25. Abnegazione
La disposizione spirituale di chi rinuncia a far prevalere istinti, desideri, interessi personali, per motivi superiori.
Andrea si era svegliato in un groviglio di coperte. Aveva aperto gli occhi a fatica, poi si era allungato oltre il letto per spegnere la sveglia che continuava a suonare imperterrita. Solo a quel punto si rese conto di non essere da solo. Noel aveva nascosto un sbadiglio dietro la mano e ora lo fissava con uno sguardo assolutamente soddisfatto, come un gatto dopo un lungo sonnellino ristoratore davanti al camino acceso.
In realtà avevano dormito ben poco, i muscoli di Andrea potevano testimoniare.
"Cazzo, è già mattina. Mi sono addormentato ..." biascicò l'ospite, con un sorrisino mezzo colpevole impresso sul volto assonnato. Era ancora nudo e con una bella erezione in vista che Andrea osservò con sguardo vagamente interessato. Era troppo tardi per un terzo round mattutino? La risposta venne un istante dopo, quando Lydia bussò piano alla porta e lo informò che la colazione era pronta e che avrebbe dovuto spicciarsi.
"E ora come diavolo facciamo?" Noel era scattato in piedi, adesso del tutto consapevole della presenza di altri in casa.
"Qual è il problema?" commentò Andrea, sbadigliando a tutto spiano "vestiti, ti offro la colazione."
"Ma loro lo sanno?" chiese ancora il ragazzo, con una lieve panico nella voce.
L'altro fece spallucce "lo sapranno adesso, vorrà dire. Dai, scendiamo."
Andrea era completamente a suo agio quando prese le scale che lo avrebbero condotto nella grossa sala da pranzo dei Clairmont, seguito da un imbarazzatissimo Noel che, invece, continuava a guardarsi intorno tra lo stupito e il circospetto. Era stato in quella casa parecchie volte, ma mai si era fermato fino a colazione, né pensava che Andrea lo avrebbe invitato a restare. L'italiano pensò che sarebbe stato divertente vedere la reazione di Yves quella mattina, anche se il semplice atto di metterlo a disagio non gli bastava più. Voleva distruggerlo e non avrebbe più aspettato Rémy. Alla fine del giorno lo avrebbe chiamato e avrebbe messo in chiaro un paio di cose.
La famiglia Clairmont era riunita a tavola come di consueto quando Andrea e Noel entrarono in sala. Gli occhi di tutti i commensali si sollevarono un attimo sul nipote, per poi fermarsi con aria accigliata su quella nuova aggiunta inaspettata. Andrea osservò in particolare Yves, non si perse la sua postura improvvisamente rigida, né quella linea sottile che turbava la sua fronte.
"Buongiorno, lui è Noel. Ha passato la notte qui." Spiegò candidamente l'italiano, poi invitò il biondo a sedersi e afferrò il pane tostato "cosa ti offro?" chiese proprio all'altro ragazzo che si sedette con aria spaesata e imbarazzata. Salutò la tavola con un "piacere di conoscervi", poi nascose il viso dietro una tazza di tè bollente come il suo viso rosso.
Jacques aveva ancora lo sguardo fisso sul duo, ma fu il tossicchiare di Lydia che lo risvegliò da quella sorta di trance in cui era finito. Così si schiarì la gola e parlò "Ehm, piacere. Lui è un tuo amico?"
Andrea sorrise oltre la sua tazza di caffè fumante, i suoi occhi erano ben piantati sul volto assolutamente impassibile del cugino, "Amico ... beh, in un certo senso potremmo definirlo anche così." commentò senza far nulla per celare la malizia nella sua voce. Anzi tornò a ridere piano, divertito dalla statua di pietra in cui si era tramutato Yves.
Poi Andrea allungò un braccio verso Noel e glielo passò oltre le spalle quasi con fare casuale. Jacques era ammutolito, mentre Lydia stava cercando di trovare qualcosa da dire per combattere l'imbarazzo generale in cui era caduta la tavola.
"Noel, hai detto? Cosa fai nella vita?" chiese amichevolmente la zia.
"Studio e mi mantengo lavorando in una palestra la sera." Spiegò il ragazzo con l'aria di uno che voleva annegare nel tè che stava bevendo. Andrea continuava ad accarezzargli le spalle in un massaggio che non passava inosservato.
"Avete una casa bellissima comunque." Aggiunse Noel, cercando di abbozzare un sorriso che venne ricambiato da Lydia e Jacques.
"Beh, io e Jacques siamo dei grandi appassionati di architettura. Perché qualche volta non vieni a trovarci al Louvre? Magari così convincerò Andrea ad entrare in un museo!"
"Sì, mi farebbe piacere ... io sono libero di lunedì." Rispose il ragazzo, mentre sentiva lo sguardo perforante di Yves addosso. Quello si era messo in piedi pochi istanti dopo e, con uno saluto sbrigativo diretto alla tavola era scomparso dalla loro vista, seguito dalle occhiate intense e maliziose di Andrea.
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"Lo ha portato a colazione e passano tutta la notte a scopare come due bestie in calore!"
Yves aveva parlato con un sibilo carico di odio nell'unico momento libero tra una lezione e l'altra. Gaspard e Victoria erano lì con lui, seduti sulla panchina più isolata del cortile, intenti a subire il nervosismo di Yves. Il francese accese una sigaretta con un gesto rabbioso, poi lanciò lo zippo al biondo che lo prese al volo.
"E Lydia fa anche la carina! Lo invita alle mostre al Louvre! Capite? Come se fosse tutto normale!" continuò ancora Yves, poi si portò una mano magra sul volto alterato dalla furia.
"Casa vostra è immensa ... trasferisciti per un po' di tempo nella camera degli ospiti. Non è dall'altra parte dell'ala? Quanto meno non ti terranno sveglio la notte." Suggerì Victoria.
"Ah, davvero? Quindi io dovrei andare via dalla mia stanza per lui! Ma dove diavolo siamo arrivati? "Yves si lasciò andare ad una risatina nervosa, quasi inquietante.
Stava perdendo la testa. Si sentiva fragile come vetro in quel momento della sua vita e, sapeva, che bastava davvero poco per farlo crollare al suolo in mille pezzi. Era inquieto e insofferente come non lo era mai stato prima. Stava cedendo ... si stava piegando ai suoi istinti e quelle notti trascorse insonne ad ascoltare involontariamente le scopate altrui non lo aiutavano.
Ammettilo che ti eccitano. Ammettilo che rimani sveglio perché sei troppo eccitato per dormire.
Per quanto quel pensiero lo facesse vomitare, ormai era impossibile negarlo. Aveva passato la notte precedente a combattere contro l'istinto di toccarsi e farla finita. Ma cosa avrebbe fatto dopo? Con che coraggio sarebbe riuscito a guardarsi nello specchio?
Sei rivoltante. Hanno tutti ragione sul tuo conto.
"Yves ... dobbiamo solo pensare ad un altro modo per liberarti di lui." La voce di Gaspard giunse lontana, come se i due ragazzi fossero a metri e metri da lui. Yves tornò al presente e mise a fuoco i volti seri dei suoi amici.
"E come? Ci ho provato abbastanza, non credi? Ma mi pare che il mio problema sia sempre qui."
"Allora ignoralo! Prima o poi si stancherà di provocarti. Sai che abbiamo altro a cui pensare ... non permettere ad Andrea di farti perdere di vista i nostri obiettivi"aggiunse Victoria con ostinazione. Yves sapeva che la bionda non aveva tutti i torti. C'era troppo in ballo per lasciarsi trascinare in quelle faide di potere tra cugini ... eppure ... eppure il potere era sempre stato tutto per lui.
Era più una questione di principio ormai.
O forse scontarsela con Andrea o Manech o Lucille o chiunque altro serviva soltanto a tenere lontani i suoi demoni? Forse il succo era tutto lì. Fare del male agli altri non solo lo teneva impegnato, ma lo eccitava, gli permetteva di mettere a tacere quei pensieri distruttivi, anche solo per un attimo.
Non mi pare che stia funzionando. Non fai altro che pensare a come farti sbattere o a sbatterti qualcuno.
Male. La morsa al petto si strinse come una mano di acciaio che teneva in pugno il suo cuore. E poi c'era Amir che aveva iniziato ad ignorarlo. Sì, non aveva risposto al suo messaggio e neanche alla sua chiamata della notte precedente.
Anche Amir è stufo di te ... dovresti vergognarti.
Si portò una mano al volto. Che cosa avrebbe dovuto fare? Era al limite. Non c'era più via di uscita. O meglio ... qualcosa c'era. Pensò ancora una volta alla stanza numero 7, a quei ragazzi a cui non doveva niente ...
Loro non sono nessuno, Yves. Sono solo delle puttane invisibili. Perché non farlo e basta? Una sola volta. Solo per capire se fa per te.
Potrebbe anche farmi schifo, pensò il ragazzo con una strana sensazione di calore al cuore. Sì, gli avrebbe fatto schifo e poi si sarebbe lasciato quella storia alle spalle, come un piccolo errore di percorso.
Non vedeva altre soluzioni ormai. La sua mente era così assorbita dai suoi bisogni che aveva iniziato a ignorare tutto il resto. Ad esempio, per la prima volta nella sua carriera scolastica, aveva usato una giustificazione per evitare l'interrogazione di Biologia. Si era ritrovato gli occhi di tutti i suoi compagni addosso, anche il professore non sapeva bene come procedere.
Fallo e basta, cazzo!
Yves aspettò l'ultima lezione della giornata in uno stato di ansia che ben poche volte aveva sperimentato prima. Salutò in fretta Gaspard e Victoria e filò via dalla scuola infilandosi nella metro prima che gli occhi vigili di Andrea avessero potuto seguirlo fino a lì. Non gli importava di mettere nei guai Amir presentandosi all'Heros in quel modo ... dopotutto pensò che era tutta colpa dell'arabo se lui era stato costretto ad andare lì di persona. Dopo venti minuti era all'esterno del locale e, con grande sollievo di Yves, vide che era aperto. Entrò lentamente, poi si guardò intorno per accertarsi che non ci fossero clienti, ma la sala era vuota ... era troppo presto per farsi un bicchierino.
"E' chiuso. E qui si entra solo in lista." Comunicò la voce stanca di un ragazzo che stava ripulendo dei tavoli sul fondo della stanza. Non era Rémy, ma un altro cameriere biondo, un viso conosciuto per Yves, nonostante non ne ricordasse il nome.
"Devo parlare con Amir."
Il biondo sobbalzò nel sentire quella voce. Si voltò indietro e riconobbe immediatamente l'amico di Gaspard.
"Lui è impegnato" commentò confusamente Jean.
L'altro aveva allungato il collo oltre le spalle del cameriere "Sì, va bene. E' in ufficio? Farò presto." Disse con un tono sbrigativo e allo stesso tempo smanioso, poi oltrepassò il ragazzo.
"Ehi, aspetta! N-non ho detto che puoi entrare!"
Era troppo tardi. Yves era entrato senza annunciarsi. Amir gli dava le spalle, era in t-shirt e stava facendo alcuni pull-up con una sbarra appesa a circa due metri dal pavimento. Il francese vide la schiena dell'altro tendersi, i muscoli delle braccia gonfiarsi mentre faceva su e giù un paio di volte, rivelando, tra l'altro, un tatuaggio all'avambraccio che Yves non aveva mai notato prima, forse perché l'arabo aveva sempre portato indumenti eleganti nel suo locale.
Rimase per un attimo a fissarlo, dimentico del motivo per cui era finito nel suo ufficio. In effetti fu Amir a voltarsi dopo qualche istante, attirato dai passi frettolosi di Jean che aveva raggiunto Yves sulla porta.
Amir mise a fuoco entrambi, i suoi occhi si immobilizzarono sul volto stranamente colorito di Yves.
"Mi dispiace ... si è fiondato qui senza che potessi fare niente." Disse Jean con tono mortificato.
"Non importa, torna pure di là."Amir aveva il fiato corto, il suo sguardo era ancora puntato su Yves che aveva riaperto la porta per Jean, in un chiaro invito ad andar via in fretta.
"Che ci fai qui?" Chiese Amir dopo un breve silenzio in cui i due erano rimasti a fissarsi attentamente.
"Come se non lo sapessi già ... mi hai costretto tu a presentarmi di persona. Mi eviti da giorni. Che cazzo ti è preso?" ribatté l'altro, incattivito dall'aria sorpresa che era apparsa sul volto dell'arabo.
"Ho avuto da fare." Commentò con tono sbrigativo Amir, poi andò ad appoggiarsi contro la scrivania di legno massiccio e incrociò le braccia sul petto. Yves era davanti a lui, a pochi metri, e lo stava fissando, in particolare notò che i suoi occhi erano caduti sul tribale che gli ricopriva il braccio.
"Cos'è successo stavolta? La tua ragazza ti ha detto che non puoi più parlare con me? Tiene il tuo cellulare sotto controllo?" lo prese in giro il francese che non lo stava più guardando. Aveva portato lo sguardo oltre la finestra.
"No, questa è una decisione mia. Voglio che i nostri rapporti siano unicamente lavorativi, intendo che ti frequenterò soltanto in presenza di Gaspard e Victoria." Chiarì il ragazzo e subito qualcosa si mosse nel petto di Yves.
Per un attimo pensò di aver capito male, tornò a guardare Amir con un'espressione smarrita.
"Cosa? Perché?"
"Non mi sento a mio agio ad averti come cliente. Mi dispiace. Ci sono altri posti che forniscono quello che fornisce l'Heros. Sei abbastanza sveglio da saperlo anche tu."
Il francese rimase immobile, era raro che gli mancassero le parole, ma stava succedendo.
"I-io ti pago! Anche questo è lavoro per te!"
Amir sospirò, "mi hai sentito, Yves. Non cambierà niente per gli altri affari. In fondo, conta solo quello, no?"
"Perché? Cos'ho fatto stavolta?" chiese un attimo dopo, talmente sovrappensiero che avanzò inavvertitamente verso Amir.
Il più grande si ritrovò a trattenere il respiro senza rendersene conto. Non lo voleva così vicino, non era sicuro di poter resistere a lui.
"Perché non va bene per me. Perché non voglio frequentarti e non devo darti nessun tipo di spiegazione. E' il mio locale e la clientela me la scelgo io, è chiaro?" spiegò imperterrito Amir, poi si spostò di lato, lontano da Yves che continuava a seguirlo con lo sguardo e aveva l'aria di uno che era appena stato risvegliato a suon di sberle in faccia.
"Non capisco ..."
"E' così e basta. Siamo soltanto soci in affari, no? La tua vita privata non mi riguarda, quindi non vedo il motivo per cui io debba offrirti un servizio che non ha nulla a che vedere con i nostri clienti in comune" chiarì l'arabo, adesso accanto alla finestra. Vedere quell'Yves così smarrito gli faceva male.
L'altro annuì lentamente. Si sentiva svuotato da tutto ... come avrebbe fatto adesso? Un gelo spaventoso gli si abbatté addosso quando capì che non avrebbe più avuto la protezione di Amir.
Era finita, non avrebbe più trovato il coraggio di infilarsi in un locale del genere ... era finita davvero.
"Quindi mi stai mollando così ... pur sapendo che non ho un altro posto dove andare, pur essendo consapevole che tu eri l'unica persona a cui potevo rivolgermi senza sentirmi una completa merda ..." quelle parole vennero fuori incontrollate, Yves stava tremando sotto le occhiate avvilite e colpevoli di Amir.
"Cristo, posso farlo solo qui. T-tu hai continuato a coprirmi le spalle nonostante il modo in cui ti ho sempre trattato ... cazzo, doveva essere l'ultima volta questa. D-dovevo ... volevo andare fino in fondo una volta per tutte.
L'aveva detto e si era spiegato con più chiarezza di quanto avrebbe voluto. Era inutile negare, Amir sapeva cosa accadeva in ognuna di quelle stanze. Yves si morse le labbra, mentre si sentiva inglobare da una vergogna che raramente aveva sperimentato prima.
Vide Amir sfuggire al suo sguardo e voltarsi in fretta verso la finestra. Aveva le spalle rigide e Yves non poteva più rimanere lì dentro. Era sul punto di vomitare.
"Sarà l'ultima volta, Yves. Poi io e te abbiamo chiuso ... non posso andare avanti così. Cerca di capirmi" Amir parlò quando l'altro era ormai sul punto di lasciare la stanza.
Yves si immobilizzò, aveva il fiato corto quando rispose "Sì, te lo assicuro"
Amir annuì lentamente, poi tornò ad osservare il volto del francese. Si perse tra i suoi tratti bellissimi, resi cupi da ombre di disagio e vergogna che il più piccolo non era più in grado di gestire. Si era presentato lì come un soldato senza armi ... per la prima volta nella sua vita non era intenzionato a combattere. Voleva solo arrendersi.
"Sabato al solito orario"
E a te chi ci pensa, Amir? Chi ti tirerà fuori dal dolore che Yves ti infliggerà?
Non lo sapeva e forse non gli importava.
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Era arrivato quel giorno e faceva male.
Gaspard riusciva a malapena a respirare mentre la sua mente era pregna di quel pensiero.
Sei anni, quello era il sesto anno e non sembrava essere arrivato a una svolta, tutt'altro, continuava ad essere tutto come il giorno in cui lei era sparita.
E se fosse l'assenza di informazioni, la vera informazione?
Una nuova fitta di dolore aveva attanagliato il petto di Gaspard al solo pensare quell'eventualità. La possibilità che lei se ne fosse andata, che non volesse essere trovata, che nessuno stesse nascondendo la verità ma che lui fosse semplicemente troppo cieco per vederla.
Scosse la testa scacciando quei pensieri con disgusto, lei non l'avrebbe mai fatto, lei non lo avrebbe mai condannato a restare lì.
Alla fine aveva trascorso l'intera giornata rannicchiato fra le coperte, piegato dai crampi e prigioniero dei suoi stessi pensieri. Aveva sentito il cellulare vibrare, si trattava di una telefonata e di un messaggio da parte di Victoria, che aveva deciso di ignorare.
Chiudi gli occhi, amore mio e senti questa musica. Falla scorrere dentro di te, fai in modo che ti renda vivo.
E lui voleva disperatamente sentire ancora qualcosa, soprattutto quel giorno, quel giorno così dannatamente silenzioso e buio.
Attese la sera per uscire dal letto, si diresse in bagno dove si immerse sotto il getto dell'acqua bollente. Poi incontrò la sua immagine riflessa allo specchio e quasi si stupì di quanto fosse più pallido del solito.
Così pallido e inutile. Come puoi non aver fatto la differenza in sei anni? Come puoi aver cercato e cercato senza ottenere niente?
Gaspard si era vestito e aveva deciso di recarsi nell'unico posto in cui avrebbe trovato un pò di pace o almeno ci avrebbe provato.
Te la meriti davvero, la pace?
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L' Autour de Mimi era affollato come tutti i venerdì sera, quando Gaspard aveva sceso le scale per il piano sotterraneo tutto quello che voleva era smettere di essere se stesso.
Voleva sedersi al bancone, in quello sgabello familiare, bere e dimenticare, farsi divorare da quella musica e sparire.
Ma gli toccò arrestare il passo, lui era lì.
Manech.
Se ne stava appoggiato al bancone e, sullo sgabello che di solito lui occupava, c'era seduto un ragazzo che stava pateticamente cercando di rimorchiarlo.
Gaspard non sapeva cosa odiasse di più, se quell'estraneo seduto al suo posto oppure la presenza costante di Manech.
Quel locale era il suo rifugio e, per ragioni che non riusciva a spiegarsi, aveva accettato di condividerlo con il moro, ma quella notte ...
Voglio solo annegare ...
Gaspard si mosse, percorse il breve tratto fino al bancone con passo sicuro e aria tetra, si fermò a pochi centimetri dal ragazzo che stava parlando.
"Potrei chiamare la polizia e farti arrestare per eccesso di pateticità" disse in un sussurro tagliente.
I due ragazzi si voltarono, Manech lanciò una lunga occhiata al biondo restando immobile mentre l'altro lo aveva fissato sbigottito.
"Come prego?"
"Ti ho detto che se devi renderti ridicolo puoi farlo dall'altra parte della sala" mormorò prendendo posto.
Lo sconosciuto scosse la testa " sei fuori di testa. Ehi Manech, lasciamo perdere e andiamo a parlare di là, c'è un tavolo libero"
Il moro però non aveva staccato gli occhi dalla figura di Gaspard, era sempre lui eppure così dannatamente diverso dal solito. Lo scrutò in ogni minimo particolare, dal viso pallido e teso agli occhi chiari quasi vitrei.
Cosa ti sta tormentando?
Manech avrebbe voluto chiederglielo ma tacque in un primo momento e si rivolse all'altro ragazzo appena conosciuto.
"Scusami, io resto qui con lui"
Quello sollevò un sopracciglio sconvolto "ma fai sul serio? Beh, andate al diavolo"
Manech non fece molto caso alla furia di quel tipo perchè ormai la sua attenzione era totalmente per Gaspard. Aveva preso posto accanto a lui, continuando a restare in silenzio per un lungo momento, poi gli rifilò un'occhiata di sfuggita.
"Se continui a comparire ogni volta che cerco di rimorchiare qualcuno, comincerò a farmi delle strane idee" disse Manech nel tentativo di provocarlo.
Ma come aveva ben capito, quello non era il solito Gaspard, per quanto poco lo conoscesse, in tutti quegli incontri aveva imparato ad apprezzare le sue continue provocazioni, quella sera c'era come un velo che appannava i suoi occhi.
"Ehi ..." questa volta il tono di Manech era serio, a suo rischio provò ad allungare la mano e sfiorare le dita rigide che il biondo aveva appoggiato sul bancone.
Gaspard sussultò, scostando la mano e lanciando uno sguardo di sfida al moro " non toccarmi, lasciami in pace"
Manech si irrigidì "che diavolo ti prende?"
"E a te? Non siamo amici, non siamo niente. Forse non avrei dovuto lasciarti tornare qui" ringhiò con tono di minaccia "sono sempre in tempo a farti espellere"
Il moro sollevò gli occhi al cielo "mi minacci adesso? E io che credevo che tu fossi migliore di questo"
"Di cosa?" ringhiò il biondo " credi di conoscermi adesso? Ti senti importante perché ti ho rivolto la parola?"
"Sai cos'ho pensato di te quando ti ho visto? Quel tipo sta affrontando l'inferno!" replicò facendo sobbalzare Gaspard "quanto ti guardo negli occhi riesco quasi a vedere qualcosa che ci sguscia dentro, come se tu vivessi con quel filtro perenne. Credevo che questo ti rendesse migliore di quei due coglioni con cui giri, che fossi alla ricerca di qualcosa ma devo essermi sbagliato. Sei solo l'ennesimo animale ferito che aggredisce per sentirsi forte"
Il petto di Manech era scosso dai battiti accelerati del suo cuore, credeva che potesse trapassargli lo sterno ma i suoi occhi non tradivano incertezze. Li mantenne fissi in quelli di Gaspard che, per la prima volta, era rimasto senza nulla da dire.
"Ti conviene tenere bene aperte le orecchie " riprese il moro sollevandosi " tocca a me ora, suonerò quella melodia che stavo componendo, ho appena capito come finisce"
Non sapeva perchè ma Gaspard provò uno strano brivido al suono di quelle parole e i suoi occhi non lasciarono la figura di Manech che si dirigeva sul palco.
Lui non sa niente, lui non ti conosce.
Gaspard aveva iniziato a formulare quei pensieri per proteggere se stesso dall'eventualità atroce che qualcuno potesse davvero vederlo. Il pensiero che in qualche modo Manech avesse potuto captare i suoi pensieri, leggere la sua sofferenza, scoprire che anche lui era fragile, era tutto troppo insopportabile.
Poi quella melodia era cominciata e qualcosa aveva afferrato lo stomaco di Gaspard, sentiva le budella contrarsi e mozzargli il fiato. Quel suono tanto delicato e truce, sentiva le note del violino arrampicarsi sotto la sua pelle, fino a dargli i brividi. Poi sollevò lo sguardo e incrociò quello di Manech sul palco, lo stava fissando con occhi sicuri e lucenti. Il volto era parzialmente illuminato dai faretti gialli che rendevano parte della sua figura quasi incorporea.
Bellissimo.
Gaspard si stupì di quel pensiero e ne ebbe paura, niente in quel mondo marcio gli era più sembrato bello negli ultimi sei anni e fare quel genere di pensiero proprio quella notte gli sembrò ancora più sbagliato. Ma intanto il corpo di Manech continuava a ondeggiare sinuosamente mentre il violino produceva quella melodia tremendamente triste e magnetica e lo fissava, come una sirena che attira un marinaio alla deriva.
Quando Manech terminò di eseguire il brano aveva il fiato corto e lo stomaco sotto sopra, ci aveva messo troppo di sé stesso in quell'esecuzione e il contatto prolungato con gli occhi di Gaspard lo aveva messo a dura prova.
Lasciò il palco di fretta, nonostante gli applausi e l'acclamazione dei presenti, si rifugiò nel piccolo spazio dietro le quinte, riponendo il violino e tentando di calmare i nervi.
Ad un tratto sentì il telefono vibrare, lo estrasse e trovò un messaggio di Andrea: Rémy non si è fatto sentire. Domani farò da solo.
Manech non ebbe il tempo di rispondere, era ancora confuso e mise il cellulare in tasca quando sentì dei passi farsi più vicini dietro le quinte.
Gaspard era lì, davanti a lui e lo fissava con quegli occhi dannatamente penetranti.
"Cosa diavolo era quello?" sibilò avanzando di un passo.
Manech indietreggiò, toccando il muro con la schiena e sentendosi immediatamente in trappola "la melodia che ho composto, sono riuscito a suonare qualcuna delle tue corde?"
Gaspard era rigido e silenzioso, continuava a fissare quel ragazzo pensando a quando si era tradito, quando aveva lasciato intravedere quelle sfumature di sé, che il moro aveva tradotto in musica.
"Il tuo problema Gaspard, è che credi di essere sempre il più intelligente" lo canzonò alla fine il moro.
L'ennesimo fremito di rabbia scosse il corpo del biondo, Manech continuava a fissarlo con aria di sfida, dritto negli occhi, dove nessuno aveva il coraggio di guardarlo da molto tempo.
Lui è così, non ha paura, non ha paura di niente.
Gaspard dovette ammettere quello a sé stesso, Manech non era come gli altri, aveva tenuto testa a Yves e a lui stesso da quando era arrivato a scuola. Aveva lottato e perso, continuamente, eppure non accennava a vacillare.
Sollevò una mano e afferrò la sua mascella magra e spigolosa, la pelle piena di lentiggini gli conferiva un aspetto giovanile e quasi spensierato, ma quegli occhi verdi erano intesi come poche cose al mondo.
E così tremendamente vivi.
Manech dischiuse le labbra, quella vicinanza stava diventando difficile da gestire persino per il moro. Sentiva il respiro di Gaspard a poca distanza dal suo volto e la sua mano bruciare sulla sua pelle, i loro corpi si erano avvicinati senza che i due se ne rendessero conto.
"Hai intenzione di colpirmi?" chiese il moro in un sussurro basso, quasi un sospiro.
Gaspard non rispose ma la sua presa rigida si allentò e con due dita si ritrovò a sfiorare il collo del ragazzo, con il pollice percorrere la linea inferiore delle labbra.
Non lo avrebbe colpito, per quanto quel pensiero fosse insensato, voleva solo sentire il calore di quella pelle.
Il corpo di Manech cominciò a rabbrividire sotto quel tocco tanto leggero e indeciso, lo sguardo di Gaspard lo stava ancora divorando e il gesto che compì successivamente, fu un puro bisogno.
Manech si spostò verso il biondo e unì le proprie labbra alle sue in un gesto quasi disperato, era l'unica cosa che la sua mente riusciva a pensare in quel momento, tutto quello che voleva. Sentire Gaspard ancora più da vicino, capire che sapore avesse la sua bocca, quanto fosse morbida la sua pelle e se le mani del ragazzo potessero stringere ancora di più.
La mente di Gaspard esplose quando sentì quelle labbra, la lingua sinuosa e il corpo del moro aderire al suo si sentì improvvisamente alla deriva. Quella creatura lo aveva catturato e lo stava trascinando nell'abisso.
Chiudi gli occhi e cadi.
Gaspard si irrigidì, staccandosi da quel bacio improvvisamente ansimante, afferrò Manech per i polsi e lo spinse contro il muro.
"Io non bacio" ringhiò, mettendo fra loro quella regola nella speranza di dominarlo.
Gli occhi di Manech erano il ritratto della lussuria in quel momento e Gaspard si chiese come potesse essere tanto spudorato, tanto privo di filtri.
"Allora abbiamo un problema" disse secco mentre continuava a sostenere lo sguardo del biondo " perchè io bacio eccome, anzi, non faccio altro"
Detto questo si avvicinò nuovamente e afferrò il volto di Gaspard con le dita lunghe e affusolate, trascinandolo nuovamente contro il suo.
Quel secondo bacio fu ancora più travolgente del precedente, il biondo sentiva la lingua di Manech danzare con la sua e quel corpo esile farsi sempre più vicino, aderendo perfettamente.
Per un secondo gli parve che il moro non avesse più forma, che fosse come un getto d'acqua bollente che avvolge un'intera superficie e che stava inglobando lui.
Chiudi gli occhi e annega.
Si staccarono solo quando si ritrovarono senza fiato, i loro corpi erano ancora stretti e nessuno dei due era interessato ad allontanarsi. Manech era eccitato, in un modo che non gli capitava da tanto tempo, anzi, si corresse, forse non gli era mai successo prima. Aveva ancora la mano stretta fra i capelli lisci di Gaspard mentre quello gli aveva insinuato un ginocchio fra le gambe, facendogliele aprire.
Il biondo sentiva l'erezione di Manech premergli sulla coscia, aveva le labbra gonfie e arrossate per quel bacio e continuava a passargli le mani fra capelli. Era lo spettacolo più erotico che gli fosse capitato di vedere nella sua vita, così mite e allo stesso tempo provocante.
Lo voglio.
Quel pensiero era ormai chiaro nella sua testa, Gaspard lo desiderava, voleva capire cosa gli avrebbe portato assecondare quel desiderio fino in fondo, cosa avrebbe provato se avesse posseduto uno come Manech. Se mai ci fosse davvero riuscito a possederlo, dovette considerare e quella era la prospettiva davvero eccitante. L'ignoto.
"Dobbiamo spostarci da qui" fu nuovamente Manech a prendere la parola afferrando la mano di Gaspard e trascinandolo via.
I due si mossero in fretta lungo il locale, salirono le scale e, una volta fuori, si resero conto che era scoppiato un temporale. La pioggia batteva forte e sembrava non lasciare molte alternative su cosa fare.
"Corriamo" disse ad un tratto il moro attirando l'attenzione del biondo " casa mia è a due isolati da qui, corriamo fino a casa mia"
Gaspard scosse la testa " è ridicolo ..."
Manech gli afferrò il mento, proprio come l'altro aveva fatto con lui poco prima, fissandolo negli occhi e parlando ad una distanza tremendamente esigua.
"Non ti sei stancato di recitare la parte di quello che non lo vuole?" gli mormorò " fai come ti pare, corri e prendimi o tornatene a casa"
E non attese altro, si voltò e corse via, lungo il marciapiede, sotto la pioggia battente.
Per l'ennesima volta quella sera Gaspard fu totalmente dominato dall'istinto ed, esattamente come un animale attratto dalla preda che corre, lui si lanciò all'inseguimento di Manech, lungo la strada deserta.
Manech era veloce ma Gaspard molto più allenato, lo raggiunse, recuperando la distanza e quasi si schiantarono contro il portone del vecchio palazzo dove il moro abitava.
Dopo quella corsa il biondo era ancora più eccitato di prima e leccò il collo bagnato di Manech mentre quello cercava di inserire la chiave nella toppa con le mani tremanti.
Una volta in casa il moro trascinò l'altro fino alla sua camera, chiuse la porta e accese la luce della scrivania che diede alla stanza un'atmosfera calda e intima. Manech osservò nuovamente Gaspard in piedi davanti alla porta chiusa, osservò i suoi occhi, con quanta attenzione scrutavano ogni minimo movimento.
Così cominciò a spogliarsi, non di fretta ma lentamente, sfilando un indumento zuppo alla volta, mostrando la sua nudità senza alcun pudore agli occhi avidi del biondo.
Gaspard riusciva ormai a sentire chiaramente la sua eccitazione premere sotto i vestiti, Manech era ogni istante più bello e provocante, fece qualche passo avanti e con la mano sfiorò il petto nudo del ragazzo. Percorse con un dito la linea del suo sterno, lentamente verso il basso, lungo l'addome, fino al pube e avvolse l'erezione nella sua mano.
Manech gemette e fu il suono più basso ed erotico che Gaspard ebbe modo di sentire in vita sua, il moro si era nuovamente lanciato alla ricerca delle sue labbra e lui non oppose resistenza, accogliendole con desiderio.
Lo spinse contro il muro e quel massaggio lento durò per minuti interi, il corpo del moro stretto fra Gaspard e la parete, mentre quello lo stimolava lentamente e le loro bocche non smettevano di divorarsi. Poi quella pressione fu troppa e Manech si lasciò andare sporcando la mano del biondo.
Si separarono per qualche secondo in cui il moro cominciò a liberare Gaspard dai vestiti, il desiderio dentro di lui era lontano dall'essere soddisfatto e trascinò il biondo lungo il letto. Cominciò a baciare il suo petto, andando lentamente giù a percorrere il perimetro dell'ombelico e alla fine prese l'erezione fra le labbra. Fu un massaggio meraviglioso, la lingua di Manech si muoveva abilmente insieme alle sue mani e Gaspard finì per muovere i fianchi alla ricerca di un contatto ancora più intenso, spostando la mano alla ricerca delle guance rosse del moro.
Si liberò nella sua bocca con un grugnito basso ma la sua voglia non era altro che in aumento.
Le labbra dei due si cercarono immediatamente e si unirono in un bacio bramoso mentre Manech si allungava su corpo di Gaspard facendo cozzare le erezioni nuovamente pronte ad un nuovo orgasmo.
"Ti voglio" il biondo aveva finalmente pronunciato quelle parole con tono quasi disperato mentre con un colpo di reni ribaltava le posizioni.
Adesso c'era Manech steso sul materasso, lo baciò mentre aveva ripreso a stimolarlo fra le gambe, la sua erezione era bagnata di liquido preseminale. Ad un tratto avvicinò le dita umide alla sua apertura e quel contatto fece irrigidire il corpo del moro.
"Di solito ... sono io a stare sopra" disse Manech con tono esitante.
"Non stavolta, o vuoi che sia io l'unico a scendere a compromessi?" chiese l'altro leccandogli le labbra.
"Non penso che tu te ne stia pentendo" precisò il moro.
"Nemmeno tu te ne pentirai" lo rassicurò "fidati"
Manech annuì sperando di non stare per compiere il più grosso sbaglio della sua vita, tornò a rilassarsi mentre osservava Gaspard scendere con il volto fra le sue gambe.
Dio se è un sogno non svegliarmi.
Il moro non aveva mai provato una sensazione più bella della lingua di Gaspard che tracciava i bordi del suo interno coscia, che si insinuava fra le sue natiche e alla fine lo penetrava. Non aveva mai sperimentato quel genere di piacere così intenso, così viscerale tanto che sentiva i suoi organi interni andare a fuoco.
Aveva indicato confuso il suo cassetto del comodino quando il biondo gli aveva chiesto un preservativo mentre non smetteva di stimolarlo con due dita per prepararlo a quello che sarebbe successo dopo.
Quando l'erezione di Gaspard si fece strada dentro di lui, Manech finì per avere un primo orgasmo. Il biondo aveva toccato un punto dannatamente perfetto dentro di lui che aveva prodotto un brivido fortissimo lungo tutti i suoi centri nervosi.
Poi, quando non credeva che sarebbe potuto essere più intenso, Gaspard aveva cominciato a muoversi da prima lentamente e poi con ritmo sempre crescente.
Le loro labbra erano incatenate a trattenere tutti i gemiti che altrimenti avrebbe svegliato chiunque nel palazzo, il corpo di Manech era sempre più bollente e aperto, sempre più recettivo, sempre più al limite.
L'orgasmo li colse con l'ultimo affondo di Gaspard in cui Manech aveva stretto le ginocchia intorno ai suoi fianchi per impedire che si allontanasse. Ma il biondo non aveva alcuna intenzione di farlo, rimase il più possibile dentro Manech, separandosi dalla sua bocca solo per scendere a succhiargli il petto e il capezzolo sinistro.
"Credo di stare per morire" ansimò il moro quando l'altro si spostò, crollando accanto a lui e liberandosi del preservativo.
"Consolati, non sarai solo" ammise l'altro lasciandosi sfuggire un vago sorriso.
Manech si voltò su un fianco, con quella luce insaziabile ancora negli occhi " ti voglio ancora" mormorò mentre aveva preso a baciargli l'addome.
"Siamo appena venuti" gli ricordò il biondo "dobbiamo darci una calmata"
"E chi lo dice?" commento l'altro ridendo per poi scendere a baciargli l'addome.
Dannatamente fuori controllo.
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Gaspard riprese seriamente contezza di sé verso le quattro di notte, il ricordare che giorno era e come lo aveva passato gli fece venire il voltastomaco.
Sua madre era sparita, il buio era sceso nella sua vita e lui aveva passato quell'anniversario a scopare. Per un momento pensò al padre e a quanto fosse stato come lui, in giro a scopare mentre lei soffriva e veniva dimenticata.
"Gaspard?" la voce di Manech lo distolse da quei pensieri "tutto ok?"
Il biondo si voltò, l'altro era disteso lungo il materasso ancora nudo e a malapena coperto dalla trapunta di lana, il suo corpo era cosparso di tutti i segni che Gaspard gli aveva lasciato, sbattendogli in faccia quella realtà.
"E' meglio che vada" disse alla fine il biondo mettendosi in piedi.
Manech si sposto puntando i gomiti per sollevarsi " ma adesso? Fuori c'è ancora il temporale, guarda che puoi restare qui"
"Non ho intenzione di dormire qui, vedi di non fare l'appiccicoso. Abbiamo solo scopato" ringhiò.
Manech sollevò un sopracciglio irritato "non ho intenzione di fare un bel niente. Sta piovendo a dirotto e domani non c'è scuola, mi è sembrato che avesse più senso che restassi. Ma se il tuo ego da macho te lo impedisce allora prego, vai pure a fanculo sotto la pioggia fino a casa"
Poi ricadde con la schiena sul materasso e incrociò le braccia sul petto, Gaspard gli dedicò un'occhiata di soppiatto, constatando che in fondo aveva ragione, non c'era alcuna logica dietro i suoi pensieri, solo una terribile sensazione di soffocare.
Si sedette nuovamente sul letto reggendosi la testa fra le mani, sentì un movimento alle sue spalle e la voce di Manech.
"Non sono nato ieri, Gaspard. So che questo non vuol dire niente, lunedì tornerò a scuola e tu non mi guarderai e non mi parlerai e va bene così." disse con il tono più calmo che il biondo avesse mai sentito "nessuno deve saperlo e nessuno lo saprà, non so se capiterà di nuovo ma ti assicuro che l'ultima cosa che voglio è complicarti la vita o camminare mano nella mano con te in quel liceo di merda"
A quel punto il biondo si voltò e vide che anche Manech si era messo a sedere e aveva testo una gamba fino a far sfiorare le loro ginocchia.
"Ma c'è una cosa che non riesco a fare: ignorare qualcuno che sta male davanti ai miei occhi" continuò " quindi se vuoi restare va bene, se vuoi andare va bene. Ma prendi quella decisione unicamente pensando a cosa ti farà stare meglio, io non mi farò nessun film mentale del cazzo"
Gaspard era rimasto senza parole davanti a quel discorso, c'era molto più di quanto credesse in Manech, molto più di quanto avesse mai potuto immaginare.
Non sapeva niente del suo passato, non avrebbe potuto saperlo, ma in qualche modo era in grado di dargli qualcosa.
"Resto, solo fino a quando non smetterà di piovere"
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Gaspard non era rimasto fino a quando aveva smesso di piovere, era rimasto tutta la notte. Non che avesse voluto, ma lo stress, i tormenti e il dolore di quella giornata alla fine lo avevano stremato e si era addormentato profondamente senza neanche accorgersene.
Quando aveva aperto gli occhi si rese conto che era mattina, si mise a sedere sul letto, osservando la stanza che faticò a riconoscere mentre i ricordi della notte precedente riaffioravano nella sua mente.
Manech, quella era la sua camera, si rese conto di non averla nemmeno guardata la sera precedente. Era tremendamente diversa dalla sua, era piccola e piena di cose, fotografie e cartoline si ammassavano su tutte le pareti ed era anche piena di strani cimeli, piccoli oggetti che non sembravano avere un ordine.
Poi sentì il rumore della porta e vide il moro entrare in camera con solo dei pantaloncini addosso.
"Ehi, stavo venendo a svegliarti. Mamma ha fatto la colazione se hai fame" disse tranquillamente.
Gaspard rimase sbigottito " mi hai trascinato in casa tua con tua madre dentro?"
Manech fece un cenno sbrigativo con la mano "tranquillo, lei ha il sonno pesantissimo. Non ha sentito niente!" poi recuperò il pacchetto di sigarette " le ho detto che siamo amici e che sei rimasto a dormire qui"
Poi lasciò la stanza e Gaspard si ritrovò a passarsi la mano sul volto, già sfinito da quei primi minuti di risveglio. Si vesti e lasciò la camera in punta di piedi, voleva andare via senza ulteriori interruzioni ma il corridoio che portava alla porta passava davanti alla cucina, così fu costretto a farsi vedere.
La cucina era piccola ed erano tutti lì, Manech che stava bevendo del succo di frutta, la donna era intenta a tirare fuori i toast dal fornetto e Lucille sbiancò letteralmente quando lo vide sulla soglia.
"Oh ciao, io sono Carole, molto piacere" si presentò la donna " accomodati"
"Gaspard" disse il biondo " mi dispiace ma non posso restare, devo rientrare a casa. E' stato un piacere, perdoni la mia intrusione"
"Ma figurati!"
Gaspard passò oltre la cucina e aprì la porta, pronto a lasciarsi quella notte alle spalle, ma prima che potesse varcare la soglia sentì nuovamente la voce di Manech.
"Tutto ok?" chiese.
Gaspard non lo sapeva davvero, doveva pensare a troppe cose a tutto quello che era successo e a come lo aveva affrontato, anzi, forse a come non lo aveva affrontato. Si era lasciato trascinare dai suoi istinti e una parte di lui non riusciva a perdonarlo.
Ma quanto ti sei sentito vivo.
Strinse più saldamente la maniglia della porta " ci si vede" mormorò alla fine e poi lasciò la casa.
Manech lo seguì con lo sguardo finchè non si avventurò lungo le scale, sparendo dalla sua vista. Poi chiuse la porta.
ANGOLO AUTRICI:
E abbiamo fatto la frittata ahahah Ormai siamo tutti al limite e qualcuno quel limite lo ha superato. Per le shipper di Gaspard e Manech ci sarà motivo di festeggiamenti anche se come avrete notato questo non è l'inizio di un bel niente XD C'è una guerra in corso e le cose si complicheranno sempre di più, perchè Andrea è ogni istante più determinato a distruggere Yves e scoprire cosa nasconde mentre il nostro francese è ormai sempre più instabile. Aggiornamento che non poteva attendere questo capitolo per cui godetevelo mentre ci aspettate.
A sabato,
BLACKSTEEL
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