41. Squarcio
Larga e profonda fenditura, provocata da un urto o da una recisione, o prodottasi per separazione o per moto divergente di parti.
Lucille aveva seguito tutte le istruzioni senza fare domande, si era preparata ed era salita nella limousine che era venuta a prenderla a qualche isolato da casa sua. La stessa auto aveva fatto poi altre soste, per recuperare il resto delle ragazze che sembravano particolarmente entusiaste di quella serata.
All'interno dell'abitacolo avevano già cominciato a bere champagne, mentre la ragazza osservava dal finestrino la strada.
Non erano dirette verso il solito Hotel di lusso, notò che stavano lasciando il centro città per dirigersi in periferia.
A quel punto Lucille si voltò verso una delle amiche "dove siamo dirette? Non restiamo a Parigi?"
"Quella di stasera è una festa in una villa privata, ecco perché ci pagano tanto" rispose la ragazza compiaciuta.
Quella consapevolezza le provocò un fremito di agitazione che tentò immediatamente di sedare, schiacciandolo e ricordando a se stessa che era tutto sotto controllo. Le altre conoscevano bene i clienti di quella sera ed era al sicuro.
Alla fine la limousine si fermò e Lucille di rese conto di essere davanti ad una villetta molto bella, antica e circondata da un giardino ben curato. Le altre ragazze smontarono dal mezzo e lei fece lo stesso mentre le seguiva verso l'ingresso.
Non ci fu bisogno di bussare, un uomo aprì la porta non appena sentì il suono delle voci e delle risate.
"Ben arrivate, accomodatevi" disse spostandosi e facendole entrare.
L'interno era enorme, antico come il resto, ogni mobile sembrava un pezzo pregiato e c'era una musica rilassante che proveniva dal salotto.
Lucille seguì le altre proprio in quella direzione, vide un grammofono accanto all'armadietto degli alcolici. La luce era bassa e contribuiva a rendere quell'ambiente più intimo, la ragazza aveva contato in tutto sei uomini, alcuni li conosceva già.
"È davvero un piacere rivederti, Lucille"
Il suono di quella voce spinse la ragazza a voltarsi, davanti ai suoi occhi c'era un uomo alto e magro, che le sorrideva bonariamente. Ci mise qualche minuto a rendersi conto di averlo già visto, qualche mese fa, dopo una delle feste.
"Oh ... salve"
"Bernard" ricordò l'altro "il nostro incontro è stato breve, ma per me molto significativo"
La ragazza non sapeva se essere lusingata o intimidita da quelle parole, l'altro continuava a sorridere.
"Beh, alla fine ci siamo incontrati di nuovo, il caso alle volte concede seconde opportunità" commentò lei.
"Il caso?" ripeté lui "io non amo lasciare nulla al caso"
La ragazza aggrottò la fronte "sta dicendo che non ci siamo incontrati per caso stasera? Sapeva che sarei stata qui?"
"Questa è casa mia. Sono stato io a richiedere questa festa. Ne ho ospitate parecchie, ho scomodato molti amici per avere informazioni sulle ragazze e alla fine ti ho trovata" concluse.
"Ma perchè mi stava cercando?" chiese, spiazzata.
"Perché hai una luce meravigliosa nello sguardo" confessò l'uomo "seguimi"
Lucille si guardò intorno, le altre ragazze ormai avevano tutte un pretendente con cui passare la serata, avevano cominciato a bere e c'era della cocaina sul tavolo davanti ai divanetti. Lei preferiva tenersi il più possibile alla larga da quel genere di situazioni, quindi seguì Bernard.
Sembrava un uomo tranquillo, ne aveva conosciuti di clienti così, forse si sentiva solo e aveva bisogno di parlare con qualcuno. Non c'era traccia di foto di famiglia in quella casa così grande, forse la solitudine lo aveva spinto a ricercare intrattenimenti come quello.
Alla fine lasciò perdere la confusione del salotto e si incamminò insieme a Bernard, verso il piano di sopra.
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Manech portò alle labbra il cilindro della sigaretta mentre cercava di trattenere una risata, era notte inoltrata eppure non aveva nessuna voglia di andare a casa.
Il jazz club aveva appena chiuso, lui e Gaspard avevano lasciato quel posto a malincuore, era lampante come stesse diventando l'alibi di entrambi.
Finchè era aperto potevano raccontarsi che erano lì per la musica e la reciproca compagnia fosse solo una conseguenza a cui si erano abituati. Ma come avrebbero scusato il continuo girovagare per la città anche dopo essere usciti dal locale?
Come potevano giustificare quella voglia continua di vedersi, di parlarsi e di scoprire qualcosa l'uno dell'altro, cercando di scorgere la verità dietro i muri che si erano eretti?
Manech sapeva che non c'era una giustificazione, dentro di sé ormai si era formata la pericolosa consapevolezza che desiderava passare del tempo con Gaspard, anzi, desiderava Gaspard.
Se glielo dirai si allontanerà, te ne rendi conto?
Manech era consapevole anche di quello, c'era qualcosa di tremendamente instabile dentro il biondo, qualcosa che poteva scattare da un momento all'altro. Sapeva di non essergli indifferente ma non era abbastanza, non finché Gaspard non si fosse aperto davvero.
"A cosa stai pensando?"
Manech si voltò e vide che Gaspard lo stava osservando attentamente, forse nel tentativo di leggere degli indizi sul suo volto.
"Niente di particolare, mi chiedevo se a Parigi nevica d'inverno"
"Sì, ti piace la neve? Ci sono diverse piste di pattinaggio che installano a dicembre" spiegò il biondo.
"Sì, amo i paesaggi innevati. Quando la neve cade mi dà la sensazione che tutto diventi più calmo, come se si abbassasse di volume" rispose il moro "chissà se una città chiassosa come Parigi può restare in silenzio, chissà se la neve può renderla più ... intima"
Gaspard restò in silenzio, portò lo sguardo su Manech che volse il suo altrove, osservò quel profilo spigoloso e la nuvola di fumo che lo accompagnava. I capelli scomposti, il piercing scintillante e la linea delicata del suo collo.
Non aveva chiaro cosa fare, ma la sua mano si era sollevata senza che potesse controllarla, si stava muovendo verso il viso di Manech quando il vibrare del telefono lo svegliò da quella trance.
Gaspard si riscosse, portando la mano alla tasca e recuperando il telefono, c'era una chiamata in arrivo ma non aveva quel numero salvato in rubrica.
Fu sul punto di ignorarla, ma Manech lo fermò.
"Perchè mia sorella ti sta chiamando?" chiese, riconoscendo il numero.
Il biondo restò in silenzio, non aveva bisogno di rispondere per sapere cosa stava per succedere, doveva solo scegliere.
Se rispondi a quella chiamata lui scoprirà tutto, ti odierà.
Perchè esiti? È sempre stato questo il tuo ruolo.
Puoi solo circondarti di puttane e vivere miseramente.
Gaspard portò il telefono all'orecchio, la voce disperata di Lucille non tardò ad arrivare.
"Gaspard! Ti prego, ti prego aiutami. Lo so, so che ho sbagliato, so che mi sono messa nei casini ma ti prego, ti prego!" disse in fretta e con voce tremante per la paura.
"Gaspard, che sta succedendo?" chiese Manech sentendo la voce della sorella ma non riusciva a scandire cosa stesse dicendo.
"Mio fratello è con te?" chiese allarmata la ragazza.
"Mandami la tua posizione, veniamo a prenderti, tu cerca di resistere" furono le uniche parole che il biondo pronunciò e poi chiuse la chiamata.
"Gaspard?" lo sguardo di Manech era ogni istante più turbato e preoccupato.
"Vieni con me, tua sorella è nei guai."
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Lucille mandò la posizione della villa con le mani tremanti, cercò di inspirare profondamente ma ritrovare la calma era impossibile in quel momento.
Era stata sciocca e ingenua ancora una volta, aveva seguito Bernard ma la loro destinazione l'aveva spaventata e colta alla sprovvista.
C'era una stanza, un grosso letto e poi decine di attrezzature, Lucille non aveva mai visto una cosa del genere, dovevano servire per il sesso ma lei non aveva alcuna intenzione di subire umiliazioni del genere.
Bernard le aveva illustrato tutti quegli oggetti, vantandosi della sua maestria nell'usarli, di come lei ne avrebbe tratto piacere, dando per scontato che la ragazza non avrebbe obiettato.
Sei il suo giocattolo, ha pagato per averti e ora si aspetta che tu faccia tutto senza discutere.
Lucille era riuscita a non tradire alcuna emozione, aveva chiesto di poter andare in bagno e aveva fatto quella telefonata. Pregando che Gaspard le rispondesse, che le usasse quel genere di pietà nonostante sapeva di non meritarla.
Victoria ti aveva detto di chiuderla, come hai potuto rischiare tanto senza una rete di protezione?
Lucille inspirò ancora una volta, Gaspard sta arrivando, sta arrivando a prenderti, continuò a ripetersi, doveva solo resistere.
"Lucille? Hai finito? Ti sto aspettando."
Il solo sentire il suono di quella voce provocò alla ragazza un conato di vomito, che dovette spingere nuovamente giù in gola. Doveva essere forte, doveva almeno provarci.
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Gaspard aveva fermato l'auto vicino la recinzione della grande villa, smontò dal mezzo seguito da Manech che non riusciva ancora a comprendere cosa stesse accadendo.
"Mi vuoi spiegare dove siamo? Perché mia sorella dovrebbe essere in un posto del genere ?" continuò a chiedere.
Il biondo procedeva senza dare troppo peso a quelle domande, non era il momento di dare spiegazioni, bisognava restare lucidi e agire.
"Ti spiegherò tutto dopo, ora muoviti."
I due si erano intrufolati all'interno dell'ampio giardino, Gaspard era alla ricerca di una qualsiasi entrata che non desse nell'occhio. Si fermò quando vide una figura sporgersi sul balcone del piano terra ma poi la riconobbe, una delle ragazze.
"Chloé?" chiamò a voce bassa.
La ragazza si voltò alla ricerca di quella voce, chiedendosi se non lo avesse immaginato, ma poi scorse la figura di Gaspard dietro una siepe.
"Che ci fai qui?" mormorò spostandosi di lato, per avvicinarsi.
"Dov'è Lucille?"
La ragazza ci rifletté " non la vedo da un po', si è diretta al piano di sopra. Tu che ci fa qui?"
"Devo entrare, mi ha chiamato. Lei è nei guai ..."
Quell'ultima frase fece spuntare una smorfia di disagio sul volto di Chloé, si guardò intorno nervosamente, poi parlò.
"Fai il giro della casa, c'è una porta di servizio nella cucina, vado ad aprirla."
Gaspard fece segno a Manech di seguirlo mentre l'altro continuava ad essere ogni momento più confuso e agitato. Cosa ci facevano Lucille con un'altra delle sue compagne di scuola in quella villa?
Seguì Gaspard e entrambi si trovarono davanti alla porta di servizio, dopo pochi secondi sentirono uno scatto e videro la ragazza oltre la porta.
I tre lasciarono la cucina in punta di piedi e poi Chloé gli indicò delle scale.
"Sono tutti in salotto e sono ubriachi marci. Fate in fretta."
I due ragazzi si incamminarono lungo le scale e si ritrovarono davanti ad un corridoio, c'erano alcune stanze ma si sentivano chiaramente delle voci.
Cominciarono a percorrerlo e quelle voci si fecero sempre più vicine, cominciando a diventare distinguibili.
"Per favore, non lo voglio fare, basta" disse la voce della ragazza.
"Non c'è niente da temere, vedrai che, dopo averlo provato, non riuscirai a farne a meno."
Gaspard aprì di scatto la porta, rivelando la camera in cui erano nascosti i due, Lucille era mezza nuda legata ad una parete con le mani in alto, sorrette da due catene inchiodate al soffitto e le gambe divaricate. L'uomo stava in ginocchio fra le sue cosce e teneva in mano un oggetto tubolare.
"Lucille!" urlò istintivamente Manech correndo verso la sorella che aveva il volto rigato di lacrime.
Spinse via l'uomo e si piazzò davanti a lei, in quel momento si rese conto che le sue cosce erano attraversate da un rivolo di sangue.
Il moro dovette trattenere un conato di vomito, mentre dava sfogo alla sua rabbia.
"Cosa cazzo le hai fatto!" urlò gettandolo a terra e piazzandosi sopra di lui, pronto a colpirlo.
Fu Gaspard a fermarlo, intromettendosi "dove sono le chiavi?" chiese con tono freddo, fissando Bernard dritto negli occhi.
L'altro tremò ed estrasse l'oggetto dalla tasca, consegnandolo.
Gaspard lo diede a Manech "ci penso io a lui, portala fuori"
Il moro recuperò la chiave e cominciò a liberare la sorella, dandole la sua giacca per coprirsi.
"Sai chi sono, vero?" mormorò il biondo continuando a fissare l'uomo impietrito e a terra.
Bernard annuì.
"Anche io mi ricordo di te" disse "hai fatto richiesta per avere le nostre ragazze, per partecipare alle feste e ti abbiamo respinto. Perché non vogliamo che i pervertiti del cazzo come te mettano le mani su di loro" spiegò " ma a te non sono bastati i rifiuti. Sai, quando facevi i tuoi appostamenti del cazzo fuori dagli Hotel, mi hai fatto incazzare. Così ho raccolto un po' di roba interessante sul tuo conto."
"Io ... io ... diglielo Lucille, digli che sono stato gentile" farfugliò.
"Avvicinati ancora una volta a lei o a qualcuna delle ragazze del Saint-Anthèlme e finisce tutto alla polizia, chiaro?"
L'uomo annuì febbrilmente e Gaspard si sollevò, facendo cenno agli altri di muoversi.
Il corpo di Lucille era tremante, sembrava non essere in grado di muovere un passo nonostante fosse sorretta da Manech.
Così Gaspard si mise in mezzo e la sollevò di peso poi i tre lasciarono la villa in tutta fretta e con discrezione.
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All'interno dell'abitacolo era sceso il silenzio, l'unico suono fu quello del motore per un lungo lasso di tempo.
Manech era sconvolto, totalmente sopraffatto da tutte quelle informazioni che gli erano piovute addosso e che stava mettendo insieme.
"Quelle di Amir non erano le uniche donne che usavamo, Yves ve lo ha lasciato credere ma ce ne erano delle altre" disse poi Gaspard, come se sapesse su cosa la mente di Manech continuasse a rimuginare.
"Le ragazze ... della scuola ..." mormorò quello, sgomento.
"Vic ci ha aiutato a reclutare qualcuno, tutta roba consensuale. Le ragazze venivano pagate e potevano uscirne quando volevano, abbiamo sempre badato alla loro sicurezza."
"Anche mia sorella!" ringhiò Manech disgustato mentre lasciava uno sguardo verso i sedili posteriori dove Lucille era crollata per la stanchezza e lo stress.
"Era una delle tante, abbastanza carina e ingenua da tenere un segreto come quello. Quando voi avete scoperto il giro abbiamo chiuso, nessuna delle ragazze della scuola è stata più coinvolta" spiegò " ma alcune di loro hanno deciso di continuare in proprio. Hanno contattato alcuni clienti, non hanno pensato ai rischi."
"Mi fai vomitare" ringhiò Manech con tono basso " tutti voi siete disgustosi. Come avete potuto usare delle ragazze in questo modo?"
"A volte usare e voler essere usati sono confini labili. Hai un'opinione fin troppo alta del prossimo, non sono tutte vittime, nemmeno tua sorella lo è."
"Sta zitto, cazzo. Non parlare di lei!" sbottò "come osi dire questo, dopo quello che è successo! Sono stato un ingenuo del cazzo ..."
Gaspard restò in silenzio mentre continuava a guidare la macchina all'interno della città.
"Mi chiedo che cazzo di persona sei, come puoi aver passato tutto quel tempo con me e avermi taciuto una cosa del genere" mormorò Manech sconcertato "tutte quelle sere, tutte le volte che ... cazzo, sapevi questo di lei e non me lo hai detto, non mi hai nemmeno fatto capire che qualcosa non andava!"
"Non toccava a me dirtelo, andare a quelle feste era una scelta di Lucille, una scelta che ha preso liberamente."
"E tu cos'eri? Il suo pappone? Cristo Santo!"
Il resto del viaggio passò in silenzio, Manech era troppo arrabbiato per riuscire anche solo a guardare Gaspard in faccia. Che genere di persona riusciva a condurre una doppia vita del genere? Chi poteva rovinare la vita di una ragazzina e poi stare con il fratello come se nulla fosse?
L'auto si accostò al palazzo dove viveva Manech e lui smontò dal mezzo senza degnare l'autista di uno sguardo. Aprì lo sportello del sedile posteriore e aiutò Lucille a scendere, la ragazza si voltò e sguardo Gaspard negli occhi.
"Grazie" mormorò con sguardo vacuo.
"Non ringraziarmi" fu la risposta familiare.
Poi toccò a Manech e pronunciò quelle parole con tutta la rabbia che aveva in corpo.
"Non avvicinarti mai più a lei o a me, pezzo di merda."
Poi i due fratelli sparirono oltre il palazzo e a Gaspard non restava altro che mettere in moto l'auto e andare via. Ma non lo fece, non subito.
Per un tempo indefinito rimase lì al suo posto, a fissare quella porta.
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Era possibile mettere la propria mente in stand-by? Yves non ne era così sicuro, mentre fissava la saracinesca dell'Heros abbassata per metà. Era ormai mezzanotte passata e il francese continuava a chiedersi cosa diavolo ci facesse lì, perché aveva deciso di gettarsi nel caos che rappresentava Amir, quando poteva semplicemente prenderne le distanze una volta per tutte. Un tempo non aveva desiderato altro, rifletté, ma adesso era diverso. Adesso non voleva più smettere di avanzare verso l'ignoto.
Sei solamente un pazzo. Credi di essere tagliato per questa vita? Credi che i tuoi problemi smetteranno di esistere?
No, quelli erano ancora lì, pronti ad assalirlo nei momenti più impensabili. Però poteva metterli a tacere per qualche tempo, e fu con quei pensieri in testa che si decise a tamburellare sul metallo freddo della saracinesca.
Aveva il cuore in gola e un'ansia che ormai sembrava vivere in pianta stabile dentro il suo petto, eppure la sua follia era più forte del resto.
Amir apparve qualche attimo dopo e a Yves bastò guardare di sfuggita quel viso sereno per realizzare che quei tormenti appartenevano a lui soltanto. L'altro era padrone di sé, perfettamente composto, mentre sollevava del tutto la saracinesca e gli faceva spazio.
"Non capisco che diavolo ci fai qui durante il tuo giorno libero" iniziò Yves, ben attento a non fissare troppo il corpo perfetto di Amir. Lui lo seguiva da vicino, sembrava esserci rimasto male per quell'accoglienza scostante. Yves si chiese se l'arabo stesse aspettando un bacio o qualcosa del genere, e solo il pensiero lo fece atterrire.
Amir rise, ma non provò ad avvicinarsi. Anzi lasciò al francese la possibilità di sedere su uno dei sgabelli e solo a quel punto oltrepassò il bancone.
"Io non smetto mai di lavorare, Yves" disse con tono sommesso, lanciando uno sguardo ai quaderni contabili posizionati su uno dei tavoli vicini.
"Puoi farlo anche da casa" gli fece notare il più piccolo.
"Ma la domanda é: tu mi seguiresti a casa?"
"Non lo so, Amir. È al quinto piano senza ascensore? Vivi in un magazzino e dormi accanto alle casse di birra? Ce l'hai l'elettricità?" rispose prontamente Yves, incattivito per quella domanda inaspettata.
L'altro rise "da quando in qua mi chiami con il mio nome?"
"E come dovrei chiamarti?" scattò ancora una volta il francese.
Amir finse di pensarci un po' su, poi rispose "Non so ... direi arabo o frocio. O quello delle puttane e della coca. Il tuo vocabolario era parecchio esteso un tempo."
Yves scosse la testa, non si sentiva in grado di sostenere una conversazione di quel genere. Eppure prima era così semplice ... forse perché Amir non aveva ancora visto quella sua parte dannatamente vulnerabile.
"I tuoi modi sono appena appena migliorati" gli fece notare il più grande, godendo dell'espressione incattivita impressa sul volto dell'altro. Più lo fissava, più era consapevole di perdersi dentro quel viso d'angelo.
"Potrebbero peggiorare di nuovo, ti avverto. E poi che diavolo vuoi? Offrimi qualcosa da bere piuttosto. Forse l'alcol renderebbe i tuoi sproloqui un tantino più accettabili" Yves aveva appena finito di pronunciare l'ultima parola, quando percepì Amir alle sue spalle. Si voltò di scatto e lo trovò lì, a pochi centimetri da lui, con uno sguardo che non lasciava presagire nulla di buono.
"C-che diavolo fai?" disse in fretta, spostandosi appena verso il bancone. Aveva i battiti accelerati e la vicinanza di Amir rendeva tutto terribilmente complicato.
"Se vuoi un bicchierino, dovrai prima pagare un pegno" lo provocò il più grande, sempre più vicino al viso dell'altro, "sono quello delle prostitute e della coca dopotutto, non puoi aspettarti che ti dia da bere senza volere nulla in cambio."
Yves rimase un attimo immobile, combattuto tra l'istinto di spingere via Amir e quello di mandare ogni cosa al diavolo ancora una volta. E capì che in fin dei conti perdere il controllo gli piaceva fin troppo. Si sollevò in piedi e ridusse la distanza minima che lo separava dal più grande. Poi avvicinò la bocca all'orecchio di Amir e parlò "non vedo quale sia il problema."
Vide la sorpresa nello sguardo intenso di Amir e poi fu tutto nero. Sentì il calore della sua bocca e l'irruenza della sua presa, la barba lievemente pungente e il profumo della colonia di Amir. Sensazioni che gli si riversavano addosso, mentre si lasciava afferrare e spingere verso il bancone. La lingua di Amir lo tormentava, si muoveva contro la sua in una serie di baci che Yves era consapevole di non aver mai dato o ricevuto. Era passione, era una voglia intensa di avere finalmente qualcosa che si credeva impossibile da ottenere.
Il francese sentiva i suoi stessi gemiti di piacere sfuggirgli dalle labbra senza che potesse far nulla per fermarli. Era in balìa di quei baci, di quelle mani che si muovevano con incredibile decisione sul suo corpo fino a infilarsi sotto lo strato sottile della sua camicia. Yves portò il viso in alto per lasciare ad Amir più spazio di manovra possibile. I baci sul collo erano un tormento che non aveva mai sperimentato prima e che lo facevano eccitare al punto da provare un terribile fastidio alla sua erezione, bloccata com'era negli slip.
Dio, ricordava cos'era capace di fare Amir con quella bocca. Aveva trascorso gli ultimi due giorni a toccarsi, alimentato soltanto da quei ricordi.
"Dimmi che è tutto vero" sussurrò il più grande, tra un bacio delicato sul collo e un morso spietato.
"Non fare il coglione, lo sai che è vero" ribatté Yves, nonostante tirare fuori quelle parole fosse stata un'impresa titanica.
"E io che credevo che le tue maniere fossero migliorate."
"Illuso."
"Conosco un modo per farti chiudere la bocca definitivamente. E non mi riferisco all'omicidio"
Yves sapeva cosa stava per succedere e non fece niente per fermare Amir, anzi iniziò ad armeggiare in fretta con la cintura dei suoi pantaloni per agevolare l'altro il più possibile. Amir si abbassò, fino a puntare le ginocchia contro il pavimento, mentre tirava giù gli slip del più piccolo. Yves credeva di essere pronto a quel genere di piacere, ma capì subito che si sbagliava. Avere Amir lì, inginocchiato davanti a lui era un'immagine così perfetta che ogni pensiero sensato morì sul nascere. Rimase imbambolato, incatenato da quegli occhi color miele, persi almeno quanto i suoi. Voleva sostenere quello sguardo, eppure mostrarsi in tutta la sua vulnerabilità gli faceva male.
Era troppo intenso, troppo devastante. Cosa stava facendo? Perché non riusciva a smettere di desiderare sempre di più? La sola idea di smettere lo uccideva.
Sei quello che sei. Sei sbagliato e sei debole. Ma perché dovrebbe importartene? Ad Amir non importa. Con Amir puoi essere semplicemente te stesso.
Il più grande scese sulla sua erezione e la inglobò fino in fondo, serrando la bocca. Era incredibile quanto gli piacesse quello che stava facendo. Con Yves tutto sembrava assumere delle connotazioni che non aveva mai immaginato. Voleva vederlo perdersi nel piacere più totale, spingerlo al limite e sentirlo ansimare fino a sciogliere via ogni freno. Era suo adesso e lui non si era mai impegnato tanto per rendere qualcuno tanto appagato. Amir rallentò il ritmo, voleva godere di quel momento con tutta la calma del mondo, così iniziò a stuzzicare l'erezione di Yves con la lingua, su e giù per un paio di secondi. Yves artigliava il bancone con le mani e il suo viso era rivolto verso l'alto. I suoi ansimi si erano fatti più veloci e irregolari. Era allo stremo almeno quanto lo era Amir che avrebbe voluto dare anche a sé stesso un po' di sollievo.
Tirò giù la cerniera del suo jeans con la mano libera, maldestramente.
"C-che fai?" bofonchiò Yves, distrutto.
"Se non ci pensi tu devo pensarci io" disse Amir in un sospiro maltrettenuto. Yves sbiancò appena di fronte a quella prospettiva.
"E allora pensaci tu" disse dopo. Ma vedere Amir in quelle condizioni fu peggio di tutto il resto. Non riuscì più a trattenersi, venne tra le dita di Amir, mentre il più grande aveva iniziato a toccarsi con foga.
Yves si scostò appena, sentiva le gambe reggerlo per miracolo e andò subito a cercare qualcosa con cui asciugarsi. L'orgasmo era stato micidiale, lo stordì per un po', ma non abbastanza da fargli dimenticare quello che era appena successo. Aveva dato le spalle ad Amir e nel frattempo si era ricomposto più in fretta possibile, nonostante dentro di sé si fosse sul punto di annegare.
Dannazione, Yves. Dannazione.
Passò qualche istante, poi fu chiaro che anche Amir aveva finito. Yves non si voltò, anzi si diresse in fretta verso il bancone dove afferrò la prima bottiglia capitata sotto mano e ne versò parte del contenuto in un bicchiere. Forse era gin, Yves non riuscì a dirlo perché lo trangugiò talmente in fretta da non sentire nient'altro che il calore bruciante dell'alcol.
"A casa non ti danno da bere? Vacci piano, non è acqua" lo prese in giro il più grande che aveva parlato con un tono apparentemente calmo, nonostante la reazione di Yves lo avesse messo in allarme.
Camminò a fatica verso il bancone, ancora stordito dai postumi dell'orgasmo e anche lui si procurò un bicchiere. L'altro gli dava ancora le spalle e sembrava perso in chissà quale guerra interiore.
"Yves? Cosa c'è che non va?"
"C'è che io non sono come te" disse di getto il francese.
"Questo lo so ..." rispose Amir, sempre più preoccupato.
"No che non lo sai. Voi non ne avete idea. Per voi è tutto semplice ..."
Il più grande si era fatto vicino a quel punto, ma un gesto brusco di Yves lo costrinse a retrocedere.
"Che diavolo di problemi ti stai facendo, Yves? Ho fatto qualcosa di sbagliato?" era quello che continuava a chiedersi ormai.
"Non sei tu il problema. Non l'hai ancora capito? S-sono io! Io che non so quello che faccio ... io che mi infilo in situazioni più grandi di me e poi ... è ovvio che ti aspetti qualcosa da me, mentre io non ho idea di niente!" continuò ancora il più piccolo e dalla sua voce trapelava una sorta di panico ingestibile.
"Non dire stronzate e cerca di calmarti. Io non mi aspetto niente di più di quello che ti va di fare. Continui a pensare che io non ti conosca neanche un po', ma ti sbagli. So che non hai mai sfiorato i miei ragazzi, so che c'è qualcosa che ti blocca e che non vuoi parlarmene... e ti ho già detto che ci andremo piano. Voglio rispettare i tuoi tempi. Se sto correndo troppo devi dirmelo, perché non c'è nessun problema"
Amir era ormai ad un passo da Yves e vederlo in quello strano stato lo atterriva.
"N-non so quali sono i miei tempi, non so quanto ci potrebbe volere o se riuscirò mai a ..." Yves scosse la testa, perfino parlarne lo distruggeva dentro. Che diavolo ci faceva ancora lì? A perdere tempo con qualcuno che aveva tutta quell'esperienza e che aveva avuto uomini su uomini, mentre lui non era neppure certo di riuscire a toccarlo.
"Dovresti lasciarmi perdere, Amir. Non so cosa tu abbia visto in me, se l'idea di frequentare un pezzo di merda snob ti eccita o se c'è dell'altro, ma ti renderò la vita un inferno. Questo è certo."
"Yves, guarda la mia vita ... credi che uno come me si lasci spaventare da una sfida? E poi che diavolo ti salta in mente? Questo locale è pieno di gente con più soldi in tasca di quanto io possa mai immaginare. Quello che ho visto in te è diverso." Amir si era fatto vicino e aveva afferrato il viso cupo di Yves tra le dita in una stretta decisa. Aveva guardato gli occhi scuri di Yves ed era quasi annegato in quello sguardo che lasciava trasparire un dolore che Amir non riusciva ancora a comprendere.
"Stammi bene a sentire, a me non importa di niente. Ho perso la testa per te dopo due incontri insensati durante i quali non mi hai neanche degnato di un'occhiata. Ho mandato a puttane una storia di due anni perché non riuscivo a smettere di pensarti. E tu non mi hai dato il benché minimo motivo di sperare in questa mia fantasia ... ho fatto tutto da solo e lo rifarei. Non mi chiedo se ne varrà la pena o quanto dovrò faticare ... questo è quello che voglio, Yves. E non posso far finta che non sia così. Quindi prenditi tutto il tempo che vuoi, ma non pensare neanche un attimo che tu sia soltanto un capriccio per me. Non ho mai provato questo genere di sentimento per nessuno."
Yves era ammutolito di fronte a quelle parole. La sua mente sembrava incapace di processare tutto, ma allo stesso tempo capì che il messaggio doveva essere arrivato a dei livelli più profondi, perché aveva finalmente smesso di sentire quella morsa al petto.
"Sta tranquillo con me. Io cercherò di essere meno esuberante ..."
Yves stava per aggiungere qualcosa, quando sentì il suo cellulare vibrare nella giacca. Per un attimo pensò di lasciare che suonasse, solo dopo si rese conto che si trattava dell'altro cellulare.
Problemi sul lavoro.
Lo prese in fretta, sotto le occhiate preoccupate di Amir che aveva già capito.
Era Gaspard. E il messaggio che aveva appena ricevuto non lasciava presagire nulla di buono.
"Che succede?"
Yves sospirò "mi sta aspettando sotto casa. Non ha aggiunto altro."
"Ti do uno strappo" poi vide lo sguardo preoccupato del più piccolo e aggiunse, "mi fermerò a qualche isolato di distanza. Sta tranquillo."
Era chiaro che Yves non fosse ancora pronto ad affrontare anche quel problema.
ANGOLO AUTRICI:
Dalla padella alla brace XD qualcuno lo aveva predetto ma eccoci qui al capolinea di Gaspard e Manech, alla fine i segreti ci raggiungono e questo era decisamente bello grosso. Intanto Yves sta trovando il coraggio di avvicinarsi ad Amir, tifiamo per lui XD un bacio e a presto <3
BLACKSTEEL
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