34. Resa
In guerra, cessazione di ogni resistenza di fronte al nemico.
Lucille trovava evidente che qualcosa fosse cambiata a scuola, persino chi non conosceva, come lei, il segreto che si aggirava per quei corridoi se ne sarebbe accorto. Lo status quo era stato sovvertito, Yves, Gaspard e Victoria si erano fatti scudo l'uno con l'altra diventando un muro quasi impenetrabile per chiunque.
Avevano liquidato Lucille e le altre con poche e semplici parole.
Fine dei giochi, tutto sospeso, niente incontri.
Poi il nulla, l'alone di mistero e complicità che aveva caratterizzato le ragazze del liceo si era lentamente dissipato, come la gioia e la frenesia provocate da quelle feste.
Nessun segreto proibito, nessuna notte adrenalinica, solo la monotonia della vita adolescenziale.
"È ingiusto, non ci hanno dato un alcuna spiegazione" disse a un tratto una delle compagne di classe di Lucille, durante la pausa pranzo.
"Ho provato a chiedere a Victoria qualche informazione in più, ma mi ha detto che non mi riguarda" si lamentò l'altra " persino Monique non ne sa niente, ma continua a ripetere di fare come ci hanno detto"
"Come se dovessimo prendere ordini da loro poi! Non siamo tutti allo stesso livello?"
Lucille era preoccupata dalla piega che stava prendendo quella discussione "sono loro che organizzano gli incontri, ci mettono in contatto con i clienti e ci tengono d'occhio" fece notare.
"I clienti non sarebbero un problema" disse Nadia, la mora seduta accanto a Lucille " è da un po' che mi tengo in contatto con alcuni di loro, diciamo che ho fatto qualche accompagnamento extra. Ne abbiamo parlato diverse volte, potrei organizzare io qualcosa"
"Sul serio?" chiese un'altra, interessata.
"Certo, non siamo le uniche a lamentarci per questa situazione. Anche i clienti fissi sono stati liquidati con poche spiegazioni e hanno tutto l'interesse di riprendere i nostri incontri. Ma, ovviamente, dovremmo farlo con discrezione, senza che la regina se ne accorga"
"Vi sembra una buona idea? Loro sapevano quello che facevano, se succedesse qualcosa ..."
"Lucille" la interruppe Nadia "se te la fai sotto puoi benissimo starne fuori. Se sono clienti fidati possiamo stare tranquille. Sai cosa penso? Che potremmo farcela anche senza Victoria. Basta essere caute."
"Sei dei nostri o no?" chiese quella, con spavalderia "se non vuoi, vedi di tenere la bocca chiusa con Victoria almeno"
La ragazza tacque per qualche secondo, una parte di lei non era certa che fosse una buona idea, ma d'altronde non voleva perdere l'intesa che aveva trovato con le sue compagne. Il fantasma della solitudine e dell'isolamento aleggiava ancora su Lucille, come il desiderio di guadagnare quel denaro facile per assicurare il futuro che desiderava.
"Io sono con voi, non mi faccio dire da Victoria cosa fare" confermò alla fine Lucille.
"Ben detto" disse Nadia, soddisfatta " allora, io sondo il terreno, vediamo di mettere in piedi un party coi fiocchi."
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Manech camminava per la scuola a testa alta, si respirava un'aria totalmente diversa da quella infestante di poco tempo prima e, anche se nessuno era pronto ad ammetterlo, si stava bene.
La pressione dell'autorità di Yves e il suo gruppo sembrava solo un ricordo, ormai il moro si intratteneva di rado per i corridoi, preferendo di gran lunga evitare la scuola e i compagni di corso.
Nessuno sapeva, ma tutti erano estremamente grati di quel cambiamento, Manech poteva frequentare quella scuola senza il peso della colpa di essere se stesso.
Ma c'è qualcos'altro.
Quel pensiero si insinuò come sempre ormai, quella sensazione scomoda che non riusciva a fare a meno di provare, soprattutto quando incrociava il suo viso.
Come se il mondo si fosse allineato con quei pensieri, una volta varcata la soglia dell'aula, Manech incrociò lo sguardo di Gaspard, seduto al suo posto come sempre.
Non riusciva a capirne la ragione, ma ogni volta che lo guardava, le parole che gli aveva detto risuonavano dentro di lui e stuzzicavano quel senso di colpa di cui non riusciva a liberarsi.
Colpa, come puoi sentirti in colpa per quella gente?
Manech si odiava per una simile debolezza, eppure gli occhi gelidi e intensi di Gaspard sembravano lanciargli un messaggio, qualcosa che non riusciva a cogliere.
Perché hai preso le parti di uno come Yves? Cosa lo rende così degno? Cosa non sappiamo?
Manech prese posto, sapeva che non sarebbe potuto andare da Gaspard a parlargli, né l'altro si sarebbe avvicinato ancora. Quello era l'altro punto che, senza volerlo, Manech trovava insopportabile, i suoi incontri con Gaspard si erano bruscamente interrotti.
Il biondo non era più andato al Jazz Club con il chiaro intento di evitarlo, aveva persino rinunciato a recarsi in quel posto così importante per lui, pur di non far incrociare le loro strade.
Perché te la prendi tanto?
Continuava a ripetersi il moro, doveva solo restare superiore e distaccato, ma in fondo conosceva bene la risposta a quella domanda.
Tu vuoi comprenderlo, vuoi conoscerlo. Perché?
Manech prese posto, sforzandosi di non voltarsi o indugiare ulteriormente con i pensieri su Gaspard.
È solo un casino difficile da risolvere.
Eppure non riusciva a non chiedersi cosa l'altro stesse pensando, se non andare al jazz club gli stesse pesando, perché aveva scelto di evitarlo a tal punto? Il moro non aveva la minima risposta a quelle domande e detestava non averla. Perché non riusciva ad arrendersi?
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Quando Gaspard si trovò davanti all'entrata si pentì di quella scelta, indugiò per qualche istante, incerto se bussare o andare via, ma poi lo fece. Poggiò le nocche sulla porta rapidamente, quasi sperando che non ci fosse nessuno al suo interno e che potesse abbandonare l'uscio.
Ma poi la porta si aprì, rivelando la figura di Jean che non trattenne il suo stupore quando vide il biondo davanti a lui.
"Gaspard" ci fu una lunga pausa carica di incertezza "non sapevo avessi il mio indirizzo"
"L'ho chiesto" disse secco l'altro "non eri in nessuno dei locali, così sono passato"
"Sì, oggi è il mio giorno libero" confermò l'altro, sbigottito.
"Allora sarà il caso che mi tolga dai piedi" mormorò in fretta facendo qualche passo indietro.
Jean si sporse e lo afferrò per la manica della giacca "o potresti restare, visto che ormai ci sei. Andiamo"
Il biondo non sapeva esattamente cosa aspettarsi da quella visita e Gaspard non sembrava incline a fornirgli delle spiegazioni, come molto spesso durante i loro incontri.
Jean non era sicuro di nulla, di cosa l'altro volesse da lui, di come si sentisse in sua compagnia e perché finisse sempre per tornare.
"Vuoi qualcosa da bere?" chiese una volta chiusa la porta ed essersi voltato a fissare l'ospite.
Gaspard si voltò e si avvicinò di un passo bloccando Jean fra sé e la parete "voglio solo smettere di pensare"
Jean restò fermo, mentre Gaspard gli passava le mani lungo i fianchi, spostando il tessuto e infilando le dita sotto la maglietta. Il biondo ansimò quando l'altro gliela sfilò e cominciò a percorrere il suo petto con la lingua.
Non c'era più posto per dei pensieri sensati nella mente di Jean, sentire il calore di Gaspard su di sé, il suo respiro infrangersi sul collo. Jean non potè che assecondare quel momento.
I due si diressero in camera e crollarono sul letto al centro della stanza, le labbra del biondo percorrevano la pelle pallida di Gaspard e la stanza si riempì di gemiti in pochi minuti. Quest'ultimo ribaltò le posizioni e si ritrovò sopra l'altro, mentre scendeva con il viso verso l'erezione ormai pronta.
Jean trattenne il respiro quando sentì le labbra di Gaspard chiudersi intorno al suo sesso, quel massaggio cominciò lentamente e fino a diventare un crescendo. La stimolazione divenne tremendamente difficile da gestire e Jean si ritrovò a liberarsi fra le labbra dell'altro.
Gaspard non disse nulla, non sollevò nemmeno lo sguardo, continuò a dedicarsi al piacere di Jean, inumidendo le dita e cominciando a prepararlo per la penetrazione.
Furono movimenti lenti e dannatamente precisi, Jean era scivolato in una dimensione di torpore, tanto che sentiva di poter galleggiare in quel benessere. Poi percepì la pressione fra le sue gambe e il sesso di Gaspard scivolare dentro di lui.
Gli occhi dei due ragazzi si incrociarono per qualche istante, il colore così indefinito di quelli di Gaspard era reso ancora più brillante da un fondo di tristezza.
Jean fu colto dall'istinto di portare una mano a sfiorare quel viso pallido e sofferente ma venne subito intercettata da quella dell'altro e stretta contro il cuscino.
Erano uniti, l'uno dentro l'altro, in quel momento di frenetica intimità, eppure erano separati, divisi, lontani, come solo Gaspard riusciva a essere.
Lui non è qui, nonostante ci sia. Non sarà mai qui davvero.
Cadde il silenzio dopo l'orgasmo, non ci furono altri baci o effusioni, solo la voragine che abitava la mente di Gaspard che si espandeva all'esterno, producendo una sensazione di disagio in Jean.
Erano entrambi ancora lì, nudi, il biondo vide l'altro liberarsi del preservativo mentre le loro gambe erano a pochi millimetri di distanza.
A un tratto si chiese quante volte Gaspard lo avesse visto nudo, forse più di dieci, e mai gli aveva chiesto cosa fosse successo alla sua coscia. Mai, in quei momenti, che avevano condiviso si era lasciato sfuggire della curiosità o un accenno di interesse.
Nemmeno per la cicatrice, persino quella lo lascia indifferente.
"Ha funzionato? Hai smesso di pensare?" Jean parlò, mentre spostava lo sguardo sul bellissimo profilo del biondo.
Gaspard non rispose, rimase immobile come una statua di cera, con le spalle appoggiate alla testiera del letto e il corpo molle.
"Mi chiedo se prima o poi invece di scacciarli, quei pensieri, desidererai condividerli con me"
"E a cosa diavolo servirebbe?" mormorò alla fine.
"Non so, forse ad avere qualcuno su cui poter contare. Qualcuno con cui condividere un peso" rispose l'altro, temendo già come sarebbe proseguito quel discorso.
"Non mi serve nessuna condivisione, genera solo legami ed è l'ultima cosa che voglio"
Non sarai mai importante per lui.
"Per questo non parliamo mai? Per questo non mi guardi nemmeno o mi chiedi qualcosa?" rise amaramente "ci conosciamo da un anno, ma siamo come due sconosciuti e tutto quello che vorrei io è conoscerti."
"Lascia che ti dia un consiglio, Jean, non iniziare un discorso che finirebbe solo per ferirti. Non sono qui per questo" disse secco Gaspard.
Il biondo strinse i pugni " Allora perché sei qui? Cosa succede nella tua vita? Come stai? Cosa pensa la tua mente di così doloroso da darti quello sguardo?" domandò con tono disperato " perché torni da me e poi vai via? Perché non puoi confidarti almeno una volta? Non sono il genere di persona che ti tradirebbe, questo lo sai"
"Ma sei il genere di persona che io tradirei" disse alla fine Gaspard, lasciando spiazzato Jean " sei il genere di persona che ferirei e umilierei, che userei per sfogare la mia frustrazione perché voglio sempre qualcosa che non posso ottenere"
Lo sguardo di Gaspard era fiammeggiante e Jean, per la prima volta, si ritrovò quasi a temerlo, sembrava un vulcano, qualcuno pronto a esplodere.
"Il modo in cui desidero, in cui prendo, in cui voglio ..." mormorò "è sbagliato, è cattivo, è meschino. Finisco solo per distruggere le persone"
"Le persone non sono tutte uguali, qualcuno potrebbe anche resistere" commentò l'altro, attirando l'attenzione di Gaspard " forse qualcuno sta già resistendo ed è per questo che sei qui"
Una morsa afferrò lo stomaco di Jean al suono delle sue stesse parole, forse realizzare quell'eventualità faceva più male di qualsiasi parola umiliante che Gaspard potesse gettargli addosso.
"È così? Sei qui perché sono la prova della debolezza che vedi negli altri? Ti aiuto a scappare da qualcuno che spaventa te per una volta?"
Gli occhi chiari di Gaspard divennero ogni istante più cupi, non rispose a quelle domande, si limitò a mettersi in piedi, cominciando a cercare i suoi vestiti.
"Deve essere davvero una rogna se, per la prima volta, sono le mie parole che ti fanno battere in ritirata" commentò l'altro, seguendolo con lo sguardo.
"Sta zitto"
"Sta zitto, Jean" continuò la frase il biondo, facendo ammutolire Gaspard "non sai un cazzo, sei solo uno che mi scopo, non credere di conoscermi. È questa la frase, dico bene? Ma forse qualcosa l'ho capita anche io su di te, forse vedo la confusione nei tuoi occhi e questo ti fa incazzare" ci fu una breve pausa " forse, mentre facevi sesso con me pensavi ad un altro e questo ti fa incazzare"
Gaspard era ormai completamente vestito e fissava il ragazzo ancora a letto, mentre Jean era pronto ad incassare qualsiasi malignità gli fosse uscita dalla bocca.
Fammi a pezzi, se questo ti serve per incollare i tuoi cocci.
Il biondo non distolse lo sguardo nemmeno per un secondo.
Se è questo il mio ruolo, se devo finire in ginocchio affinché tu possa rialzarti, fallo. Dammi almeno questo valore.
Ma quelle parole non arrivarono, con stupore di Jean, Gaspard alla fine indietreggiò e con un paio di passi fu fuori dalla camera, poi anche dall'appartamento, richiudendo la porta alle sue spalle con un tonfo.
Ci fu silenzio dopo, Jean era ancora in quel letto, portò le ginocchia al petto e fece un lungo respiro. Era davvero tutto lì? Avrebbe mai smesso di illudersi del fatto che Gaspard potesse un giorno guardarlo con occhi diversi?
Smetterai mai di desiderare di salvare gli altri da loro stessi?
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Andrea osservava con sguardo annoiato le lancette fin troppo lente dell'orologio a parete dell'aula di biologia. Per un attimo fu preso dalla solita sensazione di spaesamento che lo portò a chiedersi, ancora una volta, cosa diavolo ci facesse lì. Poteva tornare in Italia ... ma poi? Non intendeva presentarsi da suo padre. Aveva bisogno di un piano di azione e probabilmente anche di denaro.
Conosceva qualcuno che avrebbe potuto spremere fino all'ultimo centesimo. Suo cugino era seduto pochi banchi più avanti, protetto come sempre da Gaspard e Victoria che gli sedevano accanto. La loro aria austera e invalicabile era ancora lì, ma non era rimasto molto altro, in effetti. Andrea sorrise appena, poi si sporse verso Manech per dirgli qualcosa all'orecchio e lo trovò altrettanto distratto nell'osservazione dei tre.
"Hanno abbassato la testa, eh? Ora non fanno più paura a nessuno. Senti che aria pulita si respira" commentò l'italiano che, però, non si aspettava altrettanta allegria da parte dell'amico. C'era qualcosa che turbava Manech e glielo leggeva sul viso ogni volta che si ritrovavano a parlare.
Il ragazzo aveva scosso la testa, mentre serrava le labbra in una linea rigida "abbiamo esagerato. Non avremmo mai dovuto arrivare a tanto."
"Abbiamo esagerato?! Stai veramente provando empatia per quegli stronzi? Devo ricordarti quello che ti hanno fatto?" Andrea era incredulo di fronte alle parole secche di Manech. Abbassò la voce e parlò "o forse c'entra Gaspard? Ti sei preso una cotta per lui, scommetto."
L'altro lo fulminò con lo sguardo e parlò, spazientito "non è Gaspard il punto. Io non ho mai voluto essere così ... è vero, all'inizio ero incazzato e volevo fargliela pagare per quello che avevano fatto, ma minacciarlo a vita, costringerlo a vivere nel terrore ... no, questo è troppo. Deve essere accaduto qualcosa di veramente grave, non c'è altra spiegazione."
Andrea non riusciva a seguire le elucubrazioni dell'amico, era sempre più confuso quando parlò "veramente grave? Cosa vuoi dire? Non farti intortare da quegli stronzi. Farebbero o direbbero qualsiasi cosa per proteggere il loro amico."
"No, c'è qualcosa che ci sta sfuggendo" insistette Manech con lo sguardo ancora puntato sui tre.
"È solo un pezzo di merda represso e omofobo"
"C'è di più di questo. Lo so e basta! Il modo in cui Gaspard mi ha parlato, come se ci fossero delle cose che non avrei mai potuto capire riguardo Yves. Non stava mentendo, era seriamente preoccupato che gli stessimo facendo del male."
Andrea portò gli occhi al cielo, "e dovrebbe importarci? Credi che a lui importerebbe? Devo davvero rispondere? E dai Manech ... sai che non arriverei a far vedere quelle foto a tutta la scuola, ma è meglio che lui mi creda capace di tutto. Questo è l'unico modo per tenerlo in pugno e vivere in pace qui dentro ed è stato lui a portarmi su questa dannata strada, lo sai meglio di me."
L'altro scosse la testa e il suo viso era serio e pallido "io non voglio più fare parte della cosa. Non diventerò come loro, non voglio vedere qualcuno stare così male a causa mia. Non mi importa più, per quanto mi riguarda quelle foto puoi anche bruciarle."
Poi Manech aveva sollevato la mano e aveva chiesto al professore di poter uscire dall'aula per qualche minuto, mentre Andrea era rimasto a fissarlo con sguardo attonito. L'italiano aveva sospirato piano e si era messo più comodo sulla sedia, facendo aderire le spalle al legno duro. I suoi occhi erano puntati sulle spalle rigide del cugino a pochi metri da lui.
Cosa diavolo vuoi farne di Yves?
Possibile che il suo giochino personale si fosse già rotto? Possibile che Manech avesse ragione?
Andrea non aveva idea di quello che avrebbe fatto.
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Era trascorso qualche giorno dalla conversazione che l'italiano aveva avuto con Manech. Giorni apparentemente tranquilli, durante i quali, Yves sembrava più nervoso e guardingo che mai, in evidente attesa del prossimo passo di Andrea. Si chiedeva che cosa gli avrebbe chiesto di fare stavolta. Quale nuova umiliazione aveva in serbo per lui. E Andrea era combattuto tra la grossa parte di lui che voleva continuare quel gioco fino a far capitolare Yves e, una parte più piccola, ma ugualmente autoritaria che gli diceva di prendere tempo, di stare a vedere l'evoluzione delle cose.
E poi era successo, Andrea aveva lasciato la sua stanza per andare a prendere uno spuntino pomeridiano, quando aveva sentito le voci concitate di sua zia e di Jacques provenire dalla stanza da letto dei due.
Lydia parlava piano e in fretta, il suo tono era preoccupato e nervoso e Andrea si perse un bel po' di parole mentre decideva il da farsi, ancora sorpreso per la peculiarità di quella situazione.
"Cosa dobbiamo fare? Le abbiamo provate tutte, Jacques. Forse con l'aiuto di uno psicologo ..."
"Non vuole parlare con uno psicologo, sai anche tu che ci abbiamo già provato. Un anno di sedute e Yves non ha mai aperto bocca, alla fine il dottor Pernier ha detto che stavamo soltanto perdendo del tempo. Se non vuole parlarne non vuole parlarne, non possiamo costringerlo" decretò l'uomo con un tono spossato e stanco.
Andrea cercava di carpire ogni minima parola, appiattito contro il muro che dava sulla camera da letto si chiedeva cosa diavolo fosse successo. Perché tanta segretezza?
"Non lo so, deve essere per via del processo. È in condizioni pietose, Jacques" sospirò la donna.
"Credi che non lo sappia? Mi distrugge vederlo stare in questo modo, ma non vuole parlarmene, non fa altro che minimizzare la cosa. I-io ... beh, è ovvio no? Perché dovrebbe confidarsi con me? Come potrebbe fidarsi di me dopo quello che ho fatto?"
"Cristo, Jacques! Non è colpa tua. Smettila di colpevolizzarti! Tu non potevi sapere che gli avrebbero fatto del male! È tutta colpa di quelle bestie. Mi sento male solo a pensarci"
Quali bestie? Cosa stava succedendo? Andrea era quasi sul punto di valicare la soglia di quella stanza, fu solo il suo istinto a impedirgli di irrompere lì dentro e chiedere delle spiegazioni.
Nessuno di loro ti dirà niente. C'è soltanto una persona a cui puoi chiedere ... l'unica che non può mentirti.
"Non so più cosa fare. Sono ogni giorno più convinto che gli abbiano fatto più di quello che ha raccontato. Insomma, le cicatrici erano evidenti, quelle non ha potuto nasconderle, ma l'avvocato dice che i racconti degli altri ragazzi vittime di abusi sono agghiaccianti, Lydia ..."
Andrea era rimasto immobile e incredulo di fronte a quelle parole, così sconvolto che si perse la risposta di Lydia e una buona parte di conversazione successiva. Si sentiva stordito.
Abusi? Yves era stato abusato? Altri ragazzi erano stati abusati? Questo spiegava parecchie cose, come quel dannato processo di cui nessuno voleva parlare. E spiegava soprattutto il comportamento ai limiti del normale di suo cugino. La sua avversione verso il sesso, il terrore verso qualsiasi forma di contatto fisico ...
"Ci parlerò io stavolta, cercherò di convincerlo a farsi assistere da uno psicologo. Adesso è più grande, forse si renderà conto che parlarne con un esperto può essere una buona soluzione" aveva deciso la donna, mentre Andrea si imponeva di muoversi da lì, di tornare indietro e cercare di razionalizzare quello che aveva appena sentito.
Aveva sempre dato per scontato che quel fantomatico processo non vedesse Yves come vittima, per tutto quel tempo aveva creduto che non fosse altro che l'ennesima prova della condotta malefica di suo cugino, di un affare che andava nascosto e di cui Jacques, che aveva parecchie conoscenze, si sarebbe occupato.
E invece Manech non si sbagliava. Perfino Amir doveva aver immaginato qualcosa di simile. Ti hanno avvertito ...
Andrea era rientrato in stanza qualche istante dopo, indugiando con lo sguardo verso la porta chiusa della camera del cugino. Niente di quello che aveva passato poteva giustificare il modo in cui si era comportato con lui, Manech e chissà quanti altri malcapitati.
Eppure quello che gli è capitato deve valere qualcosa.
Andrea decise che doveva sapere tutto.
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Yves era a pezzi quando varcò la soglia di casa. Era accompagnato da un mal di testa sordo e una stanchezza che non aveva mai provato prima di quel momento.
Si spinse su per le scale con l'intenzione di prendere qualcosa di forte e poi provare a riposare per qualche ora. Sette mesi, pensò. Doveva resistere per altri sette mesi e poi sarebbe stato lontano da Parigi e da Andrea. Adesso aveva più motivi che mai per voler andar via e lasciarsi tutto alle spalle.
Ma come avrebbe fatto nel frattempo? Per andare avanti serviva un genere di forza che Yves non possedeva. La sola presenza di Andrea nel corridoio glielo confermò. Quanto ancora poteva reggere di fronte a quelle umiliazioni?
"Cosa c'è adesso? Che cosa hai organizzato per rovinarmi la vita? Scommetto che umiliarmi di fronte a Gaspard non è stato abbastanza per te" Yves parlò a fatica di fronte alla figura rigida del cugino. Era immobile accanto alla sua stanza, il francese iniziò a temere cosa avrebbe trovato all'interno. Lo avrebbe costretto a guardare ancora una volta? O forse era stanco di quei giochetti e adesso voleva di più?
"Dobbiamo parlare. Vieni in camera"
Niente ghigni o sorrisini strafottenti, Andrea era mortalmente serio e bastò questo per confondere Yves.
"Parlare? Io e te? Non è necessario. Dimmi solo quello che vuoi stavolta. Facciamola finita."
"La verità. Ecco cosa voglio. Oggi parleremo" insistette Andrea e c'era qualcosa di spaventoso nella sua voce che fece preoccupare Yves più di qualsiasi altra minaccia mai pronunciata dal cugino.
La verità. Quella parola poteva significare solo una cosa: Andrea aveva scoperto i loro traffici a scuola.
Yves impallidì sotto lo sguardo sempre più pressante dell'italiano che si dirigeva verso la camera e lasciava la porta aperta, in un chiaro invito a seguirlo.
"Q-quale verità? Che cosa stai dicendo?"
Andrea chiuse la porta alle spalle del francese e lo guardò in modo diretto "non devi più mentire. Sono l'unico con cui puoi parlarne, dopotutto sei costretto a farlo. Voglio capire, voglio sapere tutto. Dannazione, non avrei mai immaginato che alla fine mi sarei anche sentito in colpa."
Yves non riusciva a capire il senso di quelle parole, si ritrovò a guardare il moro con aria smarrita. Andrea che si sentiva in colpa? Non poteva essere vero. Forse quello era solo un altro sadico gioco che voleva fare con lui. Dargli una speranza per poi sottrargliela subito dopo.
"Ho sentito Lydia e tuo padre parlare ..." lo incalzò l'italiano quando si rese conto che dal cugino non avrebbe ottenuto una risposta.
"Parlare di cosa?" Yves era nervoso, stava cercando di mantenere la calma nonostante il suo cuore minacciava di esplodergli nel petto.
"Del processo. Degli abusi, Yves."
Quelle parole erano state pronunciate in modo quasi casuale, non c'era niente di particolarmente cattivo o minaccioso in loro, ma per Yves fu come ricevere una secchiata d'acqua gelida in faccia. Rimase attonito, talmente scosso che gli ci volle più di qualche attimo per capire il senso di quanto aveva appena sentito.
"Avevo già sentito parlare del processo, ma ero certo che tu fossi il carnefice. A quanto pare le cose non stanno proprio così però, voglio sentire la tua storia, tutta quanta."
"Non sono cazzi tuoi! Che diavolo te ne importa di quello che ho passato?" Yves scattò, si sentiva improvvisamente carico di rabbia e astio, mentre procedeva verso il cugino, "e risparmiati i sensi di colpa! Non me ne faccio un cazzo di quelli! Preferisco essere odiato che compatito da uno come te! chiaro?"
Andrea era immobile e all'apparenza per nulla turbato dalla furia esplosiva dell'altro. Aveva toccato un tasto dolente e aveva già preventivato una reazione simile da parte del cugino.
"Certo che sei proprio un bel tipo tu. Per la seconda volta vengo a parlarti con le migliori intenzioni del mondo, come quando ero appena arrivato qui a Parigi ... e questa è la tua risposta."
"Mi stai minacciando da un mese! Mi hai costretto a guardare due uomini che facevano sesso pur sapendo che non lo avrei sopportato! Hai goduto della mia umiliazione e della mia paura! Hai preso la mia vita e l'hai rivoltata come diavolo hai voluto! Non riesco più a chiudere occhio da quando so che quelle foto sono nelle tue fottute mani, Andrea, e queste sarebbero le tue migliori intenzioni?"
"Non volevo venirci qui! Sono stato infilato sul primo aereo per Parigi e spedito in una città in cui conoscevo a malapena tre persone! E che gran bella accoglienza da parte tua! Metto il piede in questa casa e mi sento dire dal mio stesso cugino che avrei avuto vita breve in Francia! Dimmi che cazzo ti ho fatto, Yves. Dimmi perché diavolo hai dovuto trattarmi in quel modo! Non ero una minaccia, sei stato tu con il tuo fottuto atteggiamento di merda a farmi diventare tale."
Andrea era quasi senza fiato. Il volto di Yves era livido per la rabbia, un perfetto specchio del suo.
"Adesso voglio solo la verità, cazzo"
Yves si sentiva sul punto di implodere. Jacques e Lydia ... come avevano potuto essere tanto idioti? E lui, come diavolo avrebbe potuto mettere a parole tutto quel disgusto, tutta quella rabbia? Mai, prima di quel momento, aveva creduto di poter raccontare a voce quello che aveva passato.
"Yves, dannazione. Ho ancora le foto, ti ricordo" lo incalzò Andrea, nell'ultimo estremo tentativo di capire una volta per tutte cosa fosse realmente accaduto.
Il francese si fece improvvisamente cupo in volto, mentre una strana luce furiosa gli illuminava gli occhi. Alla fine guardò Andrea dritto in faccia e non c'era più timore nella sua espressione. Solo una fredda determinazione.
"Bene. Vuoi la verità? Vuoi usare anche questa carta contro di me? Certo, immagino che la Saint-Anthelme adorerebbe la storiella del piccolo Yves Clairmont vittima di abusi! Quel fottuto tiranno che qualcuno è riuscito a sottomettere! Quello stronzo senza sentimenti che la notte non riesce a chiudere occhio a causa degli incubi. Sì, li divertirebbe" Yves si lasciò sfuggire una risata spaventosa, era disgustato e tremante, mentre si costringeva a parlare, "vedi, anche la mia vita non è stata proprio rosa e fiori, caro il mio Andrea. Avevo dodici anni quando i miei genitori divorziarono. Quell'estate mia madre se ne andò con la sua amante in Provenza, mentre mio padre decise che non le avrebbe concesso di portarmi con lei, ma Jacques è sempre stato un tipo molto impegnato, doveva partire per un viaggio di lavoro, un dannato scavo da qualche parte in Oriente e allora dove lasciare quella palla al piede di Yves durante quei mesi estivi? Beh, non esiste un posto migliore della rinomata Sainte-Marie de Bayonne, un collegio cattolico vecchio stampo, dove si impara anche il greco e il latino come preparazione per il liceo."
Yves stirò le labbra in un sorriso, nonostante sentisse il suo stomaco rivoltarsi per l'orrore e la rabbia. Poteva vedere perfettamente la vecchia scuola grigia e tetra stagliarsi alta accanto alla cattedrale di Sainte-Marie, ricordava il verde luminoso del parco circostante, l'unico sprazzo di vita in quel luogo nero. Rabbrividì, ma non si fermò, non poteva più farlo. Sentiva un fiume dentro in procinto di straripare.
"Un collegio maschile, un posto di studio e preghiera ... una mera sistemazione estiva. Di certo un po' noiosa, pensava mio padre, ma poteva andare bene. Si sbagliava, non andava bene, non per quelli come me. E io non sapevo cos'ero, infatti credo proprio di averlo capito in quella scuola. Era iniziata solo come un'amicizia e io ero un ragazzino diverso dal mostro che sono diventato ..." Yves si perse nei ricordi, nella bellezza di quegli occhi azzurri come il cielo, delle piccole efelidi sul naso all'insù di Emilien che si facevano sempre più vicine. Per un attimo gli si mozzò il fiato.
"Eravamo solo dei bambini, eravamo puri e non meritavamo quello che ci è successo. Emilien era mio amico, rendeva la vita lì dentro più gestibile. Non volevo oltrepassare il limite, ero spaventato per quello che provavo, per quei sentimenti sbagliati e confusi. Ai miei compagni piacevano le ragazze, non facevano altro che lamentarsi perché avrebbero passato l'estate in quel collegio maschile e io ero terrorizzato perché non provavo niente di simile nonostante facessi finta con tutto me stesso. Vivevo in simbiosi con Emilien e lui aveva iniziato a guardarmi in modo diverso o forse ho iniziato io, chi può dirlo? Alla fine ci incontravamo da soli fuori dal collegio, sgattaiolavamo via di notte, a volte anche durante qualche lezione ... ce ne andavamo in giro per le campagne vicine"
Yves ricordava ancora il sapore dolce dei suoi baci, quelle carezze delicate e incerte di un ragazzino.
Le cose belle sono destinate a morire in fretta, lo sai.
Yves riportò gli occhi su Andrea, rigido e ammutolito sulla porta. Poi il francese guardò oltre la finestra, verso il cielo buio e senza stelle di quel pomeriggio autunnale.
"Poi è arrivata lei. Ci seguiva da tempo, aveva capito tutto. S-suora Clementine ... dal nome ci si aspetterebbe un po' di clemenza, immagino" Yves parlava a fatica, devastato com'era dal senso di nausea e sgomento provocato dal ricordo di quella donna.
"No, non era clemente. Trovarci insieme l'aveva devastata nel profondo, sembrava impazzita. Così ci trascinò in una piccola chiesa in disuso e ci urlò contro. Disse che eravamo degli abomini, dei luridi sodomiti che avevano abbandonato la via di Dio e che lei aveva il dovere di ricondurci sotto la luce del Signore. Eravamo giovani, voleva recuperarci, diceva. Così ha iniziato per primo da Emilien. Lo ha spogliato e lo ha fustigato fino a farlo sanguinare. Sentivo le sue urla, ma ero come impietrito, talmente terrorizzato da non riuscire a muovermi. Le ho permesso di fargli del male, sono rimasto immobile mentre lei lo picchiava a sangue e recitava le sue preghiere da invasata"
È tutta colpa tua.
"E poi è scattata la rabbia, l'ho spinta via, l'ho colpita e ho permesso a Emilien di rialzarsi e scappare, ma lei era troppo forte."
Yves combatteva contro il senso di nausea che gli risaliva lungo la gola, mentre il buio della sera investiva la stanza. Andrea era di pietra, ancora fermo sulla porta.
"A quel punto è passata a me, era folle di rabbia. Andavo punito ancora più duramente perché avevo osato ribellarmi a quella punizione giusta. Non riuscivo a muovermi, ero bloccato sotto il suo peso, mentre sentivo la mia pelle scorticarsi a ogni colpo di frusta. Speravo di svenire, speravo di poter chiudere gli occhi ed estraniarmi da tutto, ma non successe. Non poteva finire così, lei aveva altri piani in mente. Voleva impartirmi una lezione che non avrei mai più dimenticato. Solo così mi sarebbe passata la voglia di disonorare il Signore con le mie azioni rivoltanti."
Yves percepì il bollore delle sue lacrime scorrergli sul volto. Stava piangendo senza rendersene conto, eppure non gli importava più. Era un debole, lo era sempre stato e se Andrea lo vedeva in quelle condizioni, lui non avrebbe più potuto farci niente. In fondo, doveva aver già compreso la sua vera essenza.
"Dopo che ebbe finito di frustarmi mi tirò giù i pantaloni e ... la sua frusta aveva un manico di legno ... e faceva male. Voleva che ricordassi per sempre quel dolore, che lo associassi a quel mostro che doveva scacciare da me. E suppongo che alla fine ci sia riuscita. Ho odiato me, ho odiato tutti quelli che sono come me, ho provato a nascondermi e privarmi di quello che sono per tutto questo tempo, perché è innaturale. È sbagliato. È doloroso."
Yves si passò una mano tremante sul volto rigato dalle lacrime, "questa è la mia storia. Sei l'unico a sapere come sono andate le cose, oltre me ed Emilien. Fa di questa informazione quello che vuoi. Sono dannatamente stanco di tentare di controllare ogni dannata cosa. Al diavolo tutti, al diavolo anche me."
Andrea era immobile, vide Yves passargli accanto e lasciare la stanza, ma non riusciva a formulare un solo pensiero sensato che non avesse a che fare con l'orrore e lo shock per quella rivelazione del tutto inaspettata. Come aveva potuto portarsi quel peso dentro per tutto quel tempo?
Poi l'italiano si risvegliò, fece qualche passo in avanti, fino ad emergere dalla stanza.
"Yves, io non pensavo! Se soltanto avessi saputo tutto questo, io ..."
L'altro si voltò per un breve istante "Questo non cambia niente. Non voglio la tua pietà, ti ho solo dato quello che volevi, come sempre. Devo fare in modo che quelle foto non finiscano in giro per la scuola dopotutto, no?"
Andrea cercò di dire che non l'avrebbe fatto, ma si sentiva un groppo in gola che gli impediva persino di parlare. Rimase lì, raggelato, ad osservare Yves allontanarsi in fretta, fino a sparire nel buio in fondo alle scale.
ANGOLO AUTRICI:
Ormai si susseguono più drammi che capitoli XD Grazie ancora a chi legge e chi troverà il tempo di commentare con noi questo capitolo. Alla prossima settimana con un nuovo aggiornamento CALIENTE! un bacio
BlackSteel
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