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Capitolo 28

[ Expensive Girl ]

Era tardo pomeriggio, la finestra spalancata della camera da letto lasciava filtrare una piacevole brezza e i caldi raggi del sole di un rosso vivo segnavano il mesto ritirarsi della stella per lasciare posto al satellite luminoso.

La casa era immersa in un silenzio senza uguali, lei, Michela, era l'unica abitante al momento in quella dimora decisamente troppo grande perché una sola persona vi restasse.

Non sapeva neppure quanto tempo era passato da quando anche il suo fidanzato era dovuto scappare, lei era rientrata nella propria camera e si era seduta sul morbido materasso ancora persa nel ricordo delle labbra di lui che la marchiavano con voracità.

La chioma ondeggiava, smossa dal vento, come un campo di spighe mature di un oro caldo e gentile che accarezzano lo sguardo dell'osservatore; la sua pelle si era rilassata con naturalezza esposta a quella carezza che madre natura sembrava averle riservato.

Era come se si fosse persa in luogo lontano e sconosciuto e quando tornò nel suo corpo mortale le sembrava quasi di essere fuori dal tempo mentre sbatteva più volte le palpebre cercando di capire quanto tempo avesse passato ferma, lì, a fissare il nulla.

Le sue amiche annoiate avevano deciso di uscire per rilassarsi me lei no, si era opposta dicendo che voleva del tempo in pace per pensare, lo disse con tono cupo e grave che fece intuire alle altre che qualcosa si muoveva nervoso nella sua mente e che lei aveva il necessario bisogno di capire cosa fosse.

Era rimasta con lo sguardo fisso verso l' esterno mentre il cielo si faceva via via più scuro e il gelo notturno le sfiorava le ossa pungente, sembrava quasi che fosse lì per ricordarle che aveva qualcosa da affrontare e che doveva far lavorare quella sua mente contornata per giungere alla soluzione di quel problema che le era parso di intravedere.

Le sue labbra erano prive di espressioni, immobili ma dischiuse che lasciavano scivolare mestamente l'aria fuori dal suo corpo in preda ad un tormento interno che non sapeva come chiamate o anche solo lontanamente spiegare.

Si era alzata solamente quando la sua pelle delicata aveva iniziato a risentire del freddo pungente che proveniva dalla finestra spalancata e con lentezza esasperante si era mossa fluidamenre, come una bambina, per chiudere quelle ante che la separavano dal mondo esterno.

Non lo dava a vedere, eppure lei era una di quelle ragazze che pensava e lo faceva così spesso e profondamente che a volte perdeva se stessa nella mole di pensieri che scorrevano come un fiume in piena in quella sua mente attiva, oltremodo.

Si sedette ancora sul materasso, si portò le ginocchia al petto lasciando che le gambe nude proteggessero il suo busto mentre la sua mente annegata in quel peso che non sapeva spiegare e che sembrava provarle del respiro.

Poi si allungò fra le coperte, non sapeva se aspettare avrebbe risolto qualcosa dato che pensare, fino a quel momento, non l'aveva che condotta solamente ad altre domande rendendola più confusa, perché non poteva essere come le altre ragazze e smettere di pensare così tanto?

Un sospiro uscì dalle sue labbra quando affondò il volto in uno dei due cuscini ed improvvisamente un sorriso le si piantò in viso, poteva ancora percepire, se pur lievemente, l'odore del ragazzo che qualche ora prima l'aveva stretta al suo petto e le aveva sfiorato la pelle.

Fu allora che la consapevolezza iniziò a farsi strada in quella foresta intricata di dubbi, pensieri ed ipotesi, presto si rese conto di cosa significava quel grosso peso che non riusciva a togliersi di dosso; era tutta colpa sua, tutta colpa di quel maledetto Park Jimin.

Quello che provava era il voto dovuto alla sua lontananza.

Lei che era fragile come una rosa di cristallo, aveva affidato il tutto e per tutto a quel ragazzo della stessa fragilità, che poteva comprenderla come nessun altro avrebbe mai potuto e che poteva vedere oltre la maschera che la vita l'aveva obbligata ad indossare.

Lei aveva bisogno di lui, ormai era troppo tardi per ribellarsi, lei lo sapeva bene e sapeva che ormai pendeva da quelle labbra perfette e che dipendeva da quel ragazzo così diverso nei modi di agire, modi a volte della dolcezza più assoluta che a volte diventavano momenti bollenti e lussuriosi.

La sua mente tormentata venne svuotata da ogni cosa che l' aveva occupata prima di giungere alla realizzazione dei propri sentimenti, così fieri e già sicuri radicati in quel suo piccolo cuore pieno di cicatrici e ferite.

La mente le si era fatta bianca, non c'era nulla a popolarla e fu calma piatta, ma poi ecco, che in un istante il caos tornava e si faceva più intenso e presente.

Il pensiero di lui la tormentava, il ricordo di lui le deliziava i sensi, quel suo odore peculiare, quel suo tocco amorevole e quei suoi occhi cioccolato profondi e brillanti le portavano la gioia più pura, ma quando le ritornava alla pente che lui non era lì per stringerla a se il freddo vuoto che sentiva dentro si ripresentava angosciandola.

Al ricordo di Jimin si alternava la voglia di lui e da sola, fra le morbide coperte, il suo corpo smaniava come quello di una drogata che ha un bisogno vitale della sua dose.

Quando le ragazze rincasarono la trovarono in cucina che si dedicava alla cucina, la tavola già apparecchiata nei minimi dettagli e la casa sembrava risplendere in ogni suo piccolo angolo, anche quelli nascosti alla vista.

Per non pensare era disposta a fare qualunque cosa, aveva scritto ma la mancanza di lui le aveva strappato persino l'ispirazione che non le mancava mai totalmente, si era dedicata alle pulizie nonostante fosse una persona che ha bisogno del disordine per vivere, aveva apparecchiato come fossero ad un ristorante pur di perdere tempo e alla fine si era messa a cucinare non sapendo in cosa poteva rifugiarsi ancora.

Ogni gesto che faceva, ogni passo che compieva era lento, quasi mesto, mentre i suoi occhi un po' tristi si focalizzavano sugli ingredienti messi a soffriggere nelle pentole sul fuoco, non sapeva neppure perché ma si era messa a cucinare una lasagna e una cheesecake.

Dei piccoli sospiri le scivolavano lungo le labbra e fu principalmente questo ad attirare lo sguardo sconvolto delle altre coinquiline, lei che sospirava così spesso non se l'etano mai nemmeno immaginata e il fatto che non avesse toccato cibo era ancora più scioccante.

Se non aveva neppure osservato quello che aveva cucinato e non aveva messo nulla sotto i denti allora c'era da preoccuparsi perché lei era una delle classiche persone che vivevano per mangiare, magari non letteralmente ma il concerto era quello.

Preoccupate all'inverosimile Veronica, Valentina, Jennifer e Rosalba si erano fatte avanti nella stanza della ragazza e l'avevano trovata con solo una maglia nera a coprirle il busto, il piumino scombinato fra le gambe nude, le braccia a stringere il cuscino nel quale il suo volto era sommerso e sospiri sconsolati le lasciavano le labbra.

Era davvero scioccante vederla in quello stato, non pensavano che avrebbero mai avuto modo di vedere, così mansueta e quasi depressa da far tenerezza, un comportamento che non le si addiceva se non nelle fredde giornate invernali nelle quali abbracciava chiunque.

Le si sedettero accanto mentre la osservavano rotolarsi nelle coperte quasi fosse voluta annegare «Tutto bene? » chiesero preoccupate, insomma non aveva mangiato!

«No » disse sospirato per l'ennesima volta guardando con occhi da cucciolo abbandonato le sue amiche «Che cosa c'è? » chiesero con tono calma di voce, era troppo adorabile per riuscire a non usare un tono mieloso o acuto.

Lei fece il labbruccio, le iridi le tremarono appena accentuate dalla luce lunare che filtrata dalle tende bianche «Voglio Jimin » si lamentò come una bambina affondando il volto nel cuscino mentre diventava rossa fino alla punta delle orecchie.

Era così dannatamente tenera che ebbero paura di sembrare delle pazze mentre trattenevano gli scleri e facevano dei brevi video per ricordare in eterno quella scena che sarebbe potuta non accadere più.

Alla fine la lasciarono da sola ai suoi sospiri sconsolati, scesero al piano inferiore e si guardarono con una complicità quasi malevola e infatti presto Rosalba fu alla prese con il cellulare.

«Jin, che fate di bello?  » chiese vaga mentre le altre cercavano di soffocare le risate ma con scarsi risultati «Stiamo uscendo dalla Big Hit, perché?  » chiese con una nota non celata di preoccupazione.

«Fai passare Jimin qui, ti mando un video ma non farlo vedere a nessuno, promettilo! » il ragazzo, se pur confuso, accettò le condizioni e dopo essersi assicurato di essere lontano da sguardi indiscreti vide il video della bionda che sembrava un piccola bimba.

Una risata che non riuscì a trattenere focalizzò l'attenzione dei sei su di se, Jin stava praticamente morendo dal ridere e lo sguardo confuso dei suoi amici non lo aiutava di certo a tornare una persona sana capace di parlare, ma fece ciò che poté.

«Jimin, vai dalla tua ragazza » riuscì a dire fra le risate mentre quasi cadeva al suolo, il ragazzo lo osservò confuso, gli chiese se il motivo delle sue risa fosse quello e lui riuscì appena ad annuire mentre delle piccole lacrime gli si erano presentate ai lati degli occhi.

Il rosso, stranito, era uscito dall'edificio dell'agenzia e aveva percorso quella discesa a grandi falcate in modo da essere davanti alla casa delle ragazze in poco tempo, aveva suonato in modo lieve il campanello a causa della tarda ora e quando la porta era stata aperta aveva notato che le quattro sembravano strane.

Avevano delle strane espressioni che non capì, erano sorrisi sghembi che le facevano sembrare inquietanti, molto, ma non si soffermò su di loro che cercavano con difficoltà di trattenere strani versi o cose del genere.

Jimin salì la scale lentamente accompagato dallo scricchiolio del legno sotto ai suoi piedi, notò come la porta della camera della bionda fosse stranamente aperta e si fermò con la schiena appoggiata allo stipide della porta guardandola, amava farlo.

La bionda continuava a rotolarsi fra le coperte con la chioma morbida che le ricadeva sulle spalle e nell'isenatura creata dal suo petto prosperoso ancora celato dalla maglia nero pece, le sue gambe lunghe e nude si muovevano quasi come se sapessero dello sguardo del ragazzo e volessero provocarlo, lui deglutì a vuoto, non sapeva ancora quanto avrebbe potuto lottare contro se stesso.

Lei improvvisamente si mise seduta sul materasso, le gambe sensuali si erano stese quasi in una posa da modella sotto lo sguardo ammaliato del rosso che finalmente fece notare la sua presenza facendo qualche passo nella stanza, subito gli occhi castani di lei ripresero a brillare, lo facevano in quel modo tanto vitale solo quando c'era anche lui.

Scese velocemente dal letto si buttò verso di lui, Jimin sorpreso aveva spalancato le braccia e l'aveva presa al  volo per no farla cadere mentre lei si era aggrappata con le gambe al bacino del ragazzo e per lui non fu esattamente un bene, come non lo fu sentire quella morbidezza eccitante contro il petto muscoloso e il sentire il respiro caldo di lei sul suo collo mentre strofinava il naso nell'incavo fra la suja spalla e il suo collo.

Lentamente camminò verso il letto non volendo farala cadere, ma una volta che la schiena della ragazza fu appoggiata sul letto ella tirò con se il proprio ragazzo, il fulvo pensò seriamente che la sua ragazza lo stesse provocando.

Lei era stesa sotto di lui, la maglia nera si era parzialmente alzata rivelando parte del suo intimo bianco candido e della sua pelle rosea, le labbra erano leggermente dischiuse e venicvano ripetutamente inumidite sotto lo sguardo attento di lui, sentiva che se le cose fossero continuate in quel modo non avrebbe mantenuto la sua calma ancora a lungo.

Cercò di alzarsi e vi riuscì, stava per parlare mntre varcava la soglia della camera, una qualsiasi sucusa per convincerla a scendere al piano inferiore ma fu lei, invece, a spezzare quel silenzio pieno di tenzione che aleggiava in quelle quattro mutra, per lui tanto pericolose,sopratutto in quel momento.

«Sei sicuro di voler scendere così ? » chiese lei con una risata maliziosa alzandosi, i suoi occhi castani brillavano di una luce diversa dalla semplice goia, era una luce quasi predatoria, il suo tono di voce era basso ma estremamente sensuale, non si sarebbe certo fatta scappare la possibilità di catturare la sua preda e se si trattava di sedurre sapeva perfettmente cosa fare e come farlo.

Jimin si chiuse la porta alle spalle mentre la osservava confuso, non capiva bene a cosa si riferisse e continuava ingenuamente a sperare che i suoi desideri carnali non avessero in alcun modo influenzato il suo corpo, eppure l'istinto trovava sempre un modo per farsi vedere, lo aveva sempre fatto e avrebbe sempre continuato a farlo.

Lei con un sorriso provocante indicò il grosso rigonfiamento che si era fatto vivo nel cavallo dei suoi pantaloni e lui ebbe paura di essere duventato dello stesso colore dei suoi capelli da quanto sentiva la sua faccia bruciare, ma non ebbe modo di dire nulla che si ritrovò due labbra fameliche e graffianti contro le sue, non avrebbe mantenuto il  controllo, non dopo che lei lo aveva fatto impazzire.

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