6: Il Martello delle Malefiche
Nel momento stesso in cui si nasce si comincia a morire. Gli uomini di solito non si accorgono del paziente corteggiamento della Morte finché, anziani e gravemente malati, la scorgono seduta al loro capezzale.
Dean Koontz
Solo ventiquattr'ore mi separavano dal club di poesia, da Blythe, e quarantotto dal falò con Joseph, Ophelia e i loro amici, e ogni ticchettio della lancetta dell'orologio accresceva la mia ansia. Era tutto così nuovo, avere una vita sociale, interagire con altre persone, condividere parole e sentimenti... Era eccitante, ma spaventoso.
Il mio psicologo diceva che avevo solo paura di lanciarmi, e che il resto sarebbe venuto da sé: era certo che l'atterraggio sarebbe sempre andato alla grande, era solo il salto nel vuoto che mi terrorizzava. Be', io temevo di più l'atterraggio, poiché una vocina nella mia testa amava sussurrarmi che mi sarei schiantato al suolo e ridotto in brandelli.
Uno dei suoi consigli per non essere sopraffatto dalle emozioni, dalle paure e dai miei demoni interiori era di esorcizzandoli imprimendoli sulla carta, sotto forma d'inchiostro.
Optai per un haiku, una poesia giapponese che si differenziava da quella occidentale per la sua tipica divisione in tre versi, composti da poche parole che significavano tutto e niente.
Mi armai di un pezzo di carta, una penna stilografica e lasciai che i miei pensieri fluissero sulla carta, blu su bianco.
Mentre l'inchiostro si asciugava rilessi l'haiku più volte.
Le parole che avevo scritto significavano tutto, senza niente, e mi chiesi se fosse il caso di leggerle al club di poesia. Immediatamente mi risposi che mi ero bevuto il cervello per pensare ad una cosa tanto stupida. Quell'haiku era troppo personale per condividerlo con altre persone.
Rigirai la carta tra le dita e assaporai le parole tastandole con i polpastrelli; poi la stracciai fino a ridurla ad una minuscola pallina. Se quell'haiku fosse finito per un motivo o per un altro nelle mani sbagliate - come quelle di Joseph - sarei stato deriso a vita. Be', in tal caso avrei avuto un motivo validissimo per dileguarmi definitivamente da Nessdoom.
Dopo aver appallottolato la poesia ero pronto a cestinarla, o bruciarla, o disintegrarla - l'importante era che sparisse dalla faccia della terra - eppure qualcosa mi fermò. Quel qualcosa era un ipotetico se - una scintilla in un oceano di oscurità, l'unica stella nel cielo notturno - un motivo per conservarla nella tasca dei pantaloni - più vicino possibile al sottoscritto, lontano da sguardi indiscreti.
Misi in moto la memoria per selezionare una poesia da leggere ad alta voce davanti a un numero imprecisato di sconosciuti. Alcune di esse le avevo lette nelle aule di inglese, altre per piacere personale, altre ancora nel tentativo di comprendere il genere umano.
Una lista di nomi di poeti iniziò a scorrere nella mia testa come una serie di fotogrammi. Whitman, Ginsberg, Frost, Pound, Carver, Kerouac... Poe.
Mi sedetti davanti alla scrivania, dove c'era il computer di Joseph. Me l'aveva ceduto volentieri: era un modello antiquato e di seconda mano, troppo lento per usarlo senza che perdesse le staffe.
Lo accesi e digitai Edgar Allan Poe poesie. Mentre la pagina caricava, guardavo fuori dalla finestra, il cui panorama offerto era un velo di nebbia nera che prendeva il sopravvento su tutto, e veniva sporadicamente abbagliato da flash. Stava arrivando un temporale.
Quando il vetro della finestra veniva rigato dalle prime scie di gocce d'acqua la pagina Internet era carica. Passai in rassegna le poesie disponibili: Il Corvo, Epigramma per Wall Street, a Ottavia, Il Lago, Spiriti dei morti...
Solo. Era ciò che cercavo, ciò di cui avevo bisogno di condividere.
La lessi più volte, estasiato dalla tristezza e dalla malinconia delle parole, dai versi, così assonanti tra loro che facevano di quella poesia un canto divino, piuttosto che un inno al dolore e alla solitudine.
Mi sentii in dovere di dare una pacca sulla di Poe.
Trascrissi Solo sulla pagina di un bloc-notes, la strappai e la piegai su sé stessa tre volte, in modo da infilarla nella tasca dei pantaloni.
I lampi si erano fatti più frequenti e c'era un'altra cosa che dovevo cercare su Internet. Avevo cercato di rinviare un'altra ricerca il più a lungo possibile, ma non potevo più resistere. Dovevo sapere.
Prima però mi assicurai che Joseph fosse incollato alla televisione e non gli venisse in mente la malaugurata idea di salire in camera mia per controllare cosa stessi facendo, spinto da un improvviso senso fraterno.
Mio fratello fissava lo schermo come in trance, intento a tracannare una lattina di birra una dopo l'altra davanti ad un vecchio western. Quella era la sua routine quotidiana, e l'unica cosa che cambiava era il programma televisivo. Un giorno il rugby, quello dopo il baseball, i documentari di caccia boschiva, i western...
Tornai in camera mia, chiusi la porta e mi sistemai nuovamente davanti al computer.
Mentre digitavo quelle cinque parole sul motore di ricerca mi sentivo un po' colpevole: in qualche modo stavo invadendo la privacy di Blythe e mi stavo intrufolando nella sua vita a sua insaputa.
Ma avevo bisogno di risposte, risposte che Blythe non voleva o non poteva darmi.
Il Martello delle Malefiche download.
Cliccai su uno dei primi siti della lista dei risultati e aspettai con impazienza che la pagina si caricasse.
Il ticchettio della pioggia si faceva più pressante, quasi assordante.
La home page aveva una semplice disposizione di colori: sfondo nero e caratteri bianchi, senza fronzoli. Scorsi lungo la pagina fino a trovare due file. Era disponibile sia la versione originale in latino sia una traduzione. Scaricai quest'ultima.
8%.
17%.
Quel computer era un autentico catorcio.
24%.
Lo avrei dovuto portare in un negozio d'antiquariato.
29%.
Oppure una discarica sarebbe stata più appropriata.
32%.
C'era una discarica a Nessdoom?
34%.
Il telefonino prese a vibrare e una canzone dei New Order si diffuse nella mia camera. Ero tentato di ignorare la chiamata per concentrarmi sulla mia ricerca, ma la suoneria non accennava a zittirsi e mi ricordai di essere una persona educata.
Il display mostrava il numero di Ophelia.
«Ciao», dissi.
«Caspita, che entusiasmo! Ti senti bene?»
«Ciao, Ophelia!» esclamai, sforzandomi di apparire entusiasta; purtroppo i miei pensieri erano totalmente rivolti a Il Martello delle Malefiche e all'interminabile scaricamento del file - che, per la cronaca, non era giunto nemmeno a metà del suo completamento. «Così va meglio?»
«Noto un leggero miglioramento», rise, «ma sei sicuro di stare bene?»
Non esattamente. «Certo, non preoccuparti».
Ophelia si schiarì la gola. «Comunque il reale motivo di questa chiamata era accertarmi che non fossi già scappato da Nessdoom e che venissi al falò di questo fine settimana».
«Te l'ho detto: ci sarò».
Mi pentii immediatamente della mia sincerità, avrei potuto dirle che avevo preso all'ultimo un volo per Los Angeles...
«Perfetto!» esclamò. Dalla sua voce trapelava tutto l'entusiasmo che a me mancava. «Allora Violet, Florian e io verremo a prenderti nel pomeriggio; e appena Diantha finisce il turno, lei, Joseph e Timothy ci raggiungeranno».
Mi ricordavo di quel Timothy: Joseph l'aveva nominato qualche giorno fa, e se non ricordavo male era uno dei colleghi di lavoro coi quali andava nei boschi a sparare agli amici di Bambi.
«Violet e Florian?»
«Dei miei amici, e di conseguenza anche i tuoi», disse dolcemente. «Ti piaceranno, vedrai. Sono simpaticissimi - ma non quanto la sottoscritta, ovviamente».
Per esperienza personale, avevo imparato che quando delle persone venivano descritte da terzi come simpatiche significava che non lo erano affatto. Se fossero realmente simpatiche, le loro vittime non avrebbero bisogno di essere tranquillizzate.
«Non ne dubito».
Il file era arrivato a metà del suo caricamento. «Ophelia, ti posso chiedere una cosa?» chiesi. «Però può darsi che sia un po' inquietante e strana», l'avvertii.
«Hai appena citato i miei due aggettivi preferiti».
Lo presi come un sì. «Il Martello delle Malefiche non ti dice nulla?»
Il silenzio che seguì mi fece rimpiangere di non essere stato zitto. Troppa tensione, troppa ansia.
57%.
«Sì», disse infine Ophelia, «Il Martello delle Malefiche è nella lista dei Libri Che Dovrebbero Essere Messi Al Rogo, stilata da mia nonna, la quale comprende Mein Kampf, Vagabondi del Dharma, La Bibbia e l'intera bibliografia di Bukowski».
«Sono ufficialmente confuso», dissi, aspettando ulteriori delucidazioni. Cos'aveva che non andava Il Martello delle Malefiche, per meritare di essere bruciato?
«Il punto è che... mia nonna, molti anni fa, ha letto Il Martello delle Streghe perché in alcuni passi ha dei punti in comune con le vecchie leggende locali di Nessdoom, e voleva saperne di più in merito», spiegò Ophelia, «ma quel libro, Il Martello delle Malefiche, si è rivelato essere un dispensatore di odio e falsi miti, e la nonna queste cose non le sopporta, quindi non ho mai osato approfondire l'argomento».
«Le leggende locali?» chiesi, incuriosito.
«Sono delle vecchie storie che si tramandano tra le famiglie fondatrici, anche Violet e Florian le conoscono», disse Ophelia. «Parlano di...»
«Di cosa, Ophelia?»
«Ogni cosa a tempo debito», sghignazzò, «te le racconterò di persona, al falò, con una torcia elettrica accesa puntata sotto il mento, come fanno nei film dell'orrore».
«Okay», dissi irritato. Avevo fretta di risolvere le incognite che mi tormentavano, ma per il momento avevo solo domande e nessuna risposta.
«Come mai ti interessa un libro del genere?»
Menti, Aiden, e manda al diavolo la sincerità, per una volta. «L'ho adocchiato per caso l'altro giorno, mentre gironzolavo tra gli scaffali della biblioteca, mi sono incuriosito e ho voluto saperne di più», dissi, cercando di essere il più possibile convincente, «ma adesso credo che la mia curiosità sia stata soddisfatta».
«Uffa, mi aspettavo un motivo più entusiasmante, un bel colpo di scena alla vecchia maniera».
«Mi dispiace deluderti».
Se l'era bevuta.
Stavo andando alla grande. Se un giorno fossi tornato a Los Angeles, avrei dovuto prendere seriamente in considerazione una carriera come attore.
«Be', allora ci vediamo tra un paio di giorni», disse Ophelia.
La salutai e chiusi la chiamata.
Mi sentivo in colpa per averle mentito così spudoratamente. Ma cosa avrei potuto dirle? La verità, ovvero che non riuscivo a togliermi dalla testa perché Blythe stesse cercando un libro così... oscuro? No, grazie. Inoltre a Ophelia Blythe non piaceva - aveva detto di sentire un gelido formicolio e un senso di minaccia in presenza dei Winter - quindi non sarebbe stata contenta se avesse saputo che mi ero intrattenuto in una lunga conversazione con Blythe, e che il giorno seguente l'avrei rivista.
Sì, avevo mentito per il bene del rapporto tra me e Ophelia.
99%.
Download completato.
Aprii il file e non potei fare altro che iniziare a leggere - L'Esorcista l'avevo già finito (pace all'anima di Karras) ed ero troppo su di giri per riuscire a dormire.
Il Martello delle Malefiche era diviso in tre parti, una più folle dell'altra.
La prima parte si interrogava sull'esistenza e sulla natura della stregoneria: io ero convinto che streghe e stregoni non esistessero, ma secondo gli autori de Il Martello delle Malefiche - nonché inquisitori della Chiesa Cattolica - esistevano eccome. Erano ritratti come persone devote al Diavolo, e la loro debolezza spirituale ed intellettuale le rendeva predisposte a cedere alle sue tentazioni.
Poi entrarono in gioco gli Incubi e le Succubi, demoni rispettivamente maschili e femminili dalla notevole bellezza, che nottetempo seducevano e intrattenevano rapporti carnali con streghe e stregoni, i quali incrementavano i loro poteri magici unendosi biblicamente a questi demoni, e uomini della Chiesa, per il mero fine di infettar loro anima e corpo e condurli alla dannazione eterna.
Un'altra delle peculiarità di questi demoni era la capacità di procreare: le Succubi giacevano con gli uomini fino a sfinirli e a risucchiarli la vita, raccoglievano il loro seme e lo consegnavano agli Incubi, che avrebbero utilizzato a loro volta per fecondare le donne. I bambini nati da quell'unione demoniaca sarebbero stati maggiormente influenzabili dalle forze diaboliche e condannati a morte assieme alle madri, accusate di stregoneria.
Iniziavo a comprendere perché quel libro dovesse finire al rogo.
La seconda parte si focalizzava sui poteri delle streghe. Stando a quanto era scritto, le streghe erano capaci di provocare uragani e tempeste di grandine per distruggere i raccolti e di sfigurare o trasformare uomini in bestie; erano dedite all'uso di incantesimi d'amore per indurre in tentazione gli uomini della Chiesa, e d'incantesimi d'odio per generare conflitti tra di essi; e si riunivano ai sabba, dei convegni dove praticavano magia nera, orge e riti blasfemi in presenza del Diavolo. Tra i passatempi delle streghe e degli stregoni erano indicate la chiaroveggenza, la proiezione astrale, ma anche l'uccisione di neonati per offrirli in sacrificio alle forze diaboliche, il cannibalismo, la diffusione di pestilenze e la collezione di membri maschili, tenuti al riparo da sguardi indiscreti in nidi d'uccelli.
Ero abbastanza sicuro che Kramer e Sprenger avessero abusato di stupefacenti durante la stesura de Il Martello delle Malefiche.
La terza parte era quella che rappresentava al massimo splendore la crudeltà e la follia del genere umano. Descriveva i metodi di caccia alle streghe, le procedure da attuare per accusare di stregoneria una persona, il processo di fronte a un tribunale e l'interrogatorio - che si trasformava in una vera e propria tortura - per ottenere una confessione. La presunta strega veniva fatta spogliare per cercare sulla sua pelle il Marchio del Diavolo, un punto dove sarebbe stata insensibile al dolore, o l'Occhio del Diavolo, un neo situato nella parte interna della coscia, che avrebbero provato la natura malvagia dell'imputata. Infine, dopo la violenza psicologica, si passava a quella fisica, armati di ferro incandescente e decine e decine di spilloni...
Non volevo saperne più niente.
Chiusi il file, disgustato e deluso dall'umanità. Quel fiume di cattiveria partorito dalle menti malate di Kramer e Sprenger mi aveva nauseato, le orecchie fischiavano, la testa girava e avevo freddo...
Corsi in bagno e mi accasciai sull'asse del gabinetto. Destra, sinistra, sopra, sotto, nulla aveva senso, solo l'asse fredda contro la mia guancia mi teneva ancorato alla realtà.
Iniziarono a colarmi dalla bocca i primi rivoli di saliva e a sputare bile. Il calvario durò ancora per qualche minuto, finché sentii un getto risalire lungo la gola. Finalmente.
Vomitai, e un flusso arancione si riversò nella tazza. Cercavo di rigurgitare il più silenziosamente possibile: se Joseph mi avesse sorpreso a notte fonda intento a vomitare la cena, non sapevo cosa avrei quale menzogna avrei potuto rifilargli. Non potevo certo dirgli la verità - ultimamente avevo l'impressione che non potessi dirla a nessuno, che non avessi una persona con cui confidarmi - non avrebbe capito.
Non potevo fare a meno di pentirmi di aver avuto la malsana idea di leggere quella roba, ma soprattutto di chiedermi per quale assurdo motivo Blythe lo aveva preso in prestito in biblioteca. L'unica risposta logica che riuscivo a darmi era che le servisse per una ricerca scolastica, ma lei studiava a scuola, quindi era un'ipotesi da escludere.
Per organizzare una caccia alle streghe e ai demoni, era ciò che aveva detto Blythe al bibliotecario, e io non riuscivo a togliermelo dalla testa. Dopotutto, Il Martello delle Malefiche era stato scritto proprio per combattere le streghe e i demoni. Ma se forse...
No, era impossibile. Streghe e demoni non esistevano per davvero, erano solo frutto dell'immaginazione dell'essere umano, giusto?
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