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13: I Palloncini di Pennywise

"Si paga per quel che si ottiene, si ottiene ciò per cui si paga... e prima o poi quel che ti appartiene torna a te."
Stephen King


Tuttavia, alcuni conti non tornavano.

«Ophelia», la chiamai con voce tremante. Mi schiarii la gola e cercai di ricompormi. «Gli omicidi sono avvenuti nei boschi, vero?»

«Sì», rispose fermamente, «perché me lo chiedi?»

«Esclusivamente nei boschi?», precisai.

«Sì, esclusivamente nei boschi», replicò spazientita. «Hai a mente? Quei posti con alberi, erba, fiori, terriccio, insetti, uccellini che cinguettano...».

«Okay, okay, ho capito: esclusivamente nei boschi; chiaro, cristallino», la interruppi. Quello era un punto a favore per l'innocenza di Blythe: il campo d'azione del serial killer, chiunque fosse, erano i boschi, piuttosto che gli edifici pubblici.

«Il modus operandi qual è?», chiesi a bruciapelo. «Joseph mi ha parlato di gole squarciate, quindi... si tratta di un taglio allo gola, giusto?»

«Sì».

«Quindi si tratta di una persona, giusto?»

«Questa è la domanda da un milione di dollari», disse, pensierosa. «Sul corpo delle vittime è stato rilevato del DNA animale».

«Quindi si tratta di un animale», affermai, ma il mio tono era più simile a quello di una domanda. Joseph aveva accennato alla possibilità che quei crimini potessero essere opera di un lupo mannaro, e in quel momento mi parve l'ipotesi più plausibile.

Non potei fare a meno di immaginare Blythe, nel bosco, la sua pelle che veniva baciata dai raggi di luna, la sua fisionomia minuta che mutava in quella di un enorme lupo nero con fauci forgiate appositamente per dilaniare carne, artigli così affilati da recidere gole senza il minimo sforzo...

«Un animale che se ne va in giro per i boschi con un coltello e capace di fare fuori cacciatori armati con fucili?», chiese retoricamente Ophelia, smontando la mia fervida immaginazione. «Per quanto la trovi un'idea affascinante e capace di stravolgere la monotonia di Nessdoom, è troppo surreale», disse con voce sognante.

«Veramente stavo pensando ad un... licantropo». Dirlo ad alta voce lo face sembrare un'idiozia. E lo era. «Un licantropo con gli artigli affilati al punto di poter essere scambiati per coltelli». Okay, stavo delirando, ma almeno ne ero conscio.

Ophelia mi guardò come se stesse dubitando della mia salute - e aveva tutti i motivi per farlo. «Hai fumato anche tu, Aiden?»

«Uffa, stavo solo lasciando navigare la fantasia», sbottai. Se il serial killer fosse stato un licantropo, l'innocenza di Blythe sarebbe stata comprovata - dato che, fino a prova contraria, lei era un essere umano.

Ovviamente ciò non voleva dire che gli umani non potessero essere dei mostri - metaforicamente.

«Se ti può consolare, Diantha ha ideato una teoria quasi fantasiosa quanto la tua», sghignazzò.

«Spara».

«Una setta di psicopatici che praticano sacrifici umani, ed eviscerano animali e indossano la loro pelle per sfuggire al test del DNA», disse di getto. «Sembra folle, lo so. In difesa di mia sorella, ultimamente non è molto lucida».

La mia mente plasmò l'immagine di un Berserkr, un guerriero della mitologia norrena che indossava pelle d'orso e la cui rabbia era così intensa da renderlo insensibile al dolore e alla paura - e, perché no, anche ai proiettili di un fucile. Stando alle leggende, i Bersekir si raggruppavano in sette o società belliche, quindi facendo uno più uno...

Mi sforzai di tornare nel mondo reale, dove non esistevano né lupi mannari né guerrieri-orso. E mi riguardai dal non esporre quella teoria ad Ophelia.

«Addirittura una setta? Un solo psicopatico non è abbastanza?», chiesi.

«Le autopsie effettuate alle vittime hanno rilevato profondità e diametri di ferite da taglio differenti tra loro. Dunque, a meno che il nostro serial killer non abbia un'intera collezione di coltelli a sua disposizione, sono coinvolte più persone».

Annuii. «Inoltre questo spiegherebbe come riescono a sopraffare più cacciatori armati in un colpo solo. Magari, avvicinandosi a loro di soppiatto o nascondendosi nella nebbia riuscirebbero a coglierli alla sprovvista e a farla franca». Quella era la teoria più ragionevole che avessi sentito, ma allo stesso tempo la più spaventosa: un conto era fantasticare su un mostro dei libri dell'orrore che si celava nella nebbia per strappare delle vite, un altro era affrontare il fatto che il mostro era fatto di carne e ossa, che era umano. O più umani. Potevano essere chiunque, e nascondevano la loro vera natura dietro un sorriso e maniere educate, aiutavano le persone ad attraversare la strada e lasciavano la mancia ai camerieri. E questi li avrebbero ringraziati, pensando sinceramente che fossero delle brave persone.

Cercai di scacciare quel pensiero orrendo, di lasciarlo dietro i miei passi. «Una setta in un paesino come Nessdoom non è un po' troppo da Red State?», obiettai - e speravo che Ophelia concordasse con me. «Nella vita reale le sette si stabiliscono a San Francisco o Los Angeles, mica in luoghi come quella sottospecie di macchinario produci-nebbia», aggrottai la fronte, «dove attirerebbero l'attenzione su di sé in pochissimo tempo».

«"Macchinario produci-nebbia"? Se vuoi insultare Nessdoom almeno mettici più impegno», sbuffò. «Che ne so, chiamalo "insulso paesino di merda"».

Sorrisi. «Okay, quell'insulso paesino di merda». Affibbiargli ad alta voce gli epiteti che ritenevo i più veritieri fu straordinariamente liberatorio.

«Comunque qualcuno ha già attirato su di sé l'attenzione, e pure un bel po'», disse Ophelia, cupa.

Mi fu subito chiaro dove voleva andare a parare, e mio sorriso si affievolì con la sua stessa velocità con cui si era disegnato sulle mie labbra. «I Winter», dissi in un soffio.

La sentii annuire con decisione. «E sono anche abbastanza numerosi per formare una setta. Numerosi ed inquietanti».

«Ma a nessuno è passato per l'anticamera del cervello che possono essere una famiglia come tutte le altre?», sbottai, inasprito. «Cos'è, se ne vanno in giro mezzi nudi ad ululare al chiaro di luna, organizzano messe nere o, ancora peggio, non fanno la raccolta differenziata?»

«Se facessero rituali in onore a Satana avrebbero tutta la mia simpatia. Ho sempre avuto delle cotte per gli antagonisti nelle saghe fantasy», sghignazzò, ignorando il mio sarcasmo. «Comunque no, la loro non è una famiglia come tutte le altre... A meno che le relazioni incestuose non siano più frequenti di quanto immaginiamo».

Incespicai su un sasso nascosto da uno strato di muschio, ma riuscii a fermare la caduta e a salvare i miei denti aggrappandomi ad un ramo che sporgeva alla mia destra. «Temo di aver capito di aver capito male. Hai appena detto che Blythe sta con suo fratello o sua sorella?»

«Non sto parlando di Blythe», specificò, con una punta di accidia nella voce. «L'universo non gira attorno a lei». Non potevo dire lo stesso del mio piccolo mondo. «Sono Louis e Hazel Winter a condividere la stessa stanza, e non soltanto come fratello e sorella. Certo, non hanno alcun legame di sangue, dato che sono stati entrambi adottati, ma è comunque... inusuale».

«Puoi dirlo forte».

«Poi c'è Bartholomew, il cugino biologico di Blythe, credo. Sono troppo diversi tra loro per essere fratelli di sangue: se Blythe ha i capelli rossi ed è di corporatura minuta, Bartholomew è un gigante dai lunghi capelli biondi. Sembra il gemello cattivo di Thor».

«Magari, proprio come Thor, usa un martello per uccidere le sue vittime», cercai di sdrammatizzare.

«Se lo avessi visto anche tu non scherzeresti tanto», disse Ophelia. «È davvero... raccapricciante. È così muscoloso da dar l'idea di poter spezzare un collo come un ramoscello, e il suo sguardo è così... sì, truce è la parola esatta».

«Non è carino giudicare le persone basandosi sul loro aspetto fisico», le feci notare. «Anche Jeff the Killer ha un aspetto... particolare, ma questo non fa di lui un cattivo».

«Aiden, Jeff ha ucciso delle persone».

«Quelle persone erano dei bulli. Hanno avuto ciò che meritavano», dissi con decisione. Ogni riferimento a persone esistenti e fatti realmente accaduti era puramente casuale.

«Ciò nonostante, l'unica volta che ho avuto il dispiacere di incontrare Bartholomew l'ho sentita», disse, «la stessa sensazione di minaccia che avverto quando vedo Blythe. È come se una parte sepolta dentro di me urlasse che sono in pericolo, e io del mio istinto di fido».

Non avevo intenzione di dare corda ai suoi presagi da romanzo gotico; invece ero curioso di saperne di più su questo Bartholomew. Non che fossero affari miei, ma Blythe non mi aveva parlato molto della sua famiglia - e nemmeno io a lei della mia -, però la consapevolezza che ne aveva una anche lei, che condivideva la quotidianità con dei fratelli, come facevamo io e Joseph, la rendeva più... umana. Ai miei occhi lei era come un angelo, e come tutti gli angeli poteva cadere dal cielo e perdere ciò che la rendeva divina.

In altre parole, se fossi riuscito a penetrare in quell'aura misteriosa che l'avvolgeva e che mi attirava, e avessi scoperto che effettivamente non era la creatura celeste che credevo fosse, forse l'infatuazione, la cotta, o qualsiasi cosa che provavo nei suoi confronti, sarebbe sparita. E gli aghi avrebbero smesso di pungere.

«Dove l'hai visto?», chiesi, sperando che Ophelia non notasse la curiosità che trapelava dalla mia voce.

«Alla ferramenta Jones & Figlio, mentre facevo una commissione per mia nonna».

Quindi Bartholomew era andato in ferramenta. Blythe andava in biblioteca. Forse i Winter facevano le stesse cose che facevano le persone normali. Forse Blythe non era né un angelo né l'adepta di una setta satanica.

La mia sete di informazioni era ben lontana da estinguersi. «Ti ricordi cosa ha comprato? O stava soltanto facendo un giro?»

«Come faccio a ricordarmelo? È successo mesi fa, quando i Winter si erano appena trasferiti». Dopo una breve pausa continuò: «E poi appena i nostri sguardi si sono incrociati ho optato per una ritirata strategica. Se gli occhi potessero parlare, i suoi avrebbero detto "ti do tre secondi di vantaggio, poi vengo a cercarti"», imitò quella che doveva essere la voce di un serial killer del calibro di Charles Manson o Aileen Wuornos. Gente dalla quale era vivamente consigliato stare alla larga.

Avevo una miriade di altre domande da porre a Ophelia - il soggetto delle quali era ovviamente Blythe -, ma dubitavo che potesse darmi delle risposte. Ophelia non avrebbe mai potuto dirmi qual era il colore preferito di Blythe, il luogo più esotico che aveva visitato, che piani aveva dopo le scuole superiori, se preferiva Star Wars al Signore degli Anelli o viceversa. Rimpiansi di non averle chieste direttamente a Blythe quando ne avevo avuto l'occasione.

E, al momento, non ero sicuro di avere abbastanza fiato per formulare una domanda. Il dislivello del sentiero ero calato, ma evitare in continuazione ostacoli naturali che mettevano a dura prova il mio equilibrio precario mi costava degli ulteriori sforzi.

Accaldato, arrotolai le maniche della giaccia fino all'altezza del gomito; ma quando mi accorsi dell'errore che avevo commesso era troppo tardi per rimediarvi.

«Sei stato morso da uno zombie?», mi chiese Ophelia.

«Eh?», dissi per prendere tempo.

Tempo che mi serviva per escogitare una bugia credibile.

«Il tuo braccio. A momenti si decompone».

Gli diedi un'occhiata - non l'avevo più riguardato dalla serata precedente, considerando il livido formatosi sull'epidermide una reliquia degli attimi infiniti trascorsi con Blythe. Ogni volta che doleva sentivo le dita ghiacciate di Blythe che si posavano sopra e l'eco della sua voce preoccupata. Un ricordo piacevolmente doloroso e dolorosamente piacevole sul quale preferivo non soffermarmi, inciso in una macchia violacea sul mio avambraccio.

«Ah, sì, ieri sono caduto», dissi. Non avevo nemmeno avuto bisogno di mentire. Ero caduto, sì, e non era necessario che specificassi da dove. «Nel caso che te lo stia chiedendo, no, Blythe non mi ha spinto giù da una rampa di scala o da una finestra nel tentativo di uccidermi». Ci ero saltato giù di mia spontanea volontà, ma preferii ometterlo. Sarebbe stato complicato spiegare le dinamiche del contesto.

«Non volevo mica insinuare che fosse stata Blythe. O forse sì. Be', si può essere sia sinceramente preoccupati per l'incolumità delle braccia altrui che voler accertarsi che non ci lo zampino di un Winter».

Ad un certo punto il sentiero si allargò abbastanza da permettere ad Ophelia di affiancarmi. Apprezzai che - consapevolmente o meno - Ophelia si interpose tra me e il lato che dava sul pendio.

Per la prima volta che eravamo scesi dall'auto mi soffermai sul suo viso, i lineamenti messi in risalto dai capelli legati dietro la nuca. «I tuoi occhi sono...»

«Rossissimi e semichiusi, sì, succede quando si fuma», mi precedette Ophelia. In quello stato era impossibile dire se li avesse alzati al cielo. «Sto bene, papà, non ti preoccupare», scherzò.

Oh.

Distolsi lo sguardo e camminammo con una spiacevole sensazione palpabile nell'aria, la quale ammutoliva i nostri pensieri. Il dolore era sempre dietro l'angolo, e Ophelia ci aveva sbattuto contro in pieno. Il dolore aveva il brutto vizio di mettere le persone a disagio; nessuno voleva vederlo e sentirlo. Chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie era più facile.

Provai ad affrontarlo, per una volta. Ero venuto a Nessdoom per fuggire dal mio tormento, ma ciò non implicava che dovessi fingere di non vedere quello degli altri.

«Ti manca?» chiesi, ma mi morsi subito la lingua. «Okay, forse è una domanda scontata», aggiunsi.

«No, non lo è. Dopotutto potremmo dire che è passato un lasso di tempo sufficiente per guarire... secondo alcune persone», mi rassicurò, con lo sguardo perso verso la scarpata piena di cespugli, certuni ancora rigogliosi, altri spogli ed irti.

Continuammo a camminare in silenzio, cantilenato dal fragore di una cascata che doveva trovarsi nelle vicinanze e dalle occasionali ghiande che cadevano dalle querce dopo brevi folate di vento particolarmente forti.

«Non sono così fatta da essermi dimenticata la domanda, tranquillo», disse con un sorriso amaro. «È che non trovo le parole adatte per descrivere quanto mi manchi, e al momento ci sono troppe parole che vorticano nella mia testa, tutte rosse come i palloncini di It». Si scostò dagli occhi una ciocca di capelli che era sfuggita dall'elastico che li legava dietro la nuca. «E non penso che le troverò in tempo, visto che siamo arrivati».


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