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12: Puzzle

Un mio film è quasi una seduta psicoanalitica.
Dario Argento

L'auto rallentò e Florian la posteggio al limite della strada sterrata, a pochi metri da un sentiero costernato da alberi semispogli da un lato e da una scarpata cespugliosa dall'altro.

«Se le signore hanno finito di punzecchiarsi a vicenda, noi saremmo arrivati», disse Florian, uscendo dall'auto.

Aprii la portiera e fui accarezzato da una brezza mite, che non aveva nulla a che vedere con il vento ghiacciato di Nessdoom; il terreno era umido per le frequenti piogge e in lontananza si udiva il fruscio del fiume.

Ci dirigemmo verso il sentiero, troppo stretto per procedere uno accanto all'altro; allora ci posizionammo in fila indiana. «Prima le signore», propose Florian, rivolgendosi a Violet ed Ophelia.

«So che lo dici soltanto per guardarmi il culo», disse Violet, acida, incamminandosi sul sentiero scosceso.

«Indovinato», confermò Florian. «Ophelia?»

«Dopo di te».

«Saggia decisione», sghignazzò, e seguì a ruota Violet; Ophelia si posizionò dietro di me, e ci incamminammo lungo il sentiero.

Perlopiù, la camminata avvenne in silenzio - da parte mia. Il terreno era irregolare e ogni tanto vi spuntavano fuori rocce ricoperte di muschio umido e radici che fuoriuscivano dalla terra, allora dovetti concentrarmi a dove mettere i piedi per non scivolare o inciampare. E, per quella giornata, ero stato protagonista di fin troppe figure che avrei preferito dimenticare al più presto.

Violet e Florian parlarono brevemente di un progetto scolastico che avrebbero dovuto finire entro metà di quel semestre, poi la conversazione si trasformò nel dibattito pillola o preservativo? che affliggeva da decenni il genere umano - e da un paio d'anni la loro relazione -, scatenato da una battuta a sfondo sessuale di Florian. Le mie ultime notti erano state soventemente infestate da incubi, e non avevo bisogno di ispirare il mio subconscio ad inventarsene di nuovi, dunque smisi di ascoltare la discussione per il bene della mia salute mentale.

Man mano che avanzammo, il sentiero si fece più ripido e fui costretto a camminare più lentamente, con una mano appoggiata alle rocce o ai tronchi che incontravamo lungo di esso. Presto Violet e Florian distanziarono me ed Ophelia, che, camminando alle mie spalle, era costretta ad assecondare il mio ritmo vergognosamente lento.

«Perché non me l'hai detto?», chiese Ophelia.

«Che cosa?»

«Che sei uscito con Blythe», rispose dopo un attimo di esitazione.

Ero lieto che fosse dietro di me, perché non ero certo di volere che vedesse la mia espressione quando pronunciò il nome di Blythe. Ogni volta che udivo il suo nome il mio cuore perdeva un battito e avevo come paura che venisse svelato un mio piccolo segreto che custodivo gelosamente.

Una goccia di sudore scivolò lungo la mia spina dorsale, facendomi rabbrividire, e improvvisamente la temperatura si alzò di un paio di gradi.

«Perché ho pensato che sarebbe stato meglio che non lo sapessi», biascicai con il respiro affannato, e deglutii un bolo di saliva nella gola secca. «Mi hai detto che è pericolosa, eppure io non ti ho ascoltato e ho fatto di testa mia. Non ero sicuro che... che, uh, avresti approvato», balbettai.

Ophelia non disse nulla, l'unico sentore della sua presenza erano i suoi passi dietro di me. La sua andatura era regolare e sicura, a differenza della mia.

«Inoltre», aggiunsi, evitando un groviglio di radici che sbordava dal terreno, «a te la poesia non piace nemmeno».

«Se non fossi strafatta avrei giurato che hai risposto a perché non mi hai invitata nel magico mondo di Emma», arrossii, rendendomi conto della gaffe che avevo appena commesso, «è da un bel po' che non la vedo», aggiunse.

«Emma? Emma Summer?»

«Sì, lei», confermò. «È un po' stravagante, vero?»

«Sì, diciamo di sì», se "stravagante" fosse stato un sinonimo di "impertinente" o di "inopportuna", allora sì, sarebbe stata stravagante.

«Ha un modo tutto suo di vedere le cose. Forse perché ha sfiorato la morte, ed è viva per miracolo», disse solennemente. «Sai, è una di quelle persone che dopo aver avuto un'esperienza post mortem cambiano radicalmente la propria visione della vita, divenendo migliori».

«Che le è successo?», chiesi, curioso.

Se la sua esperienza da Ai Confini con la Realtà l'aveva resa una persona migliore, non osavo immaginare com'era precedentemente. Come poteva essere ancora più snervante?

«Un'incidente alpinistico», disse Ophelia. «Precipitò da un burrone, e quando venne portata in ospedale la diedero per spacciata. Le tac rilevarono una morte cerebrale. Rimase in coma per settimane, ma, quando i medici erano sul punto di staccarle la spina, si risvegliò, sana come un pesce». Poi aggiunge, con una nota di orgoglio: «Successe lo stesso giorno in cui nacqui io: ci trovavamo nello stesso ospedale. Che coincidenza, eh? Rinacque lo stesso giorno che iniziò quel casino che è la mia vita».

Rimuginai su quello che mi aveva appena detto Ophelia. Precipitare giù da un burrone - quando io andavo in panico semplicemente al pensiero di saltare dal primo piano di una biblioteca, alto sì e no due metri - e sfiorare la morte con un dito, anzi, immergercisi completamente e riuscire a risalire in superficie...

Ophelia si morse il labbro e guardò per terra. «Quando seppe che mia madre non era più nelle condizioni adatte per prendersi cura di me e Diantha, si offrì di badare a noi. Forse per redimersi, convinta che il destino le avesse donato una seconda possibilità. Ci faceva da baby-sitter e ci raccontava un sacco di leggende locali per farci addormentare; le conosce proprio tutte», aggiunse sorridendo. «Certo, c'era anche mia nonna, ma già allora era troppo anziana per occuparsi di noi due», fece una smorfia. «Eravamo davvero due pesti».

Era incredibile la sua capacità di circondarsi di persone che mettevano a dura prova la mia pazienza. Ma se Emma Summer aveva aiutato il padre di Ophelia e Diantha ad occuparsi di loro, forse era davvero una brava persona. Forse era soltanto un po'... stravagante.

«Con il tempo abbiamo perso i contatti con Emma. Sai, l'adolescenza», sbuffò, « e Diantha che ha iniziato la scuola di polizia...», lasciò la frase in sospeso. «Comunque se tu mi avessi invitata sarei venuta volentieri, mi sarebbe piaciuto passare un po' di tempo con te - è da troppo tempo che stiamo rinviando la nostra conversazione sulla letteratura dell'orrore -, ma possibilmente senza Blythe», continuò. «Quella tipa mi mette i brividi».

Alzai gli occhi al cielo. «Sei ancora convinta che sia una serial killer?»

«Cos'altro può essere una ragazza che ti scarica per uno che guida una Jeep? Non ci troviamo mica in un Indiana Jones».

«Hai ragione», concordai, «ci troviamo in un film di Dario Argento, ed è ancora lungi dal finire», borbottai. Parlare di Blythe non faceva altro che accrescere il mio pessimismo esistenziale.

«Se così fosse, moriremmo presto», disse ridendo, «negli horror i campeggiatori sprovveduti sono sempre i primi ad essere fatti a pezzetti dal mostro... o dal killer. O dalla killer, non voglio certo essere sessista».

Alzai gli occhi al cielo, sapendo che era inutile cercare di farla ragionare. La sensazione oscura che percepiva in presenza di un Winter la rendeva irremovibile: Ophelia era convinta che i Winter erano implicati in quella serie di omicidi che stavano gettando Nessdoom in pasto al terrore.

«Le indagini come procedono?» chiesi, incerto se avrei ottenuto una risposta. In altre parole, le stavo chiedendo di dirmi se Diantha le avesse confidato qualche sviluppo delle indagini, infrangendo il segreto professionale - un'altra volta.

«A rilento», replicò immediatamente. Sembrava che stavolta non aspettasse nient'altro che condividere informazioni top secret. Uno dei piccoli miracoli della marijuana evidentemente era provocare un senso di disinibizione. «Anzi, l'altro giorno Diantha è stata mandata a perlustrare i dintorni della tenuta dei Winter in cerca di qualche prova sufficiente per interrogarli. Sai, un capello di una delle vittime, tracce di sangue, lembi di tessuto, quella roba che si vede in CSI».

«E?», la invitai a continuare. «Ha trovato qualcosa?». In cuor mio speravo di no.

«Non ha trovato nemmeno casa loro!», rise a crepapelle. «Ha girato in tondo per ore, senza trovarla. Ad un certo punto si è dovuta inoltrare nei boschi per cercarla, ma è stato tutto inutile, non c'era traccia della loro abitazione. Eppure il comune ha confermato che l'indirizzo fornitole è corretto».

«Dunque non sono l'unico che ha un senso dell'orientamento che invidierebbe quello di una talpa», ridacchiai, e venni colto dal sollievo. Per un momento, avevo temuto il peggio. «Strano, però. Mio fratello mi ha spiegato come arrivarci, e non sembra complicato».

«Te lo sei fatto spiegare per andare a prenderla al vostro prossimo appuntamento?», chiese titubante.

«No! Certo che no», deglutii. «Volevo soltanto... avere un quadro generale della situazione. E, comunque, non credo che ci sarà un altro appuntamento - non che quello che abbiamo avuto lo fosse», mi affrettai a correggermi. Il rossore tornò prepotentemente, ed incominciai ad abituarmi a quelle vampate d'imbarazzo.

«Per fortuna», disse Ophelia, e il tono di soddisfazione nella sua voce mi infastidii.

«Dici?», replicai stizzito.

«Cioè, magari aveva pianificato di ucciderti al vostro primo appuntamento - o quello che era -, ma le cose sono andate storte e non ne ha avuto l'occasione», spiegò velocemente. «Forse... forse non vederla più è l'unico modo per non finire vestito elegante in un letto molto stretto e al chiuso».

Mi sorpresi a ripercorrere gli eventi della sera precedente, abbastanza rapidamente da non essere punto dagli aghi ed evitando di soffermarmi sui particolari. Se - ipoteticamente parlando - Blythe avesse voluto... farmi del male... non mi avrebbe invitato al club di poesia, non in un luogo pieno di testimoni; la regola d'oro dei serial killer era la discrezione, agire senza testimoni - o eventualmente eliminare anche loro. Piuttosto mi avrebbe portato in un posto più appartato, proponendomi una passeggiata nei campi di granoturco, di giocare a nascondino nella nebbia o qualsiasi altra attività che rendesse sopportabile la monotona vita degli abitanti di Nessdoom.

Poi però... misi assieme alcuni pezzi, che combaciarono perfettamente tra di loro. Un'enorme puzzle di tasselli minuscoli che si incastrarono da soli nel giro di un secondo, con una naturalezza terrificante.

Effettivamente, Blythe mi aveva portato in un luogo appartato: la sala lettura della biblioteca. Prima di convincermi a prendere in prestito, o, meglio, a rubare Belli e Dannati si era assicurata che fossimo soli (nessun testimone), che non accendessi la luce per non attirare l'attenzione di qualcuno (come quella di un testimone); si muoveva al buio come se conoscesse perfettamente la biblioteca - e, la prima volta che l'avevo vista, si guardava attorno come se stesse memorizzando ogni angolo della sala, la posizione di ogni singolo scaffale, finché i suoi occhi misteriosi non avevano incontrato i miei -; aveva chiesto di fidarmi di lei (i serial killer provavano a guadagnarsi la fiducia delle loro vittime ad ogni costo, per non destare in loro sospetti e manipolarle). In seguito, ci eravamo avvicinati, le sue dita si erano avvinghiate al mio braccio, marmoree e gelate... in quel momento non sentii il famigliare calore che scoppiettava dentro di me ogni volta che pensavo a Blythe, ma un brivido che percorse ogni parte del mio corpo e mi fece accapponare la pelle... e il bibliotecario aveva fatto la sua improvvisa comparsa; allora Blythe si era immediatamente ritratta e le era venuto in mente il folle piano di saltare dalla finestra. Per non scassinare la serratura e lasciare prove che riconducessero alla nostra gita clandestina nella sala lettura dopo l'orario di chiusura.

Forse, era stata la comparsa del bibliotecario a rovinare l'ipotetico piano di Blythe. Forse, il bibliotecario involontariamente e indirettamente mi aveva salvato la vita.

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