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19: La Portatrice di Morte

Chi ha smesso di credere in Dio o nel bene continua lo stesso a credere nel diavolo. Non so perché. No, anzi, lo so: il male è sempre possibile. E il bene è eternamente difficile.
Anne Rice




Quando ero in procinto di muovere i primi passi per esplorare la radura udii alle mie spalle una voce cristallina, inconfondibile.

«Ti sei perso?»

«No… non più».

Blythe sedeva su un ramo proteso orizzontalmente da un albero, la circonferenza abbastanza spessa da sorreggere il suo peso, con le gambe che penzolavano ad un metro e mezzo dal suolo; teneva un libro aperto in grembo, dalla copertina di un anonimo marrone, le cui pagine ingiallite si muovevano e sbattevano tra di esse come se fossero possedute da un fantasma. Proprio come i suoi capelli scarlatti, setose lingue di fuoco che danzavano al ritmo della melodia rabbiosa del vento.

«Mi lusinga che tu sia addentrato nei meandri di questa selva oscura per ringraziarmi di persona, ma una telefonata sarebbe stata egualmente apprezzata», disse, la sua voce modellata dall’onnipresente nota di divertimento, come se la vita fosse un gioco. Ma forse lo era per davvero, sì, la vita era un Hunger Games senza alcun vincitore.

E, come al solito, mi aveva preso alla sprovvista. «Ringraziarti per cosa?»

Che io sapessi, non era stata lei ad aver compromesso la scena di un crimine per tenermi il più lontano possibile da una cella.

«Per il Belli e Dannati che ti ho riportato. Ma», il suo tono per la prima volta assunse una sfumatura incerta, probabilmente a causa del mio evidente stupore, «sembra che tu non abbia controllato la buca lettere, di recente».

«Ieri sono stato fuori città tutto il giorno, a dire il vero», mi giustificai. Immediatamente un fremito mi percosse, accompagnato dalle ultime parole che mi aveva detto prima che salisse in auto con Derek, la frase che mi aveva tormentato in questi giorni. «Comunque pensavo che, ah, sì, volessi darci un taglio». Cercai di parlare in modo disinvolto, indifferente, ma non riuscii a nascondere il mio dolore, trasfuso in ogni singola parola.

Blythe aprì la bocca, ma poi la socchiuse e si mordicchiò il labbro inferiore. «Sarei lieta se considerassi la restituzione del libro come un’offerta di pace e un’occasione per perdonare il mio comportamento inaccettabile».

Le sue scuse lenirono la mia sofferenza, e il peso amaro che aveva gravato sulla mia anima in quei giorni si alleggerì, sciogliendosi in una dolciastra massa informe. Gli aghi non pungevano più, la loro puntura divenne un ricordo sbiadito, quasi mi fossi immaginato tutto.

Blythe era il presente, il dolore il passato. Ma il futuro era sempre più incerto, una partita di scacchi ancora da giocare, e il primo pedone – Derek – era stato sacrificato per la salvezza della regina.

Quanti pedoni sarebbero stati ancora mangiati per impedire – o rimandare – lo scacco matto?

«Scuse accettate». Era stato così facile perdonarla, lasciar scivolare via il dolore. «Anche se presumo che tu non abbia nessuna intenzione di spiegarmi perché ti sei comportata così», dissi, indeciso se formulare la frase a mo’ di domanda.

Sorrise. «Esatto».

Non potei fare a meno di notare che le sue labbra erano tornate rosee e piene, due petali di rosa appena sbocciati; le occhiaie bluastre erano sparite, il suo viso era nuovamente una maschera priva d’imperfezioni scolpita nell’avorio; nei suoi occhi scoppiettavano ancora milioni di misteri senza spiegazione, il viola più acceso che mai.

Improvvisamente una macchia nera piombò fulminea sulla spalla di Blythe. Sussultai. Lei invece rimase impassibile, e spostò lo sguardo sulla spalla, ricoperta dalla pelliccia nera che aveva indossato anche in occasione del nostro primo e silenzioso incontro in biblioteca.

«Buongiorno anche a te, Shakespeare».

Shakespeare. Un nome senza ombra di dubbio inusuale per un corvo. Ma forse qualsiasi nome sarebbe stato inusuale per un corvo.

Il becco e le piume di Shakespeare erano della stessa tonalità di nero della pelliccia sulla quale era appollaiato, e, se non fosse stato per le iridescenze metalliche che sfoggiavano, si sarebbe potuto mimetizzare completamente.

«È… tuo?»

«No, non è mio», fece una smorfia, «non sono così presuntuosa da arrogarmi i diritti di appartenenza di un altro essere vivente». Probabilmente Blythe non aveva mai avuto un animale domestico, come un cane o un pesce rosso. «Shakespeare si limita a deliziarmi con la sua silente compagnia mentre mi immergo nel tormento di Mary Shelley, esploro le dimensioni di Lovecraft», reclinò la copertina del libro verso di me, cosicché potessi vederla, «o mi innamoro delle streghe di Anne Rice».

«È bel gesto tenere compagnia a Shakespeare. Solitamente le persone provano timore nei confronti dei corvi».

Blythe si strinse nelle spalle, e quando il corvo sfiorò la linea della sua mascella emise un gracchio d’ammonimento. «Oh, perdonami, Shakespeare», gli rivolse un sorriso di scuse. «Ho scoperto di possedere una certa affinità con i corvi. Sono considerati premonitori di tragedie, portatori di morte e distruzione». Il sorriso dolce che aveva riservato a Shakespeare si inasprì. «Caratteristiche che ultimamente vengono attribuite anche a me e alla mia famiglia».

Deglutii. L’inaspettata comparsa di Blythe e la presenza di Shakespeare mi avevano distratto, mi avevano fatto dimenticare perché mi trovavo lì. Avevano tacciato la voce di Alisha per qualche istante.

Blythe si accorse del mio cambio di umore. «Immagino che questa non sia una visita di piacere, visto che non hai ancora recapitato Belli e Dannati. Perché ti sei spinto fin qua, Aiden?»

Porse il dorso della mano a Shakespeare; quest’ultimo si alzò dal suo giaciglio improvvisato e saltò su un dito, avvinghiandosi con zampette; poi con un battito di ali e una serie di striduli gracchi spiccò il volo in direzione della foresta e svanì nella nebbia.

«Ieri è successa una cosa», dissi. La mia stessa voce mi sembrava aliena, distante, come se le mie orecchie fossero piene di ovatta. «Ma non so come… dirtelo, e nemmeno da dove iniziare».

«Puoi partire dall’inizio. Il resto verrà da sé».

«La fai facile, tu», sbottai guardando per terra.

Se da un lato sentivo il bisogno di confidarmi con Blythe, dall’altro temevo la sua reazione. Come l’avrebbe presa? Cosa avrebbe pensato di me, una volta che avesse appreso quello che avevo fatto?

Forse, alla fine dei giochi, il vero criminale tra i due ero io.

Blythe chiuse il libro e spinse il proprio peso giù dall’albero. Atterrò in perfetto equilibrio, senza vacillare nemmeno di un centimetro. Si avvicinò di un passo, i suoi occhi magnetici persi nei miei, quasi mi scrutasse l’anima e ogni mio singolo pensiero, e i miei persi nei suoi, ma ciò che vedevo era soltanto un paio di impenetrabili iridi viola.

«Hai detto che hai trascorso la giornata di ieri fuori città. Potresti partire da questo», suggerì, la sua voce talmente calma da stonare con la situazione folle che si era creata.

Sospirai e feci mente locale per individuare gli avvenimenti che era meglio tralasciare. Violet che mi scherniva durante il tragitto in auto era uno di questi. Avvampai, l’imbarazzo ancora vivido nelle mie viscere.

«Cosa c’è?», chiese Blythe. Non le sfuggiva nulla.

«Niente», replicai immediatamente. Una goccia di sudore serpeggiò lungo la mia spina dorsale, facendomi rabbrividire. «Mio fratello ha organizzato uno stupido falò a Flowdown River per raccontarci a vicenda delle storie dell’orrore. C’era anche la sua ragazza, Diantha… Diantha Blake. Una poliziotta».

Blythe annuì impercettibilmente, e il suo sguardo si fece ancora più intenso. «Continua».

«Sembra che Diantha non regga bene l’alcol, perché dopo un solo paio di birre si è lasciata sfuggire alcune cose», mi umettai le labbra. Il resto venne fuori dalla mia bocca senza sforzo, più limpidamente di quando mi aspettassi. Le dissi del Dipartimento della polizia locale, disposta a tutto pur di trovare un responsabile degli omicidi; di Diantha, che si era aggirata nei boschi dove ci trovavamo per seminare prove che incastrassero lei e la sua famiglia, senza successo.

Blythe mi ascoltava senza battere ciglio, il suo viso non lasciava trapelare nessuna emozione.

Mi fermai quando stava per iniziare la parte cruciale, timoroso di proseguire.

«È tutto o c’è dell’altro?», domandò Blythe, in tono cortese.

«C’è dell’altro», sospirai, e mi sentii come prima di saltare giù dalla finestra della biblioteca: spaventato a morte dall’impatto e dai secondi infiniti che lo precedevano. E anche stavolta gettarmi nel vuoto sembrava l’unica soluzione.

«Ecco, c’era questo tizio, Timothy», continuai, «un amico di mio fratello, che voleva bere ancora qualche birra, solo che le aveva lasciate in auto. Pur di non raccontare una storia dell’orrore davanti agli altri, mi sono offerto di andare a recuperarle».

Blythe si sforzò di nascondere il sorriso che le stava affiorando sulle labbra. «Ho ben presente la tua avversione verso il pubblico. Agorafobia, giusto?»

Annuii e per quanto desiderassi rimanere coinvolto dal suo improvviso buonumore non ci riuscii. Un alone comprendente le peggiori svolte che quella conversazione avrebbe potuto prendere continuava a torreggiare sopra di me.

Blythe orripilata per aver sottratto a Derek i propri effetti personali. Blythe che mi odiava per aver egoisticamente deciso di farle portare quel peso per il resto della sua vita. Blythe che si allontanava definitivamente da me per aver mentito ad una bambina la cui unica colpa era aspettare che il proprio padre tornasse a casa.

«Successivamente cos’è avvenuto?»

«Sono sceso per il sentiero, e quando ero quasi giunto al capolinea ha iniziato a diluviare e a tirare il vento. Un vento fortissimo. Quindi sono, uh, scivolato e volato giù per la scarpata»

«Sicuro di non essere inciampato?»

Alzai gli occhi al cielo e la sua risata argentea si disperse nella radura. «Perdona le mie cattive maniere. Ti sei fatto male?», la sua voce era si fece calorosa, suadente.

«No, no», mi grattai il capo, «ma è stato soltanto grazie a… al corpo di Derek, che ha interrotto la mia discesa».

La sua espressione controllata cedette per un secondo, sbatté le palpebre come un colibrì e socchiuse le labbra; poi si ricompose, e assunse nuovamente quella maschera marmorea, inscalfibile. «Derek è morto?»

«Sì, e a meno che non sia inciampato anche lui e nella caduta si sia tagliato la gola, oserei ipotizzare che è stato ucciso».

Blythe chiuse gli occhi e fece un lungo respiro. Dopo un minuto di quiete assoluta scandita da qualche gracchio distante disse: «Questo può diventare un problema».

«Non lo è già?»

«No, non ancora», disse in tono assente, e inarcò le sopracciglia. «Non hai intenzione di chiedermi se sono stata io a privarlo della vita? Sono la sospettata principale, dopotutto».

«No. So che non sei stata tu», risposi fermamente.

«Vuoi tu, Aiden Langdon, rendermi partecipe delle ragioni che ti hanno portato a questa conclusione azzardata?», chiese in tono solenne, quando si rese conto che non accennavo a fornire ulteriori spiegazioni.

«Lo puoi chiamare intuito, credo. Inoltre», deglutii, «non credo che tu sia capace di uccidere una persona a sangue freddo. Credo che tu sia molte cose, ma non cattiva».

Blythe si rabbuiò. «Avrei qualcosa da ribadire riguardo l’ultima parte, ma per il resto mi vedo costretta a darti ragione. Non ho ucciso io Derek, anche se faresti meglio a non sottovalutarmi».

«Sai chi è stato? Cioè, hai visto qualcosa, l’altra notte, quando eri… con lui?»

Stranamente le mie guance non avvamparono accennando a quello che Blythe e Derek avevano fatto. Forse perché non riuscivo ad essere invidioso di un uomo morto. O forse perché finché la libertà di Blythe sarebbe stata messa a repentaglio, ciò che provavo e sentivo doveva essere messo in secondo piano. Dovevo rimanere lucido.

«Se avessi visto qualcosa ora non saresti qui, e la pace e l’amore sarebbero tornati a regnare su Nessdoom», disse con una punta di sarcasmo, e si morse il labbro inferiore. «Derek era davvero troppo ubriaco per guidare, faceva sbandare l’auto in continuazione. Avrebbe potuto ferirsi, allora l’ho convinto ad accostare… Evidentemente non è stata una buona idea, poiché dopo che abbiamo dato libero sfogo alla nostra voluttà si è assopito nella sua vettura».

Annuii. La scorsa notte avevo intravisto la Jeep di Derek, in disparte dalla strada principale. «E dopo?»

«Non avevo più nulla da fare, allora me ne sono andata. Non so cosa sia accaduto in seguito».

«Sei tornata a casa… a piedi?», chiesi perplesso.

«No, ho spiegato un paio di ali da pipistrello e sono volata sino alla mia dimora».

«Molto divertente».

«Ho sfidato la sorte facendo l’autostop», disse, come se fosse la cosa più ovvia al mondo. E lo era, in un certo senso. A volte la semplicità delle sue risposte smontava le aspettative esagerate delle mie domande. Perlomeno le poche volte che decideva di dissetare la mia curiosità.

E avevo la perenne sensazione che mi sfuggisse un dettaglio che avrebbe completato il quadro generale. Una scomoda verità davanti ai miei occhi che rifiutavo di guardare.

D’altro canto, nemmeno io le avevo ancora detto tutto. «Prima di… di lasciare il corpo di Derek ho fatto una cosa un po’… immorale». Abbassai la cerniera di una delle tasche della giacca ed estrassi i due oggetti per i quali sarei finito all’inferno, il portafogli e il cellulare di Derek. «Ho pensato che potrebbe rallentare le indagini. Se impiegheranno più tempo del necessario per identificare il corpo, potremo riuscire escogitare qualcosa per tirarti fuori dai guai».

Come al solito, la sua reazione mi colse alla sprovvista. Scoppiò a ridere, ed aspettai che si ricompose per sapere cosa ne pensasse. In ogni caso non sembrava né arrabbiata né disgustata, ma forse non aveva ancora realizzato cosa avessi fatto. Talvolta l’odio tardava a accendersi e ad ardere le viscere.

«Scusami», ridacchiò Blythe, coprendosi la bocca con il palmo della mano, «ma l’ultima volta che ci siamo visti eri titubante a commettere una piccola effrazione in biblioteca, e ora profani cadaveri?»

Mi strinsi nelle spalle. «Se proprio devo commettere un crimine, preferisco commetterlo per una buona causa».

Blythe sorrise dolcemente. «Non sono sicura che io sia “una buona causa” per commettere un reato punibile con una detenzione che si estende dai tre ai vent’anni».

Mi sentii più leggero, e se il prezzo da pagare era rischiare di scontare una pena di vent’anni ero pronto ad accettarlo. Però il mio egoismo doveva liberarsi di un altro peso. «Non è tutto. Ad un certo punto il telefono ha iniziato a squillare – e, a dispetto dei pessimi gusti musicali di Derek, ha impostato una canzone dei Green Day come suoneria». Blythe mi guardò stranita: senza rendermene conto avevo iniziato a divagare. «Ho risposto alla chiamata. Lo so, lo so, non avrei dovuto, ma mi sono fatto prendere dal panico e non ho pensato a cosa stessi facendo».

Sentii una morsa asfissiante al cuore e di meritare di trascorrere i prossimi decenni in prigione.

«Chi era?»

«Sua figlia, Alisha», rantolai con un filo di voce. «Sta aspettando che Derek torni a casa. Ho dovuto mentirle, non riuscivo a dirle la verità… è soltanto una bambina. Le ho detto che… che Derek stava dormendo, e le ho promesso che appena si fosse svegliato gli avrei detto che le mancava e di tornare a casa».

Stavolta Blythe non rise e si avvicinò a me, abbastanza da dover inclinare il collo per guardarmi negli occhi. Ogni traccia di buonumore era scomparsa dal suo viso efebico, le lunghe ciglia cadevano all’ingiù come gigli morenti. «Le hai donato speranza. Hai permesso che vivesse in una fiaba ancora per qualche prezioso istante. Non biasimarti se non sei riuscito a strapparle via l’innocenza, non era compito tuo».

Mi misi le mani sui capelli e poi le lasciai cadere lungo i fianchi, esasperato. Le parole di Blythe, per quanto fossero pure e gentili, non riuscirono ad alleggerire quel fardello. Niente e nessuno avrebbe potuto alleviare il mio tormento.

«Comunque, non credo che Alisha possa riuscire a rintracciarmi. Quando mi ha chiesto chi fossi ho dato un altro nome».

Quella bugia invece non mi avrebbe mai tolto il sonno di notte.

«Quale?»

«Non ha importanza», dissi evasivo. «Ciò che importa è che se arriveranno a quella persona, si troveranno ad un vicolo cieco».

Mark Terril al momento era tre metri sottoterra, ma continuava a vivere nei miei incubi. Il minimo che potesse fare per redimersi era lasciare che usassi il suo nome per proteggere me e Blythe: i morti non portavano da nessuna parte.

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