24. Splendente
Che ha un'intensa e viva luminosità, sfolgorante.
Lucille bevve un altro sorso dal calice elegante, il sapore dello Champagne era delizioso, il suo corpo era fasciato da un tubino Prada con delle paillettes color oro. Se ne stava distesa su uno dei grossi divanetti dell'albergo, accanto a lei c'era Lucian Winderburn, l'industriale che aveva commissionato il party.
La ragazza osservò la mano dell'uomo scivolare lungo la sua coscia nuda, fin sotto il vestito mentre parlava con un amico. Invece di irrigidirsi, Lucille sorrise con soddisfazione, abbandonandosi ancora di più lungo il divano.
Adesso, al solo pensare ad Adrien si sentiva quasi ridicola, aveva investito così tanto per qualcuno di così piccolo. Cosa mai avrebbe potuto dargli? Cosa credeva che avrebbe potuto significare?
Victoria aveva ragione, continuava a dirsi sera dopo sera, festa dopo festa, era inutile investire dei sentimenti per sciocchi ragazzini che volevano solo usarla.
Almeno qui hai il controllo.
Lanciò un'occhiata a Monique e l'altra ricambiò con la stessa espressione complice e compiaciuta. Lucille finalmente si sentiva parte di qualcosa, forse qualcosa di contorto e sbagliato, ma la faceva stare meglio.
Ormai quelle feste, quegli uomini, erano diventate una routine per lei, qualcosa che motivava le sue giornate, qualcosa che trovava proibito ed eccitante.
I segreti, quei posti, la facevano sentire al centro, protagonista ed era tutto quello che voleva, essere vista.
Quell'uomo la desiderava, pagava per averla e nessuno l'avrebbe svenduta come aveva fatto Adrien, nessuno le avrebbe mentito e l'avrebbe umiliata. Victoria, Gaspard e Yves si prendevano cura di lei, come delle altre ragazze, le garantivano l'anonimato necessario. Quel mondo le aveva aperto davvero gli occhi sull'essere umano e sull'importanza di non avere mai niente da perdere.
Ad un tratto Lucian aveva cominciato a baciarle il collo e Lucille sentì la sua pelle accapponarsi, l'uomo aveva sollevato il suo vestito abbastanza da poter accedere all'intimo di pizzo nero.
Lei gettò lo sguardo lontano, verso il resto della saletta, dove le altre sue compagne stavano intrattenendo il gruppetto. Ormai aveva superato tanti confini, abbattendo le barriere del pudore, della paura, dell'intimità e persino dei sentimenti.
I sentimenti erano sopravvalutati, Adrien lo era stato e lei era libera ora.
"Vieni piccola" mormorò l'uomo con voce carica di desiderio e si sbottonò il pantalone, in un gesto fin troppo evidente.
Lucille ubbidì, sollevandosi e spostando di lato i capelli, poi si inginocchiò fra le gambe dell'uomo. Tirò fuori la sua erezione già turgida e cominciò a massaggiarla ed infine racchiuderla fra le labbra.
Lo sentiva ansimare e accarezzargli la nuca, ormai era diventata brava anche in quello, aveva scoperto tutti i trucchi per far capitolare quegli uomini tanto potenti e questo la faceva sentire forte.
Giovinezza, bellezza, soldi, sembrava davvero tutto lì quello di cui aveva bisogno per risplendere ed essere felice.
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Il gruppo di ragazze era a pochi metri dall'ingresso dell'Hotel, il post serata cominciava a farsi sentire e non vedevano l'ora di tornare a casa.
Quella sera erano state informate che non ci sarebbe stato Gaspard a supervisionare il rientro ma il loro passaggio sarebbe arrivato presto.
Lucille si appoggiò alla parete del palazzo mentre si massaggiava una caviglia, cominciava a non sopportare più i tacchi alti. Frugò nella borsa e recuperò l'ultima sigaretta rimasta, cercò meglio ma non riuscì a trovare l'accendino.
Prima che si spazientisse più del dovuto, sentì un leggere click, si voltò e notò un uomo poco distante da lei che reggeva un accendino acceso.
"Prego" disse con tono cortese.
Lucille sorrise e avvicinò la sigaretta alla fiammella, inspirando. Era un uomo di bell'aspetto, dall'aria cortese, non era nel gruppo dei clienti della festa.
"La ringrazio molto" rispose Lucille.
"E' molto elegante, signorina. State già aspettando un taxi? E' pericoloso per delle ragazze girare a quest'ora di notte"
"Oh, si, grazie. Arriverà a minuti. Lei è ospite qui?"
"No, solo reduce da una cena di lavoro. Questo Hotel ha una cucina eccellente, comunque sono Bernard ... molto lieto"
"Ehm, Lucille"
Ad un tratto una limousine nera si fermò davanti al gruppetto di ragazze e Monique si voltò verso di lei, facendo cenno con la mano.
"Diamoci una mossa, signorina Monreau!" rise invitandola a ricongiungersi al gruppo.
"Buonanotte e grazie per l'accendino" disse lei congedandosi rapidamente.
"Buonanotte, Lucille"
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Poteva anche essersi abituata alle feste e all'attenzione degli uomini, ma Lucille non si sarebbe mai abituata alla sveglia dopo il party. Quando sentì il vibrare del suo cellulare che le intimava di mettersi in piedi sbuffò sonoramente.
Si sollevò pigramente e andò a prepararsi per la scuola, indossò la divisa e si rese conto che c'era un messaggio da parte di Victoria. Aveva invitato le ragazze a fare colazione prima di entrare, sorrise.
"Mamma, io scappo subito, faccio colazione con alcune amiche" disse facendo capolino nella cucina.
La madre non c'era ancora, ma trovò Manech con la sua solita aria spettrale e un caffè davanti.
"E' in bagno" rispose freddo " corri a cibarti di resti umani insieme alle tue amiche arpie?"
Lei scosse la testa "parli come se fosse colpa mia ma non lo è. Ti hanno sospeso perchè hai aggredito una persona e non sembri minimamente dispiaciuto!"
"Non mi avrebbero sospeso se tu avessi detto la verità su quel video!" rimbeccò il ragazzo "se avessi detto la verità invece che coprire le spalle a quella cricca di psicopatici"
"Sei tu il pazzo qui!" sbottò lei "quello che è successo era una cosa personale, una stupida bravata di un moccioso delle superiori che vuole dimostrare qualcosa ai suoi amici! Sei tu che qualsiasi cosa succede non fai che dare la colpa a Yves o Gaspard o Victoria. Hai deciso di entrare in quella scuola con il piede di guerra ma è una tua scelta, non coinvolgermi"
Lo sguardo di Manech era carico di rabbia, sarebbe stato sul punto di vomitare molto altro, forse troppo ma decise di tacere e lasciare che la sorella scoprisse da sola quanto erano marci, perchè prima o poi le avrebbero fatto del male, di quello era certo.
A mettere un punto a ulteriori parole sull'argomento fu l'arrivo della madre, quando varcò la soglia della cucina i due smisero persino di guardarsi.
"Siete ancora in questo stato voi due?" chiese la donna accigliata.
"Volevo dirti che vado, faccio colazione con delle amiche" disse Lucille senza rispondere alla domanda precedente, diede un rapido abbraccio alla madre " buona giornata, ci vediamo dopo"
Carol scosse la testa e poi prese posto davanti a Manech che non osava guardarla.
"Vedervi così mi fa stare male" confessò la donna " spero che qualsiasi cosa sia successo la risolviate, voi due vi volete bene"
"Ultimamente mi sembra di non conoscerla per niente" commentò il moro.
"Ultimamente qui nessuno sembra molto se stesso, non sei mai stato un ragazzo rancoroso Manech, ma più passa il tempo e più vedo che non fai altro che accumulare rabbia" disse la donna preoccupata " se è quella scuola a farti questo, non ci devi restare. Possiamo cercarne un'altra e non preoccuparti per la retta del Conservatorio, troveremo un modo di pagarla"
"No" la interruppe " voglio continuare, voglio sostenere quell'esame ed entrare con la borsa di studio del Saint-Anthèlme"
"D'accordo, allora lunedì, quando riprenderai le lezioni ricordati questo obiettivo. Ma anche che puoi contare su di me e se quel posto ti fa soffrire c'è sempre una soluzione, non voglio che tu sia infelice"
"Promesso"
"Sai, ho sentito tuo padre. Fra una settimana sarà di ritorno" gli comunicò.
Quella frase accese immediatamente la gioia in Manech " davvero?"
La madre gli sorrise conscia di quanto fosse speciale il rapporto che li univa, l'uomo viaggiava per lavoro la gran parte del tempo. Guidava mezzi pesanti per una ditta di trasporti ma per quanto fosse lontano fisicamente, non lo era emotivamente dalla sua famiglia.
L'ennesima giornata cupa per Manech aveva appena preso una piega nuova, più serena e luminosa.
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Amir vagava nel caos di gente che riempiva la sala. Volti conosciuti e sconosciuti danzavano davanti ai suoi occhi, poi scomparivano. Qualcuno lo indicava, altri ridevano di lui. Di colpo la gente era andata via, c'era solo il suo ragazzo lì. Non portava la divisa nera da barman, quella sera aveva un completo elegante e non gli era mai parso così bello come in quel preciso momento. Quell'insolito Rémy si era diretto verso di lui con uno strano sorriso sulle labbra che non gli era mai appartenuto, ma sembrava ricordargli qualcun'altro. Improvvisamente Amir capì che si trovavano all'Heros e fu a quel punto che il suo ragazzo lanciò un'occhiata verso le stanze superiori.
Voleva andare lì, ma non voleva andare lì con lui. E continuava a sorridere come se fosse in possesso di un segreto che Amir non avrebbe mai potuto conoscere. Si irrigidì, iniziò a urlare contro il suo ragazzo, mentre il volto di Rémy cambiava davanti ai suoi occhi, fino ad assumere le sembianze di Yves.
Sapeva a chi era appartenuto quel sorriso gelido adesso. Yves stava prendendo le scale e Amir non riusciva a muoversi dal suo posto. Voleva raggiungerlo e bloccargli la strada, voleva scuoterlo e urlargli in faccia la verità che l'altro continuava a negare. Ma i suoi piedi sembravano incollati al pavimento e non importava quanto avrebbe combattuto e faticato, perché era chiaro che non sarebbe riuscito a fare neppure un passo.
Mi servi, tu mi servi e basta, Amir. Sei solo un mezzo ... niente più di uno strumento.
Un tonfo aveva risvegliato Amir che sobbalzò sul letto, improvvisamente in allerta. C'era voluto più di qualche attimo per mettere a fuoco la sua stanza da letto, poi il viso mortificato del suo ragazzo che raccoglieva da terra la fonte di quel rumore.
"Scusami, non volevo svegliarti ... mi è caduto il cellulare" commentò in un sussurro, mentre l'altro tornava un istante con le spalle contro il materasso e chiudeva gli occhi, forse per tentare di calmare i battiti agitati del suo cuore.
Ripensò a quell'incubo e al significato che poteva portarsi dietro. Non aveva mai sognato niente di simile prima di allora e non gli sembrò un bene che Yves riaffiorasse anche nel suo subconscio. Doveva tormentarlo proprio a tutte le ore del giorno e della notte adesso?
"Io sto andando via, passerò il pomeriggio dai miei" disse ancora Rémy, quando notò che Amir si stava lentamente mettendo seduto e sembrava aver abbandonato l'intenzione di ritornare a dormire.
"Va bene. Ci vediamo stasera al locale" commentò il più grande, portandosi una mano contro le tempie che erano bollenti e doloranti.
Era tutto colpa del vino, non era mai stato in grado di reggerlo a dovere. Qualche bicchiere di troppo con Rémy e il suo inconscio lo trasportava in un incubo che somigliava troppo alla realtà.
Era quella la sua più grande paura quindi? Valere meno di zero? Essere sfruttato per ciò che aveva? Perdere il suo status di essere umano per divenire niente di più di uno strumento?
Amir si mise in piedi a fatica, andò verso Rémy che non sembrava per niente intenzionato a salutarlo prima di lasciare la stanza. Rimase un attimo perplesso. Che cosa aveva combinato adesso? Le cose non andavano bene da un paio di mesi ormai, ma quel nuovo comportamento freddo doveva significare qualcosa che aveva ignorato. E poi l'illuminazione lo colpì come un pugno dritto in faccia. C'era una ragione per cui Rémy aveva portato a casa una bottiglia di vino così costosa ... Amir abbassò lo sguardo sul suo orologio digitale e solo a quel punto realizzò che ieri era stato l'undici di Ottobre, la data in cui lui e Rémy si erano conosciuti, ormai due anni prima.
"Rémy! Ehi, Rémy!" Amir corse in salotto e raggiunse il più piccolo che era quasi pronto a lasciare l'appartamento ormai. "Mi dispiace ... sono stato così impegnato con il lavoro che non ho fatto caso a ieri. Dannazione, potevi dirmelo!" aggiunse un istante dopo, sotto lo sguardo gelido del suo ragazzo.
"E' già stato fin troppo patetico in quel modo. Ormai speravo che non lo ricordassi e basta." rispose Rémy con un filo di voce melliflua.
"Patetico? Sono cose che capitano ..." gli fece notare Amir, mentre una punta di rabbia gli montava dentro "sto dietro a mille progetti e sono tutti ai limiti dell'illegalità, lo sai meglio di me. Sono sfinito, ma questo non vuol dire che io non tenga a te. E' solo un periodo stressante. A volte dovresti parlare e basta."
"No, tu sei sfinito solo per me" disse seccamente il biondo, poi lanciò un'occhiata perforante al più grande "credevo che avremmo cenato insieme come l'anno scorso, invece ti sei tracannato un paio di bicchieri di vino, scambiando a malapena due parole con me prima di crollare addormentato sul letto mentre stavo iniziando a spogliarmi. Non hai neanche voglia di fare sesso con me ormai! Perché non lo ammetti una volta per tutte?"
Amir imprecò tra i denti. Era livido quando parlò " Forse se la smettessi di starmi col fiato sul collo e giudicarmi per ogni dannata cosa mi tornerebbe la voglia di stare con te! Ci hai mai pensato a questo, Rémy? Cristo, se sono così sbagliato, se non ti do abbastanza attenzioni, dimmi che diavolo ci fai ancora qui con me!"
"Sono qui perché nonostante tutto continuo ad amarti come l'idiota che sono, ma il punto è che sono da solo in tutto questo. E' arrivato il momento di riconoscerlo e andare avanti!"gli occhi di Rémy erano intrisi di lacrime, aveva pronunciato quelle parole con una rabbia che Amir gli aveva sentito raramente dentro.
Era rimasto impietrito, come nell'incubo di quella mattina. Non riusciva o forse non voleva muoversi. Per la prima volta non fece nulla per trattenere il suo ragazzo. Lasciò che andasse via, che lo detestasse e che pensasse quello che diavolo voleva.
Solo un ragazzino idiota può aspettarsi di festeggiare queste stronzate. Non fa altro che pretendere e pretendere. Ma lui ha sempre saputo quello che sono davvero e cosa faccio per vivere.
Quel pensiero non lo rincuorava però, sapeva che i dubbi di Rémy erano più profondi. Il fatto che Amir avesse dimenticato la data del loro primo incontro era solo la punta dell'iceberg di un disagio molto più radicato e orribile, che ormai andava avanti da tempo in modo inarrestabile.
Che cosa vuoi, Amir? Cosa diavolo vuoi veramente?
Lo sapeva. Lo vedeva se chiudeva gli occhi. Tutto il suo corpo glielo urlava con una rabbia che gli faceva male.
Ma lui non vuole te. Tu sei meno di niente. Toglitelo dalla testa. Hai abbastanza problemi anche senza di lui.
Amir aveva bisogno di sfogarsi e decise che quella mattina sarebbe andato in palestra, perché colpire con ferocia un sacco era sempre stato un ottimo rimedio per sovrastare il rumore dei suoi pensieri. Fuori era una giornata luminosa e splendente, l'esatto opposto di come lui si sentiva dentro. Amir si immise in quelle strade ben note, dove tutti lo conoscevano e lo salutavano con un rispetto che aveva dovuto guadagnarsi in anni e anni di duro lavoro. Pensò a come era iniziata, a quanto poco avesse avuto tra le mani lui che era solo il figlio di due poveri immigrati arabi ... era stata una strada in salita e a quanto pare lo sarebbe stata per sempre.
I suoi genitori avevano fatto parecchi sacrifici per trasferirsi lì e lo avevano fatto principalmente per il suo bene.
Volevate un futuro diverso per me. Un futuro migliore e un lavoro onesto. E invece ... se solo poteste vedermi adesso ... vi rivoltereste nella tomba.
Non poteva lasciarsi trascinare giù da quei pensieri. Aveva anche più di quanto pensava che sarebbe mai riuscito ad avere: una bella casa, introiti continui, uomini con cui intrattenersi e il rispetto di chi lo aveva visto crescere e conquistare ognuna di quelle cose che per lui adesso contavano enormemente.
Eppure ... eppure non aveva il suo rispetto. Non lo avrebbe mai avuto. Per lui sarebbe stato sempre e solo un criminale che aveva dovuto mentire, pestare, derubare e togliere di mezzo per ottenere quella ricchezza che non gli apparteneva di diritto.
Perchè ti importa così tanto della sua opinione? Tu non gli devi niente. Lui non è poi così diverso da te.
Voleva crederci, continuava a ripeterselo giorno dopo giorno per scacciare via quel senso di inferiorità che non era mai riuscito a eludere. Adesso poteva anche avere tutti i beni materiali che aveva sempre sognato, ma dentro il suo cuore, seppellito nell'angolo più recondito, viveva ancora il pensiero di quel bambino con addosso degli abiti di seconda mano, preso di mira dai compagni che non avevano mai vissuto quella miseria.
Quei ricordi lo fecero gelare ...trovava spaventosa l'idea di aver perso la testa per un ragazzo che, con ogni probabilità, anche da bambino lo avrebbe trattato come feccia, esattamente come i bulli della sua scuola.
Perché ti piace stare male, Amir? Perché non ti godi la vita come farebbe chiunque avesse il potere e il denaro che ti sei guadagnato?
Lui non era così. Il suo lavoro brulicava di giovani ragazzi bellissimi, eppure non aveva mai osato toccare nessuno di loro nonostante le occasioni non fossero mai mancate. No. Quelli come lui erano fatti per desiderare solo una cosa e non si sarebbero accontentati di niente di meno.
Stava male quel giorno, si trovò a pensare a quanto fosse stupido lasciarsi rovinare la giornata da un dannato sogno. Eppure stava succedendo. Colpiva quel sacco con una violenza inaudita sotto le occhiate degli altri avventori della palestra. Lo conoscevano tutti lì, era una delle piazze dove smerciavano la sua roba e quello era uno dei suoi piccoli regni sparsi per la città.
Sei un criminale, spacci droga, mentre lui va a scuola e progetta chissà che piani per lasciare questa realtà troppo stretta. Ti sta usando per fare dei soldi facili. Sei solo il suo trampolino di lancio per una vita lontana da quelli come te.
Gli facevano male le gambe, calcio dopo calcio, pugno dopo pugno. Quel sacco era come Yves: non avrebbe ceduto mai. E non importava quanta irruenza mettesse nei suoi colpi. Era tutto inutile.
Quando si infilò negli spogliatoi era stanco e depresso. Aprì il getto d'acqua e fece una doccia veloce. Non si sentì meglio, né pensava che sarebbe successo, in effetti. Non era in quel modo che avrebbe voluto sfogarsi ...
Devi dirgli che non puoi più aiutarlo. Più ti starà lontano, più sarà facile venirne fuori una volta per tutte.
Era lì, con il telefono tra le mani e una strana sensazione di risolutezza che gli stringeva il cuore in una morsa. Andava fatto. Avrebbe portato avanti i suoi affari con Victoria e Gaspard, tutti sarebbero stati meglio. Poi notò un messaggio che non aveva ancora letto. Lo aprì e per un attimo stentò a credere a quello che vedeva.
Era Yves. Voleva di nuovo una stanza il prima possibile.
Amir si sedette su una delle panche della palestra, il vociare della gente non era altro che un rumore lontano, mentre i suoi occhi continuavano a ripercorrere quelle semplici parole.
Erano trascorse appena due settimane dall'ultima volta che Yves era stato nella stanza numero 7 e mai, prima di allora, il francese aveva richiesto delle visite così ravvicinate.
Sta perdendo la testa. Non riesce più a farsi bastare quello che si è imposto. Ha bisogno di spingersi fino al livello successivo.
Amir lo aveva capito già da tempo, notando quanto gli incontri di Yves fossero sempre più numerosi negli ultimi tre mesi. Non voleva che fosse uno di quegli sconosciuti a prendersi Yves.
Non una puttana qualsiasi, dannazione.
ANGOLO AUTRICI:
Capitolo di grandi riflessioni, i nostri cari personaggi ormai stanno cominciando a fare i conti con chi sono e cosa provano, almeno qualcuno. Chissà dove li condurrà la strada che stanno intraprendendo. Non vi resta che continuare a leggere per saperlo XD Alla prossima con un capitolo parecchio spumeggiante.
BLACKSTEEL
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