44. Istinto
Azione o comportamento posti in atto da un animale o da una persona in modo automatico, a causa di una forza interna all'organismo.
Amir aveva riflettuto sugli avvenimenti degli ultimi giorni e, sempre più spesso, gli capitava di pensare a quanto tutto gli sembrasse ancora surreale. Era come ritrovarsi nel più fervido dei sogni che avesse mai osato sognare e, allo stesso tempo, temeva il momento in cui avrebbe dovuto svegliarsi. O forse sarebbe stato Yves a farlo per primo? Quello strano timore era duro da mandare via. Era penetrato nel mondo di Yves e aveva ottenuto più di quanto avrebbe mai immaginato, eppure si sentiva di avere davanti una lunga strada in salita. Cosa poteva essere successo di così grave da rendere il francese il ragazzo che era diventato? Parlarne con lui gli sembrava pura utopia, perché lo conosceva abbastanza da sapere che quello era un tasto dolente, una ferita troppo profonda per poter essere sanata.
D'altronde era presto per preoccuparsi di tutto quello, c'erano già degli affari più urgenti da risolvere e sperò che, almeno per una volta, le cose sarebbero potute andare per il verso giusto. Così lasciò il suo suv e si diresse verso il parco in fondo alla strada. Era lì che Yves gli aveva dato appuntamento ... non un locale, non un luogo di massa dove chiunque avrebbe potuto vederli ... ma un parchetto di periferia, l'ideale per chi non voleva rischiare di incontrare un conoscente.
Cosa pretendi? Sapevi che non sarebbe stato facile con lui.
L'idea che Yves si vergognasse di farsi vedere in sua presenza era quasi una certezza e, per il bene della sua sanità mentale, Amir decise che non avrebbe detto niente a riguardo. Il francese lo aspettava ai margini di un laghetto artificiale. Bello e terribilmente serio come sempre ... quel ragazzo sembrava portarsi addosso il peso del mondo intero e Amir non poteva fare a meno che rimanerne affascinato. Forse era tutto iniziato da lì, da quella aura di prepotente distacco che emanava o, forse, era stato quel muro all'apparenza invalicabile ad averlo attratto più di ogni altra cosa.
Rimase a fissarlo per un attimo, rapito dai tratti delicati del suo viso. Gli occhi scuri che fissavano lontano, il collo bianco e sottile e poi le labbra ... Amir ne andava pazzo. Ma in fondo andava pazzo di Yves e basta. Era come una droga che, per forze superiori, poteva essere somministrata solo a minuscole dosi ... e aspettare stava diventando sempre più difficile.
Glielo hai promesso. Glielo devi e lo farai.
Yves doveva aver percepito la sua presenza, perché si voltò qualche istante dopo. Amir gli andò incontro, cercando di dosare tutte quelle sensazioni contrastanti che vennero nascoste dietro un sorriso.
"Adesso mi fai anche aspettare?" lo incalzò il più piccolo con un tono vagamente divertito. Amir faceva caso a quanto fosse difficile per Yves sostenere il suo sguardo nell'ultimo periodo. Possibile che in fondo fosse imbarazzato? O c'era dell'altro?
"Ci ho messo un po' a trovare questo posto piuttosto pittorico" ribatté l'arabo, lanciando un'occhiata intorno, "sai, se volevi della privacy bastava chiedere. C'è pur sempre casa mia" tentò.
Per un attimo immaginò di essersi spinto oltre, non era certo che Yves fosse pronto a immergersi ulteriormente nel suo mondo. Forse era stato troppo audace.
"Sì, in effetti l'Heros mi ha stancato" disse invece il francese, quasi di scatto. Poi gli passò accanto e si diresse verso l'auto. L'altro nascose la sorpresa in fretta. Era sempre più difficile capire cosa passasse nella mente di Yves.
"Allora? Com'è andata con Andrea? Non mi hai detto molto al telefono"
Yves fece spallucce, "niente foto. Sembra aver ripreso ad odiarmi in silenzio e la cosa mi sta bene. In realtà è Gaspard a preoccuparmi ..." ammise poi.
"E' finito proprio in un bel casino ... non me l'aspettavo da parte sua" commentò Amir, ormai al posto di guida. Si sentì addosso lo sguardo irritato di Yves.
"Certo, perché di solito sono io quello delle stronzate, vero?"
"Lo stai dicendo tu" Amir rise appena, divertito di fronte al tono piccato dell'altro, "stavo solo cercando di dire che ha perso la testa nel momento e con la persona sbagliata e che non lo reputavo capace di una tale leggerezza"
"Non credere di aver capito uno come lui o uno come me, Amir. Puoi anche averci frequentato per un po', ma sei sempre stato solo un contorno"
Amir scosse la testa, per niente colpito dalle parole di Yves, "hai le palle girate, Yves?"
"Come sempre" confermò il più piccolo.
"E scontartela con me ti fa sentire meglio, a quanto pare" niente di nuovo, pensò Amir, poi si intimò di lasciar perdere e continuò "comunque Gaspard è passato all'Heros qualche sera fa. L'ho visto sottotono, parecchio sottotono. Poi è andato via con Jean. Mi piacerebbe credere che non stia tentando di trascinarlo giù con lui, ma è chiaro che mi sbaglio. Quello che hanno non fa bene a nessuno dei due"
"Wow, ti preoccupi parecchio di questo Jean per essere soltanto un dipendente. Riservi tali cure a tutti quelli che lavorano da te?" si lasciò sfuggire Yves qualche istante dopo, beccandosi un'occhiata incredula da parte di Amir.
"Ma non mi dire ... sento una punta di gelosia, per caso?"
Yves sobbalzò di fronte a quelle parole, poi nascose in fretta il disagio con un'espressione terribilmente seria "non dire stronzate. Puoi fare quello che diavolo vuoi con chi diavolo preferisci"
"Buono a sapersi" lo provocò il più grande, sempre più divertito dalle occhiate torve di Yves. Dentro di sé sentiva una punta di soddisfazione farsi strada ... possibile che persino uno come Yves stesse iniziando a legarsi a lui?
"Comunque parli di Jean come se fosse una vittima. Siete tutti uguali, non fate altro che erigere a vittime delle persone che hanno scelto consapevolmente di trovarsi dove si trovano. Prima Lucille, adesso Jean ... oh, due poveri martiri che non hanno potuto fare nulla per impedire il corso degli eventi ... ma non è così. Anche loro hanno preso una decisione, lo sai?"
"Oggi hai una vena polemica fuori dal comune" sospirò il più grande, "non volevo dire niente del genere, ma anche tu devi riconoscere che quando ci sono dei sentimenti in mezzo si perde di vista la realtà e a volte è complesso farsi da parte ..."
"Allora imparerà dai suoi errori, come tutti del resto" commentò freddamente Yves, sempre più irritato.
"La pensiamo in modo diverso, sei troppo duro con tutti tu"
"E tu troppo indulgente" ribatté il francese, "lo sei anche con me"
Amir rise "ti sbagli. Lo sono solo con te. Sei il mio punto debole, dopotutto"
Quelle parole fecero zittire momentaneamente Yves che si ritrovò a guardare un punto inesistente nel paesaggio.
"Ti ho messo in imbarazzo?" lo provocò dopo qualche istante di assoluto silenzio.
"Perché non stai zitto una buona volta?"
"Perché mi piace fare conversazione con te. Non sai da quanto tempo desideravo una cosa del genere"
"Hai dei desideri poco ambiziosi allora" ribatté Yves.
"Ho dovuto moderare le mie aspettative da quando ti conosco, ma va bene comunque. Mi piace faticare per avere delle soddisfazioni"
Il più piccolo finse di non cogliere la malizia in quelle parole, ma dentro di sé si sentiva sul punto di scoppiare. Si era imposto di mostrarsi calmo e rilassato, un metodo blando per nascondere quanto in realtà tutto in quella situazione fosse fonte di terribili ansie. Guardare Amir lo faceva stare male, perfino sentire la sua presenza così vicina era un colpo al cuore. E aveva accettato di andare a casa sua, in quel dannato appartamento ...
Lo volevi. Sotto sotto non aspettavi altro. Non mentire.
Però l'ansia e la voglia crescevano ogni istante, sembravano fare a pugni tra di loro in un conflitto eterno. Quei tre giorni trascorsi lontano da Amir erano stati duri e devastanti in un modo che a Yves faceva paura. Che cosa stava diventando? Perché non riusciva a smettere di pensare a lui? Non ci voleva un genio per rispondere a quella domanda, pensò il più piccolo, quando lanciò un'occhiata veloce ad Amir.
Tutto in lui lo eccitava ... e capì che era stato così dal primo momento in cui l'aveva visto, ormai un anno prima. Aveva cercato di nascondere il desiderio dietro una montagna di offese e un comportamento ai limiti della maleducazione ... ma alla fine eccolo lì.
Stai andando a casa sua, Yves. E cosa farai quando sarai lì?
Aveva caldo e la terribile calma di Amir lo irritava più di qualsiasi altra cosa. Perché doveva essere l'unico a provare quello stato di ansia?
"Siamo quasi arrivati. Pronto per fare un giro nella mia reggia?" scherzò Amir, forse con l'intento di mitigare quello strano silenzio tra loro.
"Tranquillo, non è che mi aspetti un gusto spiccato per l'interior design" lo prese in giro Yves, che non aveva idea da dove fosse riuscito a trovare la forza per mandare avanti quel battibecco.
"Hai ragione, devo avere una passione per le cose poco carine e per niente simpatiche o per quelle che credevo di non potermi permettere."
Yves scattò "non mi hai mica comprato"
"Coda di paglia? Non stavo parlando di te!" mentì Amir, poi si ritrovò a ridere. Sentiva una tensione vibrante farsi strada tra lui e Yves a mano a mano che si dirigevano verso il palazzo moderno in cui viveva Amir.
Il francese camminava con apparente sicurezza, mentre ogni passo iniziava a farsi più pesante del precedente. L'appartamento del più grande era al primo piano e ad Yves bastò lanciare un'occhiata sommaria all'entrata per capire che Amir aveva davvero buongusto. Non era una sorpresa quella, sia l'Heros che l'Hermès erano un esempio lampante di modernità ed eleganza.
"Eccoci qui, vuoi fare il giro delle stanze? O vuoi bere qualcosa prima?"
Yves fissò Amir liberarsi del suo giubbotto, rivelando un maglioncino scuro e fin troppo stretto. Rimase per un attimo ammaliato e stordito allo stesso tempo. Era a casa di Amir ed erano da soli. E a quel punto sarebbe potuto succedere di tutto e una grossa parte di lui voleva farlo e basta.
"Sì, voglio da bere" disse a voce bassa, forse troppo bassa.
"Va bene del vino?"
Yves annuì distrattamente, era così preso dai suoi turbamenti personali da non far caso all'avanzata di Amir. Se lo ritrovò davanti e vederlo all'improvviso, in tutta la sua dannata bellezza, lo destabilizzò.
"C-che fai?" chiese di fretta, incapace di distogliere lo sguardo dalle labbra carnose e perfette di Amir.
"Qualcosa che non vedevo l'ora di fare"
Yves non se lo fece ripetere due volte. Andò incontro a quelle labbra con altrettanta impazienza, mentre una lunga serie di brividi cospargevano la sua pelle fino a farla accapponare. Si fece baciare a lungo, con una passione mal trattenuta e spaventosa che li portò entrambi a crollare sul divano. Amir si sedette e si trascinò dietro Yves che prese posto sulle gambe dell'altro, facendo passare le sue ai lati del più grande in una posizione che permetteva ai due di baciarsi e toccarsi ancora meglio.
"Scusami, non volevo aggredirti. Mi fai un brutto effetto. Vado a prenderti da bere" biascicò Amir, tra un bacio e l'altro. Ma Yves non gli permise di muoversi, rimase immobile, con le dita quasi conficcate nelle braccia muscolose dell'altro e con l'aria di chi non si sarebbe spostato per nessuna ragione al mondo.
Il terrore era ancora lì, vivo e vegeto sotto la superficie, eppure l'eccitazione era troppa. Yves non voleva vincerla, né provo a combatterla. Voleva solo lasciarsi andare al momento e smettere di pensare alle conseguenze. E avere Amir lì, in tutta la sua assoluta perfezione, rendeva quei propositi fin troppo semplici.
Si chiese cosa voleva davvero e scoprì che la risposta era semplicissima. Voleva vedere Amir nudo e voleva baciarlo fino alla sfinimento. Voleva stringersi a quel corpo e lasciarsi toccare come sognava da secoli, ma senza aver mai avuto il coraggio di ammetterlo. Così passò le dita sotto il maglione di Amir e lo aiutò a sfilarlo via, rivelando i muscoli tesi e perfetti dell'arabo che guizzavano ad ogni movimento. La sua pelle era perfetta, scura e tesa sotto le sue carezze. La sentiva vibrare a contatto con i suoi polpastrelli. Iniziò a cospargere il suo petto di baci e morsi, fino a risalire lungo la clavicola. Il profumo della colonia di Amir aveva un effetto eccitante sui sensi già fin troppo stimolati di Yves, resi ancora più sensibili dai gemiti bassi che l'arabo non riusciva a trattenere. Anche lui aveva iniziato a toccare Yves, passando le mani lungo il pantalone del più piccolo, fino a posarle sul suo sedere sodo e ancora fasciato dal tessuto.
Yves si tratteneva a stento ormai, il suo istinto era vigile e sapeva cosa fare molto meglio di tutto il resto. Si sollevò appena mentre sfilava la cintura dai passanti del jeans di Amir per poi passare ai bottoni.
Aveva il cuore in gola e i battiti accelerati quando iniziò a sfiorare con la mano gli slip del più grande, percependo subito la durezza della sua erezione al di sotto. Quel contatto fu come una scarica di adrenalina dritta al cervello, Yves rimase senza fiato, del tutto stordito.
Come sarebbe stato toccarlo? Sarebbe riuscito a far provare ad Amir anche solo la metà delle sensazioni che l'arabo era riuscito a suscitare in lui?
Non c'era tempo per quel genere di pensieri però, il corpo di Yves si muoveva indipendentemente dai suoi pensieri e dalle sue paure, guidato da un desiderio più profondo, quasi animale.
Era travolgente. Era istinto puro e lui ci si aggrappò con tutta la sua forza. La sua pelle era calda, quasi bollente, mentre sfiorava il petto di Amir con il suo, calando su quelle labbra perfette. Iniziò a toccarlo piano, sentiva le sue mani tremare a contatto con l'erezione di Amir, ma non si fermò. Chiuse gli occhi e si lasciò trascinare via, disarmato dalla facilità di quei gesti che fino a poco tempo prima gli erano sembrati impensabili.
"Yves ... non fermarti. Non fermarti mai"
Yves sospirò, quelle parole sussurrate lo fecero tremare da cima a fondo. Amir gli baciava il collo con delicatezza, ogni tocco era un fremito di eccitazione. Poi passò al suo orecchio, prese il suo lobo tra i denti e lo mordicchiò piano, mentre le sue mani non smettevano di vagare lungo il corpo del più piccolo. I movimenti di Yves nel frattempo si erano fatti più veloci e sicuri, stava toccando Amir nel modo in cui aveva toccato sé stesso in quegli ultimi giorni lontano dall'arabo.
La mente di Amir era annebbiata, si sentiva ancora una volta prigioniero di quel sogno da cui non voleva svegliarsi per niente al mondo. Baciava Yves lentamente, godendo di ogni minimo contatto tra le loro lingue, mentre il francese continuava a massaggiarlo prima con lentezza, poi con più vigore, fino a farlo gemere sulla sua bocca.
Dio, non poteva più resistere a lungo. Così si scostò quel tanto che bastava per infilare la mano nei pantaloni di Yves. Sentì la sorpresa, un attimo di irrigidimento, poi fu Yves stesso ad abbassarsi gli slip in modo tale da permettere ad Amir di muoversi più liberamente. Si muovevano insieme, toccandosi l'un l'altro mentre il piacere cresceva fino a diventare insopportabile.
Era troppo ... la luce pomeridiana si abbatteva sul viso contratto di desiderio del più grande e Yves non riuscì più a trattenersi. Venne qualche istante dopo, seguito subito dopo dall'altro che si liberò con un gemito basso. Rimasero entrambi immobili, a riprendere fiato, con i loro corpi ancora stretti in quella sorta di abbraccio.
"Dimmi che almeno oggi non scapperai immediatamente ..." Amir parlò con un filo di voce, poi allungò una mano verso il volto di Yves e lo accarezzò piano.
"Non è il mio forte affrontare questo genere di cose, lo avrai notato" disse il più piccolo, a fatica.
"Allora non ne parleremo. Rimani e basta."
La mano di Amir bruciava sulla sua guancia accaldata, quel tocco avrebbe dovuto avere un potere calmante, immaginava Yves, invece l'effetto era l'esatto opposto per lui. E poi abbassò lo sguardo e vide il risultato di quello che aveva fatto. Era sporco, era nudo e vulnerabile ...
"Yves ..."
Amir non fece niente per impedirgli di sollevarsi e rivestirsi in fretta, ma il suo sguardo era addolorato e sconfitto.
"V-vado a darmi una sciacquata in bagno. Sbaglio o volevi offrirmi da bere?"
Si stava forzando a rimanere lì, ad osservare e poi ad accettare le conseguenze di tutto quello che aveva fatto e quel semplice gesto lo costringeva ad utilizzare un coraggio che non aveva mai creduto di possedere. Cristo, perché aveva così tanta voglia di scappare via da Amir? Sapeva che ci avrebbe messo meno di un manciata di giorni prima di tornare da lui. E allora che senso aveva fuggire?
Sei forte abbastanza da accettare ciò che sei davvero? O vivrai per sempre con questa terribile sensazione di colpa addosso?
Colpa? Che colpa aveva lui? Cosa poteva farci se provava quello che provava?
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"Mi dirai a cosa stai pensando?"
Jean si voltò e dedicò un'occhiata fugace alla figura di Gael che se ne stava seduto ad uno dei tavoli. Erano rimasti soli mentre il biondo terminava di compilare l'inventario dell'Hèrmes, c'era stato un profondo silenzio in sala fino a quel momento, un silenzio pesante.
Jean non poteva fare a meno di pensare a quello che era successo con Gaspard, si sentiva tremendamente in colpa nei confronti di Gael.
Ma d'altronde, come fai a sapere che non sei solo un ripiego persino per lui?
Quel pensiero si insinuò nella mente di Jean facendolo rabbrividire, dopotutto era quella la realtà dei fatti, anche Gael non era libero. La sua mente era ancora occupata dai pensieri per qualcun altro e spesso Jean si chiedeva se potesse davvero competere con quel ricordo o anche, se avesse voluto farlo.
"Jean?"
Gael adesso si era fatto più vicino, era andato a posizionarsi accanto al bancone per cercare di capire cosa affollasse la mente del biondo.
L'altro abbassò lo sguardo, sentiva che era già troppo quello che stava sopportando, passare da una relazione dolorosa come quella con Gaspard ad una in cui era in competizione con un fantasma, non era quello che voleva.
"Ho visto Gaspard due sere fa" disse ad un tratto interrompendo il silenzio.
Gael si irrigidì come se avesse già capito cosa l'altro stava per dire.
"Non sta bene, era al locale e non me la sono sentita di voltargli le spalle. Aveva bisogno di aiuto"
"Che genere di aiuto?" chiese immediatamente il moro con tono rancoroso " perché cazzo dovevi farlo proprio tu? Dopo quello che ti ha fatto passare ..."
"Aveva bisogno di me."
"Che cazzo di risposta sarebbe?" insistette Gael mentre una morsa aveva iniziato a stringergli il petto "ci sei andato a letto?"
Quell'ultima domanda fu pronunciata con un filo di voce, il cuore del moro aveva cominciato a tamburellare fortissimo mentre l'altro non lo guardava più.
"Sì."
Il primo istinto di Gael sarebbe stato quello di scappare, di correre via e rinchiudersi da qualche parte, ma resistette, fronteggiandolo.
"Perchè? Perchè cazzo lo hai fatto?"
"Te l'ho detto, aveva bisogno di aiuto, di me." rispose Jean sforzandosi di non tremare "lui non lo ammetterà mai ma ha bisogno d'amore, di qualcuno che rimanga, di qualcuno che gli dimostri che questo mondo non è da buttare e che lui è importante"
Gael scosse la testa incredulo davanti a quel discorso "e io cosa cazzo sarei? Credevo volessi uscire con me, che ti piacesse stare con me. Preferisci una relazione di merda con uno come lui piuttosto che darmi una possibilità?"
Jean si sollevò di scatto in preda alla rabbia " è questo che sta succedendo? Ci stiamo dando una possibilità? Dio, Gael non prendermi in giro"
"Di che diavolo parli?"
"Parlo di te, cazzo! Che a stento mi sfiori alle volte, che resti rinchiuso nel tuo mondo e che nonostante tu mi abbia detto che volevi che ti conoscessi e che stavi bene con me, non mi permetti di avvicinarti" disse secco il biondo, lasciando l'altro ammutolito "non so a cosa pensi quando siamo insieme e temo anche di chiedertelo. Ci baciamo a stento..."
"Io ... sto cercando"
"Lo so, so che cerchi di lasciartelo alle spalle. So che c'è qualcosa di tremendo che scava dentro di te e che ti fa stare male, ma se non mi permetti di entrare, di capirti, di avere un vero contatto, a cosa serve tutto questo?"
Gael scosse la testa, una parte di sé sapeva che Jean aveva ragione, sapeva che lo stava tagliando fuori, che aveva paura del suo giudizio e persino di lasciarsi davvero Lèon alle spalle. Ma c'era anche l'altra parte, quella orgogliosa e piena di rabbia, che non sopportava che Jean tenesse anche a qualcun altro.
"Credi che lui lo stia facendo? Che si mostri vulnerabile con te perchè vuole che tu lo conosca davvero? Che ti prenda cura di lui? Dio, non puoi essere così ingenuo" ringhiò " lo sai che si scopa altri uomini?"
Jean incassò anche quelle parole, ne era sempre stato consapevole, ma ogni volta che qualcuno glielo faceva notare era comunque doloroso.
"Sì, conosco fin troppo bene Gaspard, non c'è nulla che tu possa dirmi che mi sorprenda davvero"
"Ah, no? E hai mai pensato che fra tutti quelli che si scopa prima o poi magari troverà qualcuno che gli piace sul serio e quel qualcuno non sarai tu. Tu che ci sei sempre stato non avrai un cazzo"
Jean abbassò la testa, sapeva anche quello e sapeva che forse quella persona Gaspard l'aveva già trovata. Era stato evasivo nei loro ultimi incontri, era preso da pensieri che non riguardavano i suoi soliti tormenti, stava scappando da qualcuno e da ciò che provava. Poi c'era stata quella sera e la mattina successiva, quelle parole mormorate nella disperazione.
"Ti comporti come se il punto fosse lui, Gael" disse ad un tratto, non riuscendo più a trattenere le lacrime che gli facevano pizzicare gli occhi " sono così abituato alla sua cattiveria che ormai ho delle armi per combatterla. Ma quello che mi fa più male in questo momento sei tu"
Quelle parole lasciarono Gael di sasso, in quel momento si era reso conto di quanto in là si fosse spinto, di quanto avesse tradito ogni suo proposito e si fosse rivelato un essere tossico al pari di Gaspard.
E poi ti sorprendi che lui si sia ucciso, come avrebbe fatto a vivere al fianco di uno come te?
"Jean ..."
"Io ci sto provando" lo interruppe " ci sto provando, cazzo. E non è facile con lui che piomba nella mia vita ogni volta che ha bisogno di essere salvato ma tu ... cazzo, tu non ci provi Gael, non ci provi nemmeno"
Le lacrime avevano cominciato a scendere lungo le guance di Jean, Gael avrebbe voluto dire molte cose e farne altrettante. Avrebbe voluto chiedergli perdono, stringerlo, dirgli che era stata solo la sua folle gelosia a parlare, confessargli che si sentiva così legato a lui che ne aveva paura. Dirgli che la possibilità di dimenticare davvero Lèon gli faceva paura ed era reale quando stavano insieme. Confessare che aveva paura per lui, che il suo comportamento finisse per fargli commettere nuovamente degli errori fatali e non voleva essere la causa del suo male come lo era stato per Lèon.
Sei davvero degno di uno come lui? Sei davvero migliore di Gaspard?
Ma, nonostante tutte quelle intenzioni gli affollassero la mente, Gael rimase immobile, a qualche passo dal biondo in lacrime, senza che nulla trapelasse di quei pensieri. Bloccato.
"Fai qualcosa!" disse ad un tratto "abbracciami, baciami, dimmi che mi sbaglio, dimmi che sono importante, dimmi che ci stai provando anche tu ... Cazzo, Gael"
Forse non sarà mai felice con Gaspard ma non lo sarà nemmeno con te, tu non sei la risposta per nessuno. Sei il problema.
Il moro era rimasto immobile per un'altra serie di interminabili minuti, tanto che Jean non era più riuscito a guardarlo. Si chiese se fosse una maledizione la sua, se fosse destinato a legarsi solo a uomini che alla fine non lo avrebbero amato e se ci fosse un modo di spezzare quell'agonia.
"Vattene" disse alla fine a denti stretti " Se non hai altro per me se non accuse e meschinità, vattene e basta"
E con enorme rammarico di entrambi, Gael si voltò e uscì dalla sala.
Jean resistette ancora qualche minuto sulle sue gambe tremanti, poi cedette, cadendo su uno sgabello e abbandonandosi ad un pianto disperato nella solitudine di quelle mura.
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"Lei come sta?"
La voce di Andrea arrivò alle orecchie di Manech in un eco lontano, era tornato a scuola, cercando di fare finta che nulla fosse successo, ma le immagini di quella sera continuavano a balenargli davanti.
"Domani vuole tornare, abbiamo detto alla mamma che aveva dei problemi di salute e che ora sta meglio" disse con voce vuota.
"E tu come stai?" Andrea aveva fatto quella domanda senza nascondere il suo tono angosciato, da quella notte, Manech non era più stato lo stesso.
"Sto cercando di andare avanti, cerco di fare come mi ha detto lei, non voglio intromettermi se non è Lucille a volerlo, ma cazzo ..." scosse la testa "mi sembra ancora tutto un incubo assurdo e quando le vedo, le altre ragazze che c'erano lì, che camminano tranquille per i corridoi, mi sembra una cazzo di allucinazione"
"Non puoi salvare chi non vuole essere salvato" replicò secco Andrea " a quanto pare è una loro scelta, tu puoi solo pensare a Lucille, essere dalla sua parte quando tornerà e non sentirti in colpa. Sei un buon fratello, Manech"
Il moro annuì anche se certe volte faticava a crederlo, una parte di lui sentiva di non aver fatto abbastanza, di essersi lasciato abbagliare e non aver tenuto l'attenzione giusta.
Ti sei lasciato abbindolare da Gaspard, hai lasciato che ti distraesse, non volevi cogliere i segnali.
Manech non aveva avuto il tempo di formulare quel pensiero che si era ritrovato ad arrestare il passo, in fondo al corridoio, fra gli altri studenti, scorse la figura di Gaspard venire verso di lui, diretto alla classe di matematica.
Era tornato alla fine, non lo aveva più visto dopo quella notte e, in quell'istante, Manech si rese conto di non riuscire ad affrontarlo, nè a guardarlo.
Non sapeva cosa provava in quel miscuglio di emozioni che si agitavano dentro di lui e non voleva rischiare di aggredirlo o fare altro di stupido.
"Ehi Manech" lo chiamò Andrea, percependo il suo malessere.
L'altro scosse la testa e cominciò a camminare più rapidamente, si infilò in aula e si posizionò all'ultimo banco, nascondendo il viso dietro un libro. Andrea lo seguì in silenzio, prendendo posto accanto a lui e poi puntò lo sguardo verso la porta.
Gaspard non era solo mentre entrava in aula, Yves e Victoria erano con lui, nessuno dei due sembrò degnarli di uno sguardo, come se non esistessero, mentre Gaspard esitò.
Per un lungo momento Andrea potè vedere chiaramente l'altro arrestare il passo e volgere lo sguardo verso Manech, fu solo per una manciata di secondi e poi tornò a camminare e raggiunse il suo posto, mentre l'altro restava immobile
e non lo degnava di attenzione.
Andrea provò una pesante sensazione di fastidio per quel gesto, Gaspard non aveva ancora smesso di infestare la vita di Manech.
Cos'altro diavolo vuoi da lui? Perchè non lo lasci in pace, come osi ancora guardarlo.
"Facciamoci un giro più tardi. Voglio farti conoscere una persona ... ammesso che venga" disse a bassa voce Andrea, rivolto al suo amico che adesso lo fissava con una punta di curiosità.
"Chi?"
"E' un ragazzo ed è complicato" cercò di spiegare l'italiano.
"Sbaglio o a te non sono mai piaciute le cose complicate?" considerò Manech.
Andrea fece spallucce "stavolta ci sono finito dentro con tutti i piedi, amico. E pensare che all'inizio avevo un piano ben congeniato in mente" poi rise, divertito dalla situazione, "comunque sarai dei nostri. Ho bisogno che tu mi dica come la vedi ..."
"E chiedi proprio a me? Mi pare che recentemente io abbia commesso parecchi errori di giudizio" commentò quello.
L'italiano non aggiunse nulla, si limitò a lanciare un'altra occhiata in tralice al trio davanti a loro. Forse il segreto era proprio quello, forse ignorarli era davvero l'unica opzione rimasta.
ANGOLO AUTRICE:
Buongiorno XD un nuovo capitolo e nuovi drammi! Gael e Jean sono caduti sotto il peso dei segreti e degli spettri passati, ci sarà ancora speranza? Se non altro Amir continua a farsi valere, siamo tutti con lui <3 come sempre ringraziamo tutti, aspettiamo i vostri commenti e vi aspettiamo alla prossima settimana.
BlackSteel
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