~1~
恋
Koi.
Amore.
°
Cosa significa amare?
È forse una forma più estesa d'affetto?
Combattere, senza avere nulla in cambio?
L'amore può avere molte sfumature; molti colori.
Non è una sola e unica emozione,
sono tante messe insieme.
Forse è proprio per questo che ci innamoriamo.
Cerchiamo il nuovo, il diverso.
- - -
Era un'invernale giornata di febbraio. Le umide gocce d'acqua, dovute all'improvviso acquazzone, si posavano nelle finestre d'ospedale e, man mano, le stesse si univano le une alle altre, scivolando lungo il freddo vetro per lasciare spazio a quelle nuove, che si fiondavano tempestivamente su di esse. Il vento soffiava quasi arrabbiato; agitava di qua e di là le poche foglie rimaste - parte degli alberi presenti nell'ampio parcheggio - ormai tinte del secco, classico e familiare colore. I fulmini davano quel pizzico di luce in quella tetra giornata, illuminando a colpi le vie più buie, insieme ai loro rombi accompagnatori.
La struttura disponeva di trecento stanze, circa milleduecento posti letto e trentasei sale, destinate a vari usi. Proprio in una di quelle sale si trovava la giovane ventisettenne Adele Riva, insieme a suo marito Isamu Katsuhiko, che teneva stretta la mano della moglie stremata, grondante di sudore, con i capelli leggermente spettinati e bagnati e, il tutto, mischiato al fiato corto che ormai la perseguitava da un tempo indefinito. I due neo genitori sorridevano, quasi piangevano di gioia alla vista della piccola creatura appena nata, che i dottori porsero alla madre con forse troppa calma e delicatezza.
Il dolce fagottino pareva una bambola di porcellana: il viso paffuto, la pelle bianca come il latte -morbida e liscia al tatto - i suoi occhioni verdi guardavano in giro con fare curioso, le sue piccole e fragili mani stringevano con relativa forza il tessuto su cui era avvolta e i suoi piedini si muovevano energicamente.
Koi Katsuhiko, una dolce bambina dal grande talento, nacque quel freddo giorno.
°
Rimase fino all'età di tre anni nella sua terra natia in Canada, per poi trasferirsi in Italia a causa del lavoro del padre. Adele, la madre, era di origine italiana, trasferitasi insieme al marito per viaggi d'affari; invece, il padre Isamu Katsuhiko, aveva origini giapponesi.
La giovane donna possedeva i soli genitori, cioè Giulia e Marco; quelli dell'uomo, invece, erano ben di più: la madre Eri, il padre Naoki, la sorella Mari e la nipote Hebi. I parenti abitavano rispettivamente in Italia e Giappone.
Il trasferimento diede alla piccola l'occasione di conoscere, per la prima volta, una parte della sua famiglia - essendo nata in Canada, i parenti non poterono assistere alla nascita - e crebbe ed imparò senza nessuna difficoltà. Fin da piccola si notò la sua altezza; i suoi lunghi capelli biondi e lisci, combinati agli occhi verdi come due smeraldi e la pelle bianca, lasciavano di stucco ogni persona che incontrava.
Gli anni passarono normalmente, fino al suo quinto anno di vita.
Un giorno d'estate i genitori portarono la piccola con loro in un parco ampio in erba, dove avrebbero potuto giocare e divertirsi insieme. Dopo aver steso un telo a terra ed essersi seduti, notarono un gruppo di ragazzini giocare insieme con una palla, probabilmente da pallavolo, intenti ad improvvisare qualche passaggio. Lei rimase quasi confusa nel veder altri piccoli come lei divertirsi con una singola e malridotta palla. Non riusciva a comprendere cosa ci fosse di divertente in quel gioco, ma continuò a guardarli imperterrita, anche se dentro desiderava poter provare - senza saperne il motivo - giocare insieme a loro.
«Papà, a cosa stanno giocando?» chiese curiosa la figlia Koi.
Il padre restò a guardare la palla gironzolare in giro per il prato, per poi spostare la sua attenzione alla piccola biondina.
«Si chiama pallavolo, Koi. È un gioco di squadra, forse fin troppo improvvisato da quei ragazzi».
Lo guardò confusa per un attimo, riportando l'attenzione ai movimenti di essa.
«E come si gioca?».
Sorrise a quella semplice e innocente domanda, rivolgendo un tenero sguardo alla moglie.
«Bisogna cercare di fare punti evitando di far cadere la palla a terra, proprio come fanno loro».
Gli occhi di Koi non si staccarono dalla palla, sembrava quasi incantata dal semplice movimento che compiva essa. Pur trovandolo inizialmente noioso e privo di senso, sentiva il forte desiderio di poterla toccare; come se dentro di lei si fosse acceso qualcosa. Restò molto sorpresa a vedere persino una bambina giocare, probabilmente della sua stessa età. Questo non fece altro che accendere ancora di più il desiderio in lei.
I genitori si accorsero di ciò e questo non sfuggì nemmeno ad un uomo là a fianco dei giovani giocatori, che li osservava giocare da molto prima dell'arrivo dei Katsuhiko. Dopo diverso tempo passato ad osservare la bimba, decise di avvicinarsi alla famiglia con passo spedito.
«Buongiorno, voi siete i tutori di questa piccola biondina?» chiese l'uomo con totale calma.
Era alto e magro, con un accenno di barba, che rendeva più snello il suo viso orientale. Vestiva con un lungo giaccone nero e il suo viso dava tutt'altro che una cattiva impressione.
Isamu si alzò in piedi vedendo lo straniero avvicinarsi, forse temendo per l'incolumità della bambina, parandosi davanti a lei, seguito dalla moglie.
«Siamo i genitori. Desidera?».
L'uomo si fermò proprio davanti a loro, scrutando, con occhi curiosi, la piccola. Non rispose ai genitori, totalmente attratto dalla giovane e forse anche un po' tra le nuvole.
«Ti piace questo gioco?» si rivolse a Koi, abbassandosi per poterla vedere meglio.
Lei si nascose dietro la madre, accennando una leggera risposta negativa.
L'uomo ridacchiò alla sua timidezza, mentre i genitori lo guardarono confusi.
«Mi scusi, lei chi sarebbe?» chiese Adele.
«Ha ragione, mi scusi! Non mi sono nemmeno presentato» alzò quasi la voce alla sua personale scortesia. «Tomoko, vieni qui!» chiamò una bambina che nel frattempo era impegnata a giocare.
Appena sentì il suo nome, corse verso l'uomo sconosciuto e non perse attimo, come lui, a squadrare Koi dalla testa ai piedi. Presentava una statura slanciata per la sua età, dei corti capelli castani e il suo viso mostrava i tipici lineamenti orientali.
L'uomo dal giaccone nero sorrise «questa è Tomoko, mia figlia. Ho notato la vostra guardare il loro gioco, quindi ho pensato che volesse unirsi».
Quando capirono le semplici intenzioni dell'uomo, Adele e Isamu fecero un sospiro di sollievo, rilassando le spalle.
Tomoko non perse tempo ad avvicinarsi alla biondina, senza fiatare, guardandola con i suoi grandi occhi color miele. Koi, a causa della timidezza, si nascose ancora di più dietro il lungo abito della madre, aggrappandosi ad esso.
«Come ti chiami?» chiese la bimba dai capelli corti e legati in un semplice codino.
La timida piccola non rispose, spostando lo sguardo altrove. A quel punto i genitori provarono a spronarla e, a gran fatica, riuscì a pronunciare timidamente il suo nome. A quel punto l'uomo le chiese quanti anni avesse e, una volta compresa la sua età, poggiò una mano sulla testa della piccola figlioletta, aggiungendo che le due bimbe avevano gli stessi anni.
«Vuoi andare a giocare con loro?» chiese infine, sprizzante di energia. Prima che potesse dire qualcosa, la figlia Tomoko prese felicemente Koi per la manina, la portò con sé, contro il volere della piccola bionda e la condusse verso gli altri giocatori.
Tutti e tre i genitori risero alla scena e, nel mentre, Isamu si presentò,seguito dalla moglie.
Il signore si ricordò, nuovamente, di non essersi presentato prima e si scusò, facendo un leggero inchino.
«Piacere di conoscervi, io sono Shuyaku Shoujiki» si presentò, «come ho detto, sono il padre di quella peste».
Isamu, notando i suoi lineamenti, chiese che origine avesse e lui rispose di essere giapponese. Parlarono molto quando capirono di aver vissuto una parte della loro vita giovanile nello stesso quartiere, senza mai essersi conosciuti.
Dopo alcuni minuti di chiaccherata, Shuyaku si incantò a guardare la loro figlioletta che giocava ed imparava qualche base della pallavolo.
«Sapete, Koi ha dei bellissimi movimenti. Perché non iniziate a farla giocare in qualche palestra dove praticano il Minivolley?».
«Semplicemente perché sarebbe una perdita di tempo» aggiunsero, quasi all'unisono, Adele e Isamu.
Shuyaku corrugò le sopracciglia, non aggiungendo altro per qualche secondo. Decise poi di raggiungere le due bambine sotto gli occhi vigili dei due.
«Koi, giusto? Ti piacerebbe giocare a pallavolo?».
«Sì, voglio farlo per sempre!». La bambina, dopo aver provato il gioco, non esitò a rispondere positivamente, cambiando il suo punto di vista e saltellando dalla gioia.
A quella risposta, l'uomo sorrise caldamente e prese la palla, iniziando ad insegnare le brevi e semplici basi alla piccola, dando, ogni tanto, qualche occhiata ai due, con un'espressione soddisfatta in volto.
Come aveva detto, non era affatto male; non sembrava nemmeno la prima volta. Lui, capendo di aver trovato qualcuno con del talento - anche se, ovviamente, i movimenti restavano pur sempre quelli di una bambina - nonostante la tenera età, si prese la libertà di congratularsi e scompigliarle i capelli. Richiamò Tomoko e ritornò verso i genitori increduli, porgendo loro un biglietto da visita.
«Se avete voglia di far praticare uno sport buono, chiamatemi. Sarò felice di aiutarvi e di accogliervi». Si mise un cappello in testa e salutò allegramente la famiglia Katsuhiko, portando con sé anche la figlioletta.
Confusi, lo salutarono, lasciandolo andar via. Diedero un'occhiata al biglietto, scoprendo così che fosse un allenatore di pallavolo.
Una volta ritornati all'abitazione, fecero una ricerca più approfondita su Internet. La scoperta che lasciò a bocca aperta, con gran sorpresa, i due, fu che l'uomo Shuyaku Shoujiki non era un semplice allenatore di pallavolo; ma lo stesso che allenava e seguiva la nazionale giapponese.
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