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«Signor Shoujiki! Cosa succederà alla squadra d'ora in poi?» chiese l'intervistatore, quasi bloccando sul posto il famoso allenatore.
Una grande folla ormai si era formata intorno a lui, desiderosa di conoscerne la risposta.

Shuyaku si prese qualche attimo prima di rispondere.
Sospirò e portò una mano tremante a coprirsi il viso, «Andremo avanti...».

°

«Katsuhiko è a terra!» quasi urlò l'annunciatore. Nessuno nel campo ebbe il coraggio di muoversi, con il fiato bloccato dall'ansia alla vista di una giocatrice del suo livello a terra, immobile.

La migliore amica Tomoko provò a parlare invano, facendo uscire dalla sua bocca solo parole strozzate.

Quando Shuyaku si rese conto della gravità dell'accaduto, si alzò velocemente in piedi, «Fermate la partita!». Si diresse a grandi falcate verso la sua pupilla, pregando per la salute della giovane qualche sorta di divinità.

I genitori di lei, nel mentre, sempre più scossi dall'accaduto, avvolsero e strinsero le loro mani, assistendo a tutta la scena dagli spalti, desiderando il meglio.

Shuyaku raggiunse la bionda, e si inginocchiò al suo fianco. «Koi, come ti senti?», chiese cercando di mantenere la calma il più possibile, in modo da non agitare ulteriormente le ragazze che ascoltavano. «Rispondi! Riesci a muoverti?» continuò, non appena notò la giovane ragazza cosciente; ma Koi, stranamente, non provò a rispondere.

Il resto della squadra non si fece attendere e con angoscia, seguirono il loro allenatore, accerchiando Koi.

Mentre la partita venne momentaneamente bloccata, l'arbitro si avvicinò per constatare la gravità della situazione, chiamando i soccorsi, nel mentre, come precauzione.

«Koi, parla! Che ti succede?!» chiese l'opposto Aiko, con gambe tremanti. «Perché non parli?!» continuò Kairi.

Mentre Tomoko restava paralizzata sul posto, strinse i pugni, ancora a bocca aperta, e si girò verso l'avversaria, artefice di tutto, che osservava la scena senza dire una parola, inespressiva.

«Tu!» si rivolse minacciosa a Tsuyoi «l'hai fatto di proposito?!» quasi urlò. Non le importava se sarebbe stata sanzionata per il suo cattivo comportamento, voleva lasciar uscire le sue emozioni; ma in risposta ottenne solo uno sguardo enigmatico.

Digrignò i denti, ma decise di lasciar perdere e correre in aiuto della sua amica d'infanzia. La squadra avversaria, assai preoccupata, raggiunse le Tigri per capirne di più; l'unica, però, che non si mosse, fu l'autorevole ragazza ricoperta di lentiggini, che la fissava con gli occhi, ormai, a due fessure.

Koi provò finalmente a rialzarsi, più e più volte, ottenendo solamente un fiasco totale. Tremante, quasi piangente e con denti serrati, rimase a terra, a pancia in giù, tenendosi con una mano la spalla.

Tomoko si spaventò vedendola in quelle condizioni e si inginocchiò al suo fianco, «Qual è il problema, Koi? Non riesci a rialzarti?» chiese. Non ottenendo alcuna risposta dall'amica, decise di girarla supina, ma prima che potesse farlo, fu fermata all'istante dal padre e allenatore.

«Ferma» disse Shuyaku, cercando di mostrarsi calmo e composto il più possibile «non farla muovere di neanche un centimetro». Si alzò «Ha bisogno di spazio. Andate via da qui!» aggiunse, facendo allontanare l'eccessiva gente; poi ritornò da Koi e poggiò una mano sulla schiena di lei, cominciando ad accarezzarla, «Devi dirmi cos'hai mentre aspettiamo aiuto, altrimenti non possiamo capire. Provi qualche tipo di dolore? Riusciresti a descriverlo in qualche modo?».

«È qualcosa che non riesco a sopportare» rispose l'asso.

A Shuyaku gli si strinse il cuore alla risposta della giovane, che respirava quasi a fatica.

Sempre più brusii si diffusero negli spalti e nel mentre, i genitori di lei, quando videro i soccorritori arrivare con l'attrezzatura adeguata, si affrettarono a scendere per raggiungere gli spogliatoi, dove avrebbero potuto assistere la loro figlia una volta uscita dal campo; ma si fermarono a guardare per sicurezza, poco prima di uscire.

I tre soccorritori fecero allontanare anche l'allenatore, in modo da avere più spazio. «Katsuhiko, adesso dovrai rispondere ad alcune mie domande, così potremmo capire la gravità della situazione» disse uno di loro, rassicurandola.

«Dove senti maggiormente dolore?» iniziò.

«La spalla» rispose a fatica, «ho delle fitte».

I tre si guardarono, capendo un po' di più il problema. «Bene. Posso chiamarti Koi, vero? Io sono Akahito Harada, ma tu puoi chiamarmi Aka» sorrise, mentre aspettava che i colleghi preparassero il necessario. «Adesso ti faremo girare lentamente. Tu non devi dimenarti per nessun motivo, anche se senti male, va bene?».

Koi annuì e si calmò leggermente alla gentilezza ricevuta.

Tutti e tre insieme, con molta delicatezza, posizionarono supina la giovane. Subito dopo si accertarono che non avesse ferite visibili, ma si fermano nel punto che Koi stringeva con la mano fino a poco prima.

«Hai male in questo punto?» indicò Akahito.

«Sì.» rispose solamente, gemendo per il dolore.

I due colleghi di Akahito si alzarono e si fecero aiutare da altri a coprire, con dei teli, la scena agli spettatori curiosi.

«Mi dispiace dover rovinare una bella divisa come la tua, ma ora dovremmo tagliarla, in modo da non farti muovere per toglierla. Stai tranquilla e lascia fare a noi, siamo d'accordo?».

Koi cominciò quasi a piangere, presa dall'agitazione.

«Calmati, non serve piangere. Non è successo niente, tranquilla.» il dolce sorriso dell'uomo non scomparve nemmeno per un secondo, «Devo solo accertarmi che tu non sia ferita».

La bionda si asciugò una lacrima con la mano sinistra «Va bene...».

Notando la sua agitazione, cercò di calmarla in altri modi. «Ascolta, facciamo un patto. Tu non piangere e guarda solo me, in cambio ti prometto che andrà tutto bene, che dici?».

Lei annuì, ascoltando le parole dell'uomo. Una volta tranquillizzata, procedette tagliando il tessuto che ricopriva la parte superiore del corpo.

Appena si liberarono della divisa, si fecero immediatamente seri. Ciò che si presentava davanti a loro fece temere il peggio: un'evidente sporgenza nella spalla di Koi.

«Ora ti porteremo fuori di qui, tu continua a stare tranquilla» aggiunse Akahito.

Mentre i due colleghi la caricarono e portarono via, lui si avvicinò a Shuyaku, che preoccupato, chiese la situazione.

«Signor Shoujiki, dobbiamo portarla via d'urgenza; ovviamente non potrà giocare in questa partita» confessò apertamente.

«Almeno mi può dire che ha Koi?» chiese teso.

«Non lo sappiamo con certezza. Pensiamo abbia una lussazione, ma questo lo dovranno stabilire i medici».

Shuyaku sgranò gli occhi, ringraziando l'uomo con un inchino, che se ne andò subito dopo.
Appena si rialzò, si mise una mano tra i capelli, ignorando le ragazze che pretendevano risposte e portando la sua attenzione alla squadra avversaria, in particolare su Tsuyoi.

La ragazza, ancora impassibile - che contemplava l'uscita - mutò il suo sguardo, cominciando a ridere sotto i baffi. «Ho vinto io» disse solamente.

Per quanto piano avesse potuto dirlo, Shuyaku udì chiaramente le parole della ragazza e con tutta la rabbia, si avvicinò minacciosamente a lei, bloccato però dall'arbitro.

«Ha giocato sporco la ragazzina!» proferì, rivolgendosi a colui che lo bloccava.

Cercò di calmarsi e si allontanò di un passo, «Com'è possibile che l'abbia colpita nello stesso punto per due volte di fila, andiamo!».

«Questo è stato chiaramente un incidente.» disse l'arbitro «È pregato di calmarsi, altrimenti riceverà una sanzione esemplare» continuò. «Ora che tutto si è risolto, possiamo continuare la partita» concluse.

°

«Dobbiamo portarla velocemente in sala operatoria» disse un medico.

Dopo essere stata portata in ospedale e aver ricevuto i controlli adeguati, i medici stabilirono che avesse necessità di essere operata.

Mentre la trasportavano verso la sala operatoria, Koi cominciò a sentire il corpo pesante. Il dolore sembrava quasi del tutto scomparso e le voci dei dottori sorde e lontane; le palpebre desideravano solo che chiudersi e il respiro si faceva sempre più regolare e calmo. In lontananza poteva sentire le voci dei suoi genitori chiamare disperati lei e i dottori.

«Dove la state portando?!» chiese la madre, cercando di raggiungere la figlia, mentre Isamu la tratteneva con tutte le forze che aveva in corpo.

«Signora, dobbiamo portarla in sala operatoria immediatamente. È vietato entrare almeno fin quando non lo stabiliremo noi» rispose il medico, cacciando i genitori.

Il buio si impossessò di Koi e perse definitivamente i sensi mentre sentiva sua madre urlare, bloccata dal marito.

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