55. Via
Allontanamento o assenza.
Emilien osservava la facciata dell'imponente edificio che lo sovrastava. Non riusciva ancora a capire perché avesse scelto di dirigersi lì, né si capacitava del momento esatto in cui aveva deciso di farlo, eppure era successo.
Yves. Yves Clairmont.
Un nome che aveva relegato in una zona ignota e oscura del suo passato. Un viso che quasi si confondeva nella memoria confusa di quel periodo orribile che si era costretto con tutte le forze a lasciare da parte. E, nonostante tutto, erano bastate poche parole precise per far tremare il suo piccolo e instabile mondo.
Anni di psicanalisi e duro lavoro, interi periodi trascorsi a processare un evento che nessun essere umano avrebbe mai dovuto sperimentare ... e alla fine il dolore era ancora lì, poco sotto quella superficie apparentemente integra, ma sotto costante pressione.
Non hai mai avuto nessun tipo di controllo. È sempre stata tutta una dannata finzione e, in fondo, lo sai bene.
Emilien passò una mano tremante sul viso stanco quando vide il primo gruppo di studenti lasciare la scuola. Avrebbe riconosciuto Yves dopo tutto quel tempo? E cosa aveva intenzione di fare, soprattutto?
O forse tutti quei buoni propositi non erano altro che l'ennesima bugia di un codardo. Forse non si era spinto fin lì soltanto per rivedere Yves, ma piuttosto per dimostrare a qualcun altro che anche lui aveva un cuore.
Non gli importerà niente. Non ti perdonerà mai, perché non lo meriti e lo sai bene.
Era quello che voleva davvero? Cosa lo spingeva ad affannarsi tanto per quello sconosciuto che aveva tutto il diritto di odiarlo a morte? Poteva essere tutto infinitamente più semplice se soltanto avesse voltato le spalle a quella scuola.
Lui non ti verrà a cercare. E poi c'è sempre Cole ... non era tutto quello che desideravi? Si può sapere cosa diavolo vuoi dalla vita, Emilien?
Non aveva una risposta a nessuna di quelle domande, sapeva soltanto che stava portando addosso i segni di due lunghe settimane orribili e che ogni cosa sembrava ricondurlo ad una persona ben precisa.
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Victoria stava cercando di fare del suo meglio per affrontare quella strana piega che aveva preso la sua vita. Nonostante gli alti e bassi, supponeva che anche per i suoi due amici non fosse così semplice gestire quello tsunami di novità che li aveva travolti con violenza. Ma c'era un punto su cui non intendeva soprassedere: non avrebbe più permesso a nessuno di loro di isolarsi in quella dannata bolla fatta di mutismo ed elucubrazioni. Ecco perché li aveva presi sottobraccio e adesso si stava dirigendo verso il cortile della scuola con le peggiori intenzioni del mondo.
"Allora? È da un po' che non mi aggiornate sulle vostre paturnie sentimentali. Non è che state cercando ancora una volta di farmi fuori dal giro?" iniziò proprio Victoria, attirandosi subito addosso le occhiate raggelanti e lievemente perplesse degli altri due.
"Paturnie sentimentali ..." ripeté Gaspard, "mi viene da vomitare."
"Io vado a farlo." Ribatté Yves, ma prima di riuscire a sgusciare via, venne fermato dalla bionda che lo afferrò per la giacca, trattenendolo.
"Non credo proprio, caro Yves. Anzi, c'è qualcosa di cui voglio parlarti. Cosa intendi fare per il compleanno di Amir?"
L'altro si gelò sul posto, poi fissò l'amica negli occhi, perplesso "e tu che diavolo ne sai?"
"Ha invitato anche noi" disse monocorde Gaspard prima di mostrare il suo cellulare al moro, "sabato sera, all'Heros, alcol a fiumi, bla bla bla ..."
Yves sbiancò, era evidente che quella fosse una sorpresa per lui a quel punto, tanto che Gaspard rincarò la dose, "ma non mi dire ... pensavi che sareste stati voi due da soli? Sarei ben felice di togliermi dalle palle, però credo che non risolverei il problema. Chissà quanta altra gente ha invitato. Amir è perennemente circondato da soci, clienti, dipendenti e ragazzi vari."
"Che cosa gli regalerai?" chiese Victoria, forse con più entusiasmo nella voce di quanto fosse necessario. Stava cercando di supportare Yves come meglio poteva.
"Che diavolo ne so! E poi questa storia del compleanno è ridicola. Non ha più cinque anni. Dovremo cantargli anche la canzoncina di buon compleanno e battere le mani a ritmo?" sbottò il moro, nel panico.
Gaspard ci aveva preso in pieno, una festa piena di gente corrispondeva alla sua idea di inferno in terra. Si chiese come avrebbe dovuto comportarsi ad un evento del genere? E se la sua copertura fosse saltata?
"Yves, niente panico, ok? È solo una festa e poi starai con noi" Victoria aveva parlato con il suo miglior tono rassicurante, mentre osservava il viso dell'amico farsi sempre più cereo.
"Solo una festa, dici? E se per caso gli venisse in mente di fare qualcosa di idiota?" si lasciò sfuggire improvvisamente Yves.
"Idiota tipo limonarti davanti a tutti? Beh, amen!" commentò Gaspard, scatenando un'ondata di terrore puro nell'altro.
"Non succederà! Gaspard non fare lo stronzo. Sappiamo tutti che Amir non lo farebbe mai" disse Victoria subito dopo.
"Chi può dirlo, con tutto l'alcol che girerà ..."
"Da che parte stai?" chiese improvvisamente Yves, truce.
L'altro fece spallucce e rise, "io? Mi stavo solo divertendo un po' a tue spese, lo ammetto."
"Godi di ottimo umore, vedo. Si direbbe che tu sia rientrato nelle grazie di un provincialotto di nostra conoscenza! Niente più aria da cane bastonato ... sono pronto a giocarmi un rene che di recente hai avuto qualche soddisfazione" lo provocò Yves, al contrattacco.
"Come negarlo? Adesso anche tu sei esperto di soddisfazioni, quindi non riuscirei a fartela."
"Ah-ah. Che divertente. Ecco come stendi Manech ... con la tua verve da quattro soldi!"
"E tu come stendi Amir? Deve essere stata la tua natura amabile ad averlo irretito. Come regalo di compleanno dovresti regalargli un cuscino con la vostra foto sopra, scommetto che apprezzerebbe tantissimo."
"Ottimo spunto. Tu hai già fatto un tatuaggio di coppia con il tuo bel musicista? O forse preferirebbe un ciondolo a forma di cuore da dividere?"
Victoria si ritrovò a ridere per quel battibecco come non faceva da tempo. Rimase a seguire quelle accuse scherzose fino alla fine. Mai, prima di quel momento, i suoi due amici erano stati tanto schietti e cristallini l'uno nei confronti dell'altro ... forse le cose stavano davvero cambiando e non tutti i cambiamenti volgevano per il peggio.
Guardò Yves e non poteva negare che da qualche parte faceva ancora male, ma quel dolore presto o tardi si sarebbe attenuato, fino a svanire via del tutto.
Doveva crederci davvero.
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Andrea aveva addentato svogliatamente una barretta di cioccolato, mentre seguiva la massa di studenti verso la palestra. Il cielo era plumbeo e l'aria gelida in quella dannata città, persino il meteo gli sembrava ostile.
Dovresti andartene. Non c'è niente qui per te. Non c'è mai stato niente.
"Quello sguardo non mi piace. Rivoglio indietro il mio amico al più presto."
La mano di Manech si abbatté con fermezza sulla spalla di Andrea. Era apparso silenziosamente, aveva la custodia del violino sulla spalla e l'aria di chi comprendeva bene il senso di quello sguardo lontano e torvo.
Parigi sapeva essere terribile, ancora di più chi ci viveva dentro. Chi poteva saperlo meglio del duo?
Andrea stirò le labbra in un sorriso e salutò l'altro con una pacca sulla spalla, "cosa stai cercando di fare? Credi che abbia bisogno di un coach motivazionale?"
"Di sicuro hai bisogno di me!" esclamò Manech, "birra dopo scuola? Non devi stare tutto il tempo da solo, a volte pensare troppo non fa bene."
"Se pensassi troppo non sarei a questo punto adesso, credimi. Il mio problema è l'esatto opposto, io non penso affatto, Manech. Io mi lancio e basta, sono un fottuto kamikaze."
"Ma sei ancora vivo" gli fece notare l'amico.
Andrea rise, "ovvio. Ci vuole molto di più di un paio di occhi azzurri e un bel culo per farmi fuori! E accetto la birra, più di una. Scommetto che hai qualcosa da raccontarmi!" Andrea stava per aggiungere qualcosa, quando i suoi occhi caddero su una figura in lontananza, oltre i cancelli della scuola.
Per un attimo stentò a credere a ciò che vedeva, mentre sentiva il cuore accelerare all'impazzata nel petto.
Cosa diavolo ci faceva lui lì? Che cosa significava? Forse stava impazzendo, forse l'ossessione e la rabbia erano talmente profondi da spingerlo alla follia più totale.
"Cristo, che ci fa qui? Dovevate vedervi?"
Furono le parole di Manech a scuotere Andrea da quella sorta di trance silenziosa in cui era caduto. Emilien era davvero lì e lo stava fissando con l'intensità di una scarica elettrica dritta al cuore.
"Figlio di puttana ... se crede che cambi qualcosa per me ..." non riuscì a concludere la frase, perché tutto in lui sembrava sul punto di andare in cortocircuito. Odiava sentirsi in quel modo e, ancora di più, odiava che fosse Emilien la causa di quelle sensazioni tanto intense.
"Vuoi parlargli? Non so, potrei dire al professor Vernier che non ti senti bene ..."
"No. Lui è morto per me. Qualsiasi problema abbia, non è più affare mio. Doveva andare così, Manech. Al diavolo le sue scuse e al diavolo le sue telefonate."
Eppure quante volte sei stato sul punto di rispondere? Non sei duro come credi. Lo sai bene. Deve averlo capito anche lui alla fine.
"Non credevo che sarebbe venuto fino a qui. Insomma, perché prendersi la briga di spingersi dall'altra parte della città se non gli importasse per niente?"
"Vuole solo ripulirsi la coscienza. Quelli come lui li conosco e sono gli esseri più infidi della terra" disse imperterrito Andrea, mentre i suoi occhi si rifiutavano di passare finalmente oltre.
Gran bella dimostrazione di superiorità. Complimenti.
"Se ne sei convinto ..."
Andrea non era convinto di niente in realtà, ma non si fidava abbastanza di sé stesso per avvicinarsi ancora una volta ad Emilien. Lo odiava e lo desiderava con la stessa intensità. Ripensare a quel dannato doppiogioco gli faceva venire la nausea.
Nessuno può trattarti come ha fatto lui. Toglitelo dalla testa una volta per tutte.
"Andiamo o ci perderemo l'inizio della partita" disse alla fine l'italiano e, finalmente, riuscì a voltare le spalle ad Emilien. Non si guardò più indietro, ma per il resto della giornata non smise di pensare a quell'incontro.
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"Non preoccuparti, sabato non ti lascerò combinare troppe stronzate" aveva detto Gaspard tirando fuori una sigaretta.
Il trio stava camminando verso l'esterno, avevano circa mezz'ora di pausa prima della prossima lezione, Yves rubò la sigaretta dalle dita dell'amico lanciandogli un'occhiata irritata.
"Non capisco chi ti ha nominato mio angelo custode" rispose "siamo davvero alla frutta qui"
Poi lo sguardo del moro cominciò a vagare lungo il giardino esterno, per trovare un punto comodo in cui il gruppo poteva stendersi indisturbato, fu in quel momento che lo vide.
Prima era girato di spalle, un ragazzo che si guardava intorno con aria spaesata, poi si era voltato. Un viso sottile, dai tratti delicati, capelli morbidi e poi quegli occhi, così azzurri. Yves non avrebbe mai potuto dimenticare quello sguardo, erano passati anni eppure riconobbe Emilien in un istante.
Eccolo, il passato che viene a divorarti.
Yves sentì una voragine formarsi nel suo stomaco, le gambe diventarono di granito mentre sperava con tutte le sue forze che l'altro non lo notasse ma allo stesso tempo non riusciva a muoversi. Ancora pochi secondi e avvenne l'inevitabile, lo sguardo di Emilien si mosse ancora, vagando per il parco fino a soffermarsi sul loro gruppo e poi su di lui.
Per un lungo momento non accadde nulla, anche l'altro era rimasto pietrificato, la muta speranza di Yves che l'altro non lo riconoscesse, sfumò.
Si fissarono troppo intensamente perchè questo non provocasse a Yves una nuova ondata di malessere mentre centinaia di domande si formavano nella sua mente: perché era qui? Perchè dopo tutti quegli anni? Cosa voleva? Ma più di ogni altra cosa, era riuscito ad andare avanti oppure era a pezzi come lui?
Poi Emilien di destò da quell'immobilismo e cominciò a camminare, passi lenti e cauti, ma puntavano verso il gruppo.
Non farlo, non adesso, non adesso che cerco di uscirne.
"Yves?" chiamò incerto senza arrestare il passo.
Per il moro fu l'ennesimo pugno allo stomaco, sentire la sua voce, sentire il suo nome pronunciato da quella voce, come avrebbe dovuto affrontarlo? Cosa avrebbe detto?
"Yves? Chi è quel tipo?" chiese Victoria mentre Gaspard si limitava a osservare quella scena in silenzio.
Il ragazzo scosse la testa, non riusciva più a parlare, né sollevare lo sguardo verso Emilien, si voltò, scoprendo di riuscire finalmente a muoversi e poi corse via, al riparo dentro le mura dell'istituto.
Quando Emilien raggiunse il gruppo era troppo tardi, fu investito da un duplice sconforto, quello di aver rivisto per la prima volta Yves dopo tanti anni e quello di averlo fatto fuggire. Voltò lo sguardo verso gli altri due ragazzi che lo stavano fissando, si sentì a disagio e non sapeva come spiegare cosa stesse accadendo, né chi fosse. Forse aveva fatto male a presentarsi lì dopo tutto quel tempo ... eppure aveva aspettato anche troppo ormai. Così si decise ad avvicinarsi agli amici di Yves e parlò
"Io ... conosco Yves da parecchio tempo, ma non volevo turbarlo. Mi dispiace" chiarí Emilien.
"Posso dargli un messaggio da parte tua mentre metabolizza qualsiasi cosa gli sia esploso in testa" era stato il biondo a parlare e lo aveva fatto con una sicurezza da sorprendere il nuovo arrivato. Possibile che anche loro sapessero?
Emilien si riscosse, forse piombare così da un giorno all'altro non era stata una grande idea, forse poteva essere un inizio per qualcosa che avrebbe richiesto più tempo. Il processo si sarebbe tenuto fra dieci giorni, forse potevano mettere un punto insieme o forse poteva essere solo un modo per chiudere un conto in sospeso fra loro. Emilien non sapeva cosa sarebbe venuto fuori da quel confronto, ma era tempo che avvenisse.
Forse così potrete andare avanti.
"Giovedì, della prossima settimana. Lo aspetto alle cinque, davanti alla Biblioteca Sainte Geneviève, lui capirà. Digli che io sarò lì comunque, che lo aspetterò"
Poi si voltò e andò via a grandi passi, sentiva improvvisamente il cuore battergli all'impazzata, anche lui aveva una settimana per prepararsi a quell'incontro.
"Non riesco a capire" disse a un tratto Victoria, uscendo dal suo mutismo "chi era quel ragazzo? Cosa succede?"
Gaspard si voltò "ho come la sensazione che il passato di Yves sia venuto a chiedergli il conto alla fine. Lascia che me ne occupi io"
"D'accordo, ma tienimi informata"
Gaspard stava camminando lungo il corridoio del secondo piano, Yves era scappato via ma aveva una vaga idea di dove potesse essersi nascosto. Entró nel bagno e percorse le cabine fino all'ultima della fine, l'ultima era chiusa.
Diede due tocchi leggeri con le nocche "apri. Sono io"
Ci fu silenzio, poi un lieve click. La serratura del bagno si era sbloccata e Gaspard aprì la porta, Yves era seduto sul wc, con le ginocchia rannicchiate al petto e lo sguardo ancora smarrito. Gaspard non conosceva l'intera storia, ma poche cose al mondo riducevano il suo amico in quello stato e c'entravano tutte con quella fottuta scuola estiva.
"Yves?"
"Sto bene"
No, ma forse non starai mai bene fino a quando non affronterai tutta questa merda.
Gaspard non lo disse, decise che avrebbe consegnato il messaggio "quel ragazzo ha detto che giovedì della prossima settimana ti aspetterà alle cinque alla Biblioteca Sainte Geneviève. Non sono affari miei, ma dovresti vederlo se questo può aiutarti ad andare avanti."
Poi si voltò e lasciò il bagno, la sua presenza era inutile in quel momento, Yves avrebbe dovuto riflettere e prendere una decisione che spettava solo a lui.
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Quando Gaspard chiuse l'armadietto, alla fine dell'ultima ora di lezione, sospirò, pensando che fosse stata proprio una giornata del cazzo. Alla fine Yves aveva chiesto di uscire prima, dicendo all'infermiera di stare male, e forse era meglio così, l'amico aveva anche un compleanno da affrontare senza dare di matto.
"Ehi" la voce di Manech raggiunse il suo orecchio.
Il ragazzo era apparso nel suo campo visivo, appoggiandosi contro gli armadietti e dedicandogli un sorriso leggero mentre i suoi occhi erano attenti e profondi come sempre.
"Ehi a te"
"Come stai? Intendo dopo il casino con la tua matrigna, voglio essere preciso" puntualizzò "così non cercherai di evadere la domanda con risposte a caso"
A Gaspard sfuggì un lieve sorriso ma poi tornò serio "mi dispiace di averti spaventato l'altro giorno. Casa mia è ... complicata"
"Spero tu possa darmi i dettagli sabato allora, verrai al jazz club?"
"Purtroppo ho un compleanno da sovraintendere, Yves ha bisogno di me"
"Allora rilancio, ti va di uscire insieme domenica?" chiese puntando gli occhi dritti in quelli del biondo.
"Monroe, mi stai chiedendo un appuntamento?" rise l'altro.
"Puoi scommetterci il culo" rispose Manech unendosi a quel divertimento "anzi, sai cosa? Non te lo sto chiedendo, domenica verrai a prendermi e andremo da qualche parte e parleremo. Parleremo parecchio e passeremo una serata da comuni mortali"
"Agli ordini" mormorò mentre si avvicinava di un passo.
Manech si irrigidì appena, erano ancora in corridoio, molti ragazzi stavano uscendo dalle aule per andare a casa ed erano vicini, molto vicini. Si chiese se Gaspard se ne fosse accorto, se volesse che gli altri vedessero oppure questo avrebbe potuto danneggiarlo in qualche modo.
"Meglio che vada" disse poi Manech, distanziandosi "ho promesso ad Andrea una sbronza e credo ne abbia proprio bisogno"
"Fortuna che questo è l'ultimo anno" ribatté Gaspard senza che il moro riuscisse a gliorne il nesso "presto ci lasceremo questa gente e questo posto alle spalle. Ci vediamo domenica" poi sparì nel mare di studenti che si dirigevano all'uscita.
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Quando Gaspard varcò la soglia di casa si guardò intorno per qualche istante, non voleva incrociare nessuno, sperava di poter sgusciare via e non essere visto fino al giorno seguente ma non fu così fortunato.
Mossi i primi passi dall'ingresso, la figura di Colette apparve in corridoio e Gaspard si bloccò all'istante. Non si erano parlati dopo quanto accaduto, il biondo era convinto che avesse già riferito al padre quello che aveva visto e il solo trovarsela davanti lo faceva tremare di rabbia.
"Gaspard, ti prego, parliamo un momento" disse la donna a mezza voce.
"Di cosa?" ringhiò "di quello che hai già capito benissimo? Hai bisogno di altri dettagli da mettere nel tuo rapporto?"
Colette abbassò gli occhi, ma si fece coraggio, aveva bisogno di parlare con lui, di essere onesta, di cercare un contatto. Invano ci aveva provato in tutti quegli anni, ma era stanca di vivere quell'angoscia, di sembrare complice di quell'uomo spregevole solo perché aveva paura di invadere lo spazio di Gaspard.
"Non ho intenzione di dire niente, soprattutto a lui. Ho solo bisogno di parlare con te, di sapere come stai, di dirti che, se hai trovato qualcuno con cui coltivare dei sentimenti positivi, un legame ... io sono felice per te, il mio unico rammarico è di non essere riuscita diventare una figura su cui tu potessi contare"
Gaspard tacque davanti a quelle parole, ma poi si riprese "è tardi per venire a fare la madre e non me ne serve una"
"Come si chiama?" insistette lei, senza starlo a sentire.
"Manech" rispose il biondo, anche se si maledì per averlo fatto.
Non le devi niente, cosa vuole da te?
Colette sorrise "è un bel nome, quando ho aperto la porta, per un istante, ti ho visto sorridere. Sono felice che questo ragazzo ti faccia sentire così, hai bisogno di serenità"
"E non glielo dirai?" chiese ancora guardingo "so benissimo che ti riempie di domande. Soprattutto da quando ho lasciato gli allenamenti, so dai professori che è stato anche a scuola"
"Non importa quante volte mi farà domande, non gli permetterò di calpestare la tua felicità come ha fatto con la mia. E se avessi bisogno di un sostegno, qualsiasi cosa ti serva per poterti realizzare e vivere serenamente, io ci sono, Gaspard."
Il biondo distolse lo sguardo, per quanto gli costasse ammetterlo sentiva che quel tono era sincero, che quella donna in qualche modo tenesse a lui nonostante non avesse fatto nulla per meritarlo.
"Nessuno di noi ha avuto la vita che sperava" continuò lei "so di aver sbagliato, so di aver ceduto alle sue lusinghe quando era ancora un uomo sposato ma ero giovane. Lui si mostrava molto diverso dall'uomo che è realmente e mi raccontava di quanto il suo matrimonio fosse infelice, di quanto tua madre fosse ... instabile" fece una pausa sospirando "diceva che l'avrebbe lasciata e poi ... la notizia. Diceva di essere a pezzi, che aveva bisogno di me, che tu avevi bisogno di una madre ... ma non era vero niente, non ero mai stata speciale per lui, mai stata indispensabile. Dovevo solo tappare un buco, per poi permettergli di fare i suoi comodi, di continuare con le sue storielle"
"Mia madre non era instabile, anche lei ha rinunciato a tutto per lui e ..." mormorò.
"Lo so, ma è così che fa. Mente, fingendo di non essere il despota che è realmente. E quando ti fa abbandonare tutto ciò che avevi, allora ti rimane solo lui e ti fa sentire tremendamente piccola"
"Io non ho intenzione di finire come voi, non sarò la sua ennesima appendice, da sfoggiare. Andrò via, cercherò la mia strada" intervenne.
"E io voglio aiutarti. Non ho mai conosciuto tua madre ma so che ho in comune con lei il desiderio di vederti realizzare i tuoi sogni, le tue ambizioni. Qualsiasi cosa possa aiutarti ..."
"Qualsiasi, hai detto?" la interruppe.
Colette annuì sicura.
"Hai detto che ha altre storie, con altre donne. Come lo sai?"
"Ha un altro telefono, crede che io sia così sciocca da non accorgermene, lo tiene nel cassetto del comodino. Ho letto dei messaggi, con una di loro esce spesso, è di Parigi, si incontrano in dei motel"
"Non riuscirò mai a liberarmi di lui e del suo controllo, a meno che non abbia qualcosa su cui fare leva" spiegò "qualcosa che lo costringa a lasciarmi andare perché minaccia la sola cosa di cui gli importa davvero: la sua reputazione. Se riuscissi ad avere delle prove del suo tradimento, la paura di uno scandalo giornalistico potrebbe sufficiente"
"Cosa dovrei fare? Cosa ti occorre?"
"Soltanto dirmi quando si vedranno la prossima volta, al resto penso io"
Colette acconsentì ed a quel punto accadde qualcosa che non si aspettava, Gaspard venne avanti e gli porse una mano. Lei sgranò gli occhi ma non perse tempo, la strinse forse, poi fece ancora un passo e infranse quella barriera di distanza che c'era fra loro, stringendo il ragazzo in un abbraccio forte.
"Mi dispiace, per non aver parlato prima, per non aver provato a venirti incontro con più convinzione. Io ho sempre voluto che tu fossi felice, Gaspard, sempre. Dal primo momento che ti ho visto, quando ho capito che uomo fosse tuo padre, ho sempre pensato che avessi bisogno di aiuto ma non sono stata capace e mi dispiace"
Apri gli occhi, amore mio e vedi che non sei solo.
Uno strano senso di calore si diffuse nel corpo di Gaspard e quasi si stupì di non provare disgusto per quel contatto, anzi. Lasciò che la donna lo stringesse e alla fine, lei si asciugò alcune lacrime che le avevano bagnato il viso.
"Vuoi cenare con me? Magari parliamo ancora" chiese il ragazzo.
La donna annuì prontamente "ne sarei felice"
ANGOLO AUTRICI:
E siamo qui! Speriamo che la storia stia continuando ad appassionarvi. Abbiamo letto molti messaggi e ci scusiamo per il ritardo negli aggiornamenti. Stiamo passando un momento un pò critico dal punto di vista lavorativo per cui gli aggiornamenti arriveranno in modo meno regolare. Per cui non temete, anche se non una volta a settimana, gli aggiornamenti resteranno costanti fino alla fine. Manca poco! Grazie a tutti <3
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