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49. Fragile


Debole, inconsistente.


Yves si era portato una sigaretta alle labbra e l'aveva accesa con un gesto nervoso della mano. Le lezioni erano finite per quel giorno e il moro lanciò un'occhiata veloce al cellulare che si era imposto di non controllare più. Aveva fallito. Amir era collegato in quel preciso istante, ma ormai era evidente che non si sarebbe degnato di scrivergli.

Erano trascorsi quattro giorni di silenzio totale, durante i quali Yves era stato pervaso dalle emozioni più disparate, passando dall'incredulità alla rabbia e, infine, alla rassegnazione.

E' fuori di testa. Cosa diavolo si aspetta da me?

"Vieni, andiamo a prenderci un caffè al Beaubourg. E poi vedi di spiegarmi cosa sta succedendo stavolta."

La voce di Gaspard interruppe i suoi pensieri, il biondo gli si era accostato accanto con il suo solito sguardo profondo quanto impassibile dipinto sul viso. Era così evidente che ci fossero dei problemi, pensò Yves? Era davvero così facile leggergli dentro ormai?

"Cosa vuoi che ti dica? Sembra che qualsiasi cosa faccia non vada bene" commentò mellifluo Yves. Era così che si sentiva ormai, come se chiunque al mondo stesse cercando di metterlo alle corde per ottenere qualcosa.

"Cos'è successo con lui?" quella era una domanda diretta e impossibile da eludere. Eccoli lì, in quella seconda fase della loro amicizia dove i vecchi silenzi carichi di assenso e comprensione erano ormai stati sdoganati una volta per tutte.

Yves prese un profondo respiro. Da dove doveva iniziare? Nella sua mente il comportamento di Amir non aveva senso.

"Si è incazzato perché ho negato di stare con lui davanti ad un altro uomo. Puoi crederci? Dice di aver iniziato a conoscermi, dice di capirmi e poi perde la testa per una stronzata del genere. Ma cosa si aspettava da me? Sto già facendo fatica ad esprimere ... insomma, lo sai ... vado a casa sua, f-facciamo quello che vuole ..." rispose confusamente il moro, sentendo quella ben nota ondata di vergogna assalirlo a ogni parola. Non poteva essere più specifico di così.

"Chi è quest'uomo?" chiese Gaspard, con la sua solita pragmaticità.

"Un pezzo di merda con cui faceva degli affari. Una sorta di socio che poi si è trasferito in Inghilterra, ma è palese che sia tornato qui per cercare di ottenere qualcosa da lui" Yves si lasciò andare ad una smorfia carica di disgusto, "lo dovevi vedere. Si è presentato al suo appartamento di notte, di sicuro pensava di trovarlo da solo. E di sicuro conosceva ogni metro di quell'appartamento." Aggiunse subito dopo, divorato da quel nuovo sentimento che fino a quel momento non aveva mai conosciuto davvero. Era odio corrosivo, era gelosia.

"E vi ha chiesto se stavate insieme?"

"Ovviamente voleva tenersi informato" Yves emise una risatina nervosa, "e alla fine guarda un po' chi risulta lo stronzo di tutta questa storia. Indovina? Il sottoscritto!"

Gaspard aveva scosso appena la testa, "hai negato di avere una storia con Amir davanti ad un suo ex ancora palesemente interessato a lui?"

Yves sbatté le palpebre in un'espressione confusa, "che cazzo potevo fare? N-non voglio che la gente sappia di me, di quello che faccio ... di cosa cazzo sono."

Il biondo sospirò stancamente, "ti rendi conto di come debba essersi sentito Amir?"

"E di come mi sono sentito io?"

"Lo hai umiliato" gli fece notare Gaspard, sostenendo lo sguardo sempre più sbalordito dell'amico.

"Che novità! Umilio Amir da quando lo conosco e non ne ha mai fatto un dramma prima dell'altra sera. Il nostro amico arabo sta diventando un po' troppo sensibile, se vuoi sapere come la penso."

"Adesso le cose sono cambiate però, ora state insieme. Credi che uno come Amir sia abituato a vivere le sue relazioni in questo modo?"

"E io, Gaspard? Fino a poche settimane fa non riuscivo neanche a parlarne con te!" gli fece notare il moro, agitato, "cosa vuole che faccia? Che me ne vada all'Heros a pomiciare davanti a tutti con lui? O che lo presenti ai miei? Sì, perché no ... adesso dico a Lydia di organizzare una cenetta in famiglia " la sola idea mandava Yves nel panico più assoluto. Era assurdo e impensabile, era qualcosa di irrealizzabile. Sentì lo sguardo di Gaspard perforargli il viso, forse in cerca di qualche segno di cedimento, ma non avrebbe trovato nulla.

"N-non posso ... non potrò mai. Se questo è quello che si aspetta da me, allora al diavolo Amir. Non ha capito un cazzo di me, ecco tutto."

"Forse dovresti essere più chiaro con lui."

"O forse dovrei lasciarlo alle sue puttane e al suo ex, tanto tutti lì dentro non vedono l'ora di consolarlo" proruppe Yves con il suo tono più acido e amareggiato. Si sentiva male, sapeva che quelle sue parole erano dannatamente vere. Youri non aveva mollato Amir un attimo durante quei giorni di silenzio ... lo sapeva perché aveva visto quello sguardo carico delle peggiori intenzioni del mondo.

Forse sono già finiti a letto insieme. D'altronde tu non sei in grado di dargli quello che vuole. Youri, invece ...

"Lasciamo perdere, stasera ce ne andiamo all'Heros. Tieniti libero."

Yves aveva lanciato una lunga occhiata incredula al biondo, "cosa? Pensi che io sia così disperato da appostarmi lì per vedere come vanno le cose?"

"Sinceramente? Sì. E non prenderla come un'offesa, ma se questo tizio è pericoloso come dici, io, se fossi in te, cercherei di ricordare ad Amir cosa sta rischiando di perdere" commentò Gaspard, poi riprese prima che l'altro avesse potuto interromperlo, "e poi io e Victoria dobbiamo passarci lo stesso. Ha delle nuove ragazze a cui spiegare il lavoro ... sono delle universitarie per lo più, abbiamo bisogno di gente estranea alla nostra scuola per ripartire. Vedila come una possibilità di tornare in affari, con il beneficio di mantenere un occhio sul nemico."

Yves si morse le labbra, era agitato. Spingersi fino all'Heros significava cedere ai suoi impulsi più bassi e animaleschi, ma, d'altra parte, poteva giocare la carta degli affari per confondere le acque.

"Non è un coglione, capirà che sono lì per controllare la situazione."

Gaspard fece spallucce, "rimani comunque il suo punto debole. Non dovrai fare nulla, basterà che lui ti veda lì per farsi prendere dalla nostalgia."

"Sembri un esperto in materia."

"Mi piace osservare, lo sai."

Questo Yves lo sapeva bene. Aveva sempre temuto e allo stesso tempo apprezzato l'acutezza del suo amico. In realtà era un'arma a doppio taglio quel genere di capacità.


Stava iniziando a piovere quando Amir e Youri ripresero la strada che portava all'Heros.

"Allora? Che te ne pare? Senza peli sulla lingua" aveva chiesto il primo all'altro, vedendolo sorridere.

"È una figata. I locali sono fantastici e anche la posizione è strategica. Credo che lavorerà bene il Dionysus, ma rimango comunque della mia idea. Ti serve un altro socio e sai quanto mi piacerebbe investire nel progetto" rispose Youri, ammaliante come sempre.

"Dici? I soldi li ho ... perché mi servirebbe un altro socio?"

"Perché? Perché ho uno dei club più rinomati di Londra, tesoro. So cosa serve al tuo locale per fare il salto di qualità. Senza contare che siamo già stati soci ... direi che le cose funzionavano" continuò imperterrito Youri, cercando il bel viso di Amir nella semioscurità dell'auto.

"E saresti pronto a mollare tutti i tuoi progetti londinesi per tornare qui?" c'era dello scetticismo nelle parole di Amir.

"Perché no? Mio zio è ancora bello pimpante, si occupa lui del Crown quando io non ci sono. Mi fido al cento per cento delle sue capacità, così come mi fido al cento per cento della nostra intesa."

Il moro finse di non capire il potenziale di quelle parole. Era ovvio che Youri fosse tornato con i peggiori intenti. Era così che funzionava con lui, dopotutto ... era come un ciclone che tendeva a non lasciare niente al suo passaggio. Non era cattivo, era solo terribilmente caotico.

"Noi due condividevamo tutto, Amir. Gli affari, il letto, la casa ... e a dirla tutta quelli sono stati gli anni migliori della mia vita. Forse anche della tua."

C'era un certo trasporto nella voce di Youri, ma quelle emozioni non sembravano toccare l'altro. C'era dell'amarezza in lui e una profonda irrequietezza che a volte gli impediva perfino di respirare.

Dove sei, Yves? Cosa diavolo stai facendo? Perché starti così lontano è una tortura?

"Sono trascorsi sei anni, Youri. Non sono più la stessa persona che hai conosciuto."

L'altro rise, "no, ti sbagli. Sei esattamente lo stesso ragazzino caparbio e stakanovista di allora. Volevi un locale tuo e a breve ne avrai tre. Sognavi quel bell'appartamento che i tuoi genitori non potevano permettersi e adesso è tuo ... c'è qualcosa di prodigioso in te" disse con ammirazione Youri.

"Prodigioso?" all'altro venne da ridere, "perché ho guadagnato dei soldi, Youri? Perché ho tanti bei locali e questo macchinone da sessantamila euro? Wow, un contorno di tutto rispetto, ma l'essenza è ben diversa ... guardati intorno. Io sono solo esattamente com'ero solo quando ho iniziato a scalare questa vetta. C'è solo spazio per la mia ambizione e nient'altro. Ho sacrificato ogni rapporto umano e non me ne sono nemmeno accorto mentre succedeva. Sono un egoista."

"O forse ti sei sempre circondato di gente sbagliata, Amir" commentò bruscamente il biondo, cercando lo sguardo dell'altro che adesso era sul punto di parcheggiare l'auto.

"No, quello sbagliato sono io. Ci è voluto un po' di tempo, ma alla fine l'ho capito. Adesso andiamo al locale, devo incontrare un paio di clienti."

E non ne aveva alcuna voglia, pensò Amir, distrutto. Si sentiva a pezzi, come un fantasma costretto a vegliare notte e giorno, incapace di trovare riposo.

Hai allontanato Yves. Stai vivendo miseramente, eppure continui imperterrito a farlo. Perché? Perché?

Perché sono un fottuto essere umano e nessuno vale così tanto da spingermi a negare la mia natura.

Neanche Yves?

"E va bene, ma la chiacchierata è solo rimandata. Non mi piace sentirti dire certe cose. Qualcuno ti ha dato una bella batosta emotiva, eh?" considerò Youri, ormai ad un passo dalla porta dell'Heros.

"Ne merito molte di più, forse a quel punto riuscirei a farne una giusta" commentò seccamente il proprietario del locale. Poi spinse la porta e si sentì di nuovo a casa. Salutò alcuni dei suoi clienti abituali, mentre Youri gli passava accanto, sfiorandogli la mano con la sua. Poi si era accomodato al bar.

Cristo, è proprio la ciliegina sulla torta.

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Yves li aveva visti rientrare insieme ed era bastata quella breve visione per provocargli un enorme disagio allo stomaco. Vide la mano di Youri sfiorare quasi casualmente quella di Amir e a quel punto il suo petto prese fuoco. Yves si irrigidì, la gente al suo tavolo non era nient'altro che un contorno sfocato ... tutta la sua attenzione era diretta su Amir, sul suo viso sorridente mentre si accostava ai clienti, alla sua totale inconsapevolezza della sua presenza lì dentro.

Certo, adesso ha il suo nuovo giochino e tu vali meno di niente. Non sa che farsene di te. E d'altronde che ti aspettavi? Quel tipo sa come dargli tutto quello che vuole.

Lo odiava, gli bastava guardare quel corpo fasciato in quel completo sartoriale da diecimila dollari per fargli salire la bile lungo l'esofago.

"È lui?" la voce di Gaspard lo raggiunse in un sussurro. Gli stava seduto accanto e aveva gli occhi puntati sulla schiena dello sconosciuto, adesso seduto ad uno degli sgabelli del bar. Yves annuì seccamente.

"È più grande. Sembra uno che sa il fatto suo ..."

"Non ho capito da che parte stai" disse di rimando Yves, malcelando il risentimento nella sua voce. Gaspard scosse la testa

"Qui è solo questione di quello che vuoi tu e di quanto lo vuoi. Vuoi Amir? Allora devi concedergli qualcosa."

Concedergli qualcosa? Yves rimase a bocca aperta, "che cosa vuoi dire?"

"Voglio dire che devi aprirti con lui, devi spiegargli qual è il problema, Yves. Non puoi pretendere che lui ti legga nella mente, perché non potrà farlo ... non sa cosa ti porti dentro."

Il moro era rimasto apparentemente impassibile di fronte a quelle parole, ma dentro di sé sentiva un tumulto. Come poteva parlare ad Amir di quello che aveva passato? Con che coraggio avrebbe trovato quel genere di forza?

I suoi pensieri erano un casino e fu proprio in quel momento che l'attenzione di Amir cadde sul loro tavolo. Yves vide che non sorrideva più adesso, si era limitato a sollevare la mano in un cenno di saluto verso Victoria in particolare. Poi era tornato al bar, apparentemente a discutere con Jean.

E' incazzato. Non gli passerà tanto facilmente.

"Ti fidi di lui, Yves?"

Una domanda a bruciapelo che era suonata con la stessa potenza di uno sparo.

"Sì, mi fido di lui" le parole vennero fuori con una naturalezza che Yves non si era aspettato. Era quello che sentiva davvero allora? Intendeva infestare la vita di Amir con i suoi ricordi peggiori?

E se poi farai pena anche a lui? Se resterà con te per pietà?

Quell'ipotesi lo faceva rabbrividire.

"Vai ora" Gaspard gli diede una leggera gomitata per spronarlo ad alzarsi. Yves lo fece, anche se le sue gambe lo reggevano a fatica. Non era ancora stanco di farsi umiliare? No, a quanto pare si era appena fatto reclutare per un secondo round. Cercò di imporre una certa sicurezza nei suoi passi e si impose di non mostrare nient'altro che fredda determinazione mentre si incamminava verso il bar e si fermava proprio di fronte ad Amir. Vide l'altro irrigidirsi, aveva la mascella stretta e un cipiglio nervoso.

"Posso ordinare?" chiese seccamente Yves, sentiva lo sguardo di Youri che si posava su di lui. Li stava guardando, ben attento a non perdersi nulla. Almeno era troppo lontano per poter anche origliare, pensò Yves in un moto di fastidio.

"Non lo so, Yves. Potrebbe essere disdicevole farsi beccare a parlare con uno come me. Puoi ordinare con Jean"

Il francese prese un profondo respiro, ma cercare di calmarsi si faceva ogni istante più difficile.

"Quanto ancora vuoi continuare in questo modo?" gli chiese apertamente e solo a quel punto Amir si degnò di guardarlo dritto in viso. Sostenne quel suo sguardo penetrante e intenso, caldo come il fuoco e altrettanto rabbioso.

"Quale modo?"

"Lo sai quale modo! Sei scomparso" disse a denti stretti Yves.

"E sua maestà Yves non è abituato a questo genere di trattamento, immagino. Indovina un po' a cosa non sono abituato io invece. A dovermi nascondere. A dover negare di avere una storia con te."

Quelle parole furono come una sberla in pieno volto per il più piccolo, "o forse adesso hai altro a cui pensare. Sono già un giochino vecchio, immagino. Certo, hai trovato di meglio"

Amir sollevò un sopracciglio, per niente colpito, "non mettere in mezzo gli altri, Yves. Qui si tratta di te e di me. E di come tu non voglia aprirti. Di cosa diavolo hai paura? Credi che la gente cambierà idea su di te se sa che frequenti un uomo? Non ti sto chiedendo di dirlo ai tuoi genitori o agli altri ragazzi della scuola ... ma qui siamo all'Heros. E' un ambiente protetto ... nessuno ti conosce a parte Jean e i tuoi due amici. Di cosa diavolo hai paura? Non capisci che vorrei solo vederti stare sereno? Almeno qui dentro ..."

"Sereno?" Yves rise di gusto, "io non sto sereno! Sto continuando a lottare giorno dopo giorno per accettare quello che sono, per accettarmi ... e tu vuoi che gli altri sappiano? N-non può succedere, non adesso ... mi cadrebbe il mondo addosso."

Amir si era portato una mano sul viso in un gesto di profonda stanchezza. Yves era ancora lì, ritto davanti a lui. Non riusciva a smettere di guardarlo e di temere il prossimo passo.

Riesci a sopportare un'altra settimana di silenzio? Non sei forte abbastanza da stargli lontano.

"V-voglio dirti delle cose ... voglio parlarti di me, di quello che è successo" Yves pronunciò quelle parole in fretta per paura che gli potessero restare impigliate in gola. Anche Amir era scombussolato, stentava a credere di aver colto il senso di quella frase.

"Quando vuoi, anche immediatamente ... non aspettavo altro, Yves. Voglio solo che tu stia bene" finalmente il più grande parlò con la solita dolcezza che gli riservava da una vita e il francese si rese conto di quanto gli fosse mancata in quel periodo. E' ancora lui, pensò Yves, è ancora qui per te ... è sempre qui per te.

"Domani? Oggi devo stare con i ragazzi, abbiamo delle nuove reclute come avrai notato" disse confusamente Yves, mentre cercava di non lasciarsi trascinare nell'ambra liquida di quei occhi, ancora puntati sul suo viso.

"Domani va bene. Ti posso chiamare più tardi?"

Yves annuì in fretta, troppo in fretta.

Non sembrare disperato, cazzo.

Dare le spalle ad Amir era stato ancora più difficile del solito quella sera, era come se il suo intero corpo fosse attratto a lui con la stessa potenza di una calamita gigante. Quelle sensazioni di bisogno gli mozzavano il fiato.

Lo voglio. Perché lo voglio ogni istante di più?

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Gaspard non stava per niente prestando attenzione all'incontro con le nuove ragazze, aveva lanciato lo sguardo lungo la sala e aveva seguito Yves per cercare di capire come stesse andando il suo tentativo di riappacificazione.

Era piuttosto certo che qualsiasi segno di apertura avrebbe fatto tornare Amir sui suoi passi, Yves doveva solo smettere di scappare.

Lo vide tornare al tavolo qualche minuto dopo, ancora rigido e provato da quella discussione, riprese il suo posto accanto al moro e poi parlò sottovoce.

"Ok, è fatta. Gli ho detto che parleremo, che gli racconterò di me, cazzo" disse in un sussurro.

Il biondo sorrise "ce la farai, Yves, e lui ti ascolterà, Amir non è un ragazzino dal cuore tenero, sa sopportare le tue stronzate ma per farlo ha bisogno di una connessione. Parlare di tutta quella merda sarà difficile Yves, ma starai meglio."

Il moro annuì, pensando a com'era cominciata tutta quella storia assurda, pensando ad Andrea che lo aveva scoperto e obbligato a fare i conti con se stesso e con quel segreto. Dopo il terrore e le minacce, quando aveva cominciato a condividere chi era davvero con Gaspard era stato meglio, aveva trovato il coraggio di andare oltre con Amir e non si pentiva di niente. Il suo amico aveva ragione, stabilire un legame con il presente, essere coraggioso abbastanza da vivere la sua vita come voleva, teneva quel passato lontano.

"E tu, grand'uomo?" chiese poi il moro all'altro "quando sistemerai i tuoi casini?"

Gaspard scosse la testa "non c'è più nessun casino"

"Ah no? Non hai più parlato con Manech, se hai rischiato la catastrofe pur di avere una storia con lui, mettendo a rischio tutto quello che hai sempre protetto, non deve essere stata una cosa qualsiasi, persino io ci arrivo."

Il biondo parve infastidito da quelle parole "non avevamo una storia, Yves, ci siamo visti un paio di volte e abbiamo fatto sesso, l'ho fatto con molte altre persone, non ha significato niente."

"D'accordo, come vuoi, ma qualcosa è cambiato comunque. Sei diverso, sappiamo entrambi che non hai mai sprizzato gioia da tutti i pori ma ... sei triste Gaspard, sei ..."

"Ancora troppo sobrio forse" tagliò corto il biondo "mi prendo da bere e rimorchio qualcuno, così smetterai di preoccuparti"

Yves non disse niente mentre osservava il suo amico sollevarsi, sentiva di non essere la persona giusta per rivolgergli certi consigli ma non voleva vederlo in quello stato.

Perchè invece di aiutare me non aiuti te stesso?

Gaspard aveva preso un altro drink e si era appoggiato per un momento alla parete, osservava quel posto che ormai frequentava da anni e si meravigliò di quanto le cose fossero cambiate in tutto quel tempo. Erano persone diverse da quando avevano varcato la soglia la prima volta, diverse eppure così profondamente incasinate.

"Tutto ok?"

Il biondo si voltò e vide Jean, apparso da chissà dove, accostarsi a lui, il suo viso era tranquillo e rilassato, con quegli occhi grandi, pronti sempre a trasmettere serenità e comprensione.

Ricordava il giorno in cui si erano conosciuti, era l'anniversario della scomparsa della madre, un giorno buio e complicato, un giorno in cui Gaspard avrebbe voluto annegare tutto e con Jean ne aveva avuto l'occasione.

E' successo anche con Manech, volevi smettere di provare emozioni, lui però ti ha costretto a vivere.

"Tutto ok" rispose alla fine il biondo dopo un lungo silenzio.

"Ho visto Yves prima, credo che lui e Amir se la caveranno, ho questa sensazione" disse con un sorriso bonario sul volto "e tu come stai?"

"Annoiato, a che ora stacchi?"

A nessuno dei due era sfuggita la proposta sottintesa da quella domanda, Gaspard ci stava provando ancora, stava cercando di trascinarlo nuovamente giù con lui.

Forse non vuoi più sprofondare da solo ma io non posso più seguirti.

"Stacco fra due ore, passo a dare un'occhiata all'Hèrmes e vado a casa. Domani vado a fare colazione con Gael, non voglio essere uno zombie" disse con tono sicuro.

Gaspard si lasciò andare ad un sorriso amaro "Gael ... è così che si chiama?"

"Sì, non è un bravo ragazzo, ma vuole rendermi felice. Sta provando a dimostrarmi che sono importante per lui"

"Non ti sono mai piaciuti i bravi ragazzi" mormorò divertito.

"Neanche a te, per questo non ha funzionato tra noi" rise Jean "sono troppo paziente con te. Manech è in gamba, dovresti dargli una possibilità"

Gaspard rimase sbigottito davanti a quella frase, fissò Jean senza capire come potesse sapere quel nome, cosa gli fosse sfuggito e l'altro si affrettò a dargli delle spiegazioni.

"Lui e Gael sono amici, non lo conoscevo fino a quando non è venuto da me a parlarmi di quanto fosse stupido mandare tutto a puttane con lui. Sapeva di noi, lo ha scoperto dopo che siete stati insieme e mi ha chiesto scusa, riesci a crederci?"

"Almeno qualcuno si è scusato con te ..."

Ci fu un momento di silenzio, Jean si avvicinò leggermente e prese una mano di Gaspard fra le sue.

"Lo abbiamo fatto perché pensavamo che fosse l'unica cosa che potessimo meritare, avevamo bisogno di punirci Gaspard, di ricordare a noi stessi che siamo stati lasciati indietro a soffrire" disse fissandolo negli occhi "non hai mai voluto aprirti con me perchè sapevi che se ti fossi confidato, se ti fossi lasciato avvicinare qualcuno avrebbe potuto dimostrarti che puoi essere amato anche tu e non sei mai stato pronto per questo"

"E tu? Ti sei stancato di farti fare a pezzi?" chiese l'altro con tono di sfida.

"Sì, penso sia abbastanza. Penso che possiamo cominciare a intravedere una fine della nostra tortura personale. Parla con Manech, non è il tipo di ragazzo che ha paura o che si lascerà sopraffare o intimidire"

Gaspard scosse il capo "e come lo sai? Ci hai parlato due minuti e pensi di conoscerlo? Di sapere cosa sia successo?"

"Ti ha baciato. È stato lui, no? Ha abbattuto la tua invalicabile distanza, ha preso qualcosa da te e sei felice che l'abbia fatto."

Gaspard restò in silenzio, non voleva pensare a quello, non voleva ricordare il sapore acre delle labbra di Manech, né il modo in cui il suo cuore batteva quando i loro corpi erano vicini.

"Buona vita, Jean" disse alla fine, chiudendo bruscamente quel rapporto che aveva significato qualcosa nel suo non voler significare niente.

"Prenditi cura di te, Gaspard"

__________________-

La serata era finita, l'accordo con le ragazze era andato a buon fine, Victoria, Yves e Gaspard erano di fronte all'uscita dell'Heros.

La ragazza era particolarmente cupa, a fatica riusciva a trattenere l'amarezza che provava mentre continuava a lanciare sguardi verso i due amici.

"Vi do uno strappo a casa" disse Gaspard parlando ad entrambi.

"Ci sto" acconsentì Yves stiracchiandosi.

"Io torno in taxi" rispose Victoria con tono freddo.

I due rimasero per un momento sbigottiti, Gaspard aveva notato che la ragazza era stata distante e di malumore per quasi tutta la serata.

"Un taxi? Scherzi?" aveva replicato Yves.

"Non vorrei essere di troppo, vi lascio continuare la vostra serata" continuò lei sempre più nervosa.

"Vic, di che parli? Cosa c'è che non va? Se è successo qualcosa ..." aveva iniziato a dire Gaspard ma lei non lo fece continuare.

"Beh, chi può dirlo se è successo qualcosa? Di certo non lo saprò da voi" sbottò "cazzo, certe volte mi chiedo cosa ci faccio qui. A cosa vi servo, mi considerate davvero vostra amica o sono solo una presenza a cui ormai vi siete abituati?"

Quelle parole lasciarono i due totalmente raggelati.

"E queste stronzate da dove le hai tirate fuori? Cos'è successo?" chiese Yves, stupefatto.

"Cos'è successo?! Voi due mi avete messa da parte. Perché vi guardo e spesso mi sembrate distanti chilometri?" chiese con la voce rotta dalla sofferenza "anche stasera, io parlavo con quelle ragazze, portavo avanti gli affari e voi lì, immersi nel vostro mondo ed io lasciata fuori. Non valgo abbastanza per sapere che vi succede?"

"Mi dispiace che tu ti sia sentita così" si intromise Gaspard "ci sono stati dei momenti ... complicati."

"Ed io avrei voluto solo che ne parlaste con me!" ribatté con le lacrime che minacciavano di rigarle il viso "sono sempre stata dalla vostra parte, vi ho sostenuto e vi ho protetto, vi voglio bene ... ma mi trattate come se io non fossi in grado di capirvi, quando forse sono l'unica in questa dannata città che vuole solo che siate felici"

"Mi dispiace" disse ad un tratto Yves, cupo "n-non sono mai stato un fenomeno nell'esternare i miei pensieri. Non sei tu il problema."

"Lo so cosa sta succedendo" lo interruppe lei " l'ho visto, non solo stasera ma anche altre volte, anzi, forse l'ho sempre saputo. So che ti piace Amir, che ... sta succedendo qualcosa fra voi" Yves sembrò sul punto di parlare ma lei non glielo permise "ti conosco da troppo tempo per non rendermi conto di quando sia davvero felice e lui in qualche modo ti sta aiutando a sentirti libero. So anche che ne hai parlato con Gaspard, perchè era ovvio che lo facessi, avrei solo voluto che ne avessi parlato anche con me"

Yves era rimasto raggelato di fronte a quelle parole. Abbassò lo sguardo colmo di imbarazzo e finì a fissarsi i piedi, "credi che sia felice di come sono, Victoria? Credi che non preferirei riuscire a parlare dei miei problemi come qualsiasi altra persona normale?"

"Non importa. Sappi che io sono fiera di te e che ti voglio bene" disse ancora con le lacrime che ormai le inumidivano le guance "che spero che tu sia felice e che penso che Amir possa renderti felice e che vi auguro il meglio" inspirò "ma sono anche delusa, da tutti e due, sono dannatamente delusa perchè avevamo giurato di esserci sempre gli uni per gli altri ma io mi sono sentita dannatamente sola e voi avete fatto finta di niente."

Un'auto si accostò al marciapiede e prima che Gaspard o Yves potessero provare a replicare, lei aprì lo sportello e si infilò nel taxi.

Entrambi i ragazzi erano rimasti immobili, ad osservare la macchina allontanarsi e la loro amica prendere le distanze da loro. Per la prima volta, la ragazza che si era sempre presa cura di loro aveva avuto bisogno della loro vicinanza, ed entrambi avevano fallito con lei.

BLACKSTEEL

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