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28. Vero

Che possiede in modo totale e incontestabile i caratteri necessari a individuare il proprio essere.

Gael era entrato all'Heros per il suo turno serale, il piano era lì che l'aspettava, perfettamente lucidato. C'erano già alcuni clienti ai tavoli ma il ragazzo, nonostante la penombra, notò uno spartito appoggiato sullo sgabello.

Si diresse immediatamente dal barista che lo salutò.

"Ehi Samuel, perchè c'è uno spartito al piano?" chiese Gael stranito"di solito suono io dei pezzi che conosco"

L'altro sorrise, sornione "è una di quelle sere, non hai notato il palco?"

Gael fece più attenzione e vide che le luci del piccolo palco erano accese anche se con bassa intensità. Sapeva che all'Heros, qualche volta, qualcuno si esibiva su quel palco ma non gli era stata data una spiegazione su come e quando avvenisse, né a lui era mai importato di approfondire l'argomento.

"Qualcuno ballerà sul palco?"

"Già e tu dovrai accompagnare l'esibizione. Non voglio dirti altro, preferisco guardare la tua faccia da qui" rise.

Gael scosse la testa trovando il divertimento dell'altro infantile, si diresse al piano e si sedette appoggiando lo spartito di lato e cominciando a suonare il suo repertorio.

Fu dopo circa un'ora che uno dei camerieri gli si avvicinò, sussurrandogli all'orecchio: puoi iniziare a suonare lo spartito.

Gael non perse tempo, vide le luci spegnersi per qualche istante e poi cambiare colore, un blu oceano invase il palco. A quel punto osservò meglio di che pezzo si trattasse e rimase per un attimo attonito, non era qualche ballata qualsiasi come si aspettava.

Chopin, Etude Opera 25 Numero 11. Qualcuno qui vuole mettermi alla prova.

Sistemò i fogli e senza indugio cominciò, suonò le prime note e una figura si mosse nella penombra, era sempre stato lì in attesa e adesso muoveva il corpo sinuosamente, in perfetto accordo con quella melodia.

Gael si trovò in difficoltà perchè doveva tenere la mente concentrata sull'esecuzione che si faceva di attimo in attimo più complessa, ma allo stesso tempo era attratto da quella danza. Voleva vedere quei movimenti così precisi e aggraziati, capire di chi si trattava.

Inspirò, conosceva la sequenza di note successiva per cui potè staccare gli occhi dal piano per dirigere lo sguardo verso il palco, dove il ballerino aveva appena effettuato un salto che lo aveva portato in alto, come se non pesasse nulla e poi era ricaduto giù, sul parquet. Poi aveva allungato le braccia ed il volto verso gli spettatori e gli occhi di Gael incrociarono quelli di un viso a lui estremamente familiare.

Jean ...

Nonostante la luce blu confondesse i suoi lineamenti, Gael era certo che fosse lui e la cosa lo stupì il doppio. Aveva sempre visto Jean come una persona mite, timida, dai tratti fragili a cui serve la compassione altrui, persino lui stesso gli si era affezionato perchè credeva che gli servisse aiuto. Ma in quel momento, la persona che stava ballando non era nulla del genere.

Gael dovette concentrarsi sullo spartito, anche se sarebbe rimasto a fissarlo per tutto il tempo, esattamente come il resto degli spettatori che aveva abbandonato i loro drink per non perdersi nulla di quel momento.

Il pezzo si avviava verso la fine e quando Gael suonò le ultime note la luce si spense. Fu tanto brusco che il moro sobbalzò, fissando il palco, in attesa che si accendessero le luci e che Jean uscisse allo scoperto per godersi l'applauso scrosciante che si era sollevato nel locale. Ma nulla del genere accadde, il palco restò buio, dopo alcuni minuti le persone smisero di applaudire e tornarono a parlare fra loro mentre suo malgrado anche lui riprese a suonare.

Perchè non sei uscito? A cosa è valsa quell'esibilizione così meravigliosa se non ne hai goduto i frutti?

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Jean si era tolto la calzamaglia color carne e le scarpette, indossando la sua solita divisa da cameriere. Sentì bussare alla porta dello spogliatoio e vide Amir entrare nella stanza.

"Un'esibizione da mozzare il fiato" disse immediatamente, accennando un sorriso.

"Grazie, sono felice che ti sia piaciuta e anche che tu me le lasci fare" mormorò il ragazzo.

"Tutto quello che contribuisce alla bellezza e alla stabilità dei miei locali è ben accetto" replicò "e a proposito, volevo chiederti se ti andrebbe una promozione"

Jean rimase sbigottito davanti a quelle parole, Amir aveva fatto tanto per lui, gli aveva dato un lavoro e persino una casa all'inizio. Gli aveva dato fiducia e protezione, non riusciva a credere che potesse ancora concedergli di più.

"Una promozione? Amir ... sei sicuro?"

"Penso che tu sia la persona giusta Jean, sei uno dei pochi di cui possa fidarmi ormai" disse con rammarico.

"Certo, io farò qualsiasi cosa"

"Vorrei chiederti di amministrare l'Hèrmes in mia assenza, sai che devo dividermi fra i due locali e mi sentirei più sicuro se ci fosse la tua supervisione quando non ci sono. Ovviamente le tue esibizioni resteranno invariate e so che desideri anche passare qualche sera all'Heros quando noi sappiamo chi è in zona. Questo non cambierà"

Jean aveva ascoltato quella massa di parole senza però riuscire a capirne il senso e quella domanda fu il suo estremo tentativo di non impazzire.

"Ma è Rémy il tuo socio, lui gestisce l'Hèrmes, cosa c'entro io?"

Il volto di Amir si rabbuiò, a Jean sembrò che stesse rivivendo proprio in quel momento qualcosa di spaventoso.

"Non posso fidarmi di lui, Rémy è fuori. Se ti capitasse di incontrarlo in futuro, non dargli alcuna informazione su di me o sui miei affari. Jean, posso contare su di te o no?"

Jean annuì rapidamente "puoi sempre contare su di me" e poi compì un gesto che Amir non si aspettava.

Il biondo lo abbracciò, stringendolo forte e l'arabo cedette, lasciandosi cullare da quella stretta. Jean era la prima persona che lo abbracciava da quando in quella fottuta notte era andato tutto a puttane.

"Qualsiasi cosa sia successa mi dispiace, Amir. Tu non lo meriti" disse il ragazzo.

"Forse un po' sì, ma tu sei un bravo ragazzo Jean. Non preoccuparti per me."

I due si separarono e Amir si diresse all'uscita del camerino " nei prossimi giorni vieni un po' prima, ti spiegherò alcune cose sull'amministrazione"

Jean annuì e poi il moro abbandonò la stanza.

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Gael aveva notato che Jean era tornato a fare il cameriere per il resto della serata, non c'era stato molto tempo per parlare, il locale era parecchio affollato, così dovette attendere la fine del turno.

Si accese una sigaretta all'esterno dell'edificio e quando Jean venne fuori entrambi si scambiarono un sorriso complice.

"Wow, hai altri segreti sconvolgenti da svelare?" chiese il moro.

Jean scosse le spalle "non più di chiunque altro"

"Dio, quello che hai fatto stasera è assurdo, lo sai, vero? Credevo che si trattasse di qualche strano spogliarello, ma poi ho visto lo spartito e il tuo modo di ballare. Non sapevo fossi un ballerino"

Jean abbassò lo sguardo "sono felice che ti sia piaciuto, ma non sono un ballerino, non più"

"Come non più? Ti rendi conto di avere del cazzo di talento?" chiese quasi sgomento.

"Lo so, ma non posso più ballare" disse secco, con un tono che Gael non gli aveva mai sentito.

Il ragazzo capì che quell'argomento doveva essere difficile per Jean, così non cercò di forzarlo.

"Perchè farlo all'Heros allora? In quel modo, senza quasi farti vedere. Non sei nemmeno uscito a goderti gli applausi, te li sei guadagnati."

"Perchè ho deciso di non ballare più per essere ammirato, solo per essere visto. E' questo che voglio fare per il resto della mia vita, lasciare che gli altri mi vedano per come sono"

Quella frase lasciò Gael ammutolito per alcuni secondi "io ti vedo"

Jean sorrise "no, ma dopo stasera hai cominciato" precisò "sai, io ho un idea molto precisa di chi sono e so anche l'idea che gli altri si fanno di me. Il vero me non è fragile, non è bisognoso, non è indifeso ma le altre persone mi percepiscono così"

"Allora chi è il vero Jean?" chiese il moro.

"Uno che trova sempre un modo" rispose l'altro semplicemente "un modo per affrontare il dolore, un modo per gestire la solitudine, un modo per continuare a vivere, un modo per amare anche chi sembra impossibile da amare"

Lui è più forte di te, sei stato sciocco ad averlo compatito.

"Mi dispiace" disse di getto il moro.

Jean sorrise "non fa niente, tanto prima o poi trovo sempre un modo per far riconoscere il mio valore. Sai Amir mi ha proposto di essere l'amministratore dell'Hèrmes in sua assenza"

"Cazzo, dici sul serio?"

"Già, potrò continuare ad esibirmi, infatti mi chiedevo se in futuro saresti disposto ancora a ... suonare per me"

Gael fissò gli occhi chiari e dolci di Jean, pensò a quanto doveva significare per lui esibirsi su quel palco e sorrise.

"Sarebbe un onore continuare a suonare per te. Quello che hai fatto è straordinario, se mi farai avere in anticipo gli spartiti mi preparerò"

"Grazie, Gael"

"Beh, ora mi sembra che sia ora di festeggiare" concluse il moro spegnendo la sigaretta.

"Festeggiare?" chiese l'altro interrogativo.

"Hai appena scalato la catena di comando! Andiamo a prenderci una sbronza" concluse Gael divertito dall'espressione un po' imbarazzata di Jean.

Il biondo scosse la testa ma afferrò il braccio che Gael gli aveva sporto, poi cominciarono a girare per le strade in cerca di qualche bar ancora aperto.

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Amir aveva provato a riposare almeno un paio di ore prima dell'apertura. Nonostante la spossatezza che sentiva addosso e l'invitante morbidezza del divano, niente sembrava in grado di fargli chiudere gli occhi per più di dieci minuti consecutivi. Si era sollevato da lì alla fine, scostando in malo modo il plaid caldo con l'intento di prendersi una dannata pillola per il mal di testa che si faceva ogni secondo sempre più opprimente. Il suo sguardo stanco era caduto sugli scatoloni ammassati all'entrata.

Gli scatoloni di Rémy.

Andò verso la porta guidato da qualcosa che aveva ben poco a che fare con il senso critico che possedeva. Si inginocchiò e tirò fuori uno di quei tanti oggetti che sporgevano dalla scatola: una cornice in legno chiaro che ritraeva due ragazzi felici e sorridenti. Era la loro prima foto quella. Due giovani baciati dal sole marsigliese in una torrida giornata estiva in cui tutto andava bene e niente avrebbe potuto lasciar presagire quella fine spietata.

Ti ha tradito. Ti ha mentito. Ti ha venduto pur di vendicarsi. Di che altre prove hai bisogno per capire chi avevi davanti?

Amir si riscosse solo quando sentì la porta scattare in avanti e rivelare la sagoma di Rémy. Si mise in piedi e incrociò lo sguardo fermo e deciso del suo ex ragazzo, mentre si faceva avanti nella stanza.

"Hai fatto presto a liberarti dei miei ricordi" commentò il biondo, lanciando un'occhiata alla mezza dozzina di scatole intorno all'altro.

"Non mi hai dato scelta. Non trovi?" Amir aveva parlato con un tono monocorde, nonostante il fuoco che si sentiva dentro. Si era imposto di non farsi trovare lì, nella sua mente Rémy non meritava altro che indifferenza da parte sua, ma alla fine non era riuscito a seguire quel semplice piano.

"Beh, anche tu mi hai messo all'angolo, Amir. Non potevi pensare che gli avrei permesso di portarti via da me senza combattere."

Yves. Era tutto lì ovviamente. La fiamma che aveva dato inizio a ogni cosa. La gelosia divorante che aveva distrutto Rémy fino a portarlo in quel preciso momento, lì davanti a lui, con nient'altro da perdere o pretendere.

"Così hai deciso di darmi in pasto a un ragazzino che adesso conosce ogni dettaglio dei miei affari all'Heros. Niente gli impedirà di andare a denunciarmi alla prima autorità che gli capiti davanti. Eppure mi fidavo di te ... dicevi di amarmi."

Rémy si bloccò, quelle parole lo avevano colpito in un punto in cui faceva davvero male. Il suo viso si contorse per il dolore e la rabbia, mentre avanzava verso l'altro "vuoi parlare d'amore, Amir? Ne sei sicuro? E dimmi allora io cos'ero per te? Dimmi perché mi hai voltato le spalle, perché mi hai estromesso da ogni cosa, perché hai continuato a proteggere lui invece di proteggere me!"

Rémy lo aveva spinto con tutta la sua forza, ogni frase pronunciata sembrava ucciderlo dentro, eppure non bastava a fermarlo.

"Niente di quello che ho fatto per te è stato abbastanza! Non ci sarebbe mai stata pace per noi, perché c'era il suo fantasma a incombere sulla nostra storia! E sai che ho ragione. Sai che ti ha avuto in pugno dal momento stesso in cui è entrato in quel fottuto locale. E non ti chiederò scusa per essermi aggrappato a te con tutte le mie forze, fin quando ho potuto ... fin quando non ho capito che era tutto inutile e lo era sempre stato."

"Yves mi detesta da sempre."

"Non conta quello che prova lui però. Conta quello che provi tu ..." Rémy si portò le mani sul viso. Era tremante, "mi sono preso cura di te, ti ho dato tutto quello che avevo ... ti ho amato come non ho mai amato nessuno prima ..." parlare era faticoso tra i singhiozzi, non aveva il coraggio di vedere la pietà impressa sul volto di Amir e per questo non lo guardò quando continuò, "e poi arriva lui e non fa altro che farti sentire una feccia. Ti guarda come se valessi meno di zero e ti parla con il disgusto nella voce. Eppure, nonostante le umiliazioni, io sono stato costretto a vederti perdere la testa per lui giorno dopo giorno. All'inizio pensavo che presto o tardi ti sarebbe passata, che la tua era solo una sbandata ... ma mi sbagliavo, no? Tu hai scelto lui. Tu sceglierai sempre lui."

"Rémy io ..." Amir si bloccò.

Tu cosa? Vuoi negare la verità? Perfino adesso?

"Lascia perdere. Non dipende da te ... ce l'hai in testa e non riesci a liberartene nonostante tu sappia quanto poco valga come essere umano. Non sono venuto qui per parlare. Voglio solo lasciarmi questa storia alle spalle il prima possibile, ma non farmi la predica. Se sono arrivato a questo punto la colpa è anche tua e so che lo sai." Concluse seccamente Rémy che era riuscito a ritrovare una parvenza di controllo sul suo corpo. Amir lo vide mettersi in movimento, stava sollevando le scatole più grosse aiutandosi con il ginocchio.

"Mi dispiace. Hai ragione tu ... ho provato a smettere, ho provato a concentrarmi sulle cose che avevo, quelle che contavano davvero ..."

"E hai fallito." Il biondo terminò la frase per lui. Non c'erano più lacrime sul suo viso, solo un profondo dolore su cui avrebbe dovuto lavorare per secoli.

E ad Amir fece male. Improvvisamente si vide per ciò che era davvero: un criminale con la sola e unica passione per il denaro e le cose belle. Uno che non sapeva che farsene di sentimenti puri come l'amore o la fedeltà. Quelli come lui erano affascinati dallo scintillio e dalla forza ammaliatrice di strumenti letali e all'apparenza irraggiungibili ... quelli come lui seguivano sempre un sogno impalpabile che poi si tramutava in un incubo, ma forse era proprio quello che desideravano, nella parte più remota del loro cuore. Lui aveva conosciuto l'amore e in breve gli aveva voltato le spalle per gettarsi consapevolmente in pasto ad un serpente che lo avrebbe afferrato e poi soffocato nelle sue spire, dove sarebbe morto con estrema lentezza, tra gemiti di dolore e lacrime di rimpianto per quello che si era lasciato indietro.

"Andrea non ce l'ha con te. Voleva soltanto far del male a lui ... se ti può consolare, non credo che gli importi del locale. Quel ragazzo non è uno stinco di santo, lo avrai notato."

Le parole di Rémy lo riportarono nella stanza. Si ritrovò a guardare il viso pallido del suo ex ragazzo, a quanto pare, nonostante la brutalità di quell'incontro, si premurava ancora a rincuorarlo per le sue paure.

Amir si sentì ancora peggio.

"G-grazie. Ti do una mano con gli scatoloni."

"No, faccio io. Ti ho riportato le chiavi di casa ... beh, stammi bene, Amir."

Un amore di due anni che finiva con un semplice e brutale 'stammi bene'. L'arabo si sedette lentamente sul divano, incapace di far fronte a quella terribile amarezza che sentiva montare dentro il suo corpo. Era da solo adesso ... per la prima volta dopo tanto tempo non avrebbe più trovato Rémy al suo fianco. Ancora una volta provò disgusto di sé stesso dopo quel pensiero ... minimizzare il suo rapporto con Rémy fino a rendere quel ragazzo un semplice rimedio contro la solitudine era qualcosa particolarmente difficile da mandare giù.

Usi la gente in base ai tuoi bisogni. Al lavoro non fai altro ... perché dovrebbe essere diverso nella tua vita privata? Tu sei questo. Finalmente ci sei arrivato ... meglio tardi che mai, no?

E poi c'era Yves e quel silenzio prolungato. Era trascorsa una settimana e lui non aveva idea di come stessero andando le cose nel mondo reale ... dove Yves doveva vedersela con Andrea.

Lo stava torturando, forse aveva già fatto girare quelle foto per la scuola. Amir era quasi arrivato al punto di chiamare Gaspard e raccontargli ogni cosa, perché sapeva che Yves non avrebbe mai trovato quel coraggio, ammesso che Andrea non l'avesse già forzato a farlo. Si sentiva bloccato in mille opzioni tra cui non era in grado di scegliere.

Se soltanto rispondessi a quel dannato telefono.

Ma Amir sapeva che non l'avrebbe mai fatto. Lo conosceva abbastanza bene da avere un'idea piuttosto chiara di quanto Yves lo detestasse in quel preciso istante. Amir avrebbe dovuto garantirgli una protezione e invece aveva fallito, permettendo ad Andrea di stanarlo quando era più vulnerabile che mai.

Devo parlargli o non dormirò neanche stanotte.

Così si mise in piedi e afferrò il giubbotto. Lo avrebbe trovato.

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Victoria aveva salutato Yves con una strana espressione sul viso prima di salire sulla propria auto e lasciare il parcheggio del liceo. Era preoccupata e Yves si maledì per quella recita blanda che portava avanti ormai da una settimana. Era stanco e distrutto, l'ombra di suo cugino sembrava seguirlo ovunque, rendendo ogni cosa dannatamente più complessa del normale. E poi c'era la paura ... quel terrore cieco di svegliarsi, accendere il cellulare e trovare le sue foto ovunque.

Solo il pensiero gli mozzava il fiato, quasi fino a costringerlo a fermarsi per strada, troppo sconvolto per poter andare avanti senza scoppiare in un pianto nervoso.

Sei come un coniglio in trappola. E lui è il cane che ti aspetta fuori, pronto a sbranarti al primo passo falso.

Yves tremava. Vivere con quella paura non era più vivere. Era come agonizzare fino al giorno successivo, sapendo già che niente poteva migliorare, ma tutto poteva peggiorare ...

Lo farà. Prima o poi divulgherà quelle foto e tu non potrai farci niente. E ha anche quelle di Gaspard. Ricordi?

Ecco un altro pensiero che lo annientava dentro. Si morse le labbra e continuò ad odiarsi per essere stato così sconvolto da non aver nascosto il contenuto della cassaforte. Aveva fornito ad Andrea un'altra arma da utilizzare nella sua guerra di logoramento. Che cosa avrebbe fatto Gaspard nel vedere quelle foto? Quale sarebbe stata la sua reazione? Yves non voleva immaginare il disgusto e la repulsione sul viso dell'amico. Anche quella ipotesi lo terrorizzava.

Si ritrovò ancora fermo dov'era prima, troppo vicino alla Saint-Anthèlme, ma abbastanza lontano da non dover vedere i suoi compagni. L'auto privata non faceva più per lui da quando Andrea aveva iniziato a salirci su e a guardarlo con quel dannato ghigno impresso sul viso, che voleva dire 'io so tutto. Io posso rovinarti come e quando mi pare. E tu puoi solo stare qui a guardare mentre divoro te e il tuo piccolo mondo perverso.'

Poi Yves si era messo di nuovo in marcia e l'aveva visto lì. Accanto alla Range Rover scura.

Amir.

E la paura aveva lasciato il posto alla rabbia, inglobata dal fuoco che gli ardeva dentro a mano a mano che il ragazzo lasciava il suo posto e avanzava verso di lui con espressione torva.

Non anche Amir.

Dio, ti prego no.

Yves non aveva smesso di camminare, adesso i suoi passi si erano fatti più veloci, come a voler mettere quanta più distanza poteva tra lui e l'uomo che continuava a corrergli incontro. Era inutile, Amir gli aveva bloccato la strada con il suo corpo e bastò quel gesto per far indietreggiare l'altro.

"Smettila di scappare. Dobbiamo parlare!"

Yves era arrivato con le spalle al muro, la gente intorno a lui sembrava sbiadire di fronte all'avanzata incessante di Amir. C'era solo lui e il suo sguardo distrutto, di chi voleva una pietà che non avrebbe trovato.

"Vattene. Devi stare lontano da me. Mi hai rovinato la vita e ora vuoi anche parlare." Yves non produsse niente più di un sussurro stentato. La rabbia era troppa.

"Credi che io volessi questo? Pensi che anche solo per un istante io abbia voluto distruggere la mia copertura e la tua?"

"Non mi importa un cazzo delle tue intenzioni! Era compito tuo assicurarti della sicurezza dei tuoi clienti e non sei riuscito a tenere a bada neanche quel cane del tuo ragazzo. Non voglio parlarti, non voglio vederti, non voglio sentire le tue stronzate inutili. Hai idea di quello che sto passando?" Yves era furente, adesso sentiva lo sguardo preoccupato di alcuni passanti zigzagare tra lui e Amir, ma non gli importava. Niente gli importava ormai.

"E mi dispiace. Ti aiuterò a uscirne" Amir si era fatto avanti, così vicino che a Yves sembrò mancare l'aria. Si allontanò da lui con uno scatto, spingendolo indietro per guadagnare terreno.

"Non puoi aiutarmi! Nessuno può aiutarmi, Cristo. Non vedi come mi ha ridotto? Un solo passo falso e farà vedere quelle fottute foto a tutti!"

"Allora lo pesterò a sangue fino a fargli rimpiangere di essere stato messo al mondo." Ribatté Amir con una voce bassa e spaventosa.

"E poi, Amir? E poi cosa succederà? Quanto tempo ci metteranno prima di sputtanarmi davanti all'intera scuola? Ci hai pensato a questo? Scommetto di no."

Ovviamente Amir non aveva una risposta. Yves gettò il suo sguardo disperato al cielo plumbeo sulla sua testa, dove delle nuvole fitte lasciavano presagire un temporale imminente. Doveva essere quella la sua vita, da ora in avanti? Arrancare per sopravvivere sotto un cielo cattivo, sapendo che niente al mondo avrebbe potuto salvarlo ... eccetto una verità che non avrebbe mai avuto il coraggio di accettare.

"D-doveva essere l'ultima volta lì dentro ..." si ritrovò a dire senza rendersene conto, "l'ultima notte prima di tornare alla mia maschera e tenerla addosso per sempre."

"No, sai anche tu che non avrebbe funzionato. E so che sei caparbio e che ci avresti provato con tutte le tue forze, ma non puoi combattere contro la tua stessa natura ... accetta quello che sei. Fatti questo favore."

Erano parole dolci, ma a Yves fecero male proprio per la loro semplicità. Il pensiero di Amir lasciava supporre che loro due fossero in qualche modo simili, che ragionassero in base agli stessi schemi, che entrambi avessero avuto le stesse esperienze, ma non era così. Yves si sentiva lontano anni luce da quelli come Amir. Perfino da Gaspard e Andrea e Manech.

Yves guardò l'arabo e per la prima volta dopo troppo tempo si lasciò sfuggire una risata sprezzante, "Amir, io non sono accettabile. Io non posso e non voglio essere così. Io non devo essere così. Non voglio morire nel disgusto per me stesso."

C'era rabbia e anche una buona dose di orrore nella sua voce spezzata. Voleva solo che non fosse toccato a lui vivere quella vita ... avrebbe fatto a cambio con quella di chiunque altro lì intorno. E le sue difese erano basse, talmente basse che Amir era riuscito ad avvicinarsi senza che Yves ne fosse consapevole. Era lì, davanti a lui, con due cerchi intorno agli occhi miele e l'aria distrutta di chi non aveva alcuna soluzione.

"Non sei da solo però. Io non ti giudicherò mai ... con me potrai sempre essere tutto quello che vuoi. Parlami di qualsiasi cosa e io starò a sentirti. Non posso fare altro, è vero ... ma non voglio che tu patisca questo inferno da solo."

Vicino. Troppo vicino. Yves era stordito da ogni singolo elemento intorno a lui, ma soprattutto da Amir e quella mano che gli accarezzava il volto. Era terrorizzato da quel contatto, da quel calore che si irradiava sulla pelle congestionata del suo viso, dalla compattezza di quel corpo troppo vicino al suo, tanto da poter percepire il profumo di Amir e quello più duro del cuoio del giubbotto.

Yves interruppe quella carezza con un gesto brusco del braccio, mentre il suo viso diventava impenetrabile come un muro di pietra.

"E credi che io abbia bisogno di uno come te? Amir, neanch'io sono caduto così in basso."

Aveva atteso qualche secondo per dare il tempo a quelle parole di attecchire con tutta la loro forza, poi aveva visto quel solco profondo scendere giù e rispecchiarsi nello sguardo ferito dell'altro. Solo a quel punto si era allontanato definitivamente da lui.

Odiatemi tutti, ma non compatitemi mai. Quello non potrei sopportarlo.

ANGOLO AUTORE:

E rieccoci qua, intanto sono tornati a grande richiesta Jean e Gael! Stiamo intravedendo qualcosa in più di questi due misteriosi protagonisti, chissà cosa si nasconde anche dietro il passato del nostro giovane ballerino. Intanto Yves sta cercando di andare avanti nonostante la spada di Damocle sulla sua testa mentre rifiuta ancora una volta il supporto che Amir gli sta offrendo e si racchiude di più nella sua solitudine. Aspettiamo i vostri commenti mentre vi auguriamo buona lettura, speriamo che la storia vi piaccia

BLACKSTEEL

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