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7. In cima ai gradini

In cima ai gradini

N.B musicale: lettura straconsigliata di questa prima parte con Flickers dei Son Lux. Buona lettura! 🖤
























Gradini.

La mia vita, di equilibri scombinati e voci segregate, era composta da un gomitolo sfilacciato di gradini. Sì, proprio così: gradini a gomitolo. Perché, pur non avendo un vero senso logico, partivano dal centro di una sala circolare, la stessa in cui mi trovavo rannicchiata, e si diramavano alla rinfusa, senza mai capire dove terminassero.

Ma l'origine, per tutti, ero sempre io.

Qualcosa doveva pur significare.

Le scale si arrampicavano su un soffitto inghiottito dalle tenebre. Oppure serpeggiavano lungo delle pareti rifinite in un'onice scuro, levigate e talmente limpide che ci si poteva riflettere persino la propria anima. O ancora, scavavano nelle profondità di un pavimento a scacchi bianco e nero, creando baratri spaventosi. E non solo. Alcune erano state realizzate in coppia, l'una accanto all'altra, e si alternavano come davanti a uno specchio, molte altre correvano parallelamente in una gara interminabile, altre ancora si intrecciavano formando un elegante DNA che mulinava su se stesso.

Sto impazzendo?

In uno stato di confuso dormiveglia, con una guancia premuta sul pavimento di granito e le mani ai lati della testa, mi terrorizzò l'idea di chiedermi in quale assurdo posto fossi precipitata. Mettendomi a sedere, però, avvertii un forte disagio incartarmi le ossa; per qualche motivo insensato credevo di essere l'ospite parassita nella mente caotica di un artista. O almeno, così immaginavo che fosse: enigmatico, un ambiente oscurato dal disordine, tratteggiato da fitti percorsi arzigogolati a simboleggiare le vie di accesso alla creatività e vie di fuga dalla stessa. Magari la mente monocromatica di Escher si era impossessata della mia. Oppure... era solo la mia e basta.

Mi sfregai la fronte, volgendo lo sguardo intorno.

Ovunque guardassi c'era solo un frastornante capovolgimento di leggi di gravità. Era impossibile individuare un angolo vuoto. E lo realizzai presto: ero in trappola, da sola, la pedina di una vasta scacchiera che attendeva lo scacco matto del proprio delirio mentale.

Reggendomi sui piedi nudi, mi alzai.

Mi strofinai le braccia. Stavo congelando, dalle labbra uscivano nuvolette di condensa. Perché c'era freddo? Non esistevano finestre, non c'era vita, là dentro. Forse è l'oscurità del caos a farsi percepire fredda, proprio perché non si comprende. Abbassando lo sguardo, oltre a notare di indossare il solito pigiama con le fragole, notai pure che dalla lastra di granito su cui ero in piedi, affiorava una scritta.

"Scelte."

Tornai a studiare l'ambiente. Feci due più due in poco tempo.

Quelle che si dispiegavano davanti ai miei occhi non erano semplici scale, ma tragitti che conducevano agli esiti delle mie scelte.

Da me, il punto di partenza.

In una foschia nera, la fine.

Stringendomi nelle spalle esili, mi diedi il coraggio necessario per avanzare di un misero passo. Provai a salire la rampa più vicina. Sul primo gradino era inciso il numero uno. La mia prima scelta. Fu un percorso lineare, finì molto presto. In cima sorgeva una porta e, spalancandola, mi abbagliò una stilettata di luce intensa.

Dovetti ridurre gli occhi in due fessure.

Una volta che mi ci abituai, distinsi davanti a me una scena che non ricordavo. Troppo piccola per ricordare. Intuii essere una proiezione di vita che, adesso, stavo vedendo in prima persona, come se stessi indossando un paio di occhiali per la realtà virtuale. E c'ero... io. Sono io. Io alle prese con i miei primi passi, la scelta di alzarmi e afferrare ciò che possedevano i grandi: la libertà di un'autonomia che garantiva di viaggiare, destreggiarsi dove le esigenze del proprio corpo chiedevano di andare, senza dover contare sull'aiuto di nessuno. Particolare ovvio era che ad assistere non c'erano i miei veri genitori, ma altra gente. Sconosciuta, offuscata.

L'unica presenza vivida ero io. Le altre, ombre vaghe.

Scoprii che dietro il sipario delle altre porte la regola si ripeteva. Oltre la numero due mi accolse la scelta di sbloccarmi. Nella tre, di seguire le orme di Cordelia. Nella quattro, di avvicinarmi ai miei amici. La cinque, fu la gioia di averli fatti incontrare. Nella sei, quando volli conoscere i retroscena sulla mia vera madre.

Non sapevo quanto tempo persi in quel loop di ricordi. Sapevo solo che, senza neanche accorgermene, i numeri sotto ai miei piedi crescevano sempre di più. Sette, otto, nove. Venti, trenta, quaranta. Scelte su scelte, scale su scale, gradini dopo gradini, porte che si aprivano e si chiudevano, sentimenti che traboccavano di felicità e altri pregni di un dolore grande, pesante, difficile da sostenere.

Le gambe mi dolevano, a forza di muovermi mi abituai alla bassa temperatura, ma quando credetti di essere a metà dell'ultima rampa, orientai lo sguardo al soffitto. Fu una sorta di muto incoraggiamento, come a dirmi di sforzarmi, che mancava poco. Peccato che la speranza si dissipò non appena vidi il nulla. Nero, è tutto nero. Le scale venivano inghiottite nelle fauci dell'ignoto. A differenza delle altre scale, a questo punto, non si scorgeva alcun traguardo.

E io salivo, e salivo.

Persi la cognizione del tempo, sudai, gli ansimi dovuti allo sforzo grattarono ripetutamente la gola e l'insistente scalpiccio delle piante dei piedi produceva morbidi echi all'interno di quel contorto gioco di prestigio. Tap, tap, tap. Rumore simile al lontano ticchettare su una macchina da scrivere, l'impazienza di uno scrittore instancabile.

E io salivo, e salivo.

Mano stretta a un corrimano sottile, il fiato che era una raffica di stanchezza. Sospettai che, quella che stavo percorrendo, fosse la scelta più ardua che avessi mai realizzato; era più articolata, quasi non volesse farsi rivisitare proprio da me, che ero la sua ideatrice. Poi, vedendo che non mollavo, procedeva a spirale, a onda, a zigzag. E io salivo, e salivo. In alto, sempre più in alto, finché non soffrii di vertigini. Un brivido dettato dalla paura pizzicò la spina dorsale.

Dove mi stai portando?

Per miracolo, avvistai la porta.

Uguale alle altre, niente di differente.

Dopo tutta quella strada, ebbi paura di aprirla. Ma lo feci.

Credetti di trovarmi davanti l'ennesima proiezione di un frammento della mia vita. Invece... no. Non c'era niente. Letteralmente. Solo l'estensione di un pavimento in un marmo a scacchi, come quello della sala in cui mi ero trovata rannicchiata.

«Non farlo.»

Sussultai.

«Chi...?»

«Non farlo, Ophelia.»

La voce era una combinazione di femminile e maschile, un mostruoso mescolamento di timbri che mi fece balzare il cuore in gola. Solo nei film dell'orrore avevo sentito voci simili, e quasi sempre appartenevano a una creatura orribile. Eppure mi tranquillizzò quel modo di mostrarsi... pacifica. Tuttavia, era come se fosse compromessa da strane interferenze, una stretta correlazione con le presenze che avevano fatto da contorno nei ricordi precedenti.

Varcai la soglia di un passo.

«Non farlo, ti dico.»

Un altro, un altro ancora.

«Dai retta a me.»

La porta sbattè alle mie spalle.

Tornai a sentire freddo, mi strofinai le braccia.

«Chi c'è?»

«Torna indietro.»

«Dimmi chi sei» gridai dalla disperazione. «Dove sono?»

Dei fari, collocati nell'ombra di un soffitto sudicio di polvere, mi centrarono il volto. Feci una smorfia, parandomi con una mano.

«Sei in cima al gradino più alto della tua vita, piccolo usignolo.» Il timbro risultò differente, d'una dolcezza che sapeva di casa e cheesecake alle fragole, le mie preferite. Girandomi, si addensarono le sagome di cinque individui vicini fra loro. Si avvicinarono, ma anche provando a mettere a fuoco non riuscii a trarne dei lineamenti concreti. Erano come se fossero frutto di una fotografia mossa. Uno di loro mi afferrò delicatamente dalle spalle, senza stringere, ma inducendomi a rimirare ciò che mi si spandeva di fronte. Stese il braccio in un gesto plateale. «Questo palco è l'ultimo gradino.»

«Palco?»

«Palco.»

Spuntarono dal nulla: centinaia e centinaia di teste. Teste nere, senza fisionomia, senza niente. Mi si sparse davanti un'inquietante schiera di forme ellittiche che spuntavano da un suolo offuscato dalla nebbia. Il particolare che mi fece davvero accapponare la pelle furono quelle due cose: orbite infossate su ciascuno, occhi vuoti, che disegnavano ghigni, di sclere lattiginose in cui affogava la vista. Occhi di nessuno ma che a qualcuno dovevano pur appartenere.

Le dita subirono una lieve scossa.

«Difficile sostenerli tutti insieme, vero?»

Una goccia di sudore scivolò lungo la tempia.

«Difficile affrontarli da questa altezza, giusto?»

Uno degli individui, immobile sul confine, indicò giù, nell'area dove avrebbero dovuto esserci dei gradini per... scendere. Ma non c'erano. Perché quel palco, il gradino più alto della mia vita, si stava elevando. Dapprima lentamente, poi a una velocità sempre più spaventosa. Le teste si rimpicciolirono, ma ci seguirono ugualmente.

L'istinto mi fece arretrare, di scatto.

Eppure, qualcuno mi tenne bloccata dalle braccia.

«Hai voluto» mi sussurrò uno di loro. «Adesso canta.»

Volli girarmi, con forza, per paura di guardare giù. Per paura che, lasciandomi imprigionare da quella moltitudine di sguardi famelici, potessero divorare anche l'ultimo barlume di coraggio che custodivo.

«Non voglio farlo» ansimai, tenendo la testa di lato. «Non...»

Altre mani accorsero e mi tennero ferma, nonostante mi agitassi. Alla fine mi costrinsero a tenere il capo inclinato all'ingiù, su di loro.

«Guardali negli occhi, e canta.»

Lacrime calde scorsero sulla punta del naso e caddero dritte nell'oblio. Con la vista appannata, oltre a degli occhi che mi schernivano, apparvero anche tante bocche incurvate verso l'alto.

Ridevano.

«Vi prego...»

Continuavano a farlo.

«Guardali.»

«Non vo-voglio farlo» singhiozzai. «Non fa-fatemelo fare, basta.»

Venni tirata all'indietro. Mi liberarono. Uno di loro, la figura che aveva parlato per tutto il tempo come voce narrante, scostò gli altri e mi afferrò il viso fra le mani. Il cuore non smetteva di ribellarsi, voleva scappare, evadere dalla gabbia toracica, e il pianto non si arrestò, neanche quando il volto dell'estraneo cominciò ad alterarsi.

«Io te l'avevo detto di stare attenta, Ophelia.»

Comparve il volto di Allan, poi Cordelia.

«Sei troppo piccola per compiere un passo così grande.»

Fannie, Warren, Gwenda.

«Hai voluto sfidare l'altezza?»

Jay.

Olivia.

Il volto rimase il suo quando si avvicinò per darmi un bacio sulla fronte, come la sera prima, al nightclub. Quasi avesse voluto l'impellente necessità di indorare la pillola, rendere quella pugnalata meno dannosa di quanto in realtà non l'avessi percepita.

«Hai voluto salire il gradino più alto?»

I suoi occhi si incurvarono in un dispiacere amaro, mi asciugò le lacrime, ci trovai quel calore di cui avevo disperatamente bisogno.

«Allora vola.»

Non feci in tempo a capire cosa intendesse, che dalle guance, le mani si spostarono sul mio petto. Fu veloce, così veloce che neanche mi resi conto di urlare mentre precipitavo in un baratro di sguardi.












Atterrai sul mio letto.

Tra le labbra si era creato un solco abbastanza largo perché potesse uscire un urlo. Ma non successe. La gola spingeva, i polmoni scalciavano, ma la voce non voleva venire al mondo. Tutto ciò che ottenni fu un unico, consistente, insignificante fiotto d'aria che usciva a spasimi. Gli occhi sgranati rimanevano incollati a un soffitto illuminato dalla luce che filtrava dalle persiane. La mano, senza che glielo ordinassi, volle accertarsi che quella fosse davvero la realtà.

Mi resi conto di star tremando.

Tastai le guance bollenti, la bocca, il petto rimasto teso verso l'alto, in procinto di ergersi sempre più su. Come quel palco surreale. E le dita, incantate dal volere del mio subconscio, strisciarono sopra il comodino, senza che distogliessi l'attenzione dalle pennellate di luce che ornavano il soffitto. Feci cadere un bicchiere di plastica, gli orecchini della sera prima, spostai un libro.

Afferrai il pomello del cassetto. Tirai.

I polpastrelli incontrarono la scatolina del Bromazepam. Non ne hai bisogno. Abbassai le palpebre, con calma, e iniziai a fare una serie di respiri profondi. Piano, cercando di pensare al presente. Le narici si dilatarono e si restrinsero, per due, tre, quattro volte, seguendo il lento scandire del respiro, e buttai fuori dalla bocca.

Ce la fai anche senza, Ophelia. Era solo un incubo.

Sì, solo un incubo. No, quello era un aborto di incubo. Il peggio del peggio, del peggio che la mia mente avrebbe mai potuto generare.

Sollevai le palpebre, mi fossilizzai sul soffitto.

In qualche modo la respirazione trovò un equilibrio, i polmoni si rilassarono, i muscoli anche. Guardai la mano ferma sulla scatolina. Feci un cenno d'assenso a me stessa. Sì, ce la fai anche da sola. Ritirai la mano, la posai in cima al petto, scosso dal battere del cuore.

Tranquilla, tanto non c'è pericolo che ricapiti di nuovo.

Accendendo il telefono, rimasto sotto al cuscino per tutta la notte, capii che erano le dieci. Dalla porta chiusa arrivò il brusio di quella che supposi essere una televisione accesa, sintonizzata sul meteo.

I palchi si trovano troppo in alto per un esserino come te.

Se ne sali un altro, c'è il rischio che le ali non si dispieghino più.










«Ehilà, ma buongiorno, dormigliona!»

Mi avvicinai nell'istante in cui Cordelia faceva scivolare il pancake dalla padella al piatto, aiutandosi con una spatola. Il profumo dell'impasto e dei bacon appena fritti furono un attentato al mio stomaco gorgogliante. In un certo senso, contribuirono a rasserenarmi l'umore. Ma non del tutto. Così, d'istinto, l'abbracciai da dietro, appoggiando il mento sulla sua spalla e osservandola mentre aggiungeva alla portata un toast bruciacchiato sui bordi.

«Allora? Dai, che voglio sapere della serata di ieri.»

Ecco, fantastico. L'appetito era sparito.

«Mah, nulla di che. La serata più noiosa di sempre» borbottai.

«Bugiarda. Non è quello che ci ha riferito la nostra primogenita» si aggiunse Allan con tono di scherno, facendo la sua apparizione in tenuta sportiva. Al polso aveva già agganciato il contapassi. Probabile che stesse per andare a fare la sua solita corsa domenicale.

«Bravo, diglielo. Olivia ci ha detto che hai incontrato qualcuno» lo appoggiò Cordelia, scrollando dello sciroppo d'acero sui pancake.

Lo stomaco si ribaltò al ricordo del drink, del sorriso amichevole di quello che sembrava essere una persona a posto. Le narici, per quanto stessero inalando l'aroma divino della colazione, in quel momento l'avvertirono come il pasto più disgustoso del mondo.

Mi venne da vomitare.

«Ah, intendete quella parte della serata...» Schiacciai il naso sulla sua spalla, sperando che pian piano, per magia, risucchiasse anche il resto del volto. «Sì, bella. Cioè, normale amministrazione. Era un tipo che si annoiava più di me e abbiamo scambiato due chiacchiere. Odio la musica alta, non ti ho mai vista da queste parti. Cose così.»

Allan rise mentre beveva della spremuta da un bicchiere, mamma mi allungò una fragola, che mi sforzai di addentare. «Ah no, mi spiace ma ci servono più informazioni. Lo sai che siamo esigenti.»

Mi allontanai da lei, appoggiandomi al tavolo. Afferrai i lacci di un paio di bracciali con le perline e li strinsi. Sorridi, assecondali, non ti far vedere tesa, strangola quel bracciale. «Va bene, mi avete scoperta» finsi di cadere dal pero. «Era un tipo molto alla mano.»

«Coetaneo?» domandò Allan.

«Più grande.»

«Bello?» si accertò Cordelia.

«Ma sì...»

«Vi rivedrete?» In coro.

«Mmh... volete sapere anche il suo numero?»

«Perché, ve li siete scambiati?» Di nuovo in coro.

Posai le mani sul tavolo e inclinai la testa all'indietro, in un teatrale atto drammatico. Per essere soltanto una grande balla, ci stavo mettendo anche troppo impegno. D'altronde, prendere spunto dall'accaduto poteva considerarsi solo una mezza bugia, giusto?

Cordelia addentò un pancake, lo zucchero le si appiccicò agli angoli della bocca, e masticando chiese: «Ti ha riaccompagnata lui?».

Abbassai lo sguardo sulle mie mani. Strinsi e aprii.

"Quegli occhi tienili alzati, ragazzina."

Come a sentirlo lì, in sala da pranzo, eseguii.

«Non ho voluto, non mi fidavo.» Assottigliai le labbra. Vedendo che erano rimasti in attesa – papà con il bicchiere vuoto a mezz'aria, mamma con il boccone rimasto a metà masticazione – mi affrettai a terminare con un'altra balla. Mi consolava che quella che stavo per sparare si avvicinava alla verità. Più o meno. «Però ha insistito per pagarmi il taxi. Almeno quello gliel'ho voluto concedere.»

«Oh, perlomeno la galanteria non è morta.»

«Già.» Incastrai le dita tra loro, a piramide, e cercando di apparire il più naturale e meno tesa possibile, aggiunsi: «Olivia? È uscita?».

«Non ancora, sorellina» mi colse alla sprovvista, la sua coda alta spuntò alla mia destra, anche lei addobbata di un vestiario sportivo. Pantaloncini e canotta, in combutta con Allan. Come sempre.

Raggelai.

Osservandola, tutto sommato, sembrava... di buon'umore? Camminata spedita ma pimpante, bocca arcuata verso l'alto. Fresca e riposata. Che non ce l'abbia più con me? O lo sta nascondendo? «Dovevo prima terminare la mia sessione di stretching. A digiuno non è proprio il massimo, ma per tenermi in forma questo e altro.»

Si diresse al frigo, vicino a papà, che lo salutò con un bacio sulla guancia. Non potevo farmi prendere dal panico, o se ne sarebbero accorti. E se glielo avesse già detto prima che mi svegliassi? Che gli avesse chiesto di non dire nulla in mia presenza, apposta? Oppure...

«Lo yogurt?»

«Finito giusto ieri. Però puoi addentare questo, una volta tanto.» Cordelia infilzò con la forchetta una piccola porzione di pancake con le fragole e si premurò di avvicinarglielo. Ma lei, con la testa dentro al frigo, capì l'antifona e si limitò a sventolare una mano. «No glutine. No zuccheri. Il mio coach è stato molto chiaro in merito.»

«Oh su, un pezzetto. Per un boccone non ti rovini mica la linea.»

«No, ma', le regole per noi modelle sono severe.» Tamburellò un motivetto impaziente sulla bordatura dello sportello a cui si era aggrappata e, emettendo un sospiro, chiuse. «Pazienza, lasciamo stare, mi accontenterò del muesli. Mi auguro che ne sia rimasto.»

Passò alle ante superiori, sopra al lavabo, e tirò fuori una scatola già aperta di quei cereali. Ne rovesciò una manciata in una ciotola, insieme a delle fragole già precedentemente tagliuzzate da Cordelia.

«Allora» pronunciò cinguettante, lo sguardo concentrato a rendere la sua colazione ordinata, esteticamente attraente, un'opera d'arte. Un po' come lei. «Ophelia vi ha già raccontato della serata?»

Strinsi i bordi del tavolo, le nocche sbiancarono.

Se avessi potuto, avrei affondato anche le unghie.

Allan lavò il suo bicchiere. «Oh sì, ci ha già raccontato tutto.»

«E cosa vi ha detto, di preciso?» ridacchiò lei, stando al gioco, ma allo stesso tempo rifilandomi un'occhiata a cui non seppi dare un'interpretazione. «Gli hai raccontato del tipo, giusto?»

«Sì.» Troppo moscia. «Sì! Il tipo, ovvio.»

Non glielo dire, Liv, non glielo dire.

«Nient'altro?»

Liv, ti prego.

«No no. Solo com'era e che ha voluto riaccompagnarmi.»

Starò attenta la prossima volta, lo giuro, ma non glielo dire.

Inarcò lievemente un sopracciglio, l'espressione statica che dipingeva una facciata alquanto serena. Non lo era. Me lo sentivo. La delicatezza di quel verde fiabesco, per quanto bello e piacevole da vedere, sembrò indurirsi, appuntirsi, per perforarmi. Fu una stoccata. Breve, intensa, ero certa di averla captata solo io. Proprio per quella consapevolezza avvertii le ossa congelare, come quando ero intrappolata in quell'incubo di scale contorte e porte che sbattevano.

Poi agguantò il cucchiaio, tornando al settimo cielo. «Confermo, un tipo molto galante!» Ingurgitò una cucchiaiata di cereali, entusiasta. «Sono così felice per te, sai? Visto che uscire ti fa solo bene? Ma tu guarda: un piede fuori casa che ti fanno già la fila.»

Dio, ti ringrazio.

Mamma e papà si scambiarono un'occhiata. Velata, rapidissima, mentre lei infilava due tazze della colazione nella lavastoviglie e lui si sistemava il contapassi sul braccio. Non compresi cosa si fossero "detti", e non era la prima volta che lo facevano.

Sperai non si fossero accorti del mio disagio.










Prima che uscissi, anzi, prima che fuggissi dal potenziale pericolo di mettere a nudo le preoccupazioni della sera precedente, Allan mi aveva proposto di unirmi a lui e a Olivia. Corsetta al Wissahickon Park, minimizzava con quegli occhi piccoli e ridenti, due gemme rare che racchiudevano una gioventù che non si sarebbe mai estinta.

In realtà, dietro alla trappola di quelle parole espresse così alla leggera, si nascondeva un allenamento suicida. Conoscevo il suo modo di mantenersi in forma, la domenica, giorno di un rituale che risaliva dall'alba dei suoi sedici anni. Così narrava orgoglioso, sistemandosi gli occhiali sopra la gobbetta e dandosi un'aria un po' sorniona e un po' burlona, lasciando intendere che quello che avevamo davanti era un maestro nel mondo dello sport. E lo ammiravo, per questo. Tuttavia, ero consapevole di possedere una resistenza esigua per delle attività simili. E dire che ci avevo provato, ad assecondarli. Più di una volta. Ma i muscoli delle gambe si erano rifiutati di collaborare, specie se i ritmi erano quelli del signor Burns.

Padre e figlia erano soliti a intraprendere delle intense sessioni di jogging in mezzo a una natura silente. Adoravano passare per il Forbidden Drive, imporsi un obiettivo sulla resistenza, le pause che potevano permettersi, per poi ricominciare. Fianco a fianco, attivi e belli come il sole. Mentirei se non ammettessi di essermi sentita di troppo, nella loro spumeggiante sintonia. Sospetto che si era fatto più razionale quando non riuscivo a tenere il passo di mia sorella, quasi lo facesse apposta ad accelerare ogni volta che le tenevo testa.

Per questo motivo avevo smesso di unirmi a loro.

Le mie comfort zone rimanevano delle tranquille camminate, respirando la frenesia che movimentava le vie urbane. Come adesso.

Rifiutata la proposta con un sorriso affabile, avevo preso la decisione di passeggiare lungo la brulicante Germantown Avenue. In mezzo alla gente che fluiva controcorrente, mi venne spontaneo issare il viso su una tela priva di nuvole, chiudere gli occhi e riempire i polmoni degli allegri chiacchiericci che trasportava la brezza estiva.

Per quanto tempo ancora scapperò?

Per quanto ancora rimarrò dentro quella casa?

Oltre i timpani si insinuò la melodia distante di un brano appartenete ai The Lumineers, che oltretutto conoscevo. Sollevai le palpebre, il viso ancora indirizzato su quel cielo così celeste e celestiale da dare l'impressione che l'oceano avesse deciso di cambiare orientamento, diffondendosi per aria, fra pennellate di stormi nerastri e un calore torrido, che si appiccicava sulla pelle.

«I, I, got a little paycheck.

You got big plans and you gotta move.»

Era un punticino grigio, poco prima del Taste a Wish, soffocato da uno scarno ma colorato circolo di persone che aveva deciso di soffermarsi lì, per rimanere in ascolto, coi sacchetti degli acquisti a ciondolare lungo i fianchi e il cellulare in mano. Attraversai la strada e, solo quando fui vicina, capii che quella seduta a gambe incrociate su due spessi cartoni e che imbracciava una chitarra dello stesso colore della sabbia, era la donna che avevo visto dormire in un sacco a pelo il giorno prima, quando ero andata a visitare Judy.

Mi introdussi fra un signore incurvato da una gobba prominente e un ragazzino che masticava troppo rumorosamente un chewing gum.

Judy non mi aveva accennato che sapesse cantare.

E, cavolo, era davvero brava...

«And I don't feel nothing at all.

And you can't feel nothing small

Una carnagione caffelatte faceva da contorno a delle labbra piene, a cuore, tra le quali lasciava uno spazio sottile abbastanza affinché permettesse alla voce, altrettanto sottile, di monopolizzare placidamente l'udito dei presenti. Quel delicato e vissuto modo di interpretare un brano tanto semplice la faceva sembrare meno adulta di quel che in realtà non era, quasi avesse voluto scendere consapevolmente un gradino della sua vita e tornare a essere una bambina che nulla aveva ancora visto del mondo; inesperta, spaventata in mezzo a degli estranei che riprendeva il suo talento, ma anche coraggiosa. A convalidare quella mia prospettiva, emergeva lo struggimento che le faceva increspare le sopracciglia folte in due onde verso l'alto, le palpebre che serrava nelle parti più significative, le dita rovinate dalle screpolature e che tremolavano sulle corde. Eppure, non appena le pizzicava l'illusione svaniva e l'immagine della bambina che riposava in quei gesti cauti si evolveva nella versione adulta, con in grembo una fragile creatura di pochi mesi.

Una leggera vergogna mi portò a grattarmi il gomito.

Io penso ad andarmene da casa al più presto.

E poi c'è chi a casa non può nemmeno tornarci.

Quando terminò di cantare la travolse un breve giro di applausi. La donna non ringraziò a voce, ma lo fece intendere con un lieve, formale inchino della testa. Presto, la folla si sparse lungo la via principale, e la donna ne approfittò per controllare una ad una le offerte guadagnate. In automatico, frugai nella tasca della salopette di jeans e, una volta vicina, mi chinai per allungarle una banconota.

Sollevò uno sguardo torvo dal bicchiere che teneva stretto al petto, una matassa di ricci scuri le ombreggiava i contorni ovali del viso.

«Ragazza, sono dieci dollari.»

«Lo so, ma è stata una bella esibizione.» Alzai le spalle. «E poi hai cantato un brano che si chiama come me. È un punto bonus.»

Stirò le labbra in un sorriso canzonatorio, afferrando l'offerta. «La vecchia ha ragione quando le capita di parlarmi di te: sei decisamente pazza, ma anche più umana di tante altre persone che vedo sfilarmi davanti.» Batté il palmo alla sua destra, un invito a sedermi. Eseguii, spolverandomi le tasche posteriori. «Ah, e ti devo ringraziare per il pensierino che mi hai lasciato ieri pomeriggio. È stata la cosa migliore che abbia mai mangiato in questi ultimi tempi di...»

L'appagamento che l'aveva portata a stringere gli occhi, quasi stesse riassaporando quegli involtini, le si frantumò a causa dei colpi di tosse. Si dovette girare dall'altra parte, la mano premuta sulla bocca. Quindi si affrettò a svitare una bottiglietta d'acqua collocata accanto al cartoncino in cui chiedeva un atto di carità, e la ingollò.

Si asciugò il mento, fece un respiro profondo, il palmo sul petto, poi su una pancia lievemente gonfia. «Scusami, a volte mi partono. Rimanere acca ventiquattro a contatto con lo smog non mi aiuta.»

Piegai le labbra dal dispiacere. «Non preoccuparti. Purtroppo non ho dietro nulla, nemmeno delle caramelle per la gola...»

«Oh, cara Ophelia, temo che delle caramelline alla menta non basterebbero, però grazie di cuore» sospirò in tono rammaricato, adagiando la chitarra a lato. «Ah, e poi conosco già qualcuno che ha deciso di fare l'eroe e fornirmi dei medicinali, quando riesce. Lo so, lo so, è fuori di testa, però apprezziamo il gesto lo stesso, mh?»

Chiese conferma al basso ventre, massaggiandolo.

«Un ammiratore, dunque.»

«Nah, è più un vecchio amico. Però gli voglio un gran bene.»

Senza volerlo, mi uscì un sorriso mentre osservavo quell'assiduo gesto materno: una mano che sfiorava, andava su e giù, il primo tentativo di comunicazione che un feto non poteva vedere, ma che poteva sentire. Ne ero sicura. «Quanti mesi?» chiesi, dopo un po'.

«Stiamo correndo per il quarto, e se qualche buon Dio ce la manda buona, il grande evento dovrebbe cadere per la fine di gennaio.» Mi guardò, rivelando delle occhiaie scavate in una pelle già trascurata di suo, di chi non trova un sonno sereno da tempo. «Rica, comunque.»

«Ophelia, ma a quanto pare lo sai già.»

«Ophelia.» Lo ripeté. «È davvero un bel nome, sai?»

Stavo per risponderle che dubitavo lo fosse, visto che l'unica altra Ophelia che avessi mai conosciuto si trovava all'interno di una tragedia shakespeariana e finiva con l'annegare in un ruscello, ma evitai. Anche perché a interporsi ci si mise il mio cellulare, che prese a squillare. Estraendolo dalla tasca lessi un numero sconosciuto.

«Scusa, ehm. Rispondo e torno.»

«Certo, fai pure con calma. Io intanto suono qualcos'altro.»

Mi allontanai rapidamente, vicino a un palo della luce, lasciando che l'inizio di una canzone di Sia facesse da sfondo.

«Pronto?»

«Sì, buongiorno. Parlo con la signorina Ophelia Burns?»

Era una voce maschile, adulta, dal timbro formale ma frettoloso. In sottofondo riuscii a distinguere il fragore tipico dei clacson. Chiunque fosse si trovava a stretto contatto con la frenesia urbana.

«Con chi sto parlando?»

«Gregg Holmberg, ci siamo sentiti per e-mail proprio ieri sera, non so se ricorda. Anzi, mi scusi se la sto contattando proprio di domenica, ma, vede, c'è parecchia urgenza con i miei bambini e...»

«No!» esclamai, un'esplosione di euforia che mi portò a non stare ferma. La mano sulla fronte, sul gomito, di nuovo sulla fronte. «Cioè, non è affatto un problema! La domenica per me è un giorno morto.»

«La invidio molto, allora» scherzò. «Tornando a noi, se non le dispiace, e ovviamente se è ancora disponibile per l'incarico, vorrei che facessimo due chiacchiere domani, nel primo pomeriggio. Per lei sarebbe un problema? Ha qualche difficoltà di orario o di trasp–»

«Nessuna difficoltà! Mi consideri già da lei!»

«Wow, che entusiasmo.» Rise. «Meglio così, è lo spirito giusto. Allora le invio tutto al solito indirizzo e-mail

«Perfetto! Rimarrò in attesa. La ringrazio ancora.»

Terminai la telefonata con un sorriso a trentadue denti.

Ma mi bastò lanciare un'occhiata a Rica perché si spegnesse. In fondo, mi convinsi che non era un pensiero del tutto da egoisti se "stare lontani da casa" significava stare bene con se stessi.

Mi chiesi solo fino a quanto sarei riuscita ad andare avanti così.























ANGOLO AUTRICE

Buonasera, nightingales! 🕊

Sarò rapida, visto che è un capitolo di passaggio, ma che comunque va ad aggiungere altri tasselli importanti nella vita della nostra fuggiasca protagonista. (Giuro, ne manca solo uno fra qualche capitolo e poi saranno SOLO e dico SOLO capitoli importanti, abbiate fede!!!).

All'inizio abbiamo un sogno inquietante, dove fanno da padroni porte e scale e scelte, e dove è palese il contesto-fattaccio che ha segnato la ragazza (non è difficile, su su😎). La vera domanda sarà una: come è successo, qualsiasi cosa sia accaduta. Well, ancora è presto, ma ci arriveremo.  

Poi abbiamo un brevissimo confronto con i genitori barra Olivia. Questo minuscolo sprazzo, seppur all'apparenza insignificante o superfluo, era molto importante, perché ci tenevo che leggeste il modo in cui Ophelia nascondesse una cosa tanto grave alla sua famiglia, e come

Specie davanti agli occhi della sorellastra.

Infine, abbiamo l'incontro con la donna incinta che avevamo visto di volata (e che sonnecchiava) quando la protagonista era andata a visitare la vecchia Judy, l'altra senzatetto. 

Ricordate: non metto mai nulla al caso.

Questions:

♪. Olivia pare avere una forte influenza sulla vita di Ophelia, sul modo di pensare, sulle scelte... non trovate? Secondo voi, la situazione fra loro andrà sempre peggiorando o ci sarà qualche miglioramento? Vi siete mai trovati invischiati in un rapporto simile?

♪. So che è presto, ma se intanto volete dare un'interpretazione al sogno... prego. 👀

♪. E finalmente il grande Gregg la chiama per il colloquio AHAHAHA no, ragazze, io sto già ridendo... Secondo voi cosa accadrà a sto incontro? Ossia, nel prossimo... capitolo? 🕊

♪. Nella vostra vita c'è il vostro "gradino più alto"? Un obiettivo che sembra irrealizzabile, ma che allo stesso tempo vi porterebbe un enorme soddisfazione?

Noi ci sentiamo spero soon, spero non mi esca lunghissimo il prossimo capitolo... (💀)

A presto! 🖤🕊









Curiosità:

Forbidden Drive

▪ Forbidden DriveE' il miglior percorso in Pennsylvania, nello specifico nel Wissahickon Valley Park. Esattamente quel parco dove Allan e Olivia vanno a correre. Ha preso questo nome quando l'autostrada è stata chiusa alle auto, ed è rimasto così da allora. Ora rimane aperto solo a pedoni, pedoni, corridori e ciclisti.











Playlist:

Flickers - Son Lux (Prima parte)

https://youtu.be/hisaz7v8pXw

Hurricane - MS MR (Seconda e terza parte)

https://youtu.be/jO-K1-yB8zA

Ophelia - The Lumineers (Quarta parte)

https://youtu.be/pTOC_q0NLTk

La versione di Rica:

https://youtu.be/5Kc8OAYlu7g

Instagram: The_blackcatshadow

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