Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

43 ~Tè o caffè?~

Svuotai la borsa in modo rabbioso, frugai più volte in ognuna delle tasche, sia quelle esterne che quelle interne e, per scrupolo, cercai anche nel mio armadio, ma nulla il body sembrava sparito.

Quando Lia tornò in stanza dopo essere stata a cena fuori con i suoi genitori, mi trovò seduta sul pavimento con la testa tra le mani, il letto ricoperto da vestiti e oggetti buttati lì alla rinfusa.

«È scoppiata una bomba e non me ne sono accorta?», mi chiese facendo il giro della stanza e osservando ogni dettaglio di quel caos improvvisato.

«Il body di Samuele è scomparso».

«Come scomparso?», esclamò lei portandosi una mano alla bocca.

Annuii incrociando i suoi occhi sbigottiti: «E ora come faccio?», le chiesi.

«Non hai portato il body di riserva?».

«No. Però ho quello della gara di squadra».

«Stai scherzando?», domandò lei alzando solamente un sopracciglio, «e tu vuoi che tutto il mondo ti veda con un body che hanno tutte? Assolutamente no!».

Attraverso la porta aperta del bagno lanciai una rapida occhiata al triste body nero che usavo di solito per allenarmi e che giaceva nel lavandino.

Lia fece lo stesso: «neanche se fosse l'ultimo body rimasto sulla Terra».

Sapevo di non avere molte altre possibilità, non c'era il tempo per andare a comprarne uno nuovo e, più di tutto, non c'era nessun altro body che potesse avere un significato così forte, quello con la farfalla rappresentava Samuele ma, soprattutto, mio padre.

Ciò che mi fece distrarre dai miei pensieri fu il rumore di qualcosa trascinato per terra, Lia aveva preso da sotto il letto la sua valigia e ora la stava poggiando sul materasso, «vediamo un po'», disse estraendo da una tasca laterale una sacca di tela, «dovrebbe essere qui».

Le sue mani svuotarono il contenuto di quella sacca, non capii subito cosa fosse perché Lia era piegata sul letto e mi dava le spalle poi, quando si girò, mi mostrò un body che riconobbi all'istante.

Vidi i suoi occhi tristi posarsi su quel pezzo di stoffa pregiato: «problema risolto», esclamò regalandomi un piccolo sorriso e porgendomi il body.

«No, davvero non posso, è il body che ti sei fatta cucire da tua nonna».

La famiglia di Lia ha una grande tradizione nel campo della moda, sua nonna era una sarta esperta e molto famosa ai suoi tempi e, sua mamma, ha un piccolo negozio di borse in centro.

«Ha fatto tutto questo viaggio», sospirò Lia sfiorando il morbido velluto dorato che sfumava all'avorio sulle maniche, «merita di fare un giro anche lui».

Scossi la testa più volte, non mi sembrava giusto indossarlo.

«Vedilo come un sigillo alla nostra amicizia», esclamò con un tono leggermente indurito, visto che continuavo a guardarla senza parlare, e mettendomi con forza il body tra le mani.

«Grazie», mormorai con un filo di voce appena udibile.

«Dai provatelo».

Mi parve di cogliere un piccolo tremolio tra gli occhi grigi di Lia, fu un attimo, non feci in tempo a dirle nulla perché lei mi spinse in bagno e chiuse la porta.

Indossai il body, mi calzava a pennello nonostante Lia fosse leggermente più alta di me, il tessuto pregiato era morbido e setoso e profumava di borotalco, ogni dettaglio, dalle cuciture fatte a mano al bordo rifinito da piccoli brillantini, lo rendevano unico.

Mi osservai allo specchio e notai subito di non riconoscermi in quel body, aveva una raffinatezza smodata che non mi si addiceva, era in ogni suo particolare cucito per Lia, per il suo gusto sofisticato e per i colori dorati che bene si sposavano con la sua pelle diafana e i suoi capelli biondi.

«Allora! Come ti sta?», gridò Lia spazientita dall'altra parte della porta.

Io abbassai la maniglia e lasciai il bagno per raggiungerla, con la mano mi sfioravo la manica colore avorio e continuavo a fissare il body piuttosto che guardare lei.

«Direi che abbinato a una treccia alla francese e con dei nastri color oro sarai perfetta», approvò sfilando dalla sua trousse due nastri lucenti e mostrandomeli.

«Sei sicura?», continuai titubante.

«Smettila di fare la brontolona!», mi rispose prima di abbracciarmi, «noi che ci diciamo tutto possiamo anche condividere tutto».

Mi irrigidii come un pezzo di legno, lei era troppo buona con me, sapeva che io spesso non ero del tutto sincera con lei, che tendevo a tenermi i problemi dentro fino a quando non scoppiavo, che certe volte avevo omesso dei dettagli per evitare di ferirla eppure, nonostante tutto, quando c'era bisogno mi tendeva sempre la mano per aiutarmi.

***

Quando mi alzai quella mattina non ero agitata come per la finale al corpo libero, non saprei dire se fosse perché ci ero già passata oppure perché sapevo di avere poche possibilità al volteggio.

Lia come promesso mi acconciò i capelli in due delicate trecce laterali alla francese incastrando, tra le varie ciocche, i due nastri dorati poi, come era da consuetudine, mi truccò gli occhi delineandoli con una matita marrone chiaro e con dei leggeri brillantini d'oro.

Dopo aver fatto colazione in albergo raggiunsi il solito parcheggio in cui si fermava il pullman che ci avrebbe scortato allo stadio, alcuni erano già arrivati. Non appena mi avvicinai insieme a Lia, tutte le loro teste si voltarono nella mia direzione.

Mi fissavano come se fossi una star, tutti tranne una, Sveva; lei mi guardò fugacemente per poi darmi le spalle e continuare a parlare con Sergio. Di Samuele non c'era traccia, era da ieri che non lo vedevo, non era venuto né a cena né a colazione, il mio sesto senso continuava a suggerirmi che fosse in compagnia di Alice.

Mia madre e Enrico erano in piedi davanti la porta aperta del pullman e controllavano chi saliva a bordo, lei era raggiante e stranamente dispensava sorrisi a tutti mentre, Enrico, sembrava preoccupato, lui era il tipo che sentiva personalmente le gare dei suoi atleti e riusciva a essere agitato esattamente quanto loro.

Mentre stavo per salire sul pullman buttai un occhio alla mia destra, Sveva era ancora lì che chiacchierava in modo spensierato con Sergio, la sua risata fastidiosa mi penetrava fin dentro i timpani. Fu solo allora, che notai un particolare che mi era sfuggito, indossava la tuta della nazionale e, sul petto, le penzolava lo stesso badge che aveva Lia.

Mi girai d'impeto verso mia madre e glielo indicai: «cosa significa quello?».

Lei fece scoccare la lingua con disappunto: «non posso fare favoritismi Giusy, anche lei merita di stare a bordo pista».

«Ma», provai a replicare sentendomi il viso avvampare.

Valeria non mi diede il tempo di finire la frase: «non c'è da discutere, è così che ho deciso», esclamò severa facendomi segno di salire.

«E a Anna hai pensato?», le domandai cercando di coglierla in fallo, ero convinta che me lo avesse fatto di proposito visto che conosceva l'astio che provavo nei confronti di Sveva.

«Anna ha deciso di non venire, deve concentrarsi per la gara di domani».

Sbuffando salii sul pullman, ci mancava solo quell'arpia a bordo pista per distrarmi dalla gara, speravo almeno di vedere Samuele ma, anche questa volta, di lui non c'era traccia.

Mi misi seduta accanto a Lia, testa poggiata sul finestrino e un po' di musica per sciogliere la poca tensione che avevo.

Quando arrivammo c'era tanto via vai attorno allo stadio, le persone si muovevano in gruppetti spostandosi da una parte all'altra, piccoli sciami con tanto di chiacchiericcio confuso come il ronzio delle api.

Vicino l'ingresso notai l'esercito delle ginnaste americane, avevano i volti serissimi, prendevano sempre la gara con estrema severità, questa volta però non mi sarei fatta intimorire, dovevo fare la mia gara in tranquillità senza esaminare ogni minimo dettaglio dei loro esercizi, tanto per quello ci avrebbe pensato Lia.

Non appena tutti fummo scesi dal pullman, mia madre ci radunò in cerchio: «ragazzi abbiamo fatto troppo presto», ci informò guardando l'orologio che portava al polso, «non si può ancora entrare nello stadio, avete un'ora per fare un giro qui intorno, ci sono molti negozi».

Nessuno se lo fece ripetere due volte, Sveva tirò Sergio per un braccio e lo trascinò verso un piccolo negozio di souvenir, mia madre e Enrico si misero d'accordo per andare a prendere un caffè al bar e, io, cercai subito lo sguardo di Lia: «che facciamo?», le domandai.

«In realtà ho appuntamento con Claudio», sussurrò mentre le guance le si imporporarono.

«Ah ehm... va bene!».

Non avevo più trovato occasione per dirle dell'invito di Claudio a pranzo, speravo che anche lui tenesse la bocca chiusa, in fondo avevo rifiutato.

«Mi sta aspettando davanti l'ingresso», mi disse spostando il viso di lato e alzando le spalle come se si volesse scusare.

«Va bene, io mi metterò su quella panchina ad ascoltare un po' di musica e rilassarmi».

Lei mi sorrise grata e poi scomparve tra la folla.

La panchina si trovava sotto l'ombra di una palma, era di legno e vecchia, raccontava una storia, il passaggio di numerose coppie di innamorati che avevano deciso di incidere i loro nomi alla bell'e meglio, segni eterni di amori effimeri.

Passai le dita su quei graffiti sbilenchi, nomi maschili, femminili e cuori stilizzati, chissà quante di quelle coppie si amavano ancora, quante invece non esistevano più e quante erano in stallo, così come me e Samuele.

Allargai le braccia su tutta la superficie dello schienale della panchina, la testa poggiata con cura indietro cercando di non rovinare le trecce.

Rimasi per un po' così, cercando di assaporare il silenzio e non pensare alla gara imminente.

Ma la quiete durò poco, una voce sottile dal lieve accento americano mi destò «Giusy? Sei tu?».

Sollevai la testa e aprii gli occhi.

Davanti a me si era materializzata la cascata di ricci dorati di Alice e i suoi occhi tondi e furbi.

Strizzai le palpebre per paura che fosse solo il frutto della mia immaginazione ma, quando li riaprii, lei era ancora lì, stretta in una camicia bianca con i bottoni gialli e dei pantaloni color cachi.

«Sei tu?», ripeté riservandomi un lieve sorriso.

«Sì».
«Io sono Alice», esclamò porgendomi la mano che ritirò poco dopo capendo che non gliel'avrei stretta.

«So benissimo chi sei», risposi asciutta, chiedendomi cosa diavolo volesse da me quella vipera.

«Ti vorrei parlare», rispose prontamente senza farsi scoraggiare dal mio tono acido.

«Non vedo di cosa».

Ero ostile come mai mi era capitato in vita mia ma, vederla lì a un metro da me era irritante come fare un bagno nelle ortiche.

Alice prese posto vicino a me, spostò la sua folta chioma color miele sfiorandomi la spalla, restammo ferme così per qualche minuto, sguardo perso all'orizzonte, braccia che si sfioravano diffondendo elettricità nell'aria.

«Sono qui perché ho delle cose da dirti. Lo so che non ci conosciamo, ma è importante. Ti prego di ascoltarmi», disse Alice a un certo punto.

«E cosa esattamente?», le domandai disinteressata.

«La mia storia», sospirò lei prima di poggiarsi in avanti con i gomiti sulle cosce, con un piede iniziò a disegnare dei piccoli cerchi nel terreno, «ho sempre avuto la passione per il canto e per il pianoforte, forse perché sono cresciuta in una famiglia di musicisti o forse semplicemente per un dono di Dio. I miei genitori mi hanno tirato su a pane e lezioni di musica, il mio sogno è sempre stato quello di diventare una cantante professionista».

La voce le tremò sul finire della frase, tirò un respiro profondo prima di poter continuare a parlare, io restai lì impietrita ad ascoltare, forse avrei potuto capire finalmente la storia di Alice e Samuele anche se, nel profondo, non ero sicura di voler sentire.

La verità fa male.

«Quando ho incontrato Samuele è stato un colpo di fulmine», continuò Alice con ritrovata calma, «nei suoi occhi dolci ho subito riconosciuto il fuoco della passione, lo stesso che ardeva nei miei, ed è stato proprio quello che ci ha unito e ci ha fatto innamorare».

«Se lo amavi così come dici ti saresti comportata in un altro modo», le feci notare subito con una punta di amarezza, «lo hai segnato per sempre».

«Per amore si fanno scelte dolorose, Giusy», mi rispose lei con un tono di voce addolorato.

«Parli di scelte. Anche Samuele aveva il diritto di fare la sua».

«Fammi finire di raccontare, ti prego», mi chiese voltandosi verso di me, gli occhi nocciola che scalpitavano per tenere a freno le lacrime.

Io annuii.

«Io ho una zia che vive a New York, anche lei musicista e laureata alla Manhattan School of music. È stata lei a convincermi a fare domanda per studiare lì, conosceva alcuni professori e mi aveva garantito un posto. Dovevo solo diplomarmi e partire per gli Stati Uniti», fece una piccola pausa e poi mi chiese: «capisci?».

«Per niente».

Alice non riuscì più a trattenere le lacrime, iniziarono a scenderle lungo le guance come piccole gocce di rugiada: «lui sarebbe venuto con me», mormorò.

«E allora? Continuo a non capire».

«Lui non aveva più radici a Roma, se gli avessi detto della Manhattan School of music sarebbe venuto anche lui senza rifletterci. Avrebbe buttato all'aria tutti i suoi sogni».

«Ma forse sarebbe stato felice».

«Per quanto, un mese? E poi? Mentre io avrei frequentato le lezioni per tutto il giorno, lui cosa avrebbe fatto?».

«Comunque sarebbe stata una sua scelta», ribadii con decisione.

«Lui avrebbe scelto il cuore, ma non sarebbe stato felice», disse Alice tirando fuori un fazzoletto dalla borsa, «io lo conosco, lui senza la ginnastica sarebbe morto lentamente».

«Lo so», ammisi a quel punto nonostante odiassi darle ragione, «ma lui è stato male per cinque anni per colpa tua e, adesso che ne era quasi uscito, ti ripresenti a complicare di nuovo tutto. Perché?», adesso ero io a essere sull'orlo delle lacrime.

«Tu pensi che per me sia stato facile? Lasciare l'uomo che amavo per evitare che infrangesse i suoi sogni?». La voce di Alice ora era rabbiosa, nascondeva un dolore antico e mai sanato: «è stato insopportabile. Quando ho letto sui giornali che sarebbe venuto in Brasile non ho resistito, dovevo vedere se cinque anni fa avevo preso la scelta giusta, ed è stato così».

Un leggerissimo sorriso malinconico le increspò le labbra, nonostante avesse ancora il viso inumidito dal pianto.

«Giusta?», le feci eco sbigottita.

«Lui ti ama, Giusy».

Il mio cuore mancò un battito per poi iniziare una corsa veloce e inarrestabile.

«Te lo ha detto lui?», le chiesi con un filo di voce.

«Non è stato necessario. Mi ha parlato di te e di voi, e tutto è stato molto chiaro».

«Io pensavo che volesse riprovare a far funzionare le cose tra di voi», ammisi con un sospiro cercando di sciogliere la tensione, con le parole di Alice che mi ronzavano nella testa senza che riuscissi a elaborarle.

Lei fece una piccola risata dolce: «Samuele voleva solo delle risposte, ora il suo cuore è in pace», affermò in modo solenne.

Io le restituii un piccolo sorriso come risposta.

«Comunque sarà lui a dirtelo dopo la gara», esclamò Alice poggiandomi una mano sulla spalla, «io pensavo che dovessi sapere queste cose prima di disputare una finale».

Non replicai, non riuscivo a distogliere l'attenzione da quella frase: "lui ti ama".

A quel punto Alice si alzò: «ora ho un volo da prendere, mi ha fatto piacere parlare con te», mi rivelò osservandomi con quei suoi piccoli occhi furbi, «è come se ti avessi offerto un tè calmante prima della gara, non trovi?».

Sorrise con ritrovata allegria.

Io la guardai, per la prima volta, fissa negli occhi: «oh no! Mi hai offerto un caffè doppio», risposi con serenità, «l'energia giusta per affrontare il volteggio».

Alice si girò per andarsene così come era venuta.

Il mio cuore, adesso, era appena approdato in un porto sicuro.


SPAZIO AUTRICE: cosa pensate ora di Alice? Si è comportata male?
Fatemi sapere
Daphne

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro