5: Lieto Fine
Si tratta di una verità spaventosa: il dolore può renderci più profondi, può conferire un maggiore splendore ai nostri colori e una risonanza più ricca alle nostre parole. Questo avviene se non ci distrugge, se non annienta l'ottimismo e lo spirito, la capacità di avere visioni e il rispetto per le cose semplici e indispensabili.
Anne Rice (🖤)
Non avevo più chiuso occhio per il resto della notte, tormentato dall'incubo.
Solo quando l'alba sorse e iniziò a rischiarare la mia camera, l'incubo si dissolse gradualmente, sbiadì e divenne un ricordo vago.
Talvolta la luce prevaleva sull'oscurità.
Joseph era andato a lavorare - non avevo idea di come fosse riuscito a svegliarsi, montare in moto e ad andare a lavorare con i postumi della sbornia. Be', in un certo senso era istinto di sopravvivenza anche quello.
Istinto di sopravvivenza.
Salirono a galla frammenti confusi dell'incubo: la radura, Ophelia che odorava il fiore, i corvi...
Il fucile.
Scesi in salotto - evitai di far cadere l'occhio sul fucile - e mi preparai per uscire. Anche quel giorno sarei dovuto uscire, era in gioco la mia incolumità mentale.
Guidai con meno cautela del solito. Eccola, la Biblioteca di Nessdoom, dove risiedeva l'orrore immaginario e quello reale non aveva diritto ad accedervi. C'era L'Esorcista che mi aspettava, e a causa di forze maggiori ero stato a obbligato ad interrompere la lettura a pagina quarantotto.
Entrando in biblioteca mandai a farsi benedire l'educazione e non salutai il bibliotecario. Non ero dell'umore adatto per ricevere un trattamento speciale che comprendesse un'occhiata carica di disgusto seguita a spietata noncuranza.
La prima cosa che notai era che L'Esorcista non era più sul lungo tavolo da lettura, dove l'avevo lasciato.
La seconda era un groviglio di capelli scarlatti legati in un voluminoso chignon, che mi dava le spalle: Blythe, intenta a sfogliare un libro. Evidentemente aveva sopravalutato la sua velocità da lettrice, ed era tornata in biblioteca per continuare la consultazione di quel vecchio tomo, Il Martello delle Malefiche, scritto nel millequattrocentoqualcosa da due autori tedeschi dai nomi impronunciabili.
La terza era lo stesso gruppo di ragazzi - una femmina e due maschi - che il giorno precedente aveva assistito al mio capitombolo sventato all'ultimo. I due ragazzi non si accorsero di me poiché mi davano le spalle anche loro, ma la ragazza - un viso dai lineamenti aguzzi incorniciato da capelli viola, occhi violentati da una dose massiccia di eye-liner - mi scoccò un'occhiata annoiata appena mi vide.
Ero conscio di essere un tipo tutt'altro che spassoso ed intrigante, ma annoiare le persone con la mia sola presenza significava aver raggiunto un nuovo traguardo. Grande, Aiden, batti il cinque.
Improvvisamente mi ricordai che c'era un valido motivo se il mio psicologo di L.A. mi aveva diagnostico un disturbo paranoide, e feci del mio meglio per autoconvincermi che la noia di quella ragazza fosse scaturita dalla moltitudine di libri che popolavano la biblioteca ( i libri tendevano a suscitare reazioni soporifere alle persone che non amavano la lettura).
In ogni caso, mi rifugiai dietro uno scaffale abbastanza grande da nascondermi completamente alla vista di quella ragazza, e mi diressi dove avevo preso L'Esorcista.
Non c'era.
Ero sicuro che l'avrei trovato tra un Powell e un Proust.
Maledissi tra me e me chiunque fosse stato a prenderlo in prestito, e, dopo aver represso sul nascere una scintilla di rabbia, optai per un classico - la gamma offerta di romanzi dell'orrore era ristretta, e avevo già letto tutti quelli disponibili.
Scelsi un classico a caso, affondando la mano in una fila di libri - uno vale l'altro quando si è in astinenza forzata dalla lettura. La ritrassi assieme a Le due città di Charles Dickens.
Mi sedetti al tavolo di lettura - attento a non inciampare - in bilico tra il gruppo della ragazza dai capelli viola e Blythe, di fronte a me. Ero indeciso su chi delle due mi mettesse più soggezione.
Blythe alzò gli occhi dal libro e io li abbassai sul mio. Lungi da me, penetranti occhi viola.
Mi tuffai nel Dickens.
Era il migliore di tutti i tempi, era il peggiore di tutti i tempi, era il secolo della saggezza, era il secolo della stoltizia, era l'epoca della fede, era l'epoca dell'incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione delle Tenebre, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi, andavamo dritti dritti al Cielo, andavamo dritti dritti dalla parte opposta: in breve, il periodo era tanto simile al presente che alcune delle sue più clamorose autorità insistevano affinché se ne parlasse soltanto al superlativo sia nel bene sia nel male.
Dopo poche pagine ribattezzai il romanzo in Che due palle! e alzai gli occhi al cielo, esasperato. Volevo ricevere una botta in testa e risvegliarmi a L.A., nel mio vecchio appartamento - di cui, per la cronaca, non mi potevo più permettere di pagare l'affitto. Ero incastrato in un odioso limbo in cui non avevo né un lavoro né denaro sufficiente per iscrivermi all'università. Ero ufficialmente condannato a passare il resto dei miei giorni incolori nella grigia Nessdoom.
Il mio sguardo cadde sul libro che teneva Blythe tra le sue dita pallide e affusolate. Non stava leggendo Il Martello delle Malefiche come avevo presunto.
Oh, no.
«Cerchi questo?» chiese Blythe, divertita. Due piccole fossette ornavano un sorrisetto beffardo.
Appoggiò il libro verticalmente sul tavolo, la copertina, il titolo e il nome dell'autore in bella vista: L'Esorcista di William Peter Blatty.
Era un colpo basso.
«No», mentii: l'orgoglio prima di tutto.
«Quindi non rimarresti deluso se ti dicessi che questa triste storiella si conclude con un lieto fine, ovvero con il prete che salva la bambina posseduta invitando il demone ad entrare nelle sue carni».
Ma cosa avevo fatto di male per meritare tutto ciò?
Se c'era una cosa che odiavo con tutto me stesso, ancora più del bullismo, delle varie tipologie di discriminazione, dei romanzi rosa, delle armi batteriologiche e del baseball, era proprio il crimine che consisteva nel rovinare finali di libri e film a persone innocenti.
«Deve pur finire in qualche modo», dissi freddamente. «Inoltre questo non mi sembra un lieto fine. Anzi, oserei dire che gli epiloghi felici non esistono affatto».
«Cavalcare verso il tramonto con una principessa tra le braccia e vivere per sempre felici e contenti non è considerato un lieto fine?»
«Spesso questi finali banali e irrealistici vanno a scapito dell'antagonista, che va inevitabilmente incontro alla morte o all'infelicità».
Blythe mi guardò sospettosa, con gli occhi che brillavano di curiosità. «Temo di aver mal compreso. Ritieni che i cattivi meritino la compassione del lettore?»
Mi sforzai di pensare lucidamente e formulare una risposta chiara e coincisa, ma non era facile con quel paio di occhi che mi fissavano intensamente, come se mi perlustrassero l'anima.
«Dipende se un personaggio è cattivo perché deve o vuole esserlo. Dracula, ad esempio, non aveva scelta: bere sangue ed uccidere era nella sua natura. Hannibal Lecter invece uccideva per... divertimento, diciamo. Essere un mostro è stata una sua scelta, e ciò lo priva della mia empatia».
«È un punto di vista interessante», disse Blythe, portandosi un dito al labbro superiore, «ma Dracula, se non avesse voluto recidere nessuna vita, avrebbe ordinato a Renfield di trafiggergli il cuore con un paletto di legno o di incatenarlo nelle segrete del suo castello. Invece era un mostro e ha deciso di comportarsi come tale, quindi non merita né compassione né pietà».
«Se Dracula si fosse redento Van Helsing sarebbe rimasto disoccupato».
Le sfuggì una breve risata, la cui cadenza era simile al tintinnio dell'acqua di un ruscello che si riversava su rocce coperte di muschio.
«Ieri ero troppo assorta dalla lettura e non ho colto l'occasione per presentarmi: sono Blythe Winter», disse formalmente.
Mi colse alla sprovvista. Fino a quel momento non avevo realizzato che non ci fossimo ancora presentati. Io sapevo già chi fosse - perlomeno ne avevo una vaga idea: sia Ophelia che Joseph mi avevano parlato di lei e della sua famiglia, ma in quel momento mi resi conto che lei non sapeva nulla di me. Era elettrizzante il fatto che per lei fossi un tizio qualunque che leggeva un Dickens in biblioteca, nulla di più, nulla di meno. L'immagine che aveva di me non era corrotta da nessun pregiudizio.
Una piccola parte di me gongolava al pensiero che il giorno precedente mi avesse notato e si ricordasse di me.
Forse, in fondo, lasciare L.A. non era stata una cattiva idea.
«Aiden Langdon, avvocato difensore di vampiri e killer seriali».
Blythe inarcò le sopracciglia. «Non mi risulta che tu abbia preso le difese del signor Lecter», osservò.
Lapsus. Un maledetto lapsus.
Non avevo mai preso le difese di Hannibal Lecter, bensì quelle di Blythe e del resto dei Winter.
Silenzio imbarazzante e voglia di ricevere quella famosa botta in testa.
Pensa, Aiden, pensa e trova una giustificazione plausibile per tirarti fuori da questo pasticcio.
Blythe mi precedette: «Presumo tu che sia al corrente delle voci che girano in città riguardo me e la mia famiglia, e mi lusinga che non dia loro ascolto».
Mi ricomposi: forse non avevo rovinato tutto. «Sono solo pregiudizi», dissi con disprezzo.
Come poteva quell'angelo dalle sembianze umane commettere simili atrocità - uccidere tutte quelle persone? Be', anche quello era un pregiudizio, mi accorsi. Elizabeth Bathory era stata una donna bellissima, ma non disdegnava stare a mollo nel sangue umano, sicura che servisse a cristallizzare eternamente la propria giovinezza; Ted Bundy se la spassava con i cadaveri delle sue vittime, ma grazie al suo fascino era riuscito a celare all'opinione pubblica i suoi demoni interiori e le sue perversioni, e ai processi erano presenti decine di ammiratrici ammagliate dal suo aspetto fisico e dal suo charme, incapaci di vedere oltre la facciata di Bundy.
«Come fai ad esserne sicuro?» chiese Blythe.
Per un attimo presi in considerazione l'idea che Blythe potesse essere realmente implicata con la scia di omicidi che terrorizzava Nessdoom. La cestinai immediatamente.
Si è innocenti fino a prova contraria, no?
«Mmh. Domanda di riserva?»
Mi prese alla lettera. «Com'è il Dickens?»
«Sentiti libera di rivelarmi il finale, nel caso abbia letto anche questo. Mi risparmieresti quattrocento pagine di puro supplizio».
«Non ami i cari e vecchi classici?»
Il verbo 'amare' uscito dalla sua bocca aveva un'intonazione ancestrale, come se Blythe avesse vissuto sulla propria pelle ogni sfumatura della parola 'amore'. Ne ero invidioso e spaventato allo stesso tempo.
«No, temo di essere troppo apatico per apprezzare le tematiche trattate, come la glorificazione dei sentimenti e la condizione umana relazionata alla società», ammisi.
Sporse L'Esorcista verso di me. «Allora è meglio che te lo restituisca, non sono nessuno per negare il sacro diritto alla lettura».
«Ma tanto so già come finisce».
«Come disse il poeta Thomas Eliot, ciò che conta è il percorso del viaggio e non l'arrivo», citò.
Sospirai. «Mi vedo costretto a concordare con lui».
Non avevo mai sentito nominare quel poeta - io, che ero solito fare il saputello quando la letteratura entrava in gioco - e la mia ignoranza mi imbarazzò.
Blythe diventava sempre più intrigante.
«Posso chiederti una cosa?» domandai.
«Domandare è lecito, rispondere è cortesia».
«A cosa ti serviva quel libro, Il Martello delle Malefiche? Lo so, lo so, non sono affari miei», mi affrettai a precisare, «ma non mi sembra esattamente il genere di libro che si legga tutti i giorni, come, che ne so, Cent'anni di solitudine o Il giovane Holden».
Le sue labbra si serrarono, poi tornò in azione il sorriso beffardo. «Mi appello al quinto emendamento della Costituzione e mi avvalgo della facoltà di non rispondere».
«Però in qualità di tuo avvocato difensore ho bisogno di tutte le informazioni necessarie per non farti finire dietro nelle sbarre».
«In tal caso mi dichiaro rea di sanguinosi crimini e deciso di essere incarcerata senza passare per il tribunale», disse giovialmente. Era impossibile crederle.
«Va bene, va bene: hai vinto: non ti chiederò più nulla».
«Io vinco sempre».
Blythe fece un breve sorriso, poi sul suo volto tornò l'espressione impenetrabile, impossibile da decifrare.
L'incendio interiore che avevano acceso quel paio di occhi viola ricominciò a divampare; non si era mai spento del tutto, ma era stato sepolto sotto un cumulo di brace ardente.
«Be', io devo andare», dissi con voce tremante, «ho... ho delle cose da fare».
«Non ti trattengo».
Alzandomi feci rovinosamente piombare la sedia a terra, e il rimbombo si espanse nella sala di lettura attirando su di me tutti gli sguardi: quelli del trio di ragazzi, quello del bibliotecario e forse quello di Blythe - non osavo accertarmene.
Fantastico.
Rimisi la sedia al suo posto, le guance che scottavano. «Okay, adesso è meglio che me ne vada», sussurrai.
«Non vorrai dimenticare il libro anche questa volta, spero», disse Blythe, con una punta di scherno sulla lingua.
Non riuscivo più a guardarla.
Un'ondata di calore serpeggiò lungo la mia colonna vertebrale.
Presi L'Esorcista e andai al banco dei prestiti, presidiato dal bibliotecario. Gli consegnai il libro e la tessera della biblioteca.
Sbuffata di nervosismo esistenziale, controllo della tessera, registrazione del libro nel sistema informatico e L'Esorcista era mio per i prossimi tre mesi. Tuttavia, conoscendo le mie doti da lettore compulsivo, avrei riconsegnato il libro entro una settimana.
In procinto di raggiungere l'uscita, un volantino appeso a un albo degli annunci catturò la mia attenzione.
CLUB DI POESIA
CONDIVIDI LE TUE POESIE PREFERITE
VENERDÌ DALLE 18 ALLE 19
NELLA SALA CONFERENZE
CON LA PARTECIPAZIONE DELLA POETESSA LOCALE
EMMA SUMMER
Ancora prima che valutassi se andarci o meno - ovviamente sarei rimasto a casa ripiangendo di non avervi presenziato - Blythe scelse per me.
«Dovresti andarci»
Sobbalzai. Non l'avevo sentita arrivare. Si era materializzata al mio fianco come un fantasma.
«Perché dovrei?» chiesi.
«Perché non dovresti?»
Feci spallucce. «Per una miriade di validi motivi».
«Hai intenzione di condividerli con me di tua spontanea volontà o devo servirmi della sacra arte della tortura per farti parlare?»
«È che sicuramente si conoscono tutti in quel club, o quello che è, mentre io non conosco nessuno. Ho paura di sentirmi a disagio o fuori posto, ecco. E temo che possano trovarmi noioso, irritante, o qualcosa del genere», sputai i miei drammi universali d'un fiato e mi ritrovai a fissare il pavimento. Era così interessante, il linoleum, la sua colorazione marroncino chiaro...
«Okay, punto primo», disse Blythe, con un atteggiamento da maestrina, «conosci me - prima ci siamo presentati, ricordi? - e io non sono nessuno. Punto secondo, non sei noioso. Interloquire di redenzione e dei classici è stata una delle cose più emozionanti che mi sono successe da quando abito in questo paesino dimenticato da Dio. Nessdoom è noiosa, non tu».
Mi sforzai di sollevare lo sguardo. Guardare in faccia al proprio interlocutore era buona educazione, no?
«Quindi ci verrai anche te?»
«Certo, non mi perderei le poesie della famosissima Emma Summer per tutto l'oro di questo tetro mondo».
«Io non ho mai letto nulla di suo».
Rise. «Nemmeno io».
Per un nanosecondo il mondo divenne un luogo meraviglioso.
Uscimmo assieme dalla biblioteca ed ero abbastanza certo di non scorgere nessun'auto eccetto la mia, nonostante la nebbia. «Ehm, vuoi un passaggio?»
«È gentile da parte tua, ma credo che farò una passeggiata».
«Oh, okay», dissi, sperando che non notasse il filo di delusione che trapelava dalla mia voce. «Allora ci vediamo venerdì sera?»
Nessuna risposta: Blythe era già sparita, dileguata nella nebbia.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro