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17: Peso Insostenibile

Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti.
Bram Stoker

A/N: scrivere questo capitolo mi ha fatto dubitare della sanità mentale del mio main character

Trigger Waning: non posso dirvelo, sarebbe uno spoiler troppo grosso. :/

Col senno di poi, mi accorsi che defilarmi dal falò non era l’idea geniale che credevo che fosse. Mi toccava ripercorrere il sentiero che mi aveva dato tanto filo da torcere all’andata. Ma stavolta al buio. Da solo. E con uno o più serial killer in circolazione.

Tutto ciò per recuperare delle maledette birre e per scampare dall’imbarazzo raccontare una storia dell’orrore davanti agli altri.

Una folata di vento mi colpì in pieno, facendomi digrignare i denti. Avrei preferito scoprire in altri modi che imbottirsi d’alcol non facesse sentire freddo. Sfortunatamente era solo una diceria, come un possibile rinnovo della serie televisiva de La Famiglia Addams.

Purtroppo, si rivelò vero che assumere una quantità ingente d’alcolici destabilizzasse il senso dell’equilibrio.

Come all’andata, procedetti appoggiandomi agli appigli naturali che sporgevano dal lato sinistro. A destra, c’era la scarpata piena di cespugli e fogliame secco.

Camminai cautamente, fermandomi ad ogni folata di vento e stando attento a dove mettessi i piedi – temevo che se fossi inciampato e morto cadendo nella scarpata, sulla mia lapide sarebbe stato inciso Non guardava mai dove metteva i piedi ed inciampava sempre, o qualcosa del genere. E quello sarebbe stato un fato ancora peggiore di quello di Senzanome. Avrei di gran lunga preferito l’oblio all’eterna vergogna.

Man mano che percorrevo il sentiero le folate di vento si facevano più frequenti; e quando il terreno divenne più ripido iniziò a piovigginare. Alla fine le previsioni del tempo di Joseph non si erano rivelate del tutto corrette.

In vista della fine del sentiero e dell’arrivo della pioggia, accelerai il passo.

Fu un errore.

Scivolai su quello che doveva una roccia ricoperta di muschio – viscido e scivoloso, incredibilmente scivoloso –, e mi sbilanciai di pochi passi verso la scarpata. Poi, come non bastasse, sopraggiunse il vento. Non una folata, ma un tornado. L’Uragano Violet.

Prima di rotolare nella scarpata assaporai nuovamente il vuoto per qualche istante, ma stavolta non c’era Blythe pronta a chiamare l’ambulanza se la situazione si fosse messa male o a rassicurarmi che sarebbe andato tutto bene. C’eravamo solamente io e l’oscurità che mi separava dall’impatto.

Mentre ero in volo roteai su me stesso e la prima parte del mio corpo che toccò il terreno furono le mani, e improvvisamente imparai a fare le capriole, perché ne feci diverse. Il problema era che non sapevo come fermarmi.

La mia discesa si interruppe quando sbattei contro una solida sporgenza parzialmente ricoperta da foglie secche, e mi ritrovai con la schiena rivolta verso il terreno bagnato, che a momenti sarebbe diventato fangoso e ancora più scivoloso. Sentii la schiena e le spalle pulsare, ma il dolore non arrivò. Almeno si rivelò vero che l’alcol vanificava il dolore. Aiden 1 – Alcol 0.

Le pioggia e il capitombolo avevano compromesso la mia vista, bagnando le lenti degli occhiali e sporcandole di terriccio; allora aprii la giacca e le rimisi a nuovo strofinandole sulla maglietta.

Per evitare che la pioggia le bagnasse nuovamente girai su me stesso, mi misi a cavalcioni sulla sporgenza e incurvai leggermente la schiena verso di essa.

In quella posizione riuscii a guardare la sporgenza da un’angolatura migliore.

Allora realizzai che quella sporgenza in realtà era un corpo. Un corpo umano. Un corpo umano con la gola recisa.

Qualcosa dentro di me si mosse violentemente – prima su, poi giù, e ancora su – come se non accettasse ciò che stavo guardando e cercasse di ribellarsi a quella vista. Qualunque cosa fosse, fuoriuscì dalla mia bocca sotto forma di un fiotto giallo accompagnato da una serie di rutti poco eleganti e atterrò sul paio di occhi vitrei che mi fissavano senza vedermi; mi sporsi all’indietro per dirottare il getto e salvare la dignità del cadavere, ma prima che mi raddrizzassi il getto colpì le sue labbra cristallizzate in un urlo infinito e la barba rappresa di sangue secco che gli copriva gli zigomi.

Girai la testa lateralmente e continuai a svuotare il mio stomaco tra il suo fianco e il suo braccio.

Aiden 1 – alcol 1.

Mentre completavo la mia opera di espulsione di bile, intravidi con la coda dell’occhio un particolare che destò la mia attenzione. Mi soffermai sull’avambraccio del cadavere, la manica arrotolata all’altezza del gomito, piegato in una posizione innaturale, come se le giunture che lo collegavano al resto del braccio si fossero polverizzate.

Nonostante i lividi violacei che costellavano il braccio, riusciva a spiccare su di esso il disegno di un pugnale dall’elsa nera e dalla lama grigia, le cui sfumature si mescolavano ai lividi, avviluppato da un rovo marroncino che si estendeva oltre la punta. Da vicino riuscii ad apprezzare il tatuaggio più di quando l’avevo visto per la prima volta, circa ventiquattro ore fa.

Ed era una fortuna che a Derek piacesse la birra, perché adesso la sua faccia ne era tutta impiastricciata.

Chiusi gli occhi. Dovevo riflettere – a cavalcioni sul cadavere di Derek non era la posizione migliore, ma in quel momento non potevo permettermi di essere schizzinoso. Lucidamente, senza farmi prendere dal panico.

Derek era morto – era stato ucciso, l’incisione lungo la gola lo confermava. Il mio primo pensiero andò all’ultima persona che presumevo lo avesse visto: Blythe, che era salita nella sua auto.

Ma a scagionarla ci pensavano i lividi sul braccio, le giunture slogate e curva irregolare delle costole su cui erano appoggiate le mie cosce. Chiunque aveva ridotto Derek in quello stato doveva avere molta forza.

Forza che dubitavo Blythe possedesse. Certo, avrebbe potuto facilmente tagliargli la gola, magari approfittando di una sua distrazione, ma era troppo esile e minuta per avergli deturpato il resto del corpo così brutalmente. Chiunque fosse stato ad uccidere Derek – e tutte le altre vittime –, doveva avere una collezione di medaglie di lotta libera nel cassetto della sua camera da letto, oltre ad un coltello. E la bocca di Derek, pietrificata in un’espressione di terrore, testimoniava che il suo esecutore aveva un aspetto davvero spaventoso – Blythe era molte cose, ma non spaventosa.

Tuttavia, dubitavo che la polizia l’avrebbe pensata allo stesso modo. Come aveva detto Diantha, avrebbe trovato un responsabile a qualsiasi costo, e sarebbe stata una questione di tempo prima che riuscisse a ricostruire le ultime ore di Derek: una volta che avrebbero trovato ed identificato il suo corpo, il suo viso sarebbe comparso su tutti i telegiornali; Violet, che era presente quando Blythe era salita nella Jeep di Derek, avrebbe parlato; allora la polizia sarebbe andata immediatamente a casa Winter per arrestare Blythe, e una parvenza di pace sarebbe ritornata su Nessdoom.

A meno che non decidessi di mescolare le carte in tavola.

Quando la suoneria di un telefono si librò nell’aria sobbalzai, rischiando di sbilanciarmi e di continuare la serie di capriole.

Istintivamente misi la mano in tasca per estrarre il mio telefono, ma American Idiot dei Green Day non era la suoneria che avevo impostato. Era quella del telefono di Derek, e il titolo della canzone diceva molto sul suo conto.

La lucidità con cui avevo ragionato fino a quel momento si deflagrò, e mi attraversò una scarica di adrenalina. La frequenza dei battiti del mio cuore raddoppiò e il rumore della pioggia sulle foglie secche sovrastava quello dei miei pensieri.

Tastai le tasche dei pantaloni di Derek, finché non trovai il suo telefono. Il vetro dello schermo era rigato, ma non potei fare a meno di notare che dal numero di chiamate perse era un uomo molto ricercato.

Portai il telefono all’orecchio, aprii la chiamata e rimasi in ascolto.

«Papà?», disse una voce squillante, che poteva appartenere solamente ad una bambina.

«Non sono tuo papà», risposi in un soffio. Sentii la mia stessa voce distante, come se avessi le orecchie piene di ovatta.

«Chi sei?»

«Mark», rantolai, senza rifletterci su. «Mi chiamo Mark. Mark Terril». Al bullo che mi aveva tormentato e reso la mia vita un inferno durante le superiori non sarebbe dispiaciuto se avessi preso in prestito il suo nome.

«Io sono Alisha», si presentò. «Sei con mio papà?»

«Sì», risposi dopo un attimo di esitazione. «Ma adesso sta dormendo». Da un punto di vista contorto, era la verità.

«Quando si sveglia puoi dirgli che mi manca tanto?»

«Lo farò».

«E che voglio che torni a casa».

«Gli dirò anche questo».

«E non dire alla mamma che ho chiamato papà. Ti prego. Non è felice quando chiamo papà».

«Okay».

«Prometti?»

«Prometto».

«Adesso devo andare, mia mamma sta arrivando. Ciao, Mark».

«Ciao, Alisha». Chiusi la chiamata, sull’orlo delle lacrime.

Derek non si sarebbe mai svegliato. Non sarebbe mai tornato a casa. Alisha non lo avrebbe mai riabbracciato. La vita faceva schifo.

Per Derek era troppo tardi, ma non per Blythe. Lei poteva ancora essere salvata.

Strinsi i denti e con movimenti metodici feci il necessario per far guadagnare tempo a Blythe, per rallentare la catena di eventi che si sarebbe susseguita una volta che il corpo di Derek sarebbe stato ritrovato.

Non presi in considerazione che Blythe potesse aver condiviso il fato di Derek di sfiorarmi nemmeno per un secondo. Sarebbe stato troppo da sopportare, il suo corpo privo di vita e calore, i capelli di seta rossa violentati dalla pioggia e dal fango, gli occhi spenti, i segreti che custodivano gelosamente spirati assieme lei, la morbida curva del collo straziata da una lama, la pelle lattea macchiata da lividi amorfi...

Non potevo crollare, non adesso; dovevo farmi forza.

Blythe era sicuramente riuscita a scappare. Era viva, il suo cuore batteva ancora. Era a casa sua, stava leggendo un Dickens mentre si godeva il ticchettio della pioggia che cadeva sul tetto.

Me lo ripetei come un mantra mentre ritornai sul sentiero principale; per risalirvi avevo avanzato gattonando, talvolta sorreggendomi ai rami che sporgevano dai cespugli, abbastanza resistenti da sostenere il mio peso.

Mi concedetti pochi attimi per recuperare fiato, e continuai a scendere per il sentiero. Pioveva a dirotto e iniziavano a crearsi dei piccoli ruscelli che attraversavano orizzontalmente il sentiero, trascinando con loro foglie secche, terriccio, ghiaia, e si riversavano in piccole cascate giù per la scarpata.

Mi sorpresi a sperare che quei rimasugli naturali si depositassero sul corpo di Derek e lo nascondessero per qualche giorno in più. O qualche settimana.

Quando arrivai alla strada sterrata ero bagnato fradicio. Sentii il suono di un clacson, quasi sovrastato dal fragore della pioggia; rivolsi lo sguardo dove erano state posteggiate le auto. C’era solo quella di Joseph, che con una mano fuori finestrino mi fece cenno di entrare in auto.

Corsi verso di essa e mi infilai nell’abitacolo. «Ma dove sono le altre auto? E cosa ci fai qui?»

«Quando ha iniziato a piovere abbiamo smontato le tende e siamo scesi. Ti abbiamo aspettato per mezz’ora, poi gli altri non ne potevano più e se ne sono andati», disse in tono piatto. Non sembrava contento. «Per mezz’ora!»

Joseph non era affatto contento.

«Ah, scusa. Mi sono… perso». Non mi ero accorto che fosse passato così tanto tempo. Evidentemente il tempo vola quando si manomettono scene di un crimine.

«In un sentiero privo di deviazioni?», l’incredulità sostituì la sua rabbia.

Annuii, e Joseph alzò gli occhi al cielo. «Comunque domani i sedili li lavi tu».

«Perché?», chiesi, ma poi il mio sguardo vagliò i miei pantaloni, e capii. Il loro colore predominante era diventato il marrone, probabilmente dopo che ero ruzzolato giù per la scarpata. C’era anche qualche macchia giallognola. «Oh, okay».

Joseph fece per infilare la chiave d’accensione, ma lo fermai. «Aspetta, ma vuoi tornare a casa? Non è prudente guidare dopo aver bevuto». Stavo per aggiungere che era anche illegale, ma quella sera avevo infranto fin troppe leggi per curarmi di infrangerne un’altra.

Si voltò verso di me, guardandomi fisso negli occhi. «La conosci la storia del moralista e dell’ubriacone?»

Scossi la testa.

«Un moralista e un ubriacone sono seduti in un auto per ripararsi dalla pioggia, dopo essersi fatti qualche birra. Ad una certa, l’ubriacone vuole tornare a casa per vedere la partita degli Yankees, buttare giù qualche scommessa e magari bersi un’ultima Heineken; il moralista gli fa la predica, gli dice che potrebbero fare un incidente, morire e bla bla bla.

«Ma l’ubriacone non ne vuole sapere nulla, allora il moralista scende dall’auto e decide di farsi a piedi le dieci miglia per tornare a casa.

«L’ubriacone in pochi minuti arriva a casa sano e salvo, accende la televisione e si gusta la partita. Il moralista invece schiatta di freddo dopo mezzo miglio».

«Ho capito», sospirai, ma forse valeva la pena di sfiorare la morte pur di andarcene da quei boschi. Ero sicuro che non vi avrei più messo piede per un pezzo.

Joseph accese il motore e uscì in retromarcia dal posteggio. Fu in quel momento che scorsi lo scintillio di una Jeep metallizzata, posteggiata dall’altro lato della strada e mimetizzata da fronde cadenti degli alberi.

Improvvisamente il peso del telefono e del portafoglio di Derek nella tasca del mio giubbotto si fece insostenibile.

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