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21. Passato


Che è trascorso nel tempo, anteriore rispetto al momento attuale, al presente.

Erano trascorsi due giorni esatti da quando Rémy aveva comunicato ad Andrea quel breve messaggio criptico riguardante Yves. Due giorni lunghi come una vita che avevano messo addosso all'italiano una strana sensazione di smania impossibile da ignorare. Si era ritrovato nella solitudine della stanza, con il viso serio di Manech che lo osservava oltre lo schermo del computer.

"E se si tirasse indietro? Che cosa diavolo vuol dire che me lo farà vedere?" ne avevano discusso in lungo e in largo nell'ultima ora, ma nessuno dei due era riuscito a capire cosa fare.

"Non lo so, adesso Gael lavora lì ... ci farà avere qualcosa di sfruttabile se Rémy dovesse tornare sui suoi passi" ripeté Manech ancora una volta, anche lui nutriva dei forti dubbi su quella situazione, poi riprese "intanto come va a scuola?"

"Come vuoi che vada, quei tre sono più intoccabili che mai. Se ne vanno in giro arroganti come sempre. Certo, credono di averla passata liscia, no? La storia del video è finita con la tua sospensione e tua sorella non sembra intenzionata a far luce sulla cosa. Sono convinto che c'entri Victoria, sono sempre insieme ... le ha fatto il lavaggio del cervello, è ovvio" commentò con rabbia Andrea, poi sembrò bloccarsi per un attimo. Una vecchia conversazione che aveva quasi dimenticato gli tornò in mente. Aprì la bocca, tentennante "ricordi quando ho beccato la zia e il padre di Yves a confabulare in salotto su una sorta di processo a cui lo stronzo non voleva testimoniare? C'era una vecchia storia che ho sentito anni fa ... scommetto che mio padre ne sa qualcosa. Peccato che non ho intenzione di chiamarlo."

Manech si lasciò andare ad un sospiro stanco "e se chiedessi a tua zia? Credi che abbia qualcosa a che fare con quello che Yves fa adesso?"

"Con i suoi incontri all'Heros? Non so, potrebbe ... forse vale la pena tentare, no? Cristo, non riesco a starmene con le mani in mano. Ci proverò"

Non avevano altro da fare per il momento, pensò l'italiano, lanciando un'altra occhiata in tralice all'amico che se la passava anche peggio di lui. Qualche attimo dopo si salutarono con la promessa che Andrea lo avrebbe tenuto aggiornato sulle indagini, così il moro lasciò la stanza e si diresse in salotto nella speranza di poter parlare in privato con la zia. Lydia era solita rientrare poco prima di Jacques, mentre Yves, quel pomeriggio, era ancora fuori casa, forse impegnato in quegli affari che Andrea smaniava di conoscere.

"Ehi, credevo fossi ancora a scuola. Beviamoci qualcosa insieme" lo salutò la donna, poi staccò gli occhi dal suo computer e si massaggiò le palpebre con aria stanca. Aveva una tazza di té fumante sul tavolo e Andrea ne approfittò per sedere accanto a lei, in attesa di un caffè che Eloise gli avrebbe gentilmente portato. E adesso? Come diavolo poteva indagare su Yves senza mettere in allarme la zia? Forse era meglio partire da una base di verità, pensò il ragazzo.

"Senti zia, l'altra volta ti ho sentito parlare con Jacques ..." iniziò Andrea con un tono basso e calmo "non volevo origliare, ma ero appena rientrato e voi eravate qui, non ho potuto fare a meno di sentire."

La donna era confusa "di cosa stavamo parlando?"

Il nipote tentennò "non so bene, credo che riguardasse Yves e un processo. La cosa mi ha stupito, lui è veramente l'ultima persona che potrebbe finire in tribunale" mentì a fatica, mentre dentro di sé vedeva più di qualche ragione per processare quel figlio di puttana. Aveva visto lo sguardo della zia incupirsi in fretta di fronte a quelle parole.

"E' una situazione molto delicata questa. La famiglia Clairmont ha cercato di mantenere la privacy per rispetto di Yves. Non posso parlartene, Andrea. Mi dispiace. Ma tuo cugino è solo la parte lesa, se questo può farti stare meglio" poi la donna bevve un sorso di tè e tornò ad osservare il suo computer.

Yves la parte lesa? Come no ....

Andrea era pronto a mettere la mano sul fuoco. Pensare a Yves come una vittima era pura fantascienza, ma capì anche che Lydia non si sarebbe sbottonata per quella volta.

Possibile che suo cugino fosse riuscito a fregare anche la legge? E perché poi era intenzionato a non testimoniare se avesse voluto dimostrare la sua innocenza? Ma la sua innocenza riguardo cosa? Forse non era la prima volta che usava l'espediente del video porno per distruggere qualcuno? Aveva minacciato qualcuno che alla fine aveva deciso di testimoniare contro suo cugino, portando anche delle prove?

"Non pensarci, magari un giorno sarà Yves a parlartene ... sai, io e Jacques speravamo che potesse aprirsi con qualcuno della sua età, ma non sta andando molto bene" commentò Lydia con un sorrisetto smorto sulle labbra.

Quello era un eufemismo bello e buono. Yves lo detestava e Andrea ricambiava il sentimento con ancora più avversione, se era possibile. L'italiano capì che non avrebbe ottenuto nulla da sua zia, ancora una volta i suoi pensieri si fissarono su Rémy. Lui era la chiave di volta per ottenere la verità e un modo definitivo per punire Yves.

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Il Cour de Vosges era un edificio dalla bellezza mozzafiato che si ergeva nella storica eleganza del quartiere Marais, attrazione principale per ogni amante dell'arte, ma anche della moda parigina. Il cielo era terso e l'aria fresca, Yves rimase a guardare la superficie classica del palazzo, conoscendo bene la mescolanza di stili che avrebbe trovato all'interno. In effetti visitava l'Hotel circa tre volte l'anno e la ricorrenza era sempre la stessa: il rientro in città di sua madre Isabel.

Avanzò lungo la hall con passo deciso, lanciando di tanto in tanto un'occhiata ammirata alle ceramiche ricchissime che abbellivano il pavimento, così come alle statue di marmo di ricercata bellezza che decoravano il lungo corridoio che portava alla Reception.

Diede il suo nominativo alla donna, poi venne accompagnata al terzo piano, nella suite superior con vista sui giardini che sua madre era solita prenotare.

Il profumo di pulito del Cour de Vosges lasciò subito posto ad un odore diverso, una commistione di aromi forti come muschio e pino, mitigati da una nota più dolce.

Isabel portava sempre il lavoro con sé.

Il valletto andò via con un breve inchino, mentre Yves avanzava nella stanza e si dirigeva verso la donna, in piedi accanto alla finestra.

Isabel Meunier era una donna alta, dal fisico magro e slanciato, con capelli che, se lasciati sciolti da quella stretta crocchia in cui li aveva legati, sarebbero caduti lunghi e mossi sulla schiena. Erano neri come quelli del figlio, anche la forma degli occhi era la stessa, così come la carnagione chiara e i tratti delicati, quasi angelici, del viso. Lo guardò con il suo solito sguardo attento, molto simile a quello di Yves, poi però sorrise in un modo che il figlio non era mai stato in grado di fare.

Le si avvicinò e l'abbracciò forte, subito venne investito dal profumo di Isabel, fiori selvatici e spezie, lo stesso profumo che l'aveva sempre calmato durante la sua infanzia.

"Sempre più bello tu. Sei tutto tua madre" disse la donna non appena i due si sciolsero dall'abbraccio.

"Stai celebrando la mia bellezza o la tua, allora?" le chiese il figlio e per la prima volta dopo molto tempo si sentì quasi sereno. Andò a sedersi accanto a lei, facendosi spazio tra la miriade di boccette disseminate lungo il tavolino e il divano elegante della suite. Poi continuò "smetti mai di creare? Uscirò di qui col mal di testa."

"Sono stata ispirata ultimamente. Guarda, ne ho fatto uno nuovo anche per te. Fammi sapere se ti piace."

Yves afferrò il flaconcino che la madre gli passò e ne annusò il composto. Era delicato, forse quasi femminile se non avesse avuto una nota pungente finale. Per un attimo gli ricordò il profumo che aleggiava nel corridoio dell'Heros, anche quello aveva un che di speziato e orientale. Ma non voleva pensarci, non era lì per aprire delle parentesi sui suoi modi discutibili di trascorrere il sabato sera.

"Cosa ti ricorda? Qualcosa che vuoi dimenticare?" chiese la donna che con poche, spaventose osservazioni riusciva sempre a cogliere l'essenza delle cose. Yves aveva chiuso il flaconcino e lo aveva lasciato sul tavolo, scuotendo la testa.

"Sei un maitre parfumeur o una psicologa? Dovresti deciderti prima o poi" gli fece notare il figlio, incontrando lo sguardo divertito e così simile al suo della madre. La trovò bella e pericolosa come sempre.

Perché Isabel era davvero pericolosa. Talmente pericolosa che Yves distolse lo sguardo qualche attimo dopo, terrorizzato di quello che la donna avrebbe potuto vedere.

"Sono anche tua madre. Non hai idea di quante cosa io sia, in effetti. Allora? Abbiamo deciso che sei bellissimo e affascinante e scommetto che hai successo e che ti basta schioccare le dita per avere quello che vuoi, ma a parte questo ... come stai, Yves?"

"Me lo chiedono in molti, ma pare che tu voglia saperlo davvero." Ammise il ragazzo, intento ad osservare il volto determinato della madre. Isabel lo studiava con attenzione, come se da quella risposta avrebbe saputo poi come proseguire. Yves capì che quella visita in città aveva ben poco a che fare con gli impegni lavorativi della madre, lì c'era sicuramente l'intervento di suo padre.

"Sto bene, un po' annoiato. Credo che andrò via quando finirò la scuola ... questo posto mi sta stretto" ammise il ragazzo.

"Sono d'accordo, c'è un mondo vasto e ricco di scoperte che ti aspetta. Parigi è sempre stata troppo limitata per quelli come noi" commentò con un sorriso comprensivo per Yves "e poi a volte è necessario andar via, come dire, prendere le distanze dal passato per poter risorgere nel futuro. Questo tuo padre non l'ha mai capito, purtroppo. E' sempre stato più portato a capire le sue amate statue, che la natura umana" la donna scosse la testa.

"Quindi mi appoggerai quando arriverà il momento"

"Certo. E' il sogno di ogni madre vedere il proprio figlio spiccare il volo. Voglio che tu conosca te stesso, Yves. Vivere in un ambiente in cui sei libero da ogni costrizione sociale o paura del giudizio altrui ti farà aprire gli occhi su molte cose."

Quelle parole lasciarono il ragazzo di sasso, si ritrovò ad osservare il volto serio della madre e parlò "conoscere me stesso? Clara ti sta trascinando nelle sue stronzate buddhiste?"

La donna rise "non affrontare un problema non lo farà sparire. Ne sei consapevole, vero?"

"Ah, aspetta ... ora mi è tutto chiaro. Jacques ti ha informato sul nuovo appello in tribunale e tu sei qui per compiere quello in cui lui ha fallito."Yves si mise in piedi con un nuovo senso di irritazione e nervosismo. Era stato un idiota a non metterlo in conto sin dall'inizio, si disse.

"Tutte queste stronzate e alla fine siete fatti della stessa pasta."

"Tuo padre ha una visione limitata di quello che sta succedendo, Yves." Disse con calma la donna, invitando di nuovo l'altro a sedere con un gesto fermo del braccio, "sì, è ovvio che mi ha avvisato, voleva che venissi a parlarti. Lui vuole che tu vada a testimoniare per mettere una fine al processo, vuole che loro paghino per ciò che hanno fatto e non ha tutti i torti. Crede che testimoniare ti farà sentire meglio, magari potrebbe aiutarti a risolvere i tuoi problemi, darti una spinta per cominciare a comunicare in modo più libero, ma io non mi illudo. Certe ferite non possono essere rimarginate ... sono così profonde e radicate che rimarrà sempre una cicatrice. Però puoi provare a conviverci. Puoi imparare a guardarti indietro senza dover giudicare ogni dannato evento. E' quello che voglio per te, Yves. Voglio che tu abbia pace nonostante quello che ti è stato fatto. Voglio che la smetta di colpevolizzarti."

Yves si irrigidì, non riusciva a guardarla. Cosa stava cercando di dirgli? Che lei sapeva? Che lei lo conosceva meglio di chiunque altro e che non avrebbe mai potuto sperare di ingannarla?

"Sono tua madre, io ti ho dato la vita e poi sei cresciuto e ti ho visto diventare sempre più simile a me sotto ogni punto di vista. Ero fiera, so che lo sei anche tu ... sai, la gente vede soltanto la nostra somiglianza fisica, ma nessuno a parte noi due sa quanto siamo simili io e te. Yves, ho trascorso quindici anni della mia vita a negare, a non voler riconoscere cosa volevo davvero" Isabel parlava con dolcezza, ogni parola era fonte di shock per il figlio che si costringeva ad un'espressione assolutamente impenetrabile nonostante respirare stesse diventando sempre più faticoso.

"Poi però non ho più voluto mentire. Nessuno dovrebbe sacrificare la propria felicità solo per proteggere il finto senso di sicurezza di cui gli altri hanno bisogno. Prima o poi lo capirai anche tu e solo allora sarai veramente libero."

"Non dire stronzate. Qualsiasi idea tu ti sia fatta è sbagliata ..." disse l'altro a denti stretti. Voleva andare via, improvvisamente l'aria gli sembrava irrespirabile. Si mise in piedi con un gesto nervoso, mentre la madre gli si affiancava "perché devi sempre rovinare tutto? Ero venuto qui con le migliori intenzioni e tu ..."

"Io cosa? Cerco di farti ragionare? E' questa la mia colpa? Capirti meglio di chiunque altro?" concluse candidamente la donna.

"Tu non mi conosci neanche! Sei andata via di casa sette anni fa e ora vieni qui a farmi la morale e a fingere che tu sappia esattamente quello di cui parli! Ma tu non ci sei stata, o sbaglio? Avresti potuto tenermi con te quell'estate! E adesso non ci sarebbe stato nessun dannato processo! Ci hai mai pensato a questo, mamma?" Yves aveva urlato, tutta la sua cattiveria non sembrava attecchire sulla madre però. Lei continuava ad osservarlo con un sorriso sereno sulle labbra.

"Credi che non mi sia sentita in colpa per quello che è successo, Yves? Quando sono andata via tuo padre non mi ha permesso di vederti per molto tempo. Ho provato in tutti i modi a farlo ragionare, ma solo gli avvocati hanno attecchito."

"E ha fatto bene!" disse con rabbia Yves "t-tu ci hai lasciato, sei scappata con l-lei ..."

"Perché non potevo più vivere nella menzogna. Dovevo fare qualcosa o probabilmente mi sarei ammazzata" ammise candidamente la donna con un tono talmente calmo che fece venire i brividi a Yves.

Come poteva parlare in quel modo?

"P-perché diavolo lo hai sposato allora?"

"Ero giovane, credevo di amarlo o forse mi piaceva il contorno. Non lo so, non ho capito subito quale fosse il motivo della mia infelicità. Lui era un uomo molto affascinante, mi corteggiava, i tuoi nonni lo adoravano e il nostro matrimonio divenne una certezza senza che me ne fossi accorta. Così lo sposai e non me ne sono mai pentita, Yves, perché dopo pochi anni sei arrivato tu e quello è stato il nostro periodo più felice." Si era interrotta improvvisamente, come se una nuvola scura avesse incupito i suoi pensieri, poi proseguì "ma le cose cambiano in fretta, con gli anni ho iniziato a capire che quello che avevo non era ciò che volevo davvero. Poi ho incontrato Clara e non ho più potuto negare ... non ho più potuto nascondermi. Lei mi ha visto esattamente per quello che ero: infelice e sola, nonostante la moltitudine di gente che frequentava casa nostra. Ad un passo dal baratro."

Yves avrebbe preferito non saperlo, scoprì. Capì anche che qualcosa dentro di lui gli impediva di odiare la madre. Forse era come guardarsi allo specchio, pensò, forse erano così simili che poteva sentire ogni nota dolente in quelle parole fino ad assorbirla e riconoscerla come parte del proprio dolore.

"Non compiere i miei stessi errori, Yves. Non metterci trentacinque anni per capire cosa vuoi davvero ... trova il coraggio di prenderti quello che vuoi senza pensare alle conseguenze. Voglio solo che tu sia felice, lo sai?"

Il ragazzo era rimasto impietrito, tanto che non riuscì ad evitare la carezza di sua madre. Fu un tocco lieve, qualcosa a cui lui non era abituato da tempo, ma incredibilmente ricordò che era stato Amir ad accarezzarlo in quel modo per ultimo. Pensò a quella macchina, al sé stesso ubriaco di qualche settimana prima ... al tocco delicato di Amir.

Sta zitto, lei non sa niente. A lei piace solo incasinare chiunque le stia intorno. L'ha fatto con tuo padre e con te non ha ancora finito.

Yves si scostò da quel tocco facendosi indietro con passo deciso. Aveva ripreso il controllo dei suoi pensieri e ogni cosa adesso gli appariva più chiara.

"E' il caso che tu non ti faccia più vedere. Non chiamarmi quando sarai di nuovo a Parigi. Non ho bisogno di te, è da tempo che faccio a meno della tua presenza, quindi non disturbarti. Tu non sai niente di me." Disse secco il ragazzo, mentre la donna tornava a sedere con il solito sorriso controllato sulle labbra. Se lo aspettava, capì Yves.

"Speravo di sbagliarmi. Stavolta speravo davvero che tu potessi stupirmi. Forse hai ragione, è tutta colpa mia ... se ti fossi stato vicino saresti cresciuto con abbastanza amor proprio da poter vivere liberamente."

"Io sono libero. Io vivo come diavolo voglio." Yves aveva parlato in un sussurro basso e carico di rabbia, trovandosi di fronte la calma spietata della madre che si limitò ad annuire con distacco.

"Stammi bene, Yves. Saluta Lydia e tuo padre da parte mia. Sistemerò il profumo, lo renderò diverso in modo tale che non possa ricordarti niente di troppo doloroso."

Ma il ragazzo era già lontano da lei e dai suoi occhi perforanti. Percorse il corridoio in fretta e soltanto quando ebbe lasciato l'Hotel tornò di nuovo a respirare. Il profumo era svanito, lì c'era solo aria fresca e inodore, solo sconosciuti che non avrebbero potuto leggergli dentro.

Lì era al sicuro.

_______________________

 Gaspard quella sera era diretto a casa di Victoria ma non c'era di mezzo la solita festa o l'ennesimo piano d'affari. Per la prima volta dopo tanto tempo, finalmente, si erano ritagliati del tempo per loro, un momento per respirare e sentirsi normali.

La ragazza aveva lasciato la porta socchiusa, così Gaspard entrò senza troppe cerimonie e seguii il vociare lungo l'ingresso.

Come sempre, la grande casa di Victoria era deserta, il biondo ci era abituato ma si chiese se l'amica ci sarebbe mai riuscita. A dispetto della sua vita e quella di Yves, che erano costantemente riempite dalla presenza di gente inutile e di cui avrebbero voluto fare a meno, quella della bionda era totalmente vuota.

I genitori della ragazza lavoravano in un'importante banca svizzera e risiedevano all'estero per la maggior parte del tempo, senza curarsi più di tanto di come la figlia vivesse la sua vita o se accusasse quella mancanza. Sin dalla più tenera età, Victoria era stata lasciata a tate e governanti, in una casa troppo grande per essere percepita come accogliente e sicura.

Gaspard si distolse da quei pensieri quando entrò nel salotto, era lì che Victoria aveva allestito la loro serata. L'ambiente era estremamente sofisticato, con dei divani ampi e comodi, la ragazza aveva sparso delle candele per rendere l'atmosfera rilassante e sul tavolino basso aveva poggiato diversi stuzzichini.

"Alla buon'ora!" aveva esclamato Yves mentre stappava la bottiglia di vino pregiato trafugata dalla cantina di Jacques Clairmont.

Gaspard era andato ad abbracciare Victoria e porgergli un bacio sulla guancia per salutarla, prima di togliersi la giacca e sistemarsi sulla poltrona accanto all'amico.

"Passami un bicchiere invece di lamentarti" disse rubando quello che l'altro aveva fra le mani.

Sono già passati tre anni ...

Quel pensiero si insinuò nella sua mente sfuggendo quasi al suo controllo, bevve un sorso di vino e pensò a quanto la sua vita fosse cambiata da quando aveva cominciato a frequentare Yves e Victoria.

La scomparsa di sua madre aveva gettato un'ombra rovinosa sulla vita di Gaspard, da quel giorno niente era stato più lo stesso. La notizia aveva rapidamente fatto il giro di Parigi e anche oltre, la moglie dell'illustre Contrammiraglio Girard scomparsa senza lasciare traccia era una notizia troppo ghiotta per passare in sordina.

Così Gaspard aveva guadagnato l'attenzione di chiunque incrociasse, a scuola come fuori. Aveva iniziato il suo primo anno di liceo come la notizia più chiacchierata dell'istituto e non l'aveva presa bene, ricordava quanto non riuscisse a trattenere la sua rabbia e la sfogasse su chiunque osasse anche solo alludere a quello che era successo alla sua famiglia.

Il padre era sempre più esasperato da quel comportamento violento ed era sul punto di spedirlo in un collegio, quando uno dei professori aveva avuto un'idea insolita. Far lavorare Gaspard ad un progetto scolastico con uno degli studenti più miti e talentuosi della sua classe, Yves Clairmont.

La speranza era che l'influenza di Yves aiutasse Gaspard a calmarsi ma quello che era nato, nessuno avrebbe potuto prevederlo.

Il biondo non aveva mai prestato troppa attenzione a Yves, sapeva solo che era taciturno e schivo almeno quanto lui e non sembrava star dietro ai pettegolezzi.

Nonostante fosse chiaro che sapesse cos'era successo alla sua famiglia, il moro non ne fece mai menzione né chiese spiegazioni, era così che era nata quell'amicizia.

Dal silenzio, dal rispetto del volgere lo sguardo altrove.

Gaspard buttò giù il secondo bicchiere di vino mentre la sua mente scorreva quei ricordi senza che potesse fermarla. Forse proprio la sua ossessione per i segreti e le parole non dette lo aveva portato a stringere quel legame con Yves, lui che più di tutti era geloso del suo passato.

La realtà era che c'era troppo dolore fra loro, troppo tormento per essere condiviso senza che li annientasse. Forse era per quello che aveva avvicinato Victoria, lei che conosceva la solitudine e desiderava solo qualcuno di cui prendersi cura, una famiglia.

Forse nel profondo anche noi abbiamo ancora bisogno di essere amati.

L'attenzione di Gaspard fu nuovamente attirata dalle risate di Victoria, le sue guance erano rosse per il vino e osservava Yves sfilarsi il maglione, troppo accaldato per tenerlo ancora addosso.

Era rimasto solo con la canottiera e lo sguardo di Gaspard saettò lungo la sua schiena, dove erano appena visibili alcuni lembi di pelle pallida. Ed eccole lì, uno dei grandi silenzi di Yves, quelle cicatrici marcate e brillanti che lo deturpavano.

Se Yves si fosse davvero confidato con lui, Gaspard avrebbe elargito volentieri qualsiasi punizione a quelli che lo avevano ferito così. Ma forse Yves non desiderava neanche quello, qualsiasi gesto poteva essere associato alla pietà e niente era peggio della pietà.

Chiudi gli occhi, amore mio.

Lo fece e un impeto di odio lo assalì per qualche secondo mentre non riusciva a trattenere la sua mente dal pensare.

Dove sei? Dove cazzo sei? Perchè non mi hai portato con te? Perchè, se sei morta, non sono morto anch'io?

"Gaspard?"

Il suono del suo nome lo destò da quei pensieri e spostò i suoi occhi verso Victoria che lo guardava con espressione preoccupata.

"Sì?" chiese l'altro facendo finta di nulla e scacciando quei pensieri da qualche parte nell'oblio della sua mente.

La ragazza abbassò lo sguardo, sconfitta dalla consapevolezza che, come sempre, il suo amico non avrebbe condiviso con lei il suo fardello.

"E' proprio crollato" disse alla fine Gaspard riempiendo quel silenzio e volgendo verso Yves che si era addormentato steso sul divano.

Il biondo si sollevò e recuperò una coperta non lontana, la allargò e la stese lungo il corpo dell'amico che non dava segni di volersi svegliare.

Poi fece un cenno a Victoria ed entrambi si diressero verso il terrazzino.

"Vorrei solo potervi aiutare" disse ad un tratto la ragazza accendendosi una sigaretta " se solo vi decideste a parlare con me, parlare sul serio"

Non serviva che Gaspard chiedesse a cosa si riferisse, era già tutto così pateticamente ovvio.

"Non parlarne ci aiuta più di quanto credi" commento l'altro assumendo una posa rilassata appoggiato alla ringhiera del balcone.

"Non dovrebbe essere così, il silenzio non dovrebbe essere la soluzione" scosse la testa la bionda, poi tornò a osservare Yves che dormiva, sfinito. "Guardalo, chissà da quanto tempo non chiudeva occhio ... è praticamente svenuto sul divano. E quei segni ..."

Tu non chiedi a me perchè sto sanguinando e io ricambierò il favore.

"Quelli sono il passato" rispose secco Gaspard " e se lui non vuole parlarne allora non ne parleremo"

Quel passato che non passa mai.

"Ma tu devi esserti fatto delle domande! Devi pur aver ipotizzato qualcosa" disse lei " e se lo hai fatto ... come puoi volgere lo sguardo altrove?"

"Faccio esattamente quello che mi ha chiesto di fare"

"Beh, non dovresti! Sei suo amico, forse tu potresti parlarci, forse con te si aprirebbe. Perché non ci provi?"

"Forse perchè sono l'unico qui a vedere come stanno davvero le cose" disse facendo tacere Victoria bruscamente "senza essere accecato da sentimenti impossibili da ricambiare"

Ci fu un lungo momento di silenzio, Victoria aveva lasciato la sigaretta a mezz'aria e il fumo saliva pigramente mentre spariva nell'aria.

"Vic" cercò di aggiungere l'altro ma lei scosse la testa.

"Si vede così tanto? Dimmi solo questo, lui ..."

"No" la tranquillizzò "lui non può immaginare quello che provi ed è per quello che dovresti sbarazzarti di questi sentimenti. Lui non è in grado, Vic"

La ragazza annuì "credi che non lo sappia? Io non voglio niente, so bene che lui è complicato. Voglio solo stargli vicino e cercare di aiutarlo, farlo stare meglio. Perchè non prendiamoci in giro, non sta bene, nessuno di voi due sta bene"

"E tu, Vic? Se tu pensi a noi, chi pensa a te?" chiese l'altro provocando l'ennesimo silenzio da parte della ragazza "lui sta bene per quanto gli è concesso ma un giorno finirà per esplodere, come farò io e tutto quello che voglio è che tu non venga travolta"

La ragazza fece due passi in avanti e circondò le spalle di Gaspard, stringendolo in un forte abbraccio.

Così è la vita. E' questo che la gente dice di solito, come se servisse a giustificare tutta questa sofferenza.

Alla fine i due erano rientrati, Gaspard aveva nuovamente indugiato sulla figura di Yves che continuava a dormire serenamente, forse sentendosi al sicuro per la prima volta dopo tanto tempo.

D'altronde c'era una nuova figura che rendeva la sua casa inospitale, l'arrivo di Andrea e la sua costante minaccia aveva reso la vita di Yves ancora più dura da sopportare.

Come se quelle cicatrici non bastassero, come se non fossero sufficientemente pesanti da portare.

Nessuno ne sapeva la reale origine, ricordava una delle volte in cui aveva incontrato il padre di Yves e gli aveva chiesto di stare accanto al figlio, facendogli sapere quanto avesse bisogno di un amico.

Ma Gaspard quella volta, come in seguito, si chiese cosa Yves volesse davvero, cosa avesse chiesto se solo si fosse concesso di esprimere un desiderio.

Forse di essere amato.

Forse di non essere stato lasciato in quella scuola estiva.

Forse di non essere nato.

Forse lo stesso che anche Gaspard nel profondo desiderava, trovare pace.

Questa è la vita.


ANGOLO AUTRICI:

Frammenti di amicizia e ricordi, speriamo che questo capitolo riesca a farvi entrare ancora un pò nella psiche dei nostri personaggi. Vi aspettiamo con i vostri commenti e pareri, buona lettura.

Alla prossima

BlackSteel

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