Capitolo III
Serena e sua madre, una volta varcato l'ingresso del Santa Maria, si diressero verso l'ufficio del direttore indicato dalla personale di controllo, la quale sedeva dietro ad una scrivania poco dopo l'ingresso.
Serena non riusciva ancora a credere che la sua vita stesse per cambiare. Radicalmente. I cambiamenti, a lei, non erano mai piaciuti, ma quella volta doveva fare uno sforzo, uno sforzo per sua sorella Luna. Perché quest’ultima sarebbe stata meglio senza di lei.
Serena, le avrebbe solo continuato a fare del male a causa dei suoi cattivi comportamenti. Perché sì, lei si considerava cattiva.
Quando si guardava nel piccolo specchio attaccato alle mattonelle del bagno di casa sua, scrutava i suoi occhi neri e vi si perdeva.
Fissava tutto quel nero e non capiva più dove si trovava l’inizio e dove la fine ma soprattutto non capiva se un inizio e una fine esistessero per davvero.
Quando Serena iniziò a turbinare intorno a questo ragionamento, per il quale esistesse un qualcosa che non avrebbe mai avuto nè un inizio nè una fine, iniziò ad entrare in panico. Provò una profonda confusione.
Iniziò a sentirsi, tutto d'un tratto, fuori luogo, di nuovo. E poi… e poi quel posto dove si trovava non l’aiutava per niente. Era tutto troppo bianco, e il bianco riflette la luce, e tutta quella luce non le piaceva. Lei era abituata al buio. Al buio dei vicoli stretti e umidi di Forcella. Al buio che si portava al guinzaglio dappertutto, da quando era nata.
“Serè vieni, muoviti che ci aspetta il direttore”.
Sua madre l'aveva appena svegliata dal suo sonno di pensieri, ed ora la guardava dall’uscio della porta dell’ufficio del direttore. La madre aveva già bussato, l'uomo aveva già annunciato il suo avanti, e sua madre aveva già di poco aperto la porta.
Da quel sottile spiffero si intravedeva metà figura di un signore seduto dietro ad una mezza scrivania.
Il mondo, per Serena, andava fin troppo veloce. Lei non riusciva ad andare al suo passo. Quando, precisamente, sua madre e lei si erano fermate difronte a quella porta? Nemmeno se ne era accorta. Era troppo sommersa dai suoi stessi pensieri.
“Buongiorno direttore” salutò la madre.
“Buongiorno” fece Serena chiudendosi la porta alle spalle.
L'uomo si alzò dalla sua poltrona in pelle e diede la mano prima alla signora e poi alla ragazza, la quale da quel giorno avrebbe fatto parte della comunità per malati mentali del Santa Maria.
Lui si presentò.
Era Giuseppe Rescigno, un uomo di circa mezza età. Quando si alzò in piedi per presentarsi, madre e figlia dovettero inclinare il capo per poterlo guardare negli occhi, talmente che era alto.
“Allora” sorrise. “Mmh…” diede uno sguardo su dei documenti poggiati sulla sua scrivania. “Come stai mmh... Serena?”.
Serena inarcò le sopracciglia. Come poteva mai stare?
Ci furono almeno cinque secondi di silenzio.
“Bene, sta solo un poco in ansia” rispose la madre apposto della figlia. “O no, Serè?”.
Serena annuì semplicemente col capo.
“Sei una di poche parole, vero?” Riprese il direttore. “E vabbè, non ti preoccupare, qui sei in buona compagnia. Questo posto è riservato a tutti i ragazzi tra i sedici e i ventuno anni, che hanno delle… difficoltà nella propria vita. Starai bene, qui. Avrai buona compagnia”.
Difficoltà nella propria vita.
Difficoltà nella propria vita.
Difficoltà nella propria vita.
Queste parole rimbombavano nella mente di Serena, mentre sua madre firmava alcuni documenti e faceva domande riguardo alla camera in cui la figlia avrebbe dovuto alloggiare.
A Serena, della sua camera poco le importava.
Aveva dormito per sette anni nello stesso letto dove dormiva anche la sorella, quindi era abituata alla scomodità.
E poi... cosa voleva dire avere delle difficoltà nella propria vita?
Esistono le difficoltà economiche, le difficoltà a superare la morte di un familiare o di un amico.
Ma le sue di difficoltà, a quale tipologia appartenevano?
Non riusciva a classificarle ed era proprio questo che la disturbava, che non la faceva stare tranquilla.
Mentre sua madre e il direttor Rescigno parlavano di una certa dottoressa Giordano, Serena si guardò intorno.
Quell’ufficio era decisamente troppo luminoso.
Ancora una volta la luce la disturbava e non poco.
Si coprì gli occhi con le dita per potersi riparare da quei raggi di sole, che entravano dalla persiana aperta della grande finestra dietro la scrivania.
Intanto sentiva scorrere il sangue sul suo pollice della mano destra.
Quell’odioso vizio di togliersi le pellicine sul momento le procurava un senso di soddisfazione.
“Sì, signora Maria, se posso permettermi di chiamarla col solo nome, ci sono strutture esterne…” stava dicendo il signor Rescigno.
“Oh, bene bene” ribatteva la madre.
“Per non parlare della stanza che ho fatto riservare a Serena, luminosa, molto luminosa”.
Andiamo alla grande, pensò Serena, la quale, ancora una volta, cercò di ripararsi da quei fastidiosi spiragli di sole che le baciavano schifosamente il viso.
“La tua compagna di stanza è davvero una brava ragazza, Serena. A breve la conoscerai, si chiama Anita. Simpaticissima”.
Spazio noce suprema
Eccomi qui con un nuovo capitolo❤
Serena è appena entrata in comunità e ancora non sa quello che le aspetta, le persone che incontrerà e gli eventi che accadranno.
Nel prossimo capitolo faremo la conoscenza di Anita, la compagna di stanza di Serena. Beh... se ne vedranno delle belle, vi dico solo questo.
Vi ricordo di seguirmi su instagram
@ graffiandoilcielo (per info sulle mie storie)
@ siamowattpadiani (per meme)
A presto noci, vi voglio bene💜
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro