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11. Il Primo e Ultimo Amore

L'occhio vede sempre di più di quanto la mente comprenda e noi andiamo per la vita accecati da noi stessi. Vogliamo un mondo semplice, ma viviamo in un mondo magnificamente complesso, e, piuttosto che aprirci ad esso, lo percepiamo attraverso filtri che lo rendano meno scoraggiante.
Dean Koontz

A/N: scrivere questo capitolo ha messo a dura prova la mia pazienza e mi ha fatto sentire in imbarazzo per me stesso.

Contro ogni mia aspettativa, il pomeriggio seguente il cielo era terso e limpido, costellato da qualche nuvola passeggera, e il sole splendeva. Il mio umore, però, era in contrasto con il bel tempo. Era nero e grigio, come se avesse assorbito l'oscurità e la nebbia della notte precedente.

La notte precedente... Il ricordo di Blythe che diceva di non volermi più vedere non mi dava pace, le sue parole mi erano conficcate nel mio cervello come migliaia di piccoli aghi. E, come se non bastasse, a momenti Ophelia e i suoi amici mi avrebbero trascinato non-so-dove in mezzo ai boschi. Oh, già, ero rimasto a corto di libri. Stando ad un'accurata ricostruzione dei miei movimenti avvenuti la scorsa sera, ero sicuro di aver dimenticato Belli e Dannati sul cornicione della finestra della biblioteca, in bella vista. Poteva andare peggio di così?

Sì, e mi sarei ricreduto in seguito.

Un'auto si fermò lungo il vialetto sotto casa, con il motore ancora acceso. Mi affrettai a scendere immediatamente dalla mia camera - non volevo partire con il piede sbagliato facendo aspettare gli amici di Ophelia - ed uscii in giardino.

Aprii la portiera dell'auto e mi sedetti dietro il sedile del guidatore, un ragazzo dai capelli bruni raccolti in sottili treccine che aderivano al cranio; accanto a me era seduta Ophelia. Portava una felpa nera e un paio di pantacollant con una fantasia militare che le calzava a pennello; i suoi capelli argentei erano legati in una coda che le arrivava a metà della schiena. Mi sorrise - l'unico vero raggio di sole in quella giornata luminosa - e sorrisi di rimando. Un sorriso sincero, credo.

Affianco al ragazzo castano era seduta una ragazza dalla famigliare capigliatura viola - troppo famigliare -, i lineamenti della mascella affilati e in bocca una sigaretta non ancora accesa. Cos'era quello, un incubo? Oppure ero vittima di una candid camera?

Niente di tutto ciò stava succedendo per davvero.

«Aiden, loro sono Florian e Violet. Violet e Florian, lui è Aiden», ci presentò frettolosamente Ophelia. «Bene, adesso che siamo diventati tutti amici direi che è ora di darci una mossa», disse raggiante.

«Ciao, Aiden. Ophelia ci ha parlato molte di te», sghignazzò quello che doveva essere Florian, e mise in moto l'auto.

Girai la testa verso Ophelia, in attesa di spiegazioni, ma era troppo impegnata a godersi il paesaggio soleggiato. Be', per chi era nato e aveva sempre vissuto a Nessdoom era un evento più unico che raro.

«Ciao», gli fece eco Violet, in tono casuale. Mi aveva riconosciuto? Non lo sapevo.

«Ciao», replicai freddo.

Scrutai il viso di Violet riflesso nello specchietto retrovisore; i suoi lineamenti erano tesi e la sigaretta le penzolava tra le labbra ancora spenta. Riusciva a vedere il mio sguardo omicida? Speravo di sì.

La silenziosa tensione che si era creata si trasformò presto in disagio. Avevo l'impressione di essermi intromesso in una conversazione in cui non avevo nulla a che fare tra Ophelia e i suoi amici, e che l'avessero interrotta a causa della mia presenza.

Quel fastidioso silenzio stava riportando ricordi su cui preferivo non soffermarmi, e il fatto che fossimo appena usciti dalla parte sud di Nessdoom, verso Portland, non mi era d'aiuto. Forse avremmo incrociato l'auto di Derek, diretta nella direzione opposta alla nostra per riportare Blythe a Nessdoom...

Mi feci coraggio e provai a sciogliere la tensione. «Dove stiamo andando, esattamente?», chiesi quando superammo il cartello che delimitava Nessdoom dal mondo reale - quello al di fuori della bolla di nebbia.

«A Flowdown River», rispose Ophelia, destandosi dalla contemplazione del paesaggio. «Non è molto lontano, e soprattutto è il primo posto decente che non è invaso da questo schifo di nebbia».

«Ed è anche dove ti sei ubriacata alla festa di fine anno scolastico al punto di tornare a casa con una sola scarpa», intervenne Florian, raggiante.

«E con la maglietta sporca di vomito», si intromise Violet. Infine aveva acceso la sigaretta, riempiendo l'abitacolo di una sgradevole nebbiolina azzurra. Lo smog che avevo respirato per anni a Los Angeles non era nulla in confronto a quel tanfo di mentolo. «Avresti fatto meglio buttarla via piuttosto che tornare a casa con quella merda addosso».

«Mia nonna voleva uccidermi», sospirò Ophelia, e poi scoppiò a ridere. «E la scarpa non l'ho persa, ma dimenticata. È diverso», precisò, ridendo. Fui invidioso del suo buonumore: per lei sembrava tutto così facile - ridere, essere felice -, mentre io annegavo nel mio tormento interiore.

Per la prima volta ero uscito dalla caratterizzante nebbia di Nessdoom, eppure continuavo a portarla dentro di me.

«Certo», disse Florian, «questa fa parte della lista delle balle che racconti a te stessa per dormire meglio la notte?».

«Ah-ah, spiritoso», replicò Ophelia. «Vi ricordo che voi due siete stati sorpresi da mezza scuola mentre vi palpeggiavate in un cespuglio, e, rispetto a perdere una scarpa, ha un valore maggiore nella scala delle figure di merda».

Oh. Violet - la mia persecutrice - derisa da mezza scuola. Non che ne andassi fiero, ma non potevo fare a meno di esserne compiaciuto. Una bulla costretta nel ruolo della vittima... La vita era davvero curiosa, talvolta.

Purtroppo, però, che quella lezione non l'aveva cambiata: era una prepotente, ed una prepotente era rimasta.

«Quindi ammetti che l'hai persa, e, conseguentemente che hai appena mentito - e smentirsi accidentalmente è considerata una figura di merda: ora siamo pari», sentenziò Florian.

«Pari? Nemmeno lontanamente», disse Violet, abbassando il finestrino nell'auto e gettando fuori il mozzicone di sigaretta, ancora acceso, seguito da una scia di scintille arancioni. Il suo gesto sconsiderato poteva costarle la dicitura piromane nella sua fedina penale e ridurre in cenere metà dei boschi della Contea di Washington, ma era un modico prezzo da pagare per rendere l'aria all'interno dell'auto nuovamente respirabile. «Ophelia ha perso la verginità con lo sfigato della scuola, Nick-Ascolto-I-Chemical-Romance-Perché-Mi-Taglio. Esiste una figura di merda peggiore di questa?»

La piega che aveva preso la conversazione mi fece sentire di troppo, e stavolta fui io a contemplare il paesaggio fuori dal finestrino. Sembrava che Florian e Violet avessero il superpotere di affilare le loro parole per usarle come armi contundenti per cercare di ferire l'orgoglio dei loro nemici e per imbarazzare i loro alleati. Be', aveva senso: ogni supercattivo che si rispetti deve avere un superpotere.

L'orgoglio di Ophelia, però, non sembrava essere stato scalfitto. «E cosa avrei dovuto fare, aspettare il principe azzurro nonostante ci fosse il principe delle tenebre che mi sbavava dietro?»

«Sì, se il cosiddetto principe delle tenebre è un ammasso di brufoli ambulante ed è più strambo di Edward-Mani-Di-Forbice», replicò Violet, tagliente.

«Edward-Mani-Di-Forbice me lo farei».

«Anch'io», esclamò Florian, ridendo, e Violet gli diede una gomitata alle costole. Oltre ad aver rischiato di incenerire mezzo Maine, Violet voleva farci sfidare la sorte rischiando un incidente stradale. «Ahi, fa' piano, piccola. Non ti tradirei mai con un tizio che ha le forbici al posto delle mani, lo sai, non saprebbe farmi come si deve le...»

Violet diede un'altra gomitata a Florian, rischiando di fargli perdere il controllo del veicolo, ma per risparmiarci un'immagine degna di uno splatter di Eli Roth ne valse pena. «Anche oggi ci hai ricordato quanto sei disgustoso, Florian».

«Non quanto Nick», sghignazzò Florian, e svoltò a destra, uscendo dalla strada principale.

Ci immergemmo in una strada boschiva costeggiata da alberi semispogli, come frassini, betulle e aceri rossi; le foglie di quest'ultimi - ancora rosse fiammante, ma destinate a sfiorire, morire e marcire con il sopraggiungersi dell'inverno - mi rammentarono i suoi capelli scarlatti, una fiamma immortale che illuminava e riscaldava il luogo più buio e nebbioso degli Stati d'Uniti.

Precipitai nuovamente nell'agonia con l'"A" maiuscola: gli aghi penetrarono nuovamente nella mia testa senza risparmiare un singolo lembo di pelle, gli occhi presero a bruciare e il petto si svuotò - qualunque cosa ci fosse stata dentro lasciò il posto a un buco nero. Quindi erano queste le famose farfalle nello stomaco - aghi che si infiltravano nella mente e pungevano tutto e incessantemente?

Hollywood avrebbe dovuto farsi un esame di coscienza e smettere di propinare al pubblico tragedie greche camuffate in commedie romantiche: c'era la possibilità che qualcuno decidesse di sperimentare volontariamente la forza distruttrice del primo ed ultimo amore, a suo rischio e pericolo, senza sapere a cosa andava incontro. Qualcuno avrebbe potuto farsi male, e anche gravemente.

Ero pronto a denunciare una manciata di registi hollywoodiani per un risarcimento di danni morali.

«Pianeta Terra chiama Aiden, Pianeta Terra chiama Aiden. Sei ancora con noi?», chiese Ophelia, destandomi dal mio inferno privato e a riportandomi alla realtà.

Sussultai. Senza rendermene conto, mi ero totalmente estraniato dal mondo reale per alcuni dolorosi istanti. «Uh, sì, scusa. Mi sono soltanto distratto un attimo».

«Lo sapevo, siamo talmente noiosi che ti abbiamo fatto addormentare», disse Florian, girandosi verso di me. Il veicolo attraversò una buca e sobbalzò. «Oh, cazzo!», imprecò, e tornò a concentrarsi sulla strada, che si era fatta accidentata e terrosa. Ovunque fosse il Flowdown River, vi ci stavamo avvicinando.

«Merda, Florian, vuoi farci ammazzare?!», esclamò Violet. «Sono troppo giovane e bella per morire». Con una punta di buonumore, constatai che il contenuto della borsa che teneva in grembo si era riversato sul tappetino sotto il cruscotto. Che peccato. Raccolse frettolosamente gli oggetti e li buttò all'interno della borsa, ad eccezione di uno, che infilò in bocca. «Cristo, mi devo rilassare un attimo. Se proprio devo crepare, preferisco essere strafatta».

Violet avvicinò l'accendino alle labbra e l'odore acre di marijuana invase l'abitacolo, il fumo più denso rispetto a quello del tabacco.

Ero propenso a pensare che Violet volesse danneggiare i miei polmoni costringendomi a inalare fumo passivo. Magari voleva uccidermi. E uccidermi lentamente, facendomi respirare quella robaccia, senza lasciare prove che riconducessero a lei, era il piano perfetto. Il Killer dello Zodiaco le avrebbe stretto la mano, fiero di lei.

Fece un altro tiro dalla canna, più lungo di quelli precedenti e la passò a Florian, che, senza esitare, la accettò. Perfetto. Doppiamente perfetto. Adesso che la persona al volante sarebbe stata fatta anche lei, avremmo fatto un incidente - l'auto avrebbe preso un'altra buca, saremmo finiti fuori strada e saremmo morti. Con un po' di fortuna, sarebbe stata una fine rapida e indolore.

Non che mi importasse, visto il mio umore.

«Questa sì che è buona», disse Florian, soddisfatto. «Dio benedica lo Stato del Maine, che l'ha resa legale».

Se continuava a fumare, Florian avrebbe dato a tutti noi l'occasione di incontrare personalmente la divinità che vegliava sul Maine.

«Non fare il solito ingordo e lasciane un po' anche per me», disse Ophelia. «Ho avuto una settimana difficile».

«Cioé? Ti sei persa l'episodio settimanale di The Vampire Diaries?», chiese Florian, sarcastico, esalando una boccata di fumo.

«Bleah, non guardo mica quella robaccia che farebbe rivoltare Bram Stoker nella tomba», replicò Ophelia, mimando una smorfia. «Semplicemente... Come non detto, lascia perdere», sospirò. Mi lanciò una breve occhiata, i suoi occhi erano lucidi: sapeva che sapevo a cosa si stava riferendo, a quella che avrebbe dovuto essere una gita all'insegna dell'orrore nel cimitero di Nessdoom, ma che si era trasformata in una veglia funebre dalla cerchia di invitati molto ristretta.

Sentii il bisogno di confortarla - per quanto fosse possibile -, ma la presenza di Violet congelava ogni mia azione; allora rimasi zitto ed immobile, ad aspettare che arrivassimo a destinazione.

«Come vuoi». Florian passò la canna a Ophelia, ridotta a poco più di un mozzicone fumante. Il supplizio per il mio olfatto stava per giungere a termine.

Avidamente, Ophelia fece una serie di brevi tiri dalla canna ed esalò il fumo in una sola volta, riempiendo completamente l'auto di fumo. Tossii, esasperato; i miei occhi lacrimarono e diventai paonazzo in viso. Stavo morendo.

«Oh, poverino, stai piangendo», mi schernì Violet, ridendo, «vuoi che torniamo indietro e ti portiamo a casa di Blythe Winter? Magari lei può consolarti... sempre che sia tornata a casa. Gira voce che i Winter cambino partner come le mutande, magari nel viaggio di ritorno ha fatto una sosta nel letto di qualcun altro», sghignazzò, «sai, per ricaricare le batterie».

Abbassai il finestrino - aria! Aria decontaminata! - e non spiccicai nulla, troppo impegnato a tossire. Una nuvola di fumo fluttuò fuori dall'auto, trascinata dalla velocità a cui stavamo viaggiando. Finalmente la tosse si placò, ma le guance continuavano a scottare.

Evidentemente, Violet mi aveva riconosciuto, e me lo aveva rivelato in grande stile.

«Violet, smettila!», disse Florian. Ma come faceva a sopportarla?

«Perché? Sto solo dicendo come stanno le cose», replicò, facendo spallucce.

«Qualcuno mi vuole spiegare di cosa state parlando, oppure devo rivolgermi all'FBI?», chiese Ophelia, incerta.

Aprii la bocca per provare a spiegare... ma come avrei fatto a pronunciare parole che mi ferivano soltanto a pensarle?

In ogni caso, Violet mi precedette: «Vuoi la versione breve o quella lunga?»

«È uguale, basta che qualcuno mi spieghi cosa diavolo sta succedendo», replicò, spazientita.

«Okay, per farla semplice, ieri sera Aiden qui presente e Blythe Winter hanno avuto un appuntamento romantico al club di poesia della Summer, in biblioteca...»

Arrossii come non avevo mai fatto in vita mia. «Non era un appuntamento!», la interruppi.

«...Però sembra che non sia andato come Aiden ha sperato, visto che Blythe lo ha scaricato...», continuò.

«Non mi ha esattamente... scaricato», esclamai, ma la mia voce trasudava incertezza. Era così difficile scendere a patti con la realtà, vederla per ciò che era? Sì, era dannatamente difficile, difficile e doloroso.

«...Lo ha scaricato per un altro tizio, con tatuaggi, l'aria da bello e dannato e un'auto fichissima. Se c'è una cosa a cui Blythe non si può dare torto, è che ha buon gusto».

Mi morsi la lingua. Riguardo quel punto, non avevo nulla da obiettare.

«Ed è così che si conclude il triste appuntamento di Aiden e Blythe. Certo, è stato triste soltanto per uno dei due, ma è meglio che niente, no?», disse Violet.

Le sue parole mi avevano trafitto il cuore (o quel poco che ne rimaneva), gli occhi ricominciarono a bruciare - stavolta non causa del fumo, ma per qualcosa di molto simile a quello che mi avevano fatto patire Mark Terril e gli altri bulli della Hamilton.

Umiliazione.

E la paura delle parole che potevano essere pronunciate e che non lasciavano lividi sulla pelle, ma cicatrici nell'anima, mi paralizzava, legava le mie corde vocali in un nodo indissolubile che poteva essere sciolto unicamente da singhiozzi. Ma i singhiozzi erano ciò che volevano Mark, Violet e quelli come loro, quindi non glieli avrei più dati.

«Capisco», disse Ophelia. Poi si chiuse in sé stessa, lo sguardo vitreo e con un'espressione sul viso che non le avevo mai visto precedentemente. Sembrava... delusa. E aveva tutte le ragioni per esserlo. Mi aveva avvertito, mi aveva detto che Blythe era pericolosa... Il mio errore era stato non immaginare in quali modi potesse esserlo. Ero stato ingenuo.

«Comunque, cosa ci facevi tu al club di poesia?» domandò a Violet. «Senza offesa, V, ma l'unico libro che hai letto di tua spontanea volontà in vita tua è il Kamasutra - e, stranamente, vi è ben poco da leggere», rise, i suoi occhi riacquisirono la luminosità che li contraddistinguevano.

«Non... non è vero, non l'ho mai letto», esclamò Violet sulla difensiva.

«Già», aggiunse Florian, ridendo sotto i baffi, «non ne hai bisogno».

«Florian, ti supplico, stai zitto», sibilò Violet. Era furibonda, e la cosa non mi dispiacque affatto. «Ogni volta che apri bocca c'è la possibilità che mi provochi un crollo nervoso».

«Allora, cosa ci facevi in biblioteca - il venerdì sera, per di più?», insistette Ophelia.

«Non sono affari tuoi», replicò Violet, fermamente.

«La tua gentilezza mi lascia sempre esterrefatta», sbottò.

«È Mary-Jane a parlare, non io», si giustificò.

L'auto rallentò e Florian la posteggio al limite della strada sterrata, a una decina di metri da un sentiero che apriva un valico tra alberi semispogli; in lontananza si udiva il gorgoglio di un ruscello frutto delle frequenti piogge.

«Se le signore hanno finito di punzecchiarsi a vicenda, noi saremmo arrivati», disse Florian, uscendo dall'auto.

Uscii dall'auto e pregai che le prossime ventiquattro ore passassero il più in fretta possibile.

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