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~7~

Passarono le settimane, tra controlli e continue riabilitazioni.

Koi passava gran parte delle sue giornate insieme ai medici e, quando stava sola, era chiusa nella stanza d'ospedale a lei riservata, non potendo ancora tornare a casa per motivi di sicurezza - e anche per personale decisione dei genitori -.

«Koi, ti ho portato- Koi!» la madre della ragazza entrò nella stanza, ma si sorprese non trovando la figlia lì.

La ragazza, non potendo fare molto durante la giornata e continuamente assillata dalla madre che - visto che i medici le davano poche speranze di ritornare a giocare - la costringeva a studiare il più possibile per entrare in un buon liceo, in modo da avere il miglior lavoro in futuro.

Mentre la madre la forzava a studiare, il padre non osava aprire bocca, lasciando cadere tutto il peso nelle spalle dalla moglie.

Lo stress si accumulava sempre di più, rendendo la giovane Koi più nervosa che mai.

Anche le compagne di squadra non facevano poi molto per aiutarla, visto che non riuscivano mai ad andarla a trovare, contattandola solo tramite qualche telefonata o spedendo qualche messaggio in velocità; ma quello Koi se lo aspettava, quindi non ci dava granché peso.

Nessuno si rendeva conto che la vita di lei stava drasticamente cambiando, buttandola giù di morale sempre più.

Adele cercò la figlia ovunque, chiedendo ad ogni persona se l'avesse incontrata nel suo cammino.

Decise poi, come ultimo, di andare a controllare il tetto e, una volta salite le scale che portavano ad esso, notò una figura.

Quando arrivò, vide chiaramente il marito davanti alla porta semiaperta, come se stesse cercando di nascondersi, mentre guardava di fronte a sé.

«Isamu...?» chiamò lei.

L'uomo si voltò rapidamente, ordinandole di abbassare la voce.

Lei capì poco dopo il motivo del suo comportamento, quando vide la figlia, lontana da loro, contemplare la grande città davanti ai suoi occhi, quasi poggiata alla rete metallica che circondava quel piano.

«Cosa succede?» sussurrò, non sapendo cosa pensare.

«La osservo da un po' e ha bisogno di stare tranquilla; non dovresti stressarla in quel modo» confessò. «È un brutto periodo per lei e dovremmo solamente lasciarla riflettere sull'accaduto con i suoi tempi».

Adele si sentì presa in causa e aggrottò le sopracciglia. «Se non si impegna adesso, ne pagherà sicuramente le conseguenze più avanti! Sto solo cercando di aiutarla a crescere, Isamu!» replicò la donna alzando di poco la voce, ma non abbastanza da farsi sentire dalla figlia.

Non diede ascolto alla moglie e continuò a parlare. «Sono preoccupato. Ultimamente è sempre più spenta e continua a peggiorare. Lei non ha mai avuto problemi a far uscire le sue emozioni, ma questa volta è diverso... Non prova minimamente a sfogarsi» disse. «Normalmente una persona che riceve questo genere di notizie si dispera, piange; lei non lo fa e diventa sempre più schiva nei nostri confronti».

La madre sospirò debolmente «E cosa possiamo fare?» chiese. «Dobbiamo portarla da uno specialista o qualcosa del genere? Pensi che così potrà uscire da questa situazione?».

Lui la guardò negli occhi «Non lo so». Ritornò a guardare la figlia di spalle «Staremo a vedere come si evolverà la cosa».

°

«Lasciami in pace!» urlò Koi alla madre.

Malgrado provasse a stressarla il meno possibile, cercando di farle scegliere uno tra i vari licei che avrebbe potuto frequentare dopo la fine di quell'ultimo anno scolastico e, con difficoltà, cercando di dirle che sarebbe potuta andare a trovare le sue compagne di tanto intanto, anche se non avrebbe più giocato con loro, la figlia ne aveva fin sopra i capelli di sentire sempre le stesse cose da lei. Voleva stare sola e pensare per conto suo al suo futuro.

Ma, per quanto Adele si sforzasse di parlarle il più tranquillamente possibile, falliva quasi sempre, trasformando le conversazioni in grandi litigate.

«Smettila Koi! Devi concentrarti sugli studi, altrimenti non passerai gli esami!» alzò la voce a sua volta. «Capisco che sei triste, ma la pallavolo non è la cosa più importante! Vedi di aprire gli occhi! Ti devi iscrivere al liceo, è questo che conta veramente!».

Se c'era una cosa che non sapeva fare sua madre, era sicuramente trovare le parole adatte da dire nelle più svariate situazioni.

Esprimeva fin troppo facilmente i suoi pensieri e quelle parole, per Koi, non potevano essere più sbagliate in quel momento.

Se solo il padre fosse stato presente avrebbe corretto le parole della moglie; ma non potendo stare al fianco di entrambe per motivi lavorativi, le vedeva gran poco nell'arco della giornata e, quando invece era presente, preferiva riposarsi.

La bionda tremò dalla rabbia «Vattene via, non ne posso più di te!».

«Koi, ragiona-».

«Vattene da qui!!» urlò. Prese uno dei cuscini posti selle sedie accanto al letto e lo lanciò contro la madre.

Più volte, per colpa del continuo strillare di entrambe, i pazienti vicini avevano rimproverato i genitori.

«Diamine, datti una calmata! Mi farai fare di nuovo brutta figura con le altre persone ricoverate!» si innervosì. «Vedi di cominciare a comportarti meglio, altrimenti non andrai da nessuna parte!» raggiunse la porta, uscendo e sbattendola con moderata forza.

Koi si rilassò quando uscì, decontraendo i muscoli; raggiunse il letto e lentamente si sedette sopra di esso.

A causa del tutore non riusciva a compiere dei pieni movimenti, portandola a essere cauta in ogni momento.

Quando si calmò, osservò l'oggetto e scoppiò a piangere. «Non ce la faccio più...» disse sottovoce tra le lacrime.

°

Le ore passarono e della madre nemmeno l'ombra.

Si era già fatto pomeriggio inoltrato, ma Koi continuava a non provare nessun rimorso per aver risposto in quel modo.

In lei c'era solo rabbia, anche nei confronti del padre che, essendo poco presente, non poteva fare molto per confortarla.

Dentro di lei sapeva che non aveva senso prendersela così; entrambi volevano solo il suo bene ma, nonostante tutto, avrebbe tanto desiderato qualcuno con cui parlare e sfogarsi, senza pensare al resto.

Continuò a guardare il terreno assente, fin quando, ad un certo punto, sentì la porta aprirsi e, ricordando ciò che era successo ore prima, si alzò rapidamente in piedi.

«Mamma, vattene!» disse, prendendo un piatto vuoto - dove riponevano sempre della frutta -, senza pensare alle sue azioni; ma quando la porta si aprì completamente, poggiò l'oggetto dove lo aveva preso, visualizzando attentamente la figura.

Una ragazza visibilmente poco più adulta di Koi la guardò confusa. Aveva lunghi capelli scuri, quasi sul nero, o addirittura vicino al blu notte, e gli occhi del medesimo colore. Portava degli occhiali che rendevano il suo viso più angelico e le sue labbra erano piccole e sottili.

Non era molto alta, ma possedeva un bel fisico asciutto e curato. Le sue gambe erano coperte da delle calze completamente nere, mentre una gonna lunga fino alle ginocchia e un maglione di un verde spento le davano un aspetto più maturo.

Koi restò a guardare la giovane sconosciuta, curiosa. Quando si rese conto di aver quasi lanciato un piatto a una ragazza estranea, diventò rossa per l'imbarazzo. «Mi dispiace, pensavo fosse un'altra persona! Posso fare qualcosa per te?».

La sconosciuta si guardò intorno, prima di riportare l'attenzione sulla bionda. «Perdonami, credo di aver sbagliato camera» disse; la sua innocente e delicata voce era calma e rilassata. «Per caso sai quale sia la stanza 107?» chiese.

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