare un po'con voi, vi va?".
Tutto d'un tratto la porta della classe si spalancò mostrando la figura sciatta di Emanuele.
"Ah, ecco! Ero sicuro mancasse qualcuno" sorrise l'insegnate.
Emanuele, senza dire una sola parola, semza nemmeno salutare, si andò a sedere in un posto in ultima fila.
"Okay, adesso che ci siamo tutti..." iniziò l'insegnante. "...possiamo tranquillamente uscire da qui per andare in giardino".
I ragazzi in aula si guardarono tutti confusi. In guardino? A fare che?
"Su, su ragazzi. Alzatevi da quelle sedie e seguitemi".
Serena e Davide si guardarono con delle espressioni miste tra il confuso 4 il divertito dopodiché, assieme a tutti gli altri, seguirono il professore di filosofia. Scesero le scale ed uscirono dalle mura della struttura per poi vedere la luce del sole, le suole delle scarpe che toccano la ghiaia, l'odore dell'erba fresca bagnata dalla pioggia del mattino presto.
"Bene, ragazzi" il professore Rinaldi guidò i ragazzi verso l'erba. "Adesso venite tutti qui, qui su questo meraviglioso verde". Sedetevi in cerchio, ecco bravi, allargatelo 'sto cerchio però. Ecco qua, mi siedo anche io adesso, mi metto qua al centro. State tutti comodi?".
Davide, il quale sedeva affianco a Serena, aveva cercato di racimolare tutte le sue forze interiori per mantenere la calma, lì a contatto con una natira che gli sembrava sporca. L'erba era così fredda al tatto, così fastidiosa. Chissà quante persone vi avevano passeggiato sopra con le proprie scarpe sporche...
Serena gli diede un'occhiata con la coda dell'occhio e sperò che non gli venisse nessuna crisi.
"Quello che voglio fare oggi con tutti voi è un seminario. Sapete cos'è?"
Silenzio.
"Non siete timidi, dai".
"Lo so che lo sapete. Dai, Irene diccelo tu, lo so che lo sai".
"Che?" La ragazza interpellata sbattè più volte le palpebre. "Io?" Indicò sè stessa con l'indice della mano destra. "Beh... un seminario è un gruppo gruppo persone che parlano su un determinato argomento, credo".
"E credi bene" Sorrise il professore Rinaldi. "E credi bene anche tu, Gennaro?" Inarcò le sopracciglia scrutando il ragazzo con un'espressione che celava un pizzico di divertimento.
Gennaro si era appena disteso sull'erba con i piedi incrociati, le braccia sotto il capo e gli occhi chiusi. Il sole tiepido gli stava baciando il volto e le braccia scoperte da una maglietta a maniche corte. Se ne stava in beatitudine a prendere il sole in quella posizione comodissima, mentre gli altri se ne stavano o con le gambe incrociate o con le ginocchia al petto.
Poiché il ragazzo sembrava non aver nemmeno sentito quello che gli aveva chiesto l'insegnante, Anita lo colpì con un pugno sulla spalla.
Gennaro sobbalzò tirando una o due bestemmie facendo ridacchaire un po'tutti.
"Allora?" Riprese Rinaldi. "Sei d'accordo con Irene, Gennaro?".
"Certo" rispose lui in modo svogliato lasciandosi la maglietta sul petto.
"Quindi anche secondo te bisogna mangiare insetti e gatti?".
"Come?" Sgranò gli occhi il ragazzo facendo scoppiando a ridere i presenti.
Il professore sorridendo chiuse gli occhi come per dire 'non c'è speranza' . "Va bene, adesso pensiamo alle cose serie. La definizione di Irene sul seminario è semplicemente perfetta. Su diversi temi che avrei potuto scegliere per oggi, ho deciso l'amore. Voi sapete quale filosofo parla dell'amore?".
"Platone" sussurrò Serena.
"Non lo sapete?".
Serena sentiva un groppo in gola. Davide che era stato l'unico a sentirla gli diede una gomitata sul fianco. "Dillo" le sussurrò.
"Allora ve lo dico io: Platone. Platone ne parla nel suo celebre scritto il "Simposio".
Serena si sentiva soddisfatta, perché quel libro, lei, già lo aveva letto.
"Oggi voglio raccontarvi come nasce Amore, come nasce Eros, dopodiché su questo mito potrete trarne le vostre considerazioni.
Egli, innanzitutto, non è una divinità, e sapete per quale motivo? Perché egli soffre, già, Eros soffre di continuo perché lui è sempre in ricerca del suo più grande desiderio, trovare la sua parte perduta, trovare ciò che gli manca. E, gli dei, no, non soffrono, quindi beh... Eros non è un dio, ma bensì un demone.
Lui, infatti nasce da Povertà ed Ingegno, da madre povera e ignorante e da padre ricco e sapiente. Eros, quindi, ora nasce, ora muore, ora riesce ad ottenere qualcosa, ora quel qualcosa gli sfugge subito dalle dita delle mani.
Ed è questa, ragazzi, la natura demoniaca di Amore e... dentro ognuno di noi c'è una parte demoniaca che smania dalla voglia di trovare quella parte perduta. È vero, oppure no?".
"A me, mi pare una gran ca..." esordì Gennaro per poie essere bloccato da uno sguardo severo del professore. "Caaaa... volata".
La maggior parte dei presenti scoppiò a ridere, perfino gli angoli delle labbra dell'insegnante sembrano inclinarsi verso l'alto.
Serena, distrattamente, incrociò lo sguardo di Emanuele, il quale aveva appena alzato il capo dall'erba agli occhi di lei.
Loro erano gli unici ai quali un sorriso non scappò nemmeno per sbaglio.
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