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Capitolo IX

Davide Vitale non era un ragazzo come tutti gli altri.
Non era mai stato un bambino normale come tutti gli altri.
La sua vita era sempre stata caratterizzata da ossessioni e compulsioni che lo avevano portato a vivere una vita macchiata dalla sofferenza.

La sua esistenza, in poco tempo, per lui, era divenuta un peso per se stesso. Le manie delle quali soffriva lo logoravano dentro, ancor di più i rituali che sentiva di dover svolgere per forza.
Nella sua mente albergava una voce malvagia, che aveva le sembianze di un demone.
Questa voce lo obbligava a pensare di continuo alle stesse cose e a fare gesti ripetitivi.

All’età di sei anni gli venne diagnosticato il disturbo ossessivo compulsivo. I genitori non erano pronti ad affrontate, anche se non in prima persona, la malattia della quale soffriva il loro figlio minore.

Si domandavano  ‘Sarebbe mai guarito, Davide?’. Oppure ‘La malattia lo avrebbe reso diverso rispetto agli altri?’. ‘Poteva fare tutto o sarebbe stato vincolato dal doc per il resto della sua vita’?.Si sarebbe integrato bene nella società?’.

‘E i rapporti con gli altri? Le amicizie? Le relazioni? La malattia mentale avrebbe intaccato Davide anche in queste cose?’. ‘E poi... poi avrebbe trovato un lavoro, o tutti i datori lo avrebbero guardato male per poi cacciarlo via dalle proprie aziende?’.

Insomma, le domande della signora e del signor Vitale erano parecchie, ma senza una risposta. Gli esperti dicevano che con le cure necessarie, Davide avrebbe potuto condurre una vita, se non normale, quasi.

In tutta quella situazione, però, i genitori del bambino non potevano non provare dolore vedendo il loro figlio diverso da tutti gli altri.
Un giorno Davide, quando aveva nove anni, come tutte le mattine, svegliato dalla madre, si mise a sedere sul suo letto. Poggiò poi sul pavimento freddo prima il piede destro e poi quello sinistro.

La prima cosa che faceva la mattina era scendere in salotto a fare colazione. Allora fece così. Poggiò la mano sulla maniglia della porta e l’aprì, uscì e poi la richiuse alle sue spalle. Stava per scendere il primo gradino della scaletta che portava in salotto, quando ritornò indietro.

Aprì di nuovo la porta della sua cameretta e la richiuse. Poi di nuovo. L’aprì e la richiuse. Il pensiero di non aver chiuso bene quella maledetta porta tormentava il piccolo Davide.

Sentendo un incessante rumore al piano di sopra, la madre decise di andare a controllare. Allora, si sporse dal fondo della gradinata di scale trovando il figlio a svolgere il solito rituale al quale lei assisteva tutti i giorni.

“Davide, dai. Scendi a fare colazione. Sto facendo i pancake, quelli che ti piacciono a te” fece la madre.

“Arrivo”.

Il bambino diede un’ultima occhiata alla porta e poi si decise a scendere il primo gradino.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Un altro rituale di Davide era quello di contare in mente tutti i gradini, man mano che li scendeva. In totale ne erano dodici, e guai se qualche volta non si trovava con i suoi stessi conti. In quei casi, saliva di nuovo tutta la gradinata che aveva appena sceso e la riscendeva, questa volta, prestando più attenzione al conteggio.

Dodici.

Una volta seduto al tavolo con tutti gli altri componenti della famiglia, ovvero suo padre, suo fratello maggiore e naturalmente sua madre, iniziò a guardarsi intorno.

La disposizione delle posate non andava bene. Si alzò dal suo posto e girando intorno al tavolo e si mise a sistemare le forchette per i dolci ad ogni componente della famiglia.

“Ma la finisci?” rise Stefano, il fratello maggiore.

Lui era un ragazzino di quattordici anni, grassoccio e con le dita tozze. Si divertiva a vedere il fratellino soffrire per le sue ossessioni. Soprattutto, amava toccare con le sue mani indelicate ciò che apparteneva a Davide, perché sapeva bene che quest’ultimo sarebbe cascato in qualche sua crisi di compulsioni.

“Stè stai zitto e mangia” la madre dei due gli mise davanti un piatto con ben tre pancake farciti di cioccolato.

“Davide, siediti. Guarda qua che ti ho fatto” poggiò al posto di Davide un piatto con due pancake ai mirtilli e cioccolato, i preferiti di Davide.

Al bambino gli si illuminarono gli occhi. Si mise a sedere subito. Nel momento nel quale stava per infilzare la forchetta nella morbidezza del dolce, la madre lo bloccò.

“Davide, beviamo prima il succo. Ė all’arancia, quello che piace a te” la madre gli stava versando quella bevanda dal colore arancio in un bicchiere.

‘Beviamo prima il succo’. Quella frase, Davide, sapeva bene cosa stava a significare.

Ne ebbe conferma quando la madre prese una pillola dallo scatolo delle Zyprexa 15 mg.
Inizialmente assumeva quelle da 10 mg, ma queste non facevano effetto, allora lo psichiatra decise di aumentare le dosi.

Come ogni mattina, Davide ingerì quella pillola insieme col suo succo.
“Rosà, siamo sicuri che si deve prendere queste qua?” chiese il padre riferendosi al medicinale.

“Il dottore ha detto così, Carmine”.

“Mi pare che peggiora sempre di più, invece di migliorare”.

Dopo colazione, Davide andò a lavarsi le mani. Se le lavò tre volte. Poi passò ai denti. Li spazzolò per bene e si sciacquò la bocca. Rimise lo spazzolino nel bicchiere apposito poggiato sul lavandino.
Approfittò anche per mettere in ordine quelli degli altri. Tutti dovevano stare alla stessa distanza.

Dopo aver concluso questa operazione, si andò a vestire. Quando si accorse che un capo di abbigliamento di colore nero, si trovava nella sezione di quelli azzurri, lo sistemò sulla pila dei vestiti neri.

La madre stava sempre attenta a queste cose, perché sapeva bene che gli errori a Davide non piacevano per niente.

Una volta vestito si mise in spalla lo zainetto. Stava per uscire dalla sua camera, quando gli venne in mente di dover controllare di aver portato tutti   libri necessari per quella giornata.

Dopo aver esaminato, uscì dalla stanza, si chiuse la porta alle spalle, controllò per due volte se avesse chiuso bene quest'ultima, dopodiché raggiunse di nuovo la madre in salotto.

Lei, vedendo il figlio, afferrò le chiavi della sua macchina dal tavolo. Il padre di Davide era già scappato a lavoro. Di mestiere faceva l’agente immobiliare, mentre la madre aveva da poco aperto un suo salone di parrucchieri.

Davide e sua madre raggiunsero la macchina, dove Stefano si era già  accomodato al posto affianco a quello del guidatore.

Durante il viaggio in macchina, i due fratelli non si rivolsero parola, come ogni mattina. La madre accompagnò prima il figlio maggiore al suo istituto tecnico, poi si diresse verso la scuola elementare di Davide.

Arrivato a destinazione, il bambino salutò la madre con un bacio sulla guancia. La donna sorrise e lo salutò con la mano.

Il bambino varcò l’entrata della scuola; la campanella era già suonata. Salì le scale contando i gradini fino al terzo piano.

Sessantadue.

Questo era il numero dei gradini. Arrivato in classe si sedette al suo posto, al terzo banco.
Gli altri bambini ridevano e scherzavano mentre aspettavano l’arrivo della maestra.

Invece, Davide, teneva la mano poggiata sul suo ginocchio, la gamba che si muoveva compulsivamente.

Il suo pensiero, in quel momento, era che si era dimenticato lo spazzolino a casa e, che non avrebbe potuto lavarsi i denti dopo il pranzo in mensa scolastica.

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