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8: Raison d'Être


Mi etichettano come un mostro perché la mia musica li spinge ad uccidere. Forse, ma io non ho mai venduto un fucile semiautomatico ad un ragazzo di 17 anni.

Marilyn Manson

L'ansia che provavo era inversamente proporzionale alla distanza che mi separava dalla biblioteca: ogni metro che si aggiungeva al tachimetro tentava la parte meno nobile di me a fare una breve sosta alla farmacia più vicina (c'erano farmacie a Nessdoom?) per comprare una confezione di Xanax o Lexotan e calarmela in gola strada facendo, per calmare i nervi. Tuttavia, se mi fossi messo a vagare per le strade di Nessdoom alla ricerca di una farmacia - probabilmente a vuoto, e avrei finito per perdermi - avrei rischiato di tardare. I minuti erano contati, e se fossi arrivato in ritardo in biblioteca, be', sarebbe stata una tragedia dalle dimensioni apocalittiche, paragonabile unicamente ad un'invasione zombie - un'alternativa che mi preoccupava meno di un appuntamento con Blythe.

Aspetta, hai appena detto "appuntamento"? Scendi dalle nuvole, Aiden.

Ricapitoliamo: Blythe mi aveva proposto di venire al club di poesia e io non avevo potuto fare a meno di accettare - non avrei potuto fare altrimenti, dopo che aveva ammesso che la nostra conversazione era une delle cose più emozionanti che le fosse capitato da quando si era trasferita a Nessdoom. Ero sicuro che stesse esagerando, ma era bello credere il contrario, illudersi.

Quindi, tecnicamente, avrei ancora dovuto aspettare per il primo appuntamento della mia vita, anche se quel club di poesia era la cosa più simile ad un appuntamento che avrei sperimentato prima d'ora; ma se provare quel turbinio di sensazioni spiacevoli era il preludio di ogni appuntamento, ero pronto a giurare che non avrei mai voluto averne uno: chi poteva essere così sconsiderato da voler provare quel turbinio di sensazioni - ansia, tachicardia, iperidrosi psicogena - più volte, ripetutamente? Eppure in qualche modo le persone avevano la strana tendenza a frequentare persone che suscitavano le stesse emozione che Blythe suscitava in me - nei romanzi di Pablo Neruda e nelle commedie romantiche di Woody Allen, ma anche nella vita reale.

Giunsi alla conclusione che eravamo tutti pazzi e masochisti, non aspettavamo altro che scavarci la fossa con le nostre stesse mani.

Davanti alla biblioteca erano posteggiate più vetture di quanto sperassi: più auto equivalevano a più persone.

Controllai per la quarta volta durante il tragitto casa-biblioteca che non avessi dimenticato la poesia di Poe che avevo trascritto - era ancora nella tasca dei pantaloni, e forse non si sarebbe mossa da lì anche se avessi smesso di accertarmene in continuazione.

Non potevo fare a meno di chiedermi se tra quelle auto ci fosse anche quella di Blythe o se fosse venuta a piedi in biblioteca anche quella sera. Joseph mi aveva detto che i Winter abitavano a chilometri di distanza da Nessdoom, fuori città, e non era sicuro andare in giro di notte con un serial killer o una bestia feroce che si muoveva nei dintorni, quindi era auspicabile che tra quelle auto ci fosse quella di Blythe.

Tuttavia, se c'era una cosa che i thriller di Dean Koontz mi avevano insegnato, era che l'unica persona che non aveva motivo di temere un serial killer che trucidava innocenti nel tempo libero era il serial killer stesso.

Smettila! mi dissi. Mi stavo facendo condizionare dalle dicerie che circolavano a Nessdoom, e l'ultima cosa che volevo era unirmi alla schiera di campagnoli che basavano le loro accuse su pregiudizi senza fondamenta. Inoltre non potevo mica avere un'infatuazione per una ragazza che come hobby aveva quello di squarciare o tagliare le gole di escursionisti e campeggiatori, vero?

Inoltre, il mio subconscio si era già messo in moto autonomamente mettendo in piedi incubi validi per la stesura di un romanzo gotico d'altri tempi, dipingendo Blythe come... be', come una persona che non credevo corrispondesse alla realtà, alla vera lei.

L'atmosfera della biblioteca era più vivace delle volte precedenti in cui c'ero stato. L'atrio era illuminato da luce artificiale invece che da quella naturale, resa perennemente opaca dalla nebbia e dalle nuvole che facevano da filtro.

Il mio sguardo vagò istintivamente alla ricerca di Blythe; ma non c'era nessuna traccia della cascata dei capelli sanguinei che infestavano i miei sogni. Allora l'ansia si dissolse e venne rimpiazzata dal sollievo - non c'era Blythe, non avevo nulla da temere, anche se non sapevo esattamente cosa avessi da temere. Più o meno cinquantuno millisecondi dopo mi piombò addosso la delusione, distruttiva e pesante come un meteorite: era stato come aspettare per anni l'uscita del nuovo romanzo di Anne Rice, e, al giorno dell'uscita nelle librerie, scoprire che questi sarebbe stata rinviata a data da destinarsi.

Un rimbombo di passi alle mie spalle accese un barlume di speranza. Non mi voltai immediatamente per controllare se fosse lei - non ero ancora psicologicamente pronto per vederla - ma rallentai il passo per permetterle di raggiungermi, mentre mi guardavo attorno cercando distrattamente la sala conferenze.

I passi si avvicinarono, e mi accorsi che la loro cadenza non era quella di Blythe - simile a quella di un cigno che scivola silente tra le increspature di uno specchio d'acqua - bensì era meno furtiva.

«Quattrocchi, tu che mi sembri nel tuo habitat naturale, sai dove si trova questa maledetta sala conferenze?» chiese una voce annoiata alle mie spalle, ed ebbi un flashback in cui Mark Terril svuotava il contenuto del mio zaino - l'astuccio, quaderni, libri - fuori dalla finestra di un'aula della Hamilton, e metà della classe che rideva a crepapelle e l'altra metà che fingeva di trovarci qualcosa di divertente per non ritrovarsi nel mirino di Mark.

Mi girai automaticamente e la delusione prese nuovamente il sopravvento - unita ad una scintilla di rabbia che crepitava nel mio ventre: non ero psicologicamente pronto a vedere Blythe, ma nemmeno a farmi chiamare quattrocchi, appellativo che mi era stato affibbiato troppe volte durante la mia permanenza forzata alla Hamilton.

L'espressione della ragazza dai capelli viola che avevo notato di sfuggita durante le precedenti escursioni in biblioteca era la fotocopia del suo tono di voce: annoiato, scocciato; ma i suoi occhi lottavano per non soccombere alla noia mortale delle biblioteche.

Sospirai, cercando di reprimere la rabbia che iniziava a crescere dentro di me. «No, non so dove si trova questa maledetta sala conferenze», replicai tagliente.

Avevo una vaga idea di dove si trovasse la sala conferenze - da qualche parte nella biblioteca, presumibilmente. D'altronde era così piccola che con un po' di fortuna e ragionamento logico l'avrei trovata facilmente.

Mi allontanai da Capelli Viola, prima che la rabbia prendesse il sopravvento e non fossi più responsabile delle mie azioni: c'era il rischio che mi venisse un attacco isterico e inveissi contro Capelli Viola frasi di dubbio gusto.

Imboccai un corridoio opposto a quello che portava alla sala di lettura, e i passi pesanti di Capelli Viola mi seguivano come un'ombra.

Le pareti del corridoio erano costeggiate da riproduzioni di ritratti e fotografie dei più celebri poeti e scrittori: Truman Capote, Francis Scott Fitzgerald, Jack Kerouac, J. D. Salinger, Saul Bellow, Sylvia Plath, Ezra Pound... Nessuno di loro portava gli occhiali, e forse era per questo che erano diventati famosi. Soltanto Burroughs li portava, e sospettai che la sua espressione stanca e avvilita fosse dovuta alla critica letteraria che lo aveva schernito a causa della sua miopia per decadi - piuttosto che ad averlo accusato di uxoricidio.

Ero tentato di perdermi nei suoi occhi consumati e di lasciarmi andare in qualche riflessione sul rapporto società-occhiali, ma sentivo Capelli Viola che mi stava col fiato sul collo: non potevo fare altro che marciare verso il mio destino.

La sala conferenze era piccola ed asfissiante, metà di essa era occupata da cinque file di sedie e l'altra metà da un palco di legno che arrivava all'altezza delle ginocchia; l'unica fonte di luce era una vecchia lampadina che penzolava dal soffitto, rendendo i profili delle persone anonimi e indistinti - ne contai una dozzina, quasi tutte dai capelli grigi e bianchi, com'era plausibile in club di poesia nel Ventunesimo secolo. Forse, se fossi caduto dal palco o avessi iniziato a balbettare mentre recitavo i versi della poesia di Poe, sarei riuscito a scappare prima che qualcuno riuscisse a memorizzare il mio viso... Non ci tenevo a diventare lo zimbello di Nessdoom dopo una sola settimana dal mio trasferimento.

Però nel caso che avessi fatto un figura poco decorosa ero certo che Capelli Viola non me l'avrebbe fatta passare liscia, e il mio viso sarebbe stato ben impresso nella sua mente per tormentarmi durante la mia permanenza a Nessdoom. Mi presi un secondo per ringraziare qualsiasi forza divina che aveva deciso che Capelli Viola e Mark Terril dovessero trovarsi in due stati ai poli opposti degli Stati Uniti, perché se si fossero incontrati e riprodotti avrebbero dato alla luce una creatura estremamente simile all'Anticristo.

Poi la vidi, contro ogni aspettativa. Blythe, seduta su una delle sedie in ultima fila, le gambe flessuose accavallate l'una sull'altra; i capelli scarlatti mossi e ribelli come le onde del mare in tempesta.

Girò la testa verso di me, come se avesse avvertito la mia presenza, e sorrise, facendomi cenno di sedermi accanto a lei. E chi ero io per non accontentarla?

«Sei venuto», disse quando mi sedetti al suo fianco - e realizzai che non eravamo mai stati cosi vicini prima d'ora.

«Qualcuna non mi ha lasciato molta scelta», replicai in tono disinvolto, cercando di evitare i suoi occhi ipnotici; ma le sue labbra si modellarono in un broncio che mi colse alla sprovvista - mi fece andare in panico e fare un passo indietro. «Cioè, non è che io non volessi venire, io amo la poesia, Philip Larkin è la mia raison d'être, probabilmente sarei venuto anche se tu non mi avessi invitato, credo, ma non intendo nemmeno dire che non gradisca la tua compagnia, è solo che...»

...Che sono un idiota.

Lasciai la frase in sospeso, e lasciai vagare lo sguardo per la sala, in attesa che mi venisse in mente qualcosa da dire che mi avrebbe salvato da quella situazione. Capelli Viola entrò nella sala, e si sedette nella fila dietro la nostra.

«Raison d'être? Est-ce-que tu parles français toi aussi

Ero molto, molto confuso. «Come, scusa?»

Blythe sghignazzò. «Decisamente non parli francese».

«Ho inserito quel francesismo nella mia frase per cercare di apparire colto e un buon conversatore; invece che prendermi in giro dovresti apprezzarlo», dissi facendo spallucce.

«Ai posteri della nostra conversazione di pochi giorni fa, posso confermare che possiedi ambedue le peculiarità, quindi non ha nessuna utilità fingere di essere una persona che non sei realmente».

«È opinabile».

Mi guardò di traverso. «Quanta convinzione».

Probabilmente aspettava che aggiungessi qualcos'altro - che concordassi con lei, magari - ma stavolta non gliel'avrei data vinta.

«Cambiamo argomento, ti prego», dissi con un filo di voce.

Per la prima volta in quella sera mi soffermai sul suo viso: gli occhi erano cerchiati da ombre pesanti, bluastre, evidenti nonostante la pessima illuminazione; gli occhi, privi di quella scintilla di vita che li caratterizzava, erano opachi e spenti; la labbra screpolate e secche.

Deglutii. Benché Blythe non mostrasse vere e proprie ferite, le ombre bluastre sotto i suoi occhi, così simili a lividi, mi facevano temere il peggio.

«Stai bene? Non hai un bell'aspetto».

«Oh, grazie», sorrise, e la labbra sembrarono sul punto di spaccarsi. «Sto bene. Semplicemente nelle ultime notti non ho dormito un granché».

«Davvero?» chiesi, indeciso se crederle.

Blythe distolse lo sguardo e parve riflettere per un momento. «No, ti sto solo rifilando una mezza verità per impedire che scappi a gambe levate il più lontano possibile». Prima che potessi chiedere - o supplicare - spiegazioni, aggiunse: «Nemmeno le tue ultime notti sono state gradevoli, vero?»

«Qualcosa del genere», risposi evasivo.

Mi ero svegliato quel pomeriggio, dopo una notte insonne e un incubo dove lei e il bullo più temuto della Hamilton erano gli antagonisti, appena in tempo per prepararmi ad uscire, quindi era probabile che avessi delle occhiaie capaci di fare invidia alle sue.

Una donna dai capelli bruni e secchi come paglia si alzò dalla sua sedia in prima fila e salì sul palco. Rassettò sbrigativamente le pieghe del vestito verde vomito che indossava e prese la parola. «Bene, sembra che non manchi più nessuno», esordì con voce stridula. «Per chi non mi conoscesse, io sono Emma Summer, poetessa a tempo perso e storica locale. Mi fa piacere accogliere nuove facce nel nostro noioso club di poesia», disse scrutando me e Blythe, e poi Capelli Viola, da dietro degli occhiali dalla montatura fine e tonda come quelli di Harry Potter, «vuol dire che Netflix non ha ancora lobotomizzato tutte le giovani menti e che qualche anima ha ancora bisogno della magia della poesia... oppure siete qui perché non avete nessuno con cui uscire il venerdì sera», concluse sorridendo.

Dal pubblico delle prime file si sollevò una breve risatina generale. Evidentemente esistevano battute talmente tristi da suscitare ilarità, e se Emma Summer avesse voluto lanciarsi in una carriera come comica avrebbe dovuto fare leva su questo fattore.

Tuttavia, nel mio caso, quella di Emma non era una battuta, ma corrispondeva all'amara realtà: non avevo nessuno con cui uscire, e se Blythe non mi avesse invitato al club sarei rimasto a casa a fissare le pareti della mia stanza. Chissà se lo stesso valeva anche per Blythe... Ne dubitavo.

«Bene, direi di iniziare», disse Emma, «chi vuole avere l'onore e l'onere di essere il primo?»

Dalla prima fila si alzò un uomo sulla sessantina, il viso segnato da una maschera di rughe e dalla stanchezza esistenziale. Quando sollevò un ginocchio per salire sul palco dalla sua bocca uscirono una serie di colpi di tosse e brontolò qualcosa di incomprensibile.

Era il cortesissimo bibliotecario di Nessdoom, colui che grugniva a mo' di saluto.

«Alfred, come al solito non hai perso tempo», disse Emma, e si sedette su una sedia in prima fila. «È sempre una gioia ascoltare le tue parole e quelle di Whitman».

«Oh, no, stasera Whitman lo lascio riposare. Ho abusato dei suoi versi fin troppe volte», replicò il bibliotecario, Alfred.

«Ti ascoltiamo, Alfred».

Alfred fece un respirò profondo per prepararsi a recitare la poesia - non avendola trascritta da nessuna parte, dedussi che la sapeva a memoria. «Solo di Edgar Allan Poe», disse in tono grave.

Doveva essere uno scherzo. Non era possibile. E invece...

«Fin dall'ore dell'infanzia non fui mai / simile agli altri, / mai vidi le cose / come gli altri le vedevano, / né seppi la mia passione / trarre da una comune fonte», cominciò a recitare con voce profonda. Un lamento straziante che ricalcava il dolore di Edgar Allan Poe.

Non era mia consuetudine usare un linguaggio scurrile, ma sembrava che il destino mi avesse riservato una presa per il culo dalle dimensioni cosmiche: c'erano migliaia di poeti e centinaia di migliaia di poesie, eppure Alfred aveva avuto la geniale trovata di recitare quella che avevo previsto di leggere io.

Cosa avrei potuto fare? Leggere la stessa poesia che stava recitando Alfred? No, doveva esserci un'altra soluzione - una soluzione che non consistesse nel strisciare verso l'uscita da quella stanza, che stava diventando sempre più asfissiante.

Pensa, Aiden, pensa, pensa...

Panico.

Frugai per l'ennesima volta nella tasca dei pantaloni: la poesia - ovviamente - era ancora lì, inutilizzabile. La stracciai, chiudendola nel palmo della mano, stringendo con rabbia. Ma sulle nocche sentii qualcosa, un altro pezzo di carta. Ancora prima che lo estrassi dalla tasca dei pantaloni, capii cosa fosse. Era il piano B che non avevo pianificato.

Alfred terminò di recitare la poesia. «Per mio fratello Bill», concluse solennemente. Per un breve attimo i suoi occhi si puntarono su Blythe, chiusi una fessura dalla quale sputava veleno. Scese cautamente dal palco e tornò a sedersi al suo posto.

Un uomo dalla capigliatura simile a quella di Alfred gli batté una pacca sulla spalla. «Non preoccuparti, Al, troveremo il bastardo che sta commettendo queste cose orribili. Lo troveremo e gliela faremo pagare», disse girandosi verso di me e Blythe.

La tensione era palpabile nell'aria. Con la coda dell'occhio scorgevo Blythe che si era irrigidita. Avrei dato qualsiasi cosa per accedere ai suoi pensieri.

«Grazie per aver condiviso con noi una poesia meravigliosa e il ricordo di tuo fratello», disse Emma. «Non sei l'unico a cui è stato strappato un proprio caro da... da quella cosa. Ti siamo tutti vicini». Si schiarì la gola. «Allora, chi è il prossimo?»

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