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Into you

"Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge, ama quel cuore che per te si strugge. Non t'ama chi amor ti dice ma t'ama chi guarda e tace."
[William Shakespeare]

[Marc]

[Agosto 2011]

<<Ecco, questa è casa nostra. Tranquilla, i miei genitori non ci sono. Puoi anche tornare a respirare e smetterla di agitarti.>>

<<Cretino.>> sento commentare Angel alle mie spalle, e non posso fare a meno di sorridere.

Entro in sala, e mi volto subito verso di lei, iniziando a scrutare il suo viso per cogliere anche la più piccola espressione.

La vedo inarcare le sopracciglia.

<<Com'è carina e accogliente! Mi piace un sacco.>>

<<Di sopra c'è la camera da letto dei miei e quella mia e di Alex, più due bagni. A proposito, mio fratello scenderà presto, si sta facendo la doccia. Non vedo l'ora di fartelo conoscere. E anche lui non vede l'ora di conoscere te.>>

Angel si porta una ciocca di capelli dietro l'orecchio, mentre china di poco il capo, verso il pavimento.

<<Non sono abituata a conoscere...gente. Sono un misto tra l'essere timida e scontrosa.>>

<<È per questo che sei unica.>> sogghigno, dandole una spallata leggera.

<<Sì, certo, come no.>> borbotta, poi il suo sguardo viene attratto da qualcosa. I suoi occhi si illuminano e inizia a muoversi verso l'area da pranzo.

<<Ma...questo è un papiro egizio che raffigura Tutankhamon e Ankhesenamon!>> esclama, la voce rotta dall'emozione mentre si avvicina al quadro appeso accanto alla credenza.

Chi!?

<<Ehm...già. Ai miei genitori piacciono queste riproduzioni di...cose...antiche. Lo acquistarono da un rigattiere anni fa. C'è n'è un altro lì, sopra il televisore.>>

Dopo aver dedicato la sua attenzione al primo papiro, Angel si dirige verso il secondo.

<<Che meraviglia. Questo rappresenta Hathor, Iside e Osiride.>>

Non ho idea di chi siano coloro che sta nominando. Per cui mi limito a sorridere come un idiota.

<<Ti piacciono queste cose?>>

<<Eccome! Amo alla follia la civiltà egizia! Ne sono innamorata da sempre, praticamente. È stato un colpo di fulmine. C'è stato un periodo in cui volevo diventare un'egittologa. Poi però, mi sono accorta che diventarlo significava anche scoprire mummie e scheletri. Per le mummie, col tempo, ho risolto. Non mi fanno più impressione, anzi. Ma gli scheletri sì. Per cui...>> lascia cadere il discorso, alzando le spalle con rassegnazione.

<<Ma la passione rimane. E hai anche centinaia di libri in merito.>>

<<Vero. Ma è diverso vivere la tua passione. Io inizio a pensare che non vedrò mai Abu Simbel, Luxor o Djeser-Djeseru. Soprattutto di notte. Hanno un fascino ancora più speciale. Non pensi?>> si volta a guardarmi, e nei suoi occhi leggo un amore e una passione che non avevo mai visto prima, anche se ci conosciamo solo da un mese.
Finora quegli occhi avevano espresso solo distacco e freddezza, tristezza e malinconia.

<<Oh...si, certo. Hai ragione. Non essere pessimista, magari un giorno andrai in Egitto, magari ci andremo insieme!>> faccio sfiorare le nostre spalle e lei accenna un sorriso distratto.

Sento dei passi provenire dalle scale che portano al piano superiore e l'alta figura di Alex appare in salotto.

<<Ecco il mio fratellino, finalmente!>> esclamo a gran voce e lo vedo arrossire, mentre i suoi occhi verde nocciola vanno a posarsi su Angel, dove rimangono, fissi.

<<Angel, lui è Alex. Alex, ti presento Angel.>>

Sulle labbra di Angel va disegnarsi un timido sorriso, mentre socchiude le palpebre.

<<Piacere di conoscerti, Alex. Tuo fratello qua, mi ha parlato così tanto di te che mi pare ormai di conoscerti già da tempo.>>

Alex le stringe la mano, mentre le sue guance si imporporano ulteriormente. I suoi occhi limpidi osservano Angel con interesse.

<<E Marc non ha fatto altro che ripetermi che aveva incontrato un angelo molto speciale, piombato per sua grazia a Cervera. Ora capisco cosa intendeva.>> replica, per poi lasciarle la mano.

<<Tuo fratello è un cretino, immagino che tu già lo sappia.>> soffia Angel, guardandomi male.

<<Ritieniti fortunato, la prima cosa che ha detto a me quando ci siamo scontrati è stata che ero in pratica un cretino che aveva bisogno di un paio di occhiali.>>

<<È vero.>> si limita a dire Angel, con ovvietà.

<<Comunque, anche lui corre in moto.>> aggiungo, e Angel inarca un sopracciglio.

<<Ma non mi dire. Fratelli a tal punto da condividere le stesse passioni.>> nota, guardandoci con attenzione.

<<Allora, hai visto che fortuna? Hai davanti a te i ragazzi più fighi di Cervera. Pensa se non ti fossi mai trasferita dall'Italia, non ci avresti mai conosciuti.>>

<<E in effetti mi sarei persa tanto.>> continua lei, ironica.

La osservo, per poi guardare Alex.
Saremo un trio fantastico.

~·~

[Aprile 2013]

<<Dai Angel, muoviti! Mi stanno aspettando già da un'ora!>> la osservo, mentre scende dall'auto sbuffando. La brezza di questa notte di fine aprile le sfiora i lunghi capelli che le incorniciano il viso.

<<È già la terza festa a cui andiamo, e io sono stanca, Marc! Sai che non mi piacciono questo genere di feste, perché devo venire per forza con te?>>

<<Perché sei la mia migliore amica, e non puoi mancare! E poi perché ho intenzione di ubriacarmi a questa festa. Devo pur festeggiare per bene il fatto di essere diventato il più giovane vincitore di un gran premio in classe regina, no?>>

<<E vuoi festeggiare ubriacandoti e stando male. Io non capirò mai voi comuni mortali.>> la prendo per mano e la tiro verso di me.

<<Tu sei troppo in alto per noi comuni mortali, per questo non puoi capirci.>> soffio, sfiorandole la punta del naso con l'indice.

<<E sentiamo, campione, come torniamo a casa più tardi se tu ti ubriachi?>>

<<Qualcuno ci accompagnerà. O Joan, o Javier. O chiamerò José.>>

<<Ti odio.>> si limita a dire, guardandomi male.

<<Non ti credo neanche un po'.>> mi volto verso la casa da cui provengono voci concitate e musica ad alto volume. Sopra la porta è appesa una bandiera rossa con il mio numero e il mio nome. Angel osserva la facciata della casa con disgusto, e stringe la borsa contro il suo corpo.

Osservo il maglioncino nero che segue le forme del suo corpo esile e minuto, e gli skinny neri a vita alta che sottolineano il suo punto vita. È sempre così fine ed elegante, pur restando semplice.

<<Avanti, andiamo. Non staremo tanto, te lo prometto.>>

<<Promesse da pilota.>> replica lei, mentre stringo la sua mano nella mia.

<<Come?>> mi fermo proprio davanti alla porta.

<<Promesse da pilota, ovvero promesse che non valgono niente.>>

In quel momento la porta di casa si apre, e decine di occhi si posano su di noi.

<<Il nostro campione è arrivato!>> urla e applausi riempiono la stanza e vengo letteralmente preso per un braccio e tirato dentro. Stringo decine di mani e ricevo decine di pacche sulle spalle ed è bello.

È fottutamente bello essere adorati e adulati.

Nella confusione, ho perso completamente di vista Angel. Inizio a guardarmi intorno, e incrocio gli sguardi di diverse ragazze che mi fissano intensamente, con un conturbante sorriso stampato sulle labbra.

La serata si concluderà in maniera scoppiettante.

Ma prima, devo trovare Angel.

La trovo, nell'angolo più buio e lontano del salone, appoggiata con la schiena contro il muro, le braccia incrociate sotto il seno, gli occhi grandi che scrutano la massa di persone che si agita al centro della sala.

In quel momento, i miei occhi intercettano mio cugino Javier. Sta ballando con una biondina. Gli faccio un cenno e lui alza gli occhi al cielo, per poi raggiungermi con riluttanza.

<<Cosa vuoi?>> mi domanda, con una punta di acidità nella voce.

<<Dai un'occhiata ad Angel? Non vorrei che qualche idiota le desse fastidio.>>

<<Perché non le dai tu un'occhiata?>> replica, scrollando le spalle.

Lancio un'occhiata oltre le sue spalle e lui segue il mio sguardo, che si posa sul gruppetto di ragazze dall'altro lato del salone. Javier inclina il capo e sogghigna, passandosi una mano tra i ricci castani.

<<Che bella la vita, eh campione? Non devi neanche schioccare le dita per ritrovartele stese ai tuoi piedi.>> poi i suoi occhi dorati vanno a posarsi su Angel, <<non te la meriti. È troppo preziosa per uno come te. Le darò un'occhiata perché ha la sfortuna di avere te come amico, ma non ne avrà bisogno. Nessuno si avvicina alla regina dei ghiacci. Chissà come fa ad essere amica di uno come te. Ora vai, avanti, altrimenti ti faccio esplodere qui.>> mi da una spinta ma vorrei replicare alle sue parole.

Non mi aspettavo la predica da uno come lui, uno che è esattamente come me. Resto per qualche secondo immobile al centro della stanza a fissarlo. È rimasto lì, accanto alla colonna, ad osservare Angel, come se la vedesse per la prima volta.

Scuoto poi la testa e mi concentro sulla brunetta poco distante da me, che mi viene incontro, per poi farmi un cenno col capo. È formosa e più alta di me, ed è assolutamente ciò di cui ho bisogno ora. Mi prende per una mano e apre la prima porta che trova. È un bagno, ma andrà più che bene. Solo che prima di chiudermi la porta alle spalle lancio un ultimo sguardo verso Angel e trovo i suoi occhi piantati su di me.

Dopo quasi due ore e dopo tre ragazze, esco dal bagno ancora troppo sobrio. Afferro la prima bottiglia che trovo, mentre la musica continua ancora a pompare ad alto volume.

Inizio a guardarmi intorno alla ricerca di Angel, ma non la trovo da nessuna parte. Dopo qualche secondo mi accorgo che anche Javier pare essere sparito.

<<Ehi, Marc, dove vai? Non ti va di fare un altro giro con me?>> la brunetta di prima mi circonda il collo con le braccia, ma io mi allontano da lei.

<<No grazie, io sono a posto così.>> mi limito a dire e lei mi rivolge un'occhiata sorpresa, ma non mi interessa in questo momento.

Dove diavolo sono finiti?

<<Marc, stai cercando Angel?>> mi domanda un tipo di cui ora non ricordo il nome.

<<Sì, sì, esatto.>> rispondo, come un esaltato.

Lui fa un cenno col capo.

<<È uscita.>> lo guardo confuso, ed esco fuori di casa.

Angel è lì, seduta sull'erba del giardino, un libro aperto davanti a lei e posato sulle sue gambe. Ma solo dopo qualche istante mi accorgo che non è da sola. C'è qualcun altro con lei.

Javier.

È seduto proprio accanto a lei, e lo vedo indicare qualcosa con l'indice sul libro che stanno entrambi guardando.

Prendo un lungo sorso di birra e mi dirigo verso di loro.

<<Vi ho cercato dappertutto. Che ci fate qui fuori?>>

Javier si volta a guardarmi con sguardo truce, mentre Angel non solleva neppure la testa verso di me, si limita a mostrarmi il numero tre con una mano.

<<Cosa mi sta a significare?>> le domando, sedendomi con poca grazia accanto a lei.

<<Sono le ragazze che ti sei scopato in queste due ore, a questa festa a cui io non volevo neppure venire. Io dico, non potevi accompagnarmi a casa e poi venire qui a bere e a scopare? Perché hai dovuto portare anche me, dato che la mia presenza è stata del tutto irrilevante? Sai che odio queste cose, sai che mi sento inadeguata, eppure non te n'è fregato un cazzo.>> sto per ribattere, anche se non ho idea di cosa dire dato che mi ha preso del tutto alla sprovvista, ma lei mi allontana, <<e non ti avvicinare con quella birra del cazzo che rischi di rovesciarmela sul libro, che io, immaginando già come sarebbe andata a finire, ho portato con me.>>

<<Angel mi stava parlando del tempio di Karnak, probabilmente il tempio più grandioso che sia mai esistito.>> si intromette Javier, con aria da sapientone, mostrandomi un largo sorriso. Ha mollato la biondina per stare qui a parlare di templi egizi.

Non posso crederci.

<<Esatto. Ed è un piacere notare che gli interessa ciò di cui parlo.>> sibila Angel, guardandomi male.

<<Anche a me interessa ciò di cui parli! Con chi ti sei vista un'ora di documentario sulle dinastie faraoniche lo scorso mese? Adesso non essere ingiusta con me!>>

<<E tu non fare lo stronzo con me!>> replica Angel, alzandosi e piantando gli occhi fiammeggianti su di me, <<promessa da pilota, lo avevo detto. Javier è stato gentilissimo a farmi compagnia. Io queste cose le noto, Marc. Io noto tutto.>>

<<Ho chiesto io ad Javier di tenerti d'occhio, proprio perché non volevo che qualcuno ti desse fastidio!>> replico, ma sto iniziando a notare che più parlo, più complico le cose.

Javier mi guarda malissimo, mentre Angel spalanca gli occhi, furiosa.

<<Oh, ma che caro! Davvero un pensiero gentile!>> quasi grida, agitando il libro verso di me, <<cosa sono, un cane!? Tu ti allontani per andare a divertirti con la prima che passa e dato che lasci il cagnolino incustodito, chiedi a qualcun altro ti controllartelo!>>

Non ho mai visto Angel così furiosa prima. Sono letteralmente senza parole, sbigottito e confuso, perché non mi aspettavo una simile reazione. E più la sento parlare, più mi urla il suo punto di vista, più capisco che ha ragione e che io sono un fottutissimo idiota, che si è comportato da egoista.

<<Per me non è stato così, Angel, lo sai. Mi ha fatto piacere passare del tempo con te, è stato un onore.>> si intromette Javier, rivolgendole un carezzevole sorriso.

Angel si volta a guardarlo, per poi sospirare.

<<Sono stanca. Me ne torno a casa.>> inizia ad incamminarsi verso il cancello con il libro stretto al petto come se fosse l'unica cosa in grado di darle conforto e comprensione.

<<Aspetta, ti accompagno a casa!>> Javier le va dietro, e io resto fermo, immobile, a fissarli, mentre si allontanano.

<<Io...ecco, va bene, grazie.>>

I miei occhi non riescono a staccarsi da loro e continuo ad osservarli mentre si avvicinano alla macchina di mio cugino.

<<Vengo anche io!>> quasi urlo, mentre getto la birra a terra e corro verso di loro.

<<No, tu sparisci.>> replica Javier, incenerendomi con lo sguardo.

<<Sono sbronzo, necessito che tu mi accompagni a casa.>> lo sfido, con un sorrisetto sghembo, e Angel si porta le braccia al petto, gli occhi che mandano lampi, mentre inizia a sussurrare paroline in italiano che non capisco. Probabilmente mi starà lanciando qualche anatema.

<<Javier, puoi portare a casa prima me? Non lo sopporto più.>> sibila, mentre sale in macchina.

Un lampo di delusione attraversa lo sguardo dorato di Javier e io non riesco a trattenere un sorriso di vittoria.
Salgo in macchina e mio cugino mi rivolge un'occhiata piena d'odio.
Sto gongolando perché so di aver rovinato il suo piano di restare ancora solo con Angel, ma in questo momento ho cose più importanti a cui pensare.

È la prima volta che io e Angel discutiamo in questo modo.
Certo, è anche la prima volta che mi comporto sia da idiota che da egoista nella stessa sera.
È la prima volta che la vedo guardarmi con rabbia e delusione.

E voglio che non mi guardi mai più in quel modo.

Arriviamo sotto casa sua e dopo aver ringraziato Javier e non salutato me, scende dall'auto ed io la osservo mentre apre il portone. Preso da un impulso improvviso la raggiungo e le vado dietro.

<<Angel, ti prego, perdonami, mi sono comportato da stronzo egoista. Hai tutte le ragioni del mondo per non volermi più parlare. Ma ti chiedo scusa, scusami, non ti merito.>>

La prendo per un polso mentre mi inginocchio sulle scale davanti a lei, la testa che mi gira per l'alcol.

Angel mi osserva dall'alto come una dea della giustizia, come la dea che è sempre stata per me.

<<Vai a casa, non voglio che gli altri condomini ti trovino inginocchiato nell'androne del palazzo.>>

<<Ma tu mi perdoni?>>

<<No.>>

<<Oh Angel, ti prego!>> mi aggrappo ai suoi fianchi e mi sento incredibilmente ridicolo. Se Angel mi rinfaccerà mai questa cosa, potrò sempre dirle che era colpa dell'alcol.

La sento ridere ed è il suono più bello che io abbia mai sentito.

<<Sì, basta che mi lasci andare e che non mi tratti mai più in quel modo. Se dovesse mai riaccadere, Marc, sappi che ti staccherò la testa.>>

Mi alzo in piedi e le poso un bacio sulla guancia.

<<Non riaccadrà mai più, Angel, te lo garantisco.>>

<<Promesse da pilota.>> ripete lei, e io scuoto la testa.

<<No, non sarà una promessa da pilota. La manterrò.>>

<<Marc, sai che non mi piacciono le promesse. Non ci credo.>>

<<Dammi il beneficio del dubbio.>>

Angel mi osserva per qualche istante, poi scuote la testa e sorride.

<<E va bene.>> resta a guardarmi per qualche istante, come se volesse dirmi qualcos'altro, poi mi da una spinta leggera.

<<Vai a dormire, Marquez. Devi essere distrutto dopo tutta la fatica che hai fatto...>>

Sottolinea la parola "fatica" e mi da le spalle.

<<Buonanotte, Angel. Sognami, stanotte.>> esclamo, sorridendo.

<<Fottiti, Marquez.>> si limita a dire, rivolgendomi il dito medio.

Scoppio a ridere, incurante del fatto che possono sentirmi, ed esco dal palazzo. Javier è sparito. Vorrà dire che dovrò andare a piedi.

~·~

Angel se n'era andata.

Mi aveva lasciato per andarsene con Alex.

Certo, in fondo quella che aveva fatto era una scelta ovvia. Alex era il suo ragazzo. Non avrebbe avuto senso restare, soprattutto dopo l'infortunio che aveva rimediato. Anzi, mi ero reso anche abbastanza ridicolo ed egoista, nel chiederle di restare per me.

Ma ormai, io venivo sempre dopo Alex.

Anzi.

Ormai venivo anche dopo qualcun altro.

Joan Mir.

Ero rimasto letteralmente senza parole quando avevo scoperto che stava per andare da lui, che aveva, in pratica, un appuntamento con lui. Avevo provato a nascondere il fastidio che mi dava quella scoperta, ma non ce la facevo. Era più forte di me.

Non avevo idea di come Joan fosse riuscito a fare breccia nei muri di Angel, a conquistare la sua fiducia, in così poco tempo.

Li avevo visti, poi, durante la festa che Angel aveva organizzato del tutto improvvisamente nel mio motorhome in onore di José.

Lo avevo visto.

Il modo in cui lui le stava vicino, le sorrideva, la guardava, il modo in cui si parlavano all'orecchio, ridevano e si sfioravano appena.

Lo avevo visto, e mi pareva di impazzire dalla gelosia.

Il modo in cui Angel rideva a ciò che diceva, in cui lo abbracciava, il modo in cui gli permetteva di starle vicino.

Vederla con mio fratello era stato atroce, la cosa peggiore che potessi immaginare. Ma avevo capito che Angel stava ascoltando la sua mente, con Alex, che aveva ponderato la sua scelta di stare con lui. Che lo adorava, e che il modo tenero in cui lo guardava era il modo in cui lo aveva sempre guardato. Forse più carezzevole di prima, ma pur sempre simile.

Avevo notato che il rapporto con Joan si era intensificato. Avevo notato il modo in cui sorrideva quando lo guardava, quel modo in cui socchiudeva le palpebre poi.

Le piaceva, per la prima volta da quando la conoscevo la vedevo interessata a qualcuno del sesso opposto che non fosse il sottoscritto o Alex.

Dopo averli osservati, dopo aver osservato lei, temevo di perderla definitivamente per qualcuno di estraneo e lontano, di perderla veramente, e per sempre.

Avevo sempre temuto che arrivasse qualcuno, prima o poi, in grado di farla innamorare, e che l'avrebbe portata via, da me.
Che avrebbe lentamente cancellato il mio viso dalla sua mente, che mi avrebbe sostituto nella sua scala di importanza, che fosse riuscito in quello in cui io non ero mai riuscito.

Stavo perdendo la testa, me ne rendevo conto ogni giorno di più.
Ero sempre stato quello che teneva in mano il potere, che non si lasciava coinvolgere, che aveva sempre pensato solo al rapporto fisico e carnale con una ragazza, che pensava solo al divertimento e che se ne era sempre fregato del resto, e ora ero in balia dell'unica ragazza a cui ero sempre stato indissolubilmente legato.

Non riuscivo più a smettere di pensare a lei in quello smoking di Yves Saint Laurent, al galà. Al suo modo di muoversi, ai suoi sguardi, alla sua voce. Guardarla era stato come infilare le dita nella presa della corrente. Mi era parso quasi di scoppiare.
Quell'Angel che mi guardava in quel modo sensuale ma al tempo stesso distante, che mi rivolgeva quei sorrisi dolci e al tempo stesso compiaciuti, che mi sussurrava all'orecchio in quel modo, mi rendeva debole e instabile.

Avrei voluto fare di tutto e di più con lei, quella notte.

Anelavo semplicemente al suo sguardo, al suo tocco, ad averla vicino, il più vicino possibile.
Desideravo ardentemente entrarle dentro, nel profondo, affondare le dita e le unghie nel suo cuore. Avevo il bruciante desiderio di sentirle dire che mi amava, che voleva me e soltanto me, e che era mia, e che lo era sempre stata.

Ma ero uno sciocco.

Una come Angel non avrebbe mai detto simili cose. Non le avrebbe mai ammesse, neppure a se stessa, figurarsi a qualcun altro.

Sentivo una disperazione crescente opprimermi al petto, il terrore di averla già persa a causa di mio fratello, o di perderla per qualcun altro in grado di conquistare il suo cuore apparentemente inespugnabile e la paura di vederla andarsene per sempre, per tornarsene a casa sua, mi mandava fuori di testa.
Io non potevo perdere Angel.

Era tutto quello che volevo, tutto quello di cui avevo bisogno. L'unica che mi riempiva il cuore. Se n'erano accorti tutti che quando c'era lei nessun'altra attirava il mio sguardo, e che da quando avevo realizzato di essermi innamorato come un idiota, tutte le relazioni e le avventure che avevo intrecciato erano state solo un mero tentativo di dimenticarla o di fingere che mi andasse bene vederla con Alex.

Ma la realtà era che lei non mi avrebbe mai, mai ricambiato.

Non stavo facendo altro che farla allontanare da me, ma non riuscivo a non seguire l'impulso di provarci, di starle vicino.
Se solo sapesse di tutti quegli sguardi che le avevo rivolto e che lei non aveva mai colto, di tutti quegli sguardi da cui lei era fuggita, troppo cieca per capire quello che da ormai un anno cercavo di dirle.

Mi rendevo conto di essermi comportato in maniera inspiegabile a casa dei suoi nonni.
Ma tutto, tutto era iniziato quando Angel si era lasciata sfuggire che un giorno sarebbe tornata a casa sua. Quel desiderio, confidato in quel modo così semplice e spontaneo, mi aveva fatto capire che era un qualcosa che sognava ardentemente, che viveva nella sua mente da sempre. Che tutto quello che avevamo vissuto insieme in quegli anni, non era stato niente per lei, non era servito per farle cambiare idea.

Era rimasta irremovibile nelle sue decisioni, non ero riuscito nel mio obiettivo, ossia quello di convincerla a restare.
A restare a Cervera, con me. Per sempre.

Non avevo capito più nulla. E mi ero nascosto dietro la scusa di Alex per dirle quanto mi feriva realizzare che lei sognava di andarsene per tornarsene fra le sue montagne. Anche se in realtà, mi dispiaceva anche per lui.

In fondo, ci trovavamo nella stessa situazione.
Perdutamente innamorati della regina dei ghiacci.

E quella sera, quando l'ho sentita entrare nella camera che condividevo con Alex, ho sentito l'istinto prendere il sopravvento e urlare di stringerla, baciarla, provare disperatamente a farle capire che stava sbagliando tutto e che ero io la scelta giusta.

Che ero io il motivo per restare a Cervera.

Invece, continuo a fare un errore dopo l'altro, con lei.

Mi ha scritto un messaggio subito dopo la gara di Misano, che ho vinto. Avrei voluto vederla al parco chiuso con il mio team, avrei voluto averla accanto a me in griglia di partenza. Invece se n'era andata con mio fratello. Avrei voluto risponderle subito, ma ho preferito lasciar passare diverse ore.

Il weekend è finito. Avrei potuto anche divertirmi un po' prima di andare in aeroporto per tornare a casa, eppure, non mi va, e la cosa è grave.

Sono messo davvero male.

Mentre attendo che chiamino il volo che porterà me e José a Barcellona, rileggo i messaggi su whatsapp e noto che Linda mi ha scritto. Non ci sentiamo dalla sera del galà, dove si è comportata in maniera vergognosa con Angel. Mi ha chiesto scusa più volte, anche se in realtà avrebbe dovuto chiederlo a lei, ma comunque, sapevo che non era davvero dispiaciuta. Lei voleva solo fare pace con me. Non le rispondo, e finisco per rileggere il messaggio che mi ha mandato Angel dopo la gara.

Angel > 'Complimenti, Marc, sei stato strepitoso. Hai raggiunto il Dovi. Dai, che questo mondiale può essere ancora nostro. Un bacio, ti aspetto.'

Continuo a fissare quel 'ti aspetto' voracemente e con il cuore che batte a gran colpi. Finisce sempre così, tra noi due. Ci scontriamo, ma poi torniamo a comportarci esattamente come se non fosse successo nulla. Possiamo litigare, discutere, farci male, ma poi torniamo ognuno al proprio posto, come se fosse successo tutto in una realtà parallela.

Sento l'impellente bisogno di una birra. E quando scenderò dall'aereo, berne una sarà la prima cosa che farò.

~·~

[Angel]

<<Allora, ti sono piaciuto oggi?>>

<<Moltissimo, anche se sei arrivato secondo. Dovevi vincere!>>

<<La prossima la vinco. Così te la dedico, scricciolo.>>

Sbuffo, mentre continuo a cambiare canale alla ricerca di qualcosa di interessante da guardare. Duchessa, visibilmente annoiata, inizia a giocare con un gomitolo di lana.

<<Non ci provare, o giuro che ti tiro un pugno davanti a tutti.>>

Joan ride dall'altra parte del telefono.

<<Beh, sai come si dice? L'amore non è bello se non è litigarello.>>

<<L'amore non è bello e basta.>> replico, schioccando la lingua e spegnendo il televisore.

<<Interessante. Problemi con Alex?>>

<<No. Io l'ho sempre pensata così, a prescindere da Alex.>>

In realtà qualcosina c'è che non va tra me e Alex. In questi tre giorni gli sono stata molto vicina, ho cercato di essere il più dolce possibile per i miei standard, di riempirlo di premure. Ma c'era sempre qualcosa che rannuvolava il suo sguardo limpido.

So che continua a pensare alle parole che mi sono lasciata sfuggire alla cena di giovedì sera. E non capisco perché, non capisco perché per lui la cosa sia così importante.

<<Sei tutta da scoprire, scricciolo.>>

<<Meglio di no. Anche io trovo difficile vivere con me stessa.>> sospiro, poi scuoto la testa, <<comunque, dove sei? Stai andando in aeroporto?>>

<<Esatto. Stasera sarò a casa!>>

Afferro la rivista che ho trovato tra le vecchie rubriche di giardinaggio di mia zia. Risale a giugno, quando la cara Linda è venuta in circuito. Ovviamente è finita sui giornali. La cosa che mi urta, è che ci sono finita anche io, con sotto scritta una didascalia:

"Linda Mendoza gelosa della migliore amica di Marc Márquez?"

Una foto di me, accanto a Marc in griglia di partenza, occupava metà pagina.
Almeno quella che avevano immortalato era giusto la mia nuca. Ero troppo impegnata ad osservare Marc per guardare qualcos'altro.

Accanto alla foto di noi due insieme ce n'era una di Linda, al box, lo sguardo truce. Sì, probabilmente ce l'aveva con me. Era lo stesso sguardo che mi aveva rivolto quando Marc le aveva detto che voleva me accanto a lui in griglia di partenza.

E per completare il tutto, nell'articolo avevano riportato le parole che Marc aveva detto nel post gara lo scorso anno, ad Aragon.
Quel 'non è la ragazza più bella del mondo?' continuava a risuonare in un angolo della mia mente.

Che idiota.

Non riusciva proprio a non prendermi in giro. Il problema era che io continuavo a volergli bene.

Getto la rivista nel cestino, e accendo il PC, facendo partire la musica.

<<Che stai facendo?>> sento chiedere da Joan dall'altra parte del telefono.

<<Metto un po' di musica. Ti va di ascoltare un po' di musica con me, Joan caro?>> sogghigno, mentre She looks so perfect dei 5 Second of Summer invade il mio salotto.

<<I 5 Second of Summer? Davvero?>> lo sento ridere.

<<Ehi! Guarda che io nel 2014 avevo una cotta pazzesca per Luke Hemmings! E ci tengo a sottolineare che questa cosa non la sa nessuno.>>

<<Luke Hemmings? Non sembra essere il tuo tipo.>>

<<Infatti non lo è, ma sono dotata di occhi e lui era favoloso. Con quel piercing al labbro...l'unico ragazzo a cui donava il piercing al labbro.>>

<<Ma non è il tuo tipo. Il tuo tipo assomiglia più...a me.>>

Non riesco a trattenere una risata, mentre Mamma mia degli Abba sostituisce la canzone dei 5sos.

Joan mi fa sentire così leggera senza fare nulla. Solo il sentirlo, o il vederlo, mi fa sentire inspiegabilmente di buonumore. Ed è così strano, per una come me.

<<Mamma Mia, here I go again
My my, how can I resist you?>> canticchio al telefono, per poi ridere, e lo sento rispondere.

<<È quello che mi chiedo anche io. Come fai a resistere ad uno come me?>>

<<Mamma Mia, does it show again
My my, just how much I've missed you.>>

<<Allora è vero che ti manco!>> continua lui e io scuoto la testa, sorridendo, anche se non può vedermi.

<<E io? Ti manco?>> lo prendo in giro.

<<Moltissimo, scricciolo.>> soffia, serio.

Resto in silenzio, non sapendo cosa dire. Forse dovrei mettere giù. Sì, ora trovo una scusa

<<Devo andare, scricciolo. Siamo arrivati. Ci sentiamo più tardi, se vuoi.>>

<<Va bene. Fai buon viaggio.>> mi limito a dire, per poi chiudere la chiamata.

Mi siedo sul divano e tolgo la musica. Sento un peso al centro del petto, e non ne comprendo il motivo.

I miei occhi si posano sul messaggio che ho inviato a Marc. Lo ha letto, ma non mi ha risposto. Succede, ogni tanto, nei weekend di gara, soprattutto la domenica. Solo che ormai dovrebbe essere in aeroporto, per cui...non ha semplicemente voglia di rispondermi.

In quel momento il telefono si illumina e inizia a suonare. È una chiamata di mia madre.

<<Pronto, mamma, che succede?>>

<<Tesoro, volevo avvisarti che stasera resterò a dormire di sopra, da tua zia. Abbiamo deciso di passare una serata tra sorelle. Non ti dà fastidio, vero? Se hai bisogno sono di sopra, lo sai. Al massimo puoi battere il manico della scopa contro il soffitto.>>

<<Tranquilla mamma, non ce ne sarà bisogno.>>

<<Puoi invitare Alex. Può venire, nonostante l'infortunio?>> stringo le labbra.

<<Al massimo lo vado a prendere io. Non ti preoccupare mamma, sei nell'appartamento sopra il mio. E io ordinerò una pizza, non darò fuoco alla cucina, tranquilla.>> sogghigno, e così anche lei.

Il telefono mi vibra contro l'orecchio, e quando chiudo la chiamata noto che è arrivato un messaggio da parte di Marc.

Marc > 'Avrei voluto festeggiare con te. Anche se sono un cretino, grazie per sopportarmi e supportarmi sempre. Torno presto.'

Sorrido appena, mentre sento un dolore fortissimo colpirmi alla bocca dello stomaco.
Con Marc è sempre così.
Un dolore devastante che mi attanaglia in ogni più piccola parte del corpo.
E non può essere qualcosa di buono.

Il telefono vibra nuovamente tra le mie mani. Questa volta è Rafi.

Rafi > 'Cosa fai stasera, chica? Io esco con quella macchina del sesso di cui ti ho parlato.'

Getto la testa all'indietro.
Già.
Me ne ha parlato anche troppo.

Angel > 'Evvai, Rafi! Divertiti, mi raccomando. Non rotolarti troppo tra le lenzuola, però.'

Alex > 'E tu? Rotoli con Alex? Oh no, lui è messo un po' così, quindi no. Comunque, ho sempre desiderato chiederti una cosa. La tua prima volta è stata con Marc, ora stai con Alex...dato che sono i miei cugini, e quindi no grazie, mi sono sempre chiesta: chi è meglio a letto, tra i due?'

Rileggo la domanda di Rafi con gli occhi fuori dalle orbite per circa una decina di minuti.
È ubriaca? Fumata? Drogata?

Angel > 'Metti giù il vino, Rafi, la serata non è neppure iniziata e sei già ubriaca. Divertiti, eh.>>

Sbuffo, gettando il telefono accanto a me.
Sono appena passate le sei. E se ordinassi già la mia pizza?

~·~

Dopo cena, guardo un episodio di Sherlock, poi mi metto sotto le coperte. Vengo svegliata, non so dopo quanto tempo, da un suono continuo e persistente, e quando apro a fatica gli occhi, capisco che si tratta del citofono.

Ma chi diavolo può essere a mezzanotte inoltrata?

Corro a vedere, e il viso stravolto di Marc appare ai miei occhi.

<<Marc!?>>

<<Angel...finalmente! Ma che...diavolo stavi...facendo?>>

<<Dormendo, forse? Io, a quest'ora, dormo. Tu, invece...sei ubriaco?>> lo osservo attentamente. Lui sogghigna socchiudendo gli occhi e capisco che sì, è ubriaco.

<<Certo che no!>> esclama, la voce più alta di un'ottava, come se fosse offeso dalla mia domanda, <<Mi apri per favore?>>

<<No, vattene a casa, Marc.>>

<<Ti prego...>> inizia a piagnucolare, e io non posso fare a meno di alzare gli occhi al cielo, <<possibile che io...debba sempre...pregarti?>>

<<Marc, di grazia, vai a casa. Ci vedremo domani, quando sarai sobrio.>>

<<No, ti prego!>> urla, con urgenza, e io lo zittisco.

<<Vuoi svegliare tutto il quartiere?>>

<<Se non mi apri...sveglierò tutto il quartiere. Va bene?>> inizia a cantare, urlando con tutto il fiato che ha in corpo e trapanandomi i timpani, da quanto è stonato.

<<Va bene, impiastro, ti apro!>> apro il portone e lo vedo sussultare, per poi sorridere, <<contento? Vedi di non sfracellarti sulle scale.>>

Scuoto la testa e attendo che salga le scale. Quando lo vedo raggiungere il mio pianerottolo, spalanco la porta. Barcolla appena e allungo una mano, che afferra subito. Lo faccio entrare, e chiudo la porta alle mie spalle. Per fortuna che mamma è rimasta dalla zia, altrimenti Marc avrebbe svegliato anche lei.

Osservo il mio riflesso allo specchio. Cielo, sembro così...bambina. Indosso una maglia lunga con sopra disegnato un gattino, i capelli acconciati nella mia solita treccia e le mie lunghe calze azzurro scuro, che arrivano fin sopra il ginocchio.

Terribile.

Marc fa per abbracciarmi, ma io mi scosto, e lui finisce contro il muro.

<<Ahia.>> piagnucola, e io lo prendo per un braccio.

<<Che ci fai qui? Perché non sei a casa tua? E perché sei ubriaco?>>

<<Cos'è il terzo grado?>> commenta lui, per poi scoppiare a ridere.

<<Marc, ti ho fatto salire, ma ora devi tornare a casa.>>

Marc smette di ridere e posa gli occhi su di me. Diventa serio, tutt'a un tratto.

<<Ho capito. Me...me ne vado, tranquilla, angelo. Così...smetterò...di darti fastidio.>> mi da le spalle e fa per aprire la porta che io ho chiuso a chiave.

Il suo tono è così triste e malinconico che sento una fitta colpirmi al petto. Non può andare in giro, da solo, in questo stato.

<<No, Marc, aspetta.>> gli poso una mano sulla spalla, e lui si volta a guardarmi, gli occhi rossi ma così limpidi, insicuri, puri.

È come riavere il Marc che ho conosciuto sei anni fa, il Marc che ha fatto breccia nei muri impenetrabili che avevo innalzato.

<<Senti, puoi restare qui. Va bene? Puoi...dormire sul divano. Aspetta qui, ti vado a prendere un cuscino.>> mi dirigo verso la mia stanza, e accendo la luce. Inizio a cercare nell'armadio, e all'improvviso, la luce si spegne. Solo la fioca luce della lampada posata sul comodino rischiara di poco la stanza.

<<Ma cosa ->>

Marc è accanto alla porta, la mano posata sull'interruttore della luce. Sogghigna.

<<Mi...sono lavato le mani, se...se ci tieni a...saperlo. Mi ricordo delle regole...che vigono a casa tua.>> singhiozza e io scuoto la testa.

<<Ubriaco come sei te le sarai lavate con l'acqua del cesso. Accendi la luce, per favore. Devo cercare un cuscino.>>

<<Non ho bisogno del cuscino.>> replica, alzando lentamente le spalle, e camminando verso di me, <<permettimi di starti vicino, Angel. Non farmi stare di là, lontano da te. Ti...ti prego.>>

Lo osservo, confusa. Pare così sofferente, perché?
Non dovrebbe essere felice?
È un campione, vive la vita che tutti sognano di vivere.

<<Non c'è posto qui, per tutti e due, lo vedi? Se stai di là sarai comunque vicino a me.>>

<<Già. Vicino sì, ma...sempre, sempre troppo lontano, Angel. Sempre troppo lontano.>> ripete, il viso che si distorce in un espressione di disperazione.

Ma che sta farneticando?
Dimenticavo che è ubriaco.
Sta dicendo solo sciocchezze.

<<E dove vorresti stare, sentiamo.>>

<<Qui.>> va a sedersi per terra, sul candido tappeto ai piedi del mio letto, <<qui, andrà benissimo.>> lo osservo, stranita.

<<Per terra. Preferisci dormire per terra che su un comodo divano.>>

<<Il divano è comodo, ma è lontano da te. Il...il pavimento è duro, freddo, ma...vicino a te. E va bene così.>>

Sento una fitta a quelle sue parole. Come se intendesse altro, come se non si stesse riferendo solo al pavimento o al divano.

<<Come vuoi.>> mi limito a dire, sospirando. Mi infilo nuovamente sotto le coperte, ma appoggio la schiena contro la testiera del letto, per osservarlo. È letteralmente steso per terra, gli occhi chiusi, e farfuglia paroline sconnesse in sussurri leggeri.

In quel momento il telefono sul comodino si illumina e vibra. Deve essere arrivato un messaggio. Allungo la testa e noto che si tratta di Rafi. Le risponderò domattina.

<<Chi è? Alexito?>> domanda, facendomi il verso. Solo io lo chiamo in quel modo, <<oh no, è perfezione Joan, vero?>> solleva di scatto la schiena dal pavimento e punta gli occhi lucidi nei miei.

<<No, è tua cugina, idiota.>>

<<Ti piace, lo so che ti piace.>> inizia a piagnucolare, fastidiosamente.

<<Tua cugina? Beh sì, sai che mi sta s->>

<<Joan perfezione Mir, ti piace. Lo so che ti piace, e neppure...neppure te ne sei accorta...>> appoggia la testa sul letto, continuando a piagnucolare, <<già vedo te, Joan e...e mio fratello ad...ad allevare mucche...in cima alle montagne. E io invece, resterò...solo.>>

Oddio, sta davvero delirando.

<<Marc, ma quanto stracazzo hai bevuto?>>

<<Troppo poco, perché ricordo tutto!>> esclama, e mi fissa negli occhi.

<<Senti, mi hai svegliato, avrei voluto tornare a dormire, ma mi hai fatto passare il sonno. Cosa dovrei fare adesso?>>

<<Io...io un'idea ce l'avrei...su cosa potremmo fare...>> mormora, inarcando le sopracciglia e rivolgendomi un largo sorriso.

Incredibile, ha cambiato umore nel giro di mezzo secondo. Fa per salire sul letto, ma io poso un piede sulla sua fronte.

<<Fermo là! Tu, non ci sali sul mio letto, vestito!>> esclamo, alterata. Marc sbatte le palpebre, con aria innocente.

<<Potevi dirmelo prima che volevi che io mi spogliassi, angioletto...>> si solleva sulle ginocchia e si toglie la maglietta nera, per poi gettarla sul pavimento.

<<Che stai facendo, di grazia?>> domando, allarmata, la voce più alta di un'ottava.

<<Mi sto spogliando. Così posso salire sul letto con te.>> risponde, candidamente, sfilandosi i jeans.

<<Marc, smettila. Tu, sul mio letto, non ci sali!>> continuo, ma i miei occhi non riescono a staccarsi dalla sua pelle nuda, dal suo fisico scolpito, dai muscoli della schiena che si tendono sotto la pelle.

Boccheggio, mentre si siede accanto a me, e avvicina le labbra al mio orecchio.

<<È così...così che voglio stare, con te, Angel. Vicino, il più vicino possibile...accanto al tuo cuore, dentro di te...>> sussurra al mio orecchio, per poi posarci sopra un bacio.

Non riesco a controllare il mio corpo e un brivido mi scuote, e Marc lo nota.

<<L'unica cosa che voglio, Angel...è essere tuo. Ma in fondo, io sono già tuo, tuo e soltanto tuo...>> soffia, il suo respiro caldo che mi sfiora la curva del collo. Un sospiro lascia le mie labbra, mentre socchiudo gli occhi.

La sua voce al mio orecchio è tutto quello di cui avevo bisogno. La sua voce, che acquieta la mia anima in fiamme, che fa scendere la pace sull'oceano in tempesta che si agita nel mio profondo.

<<È così che dobbiamo stare. Intrecciati, uniti, come un'unica cosa. Perché io sono tuo, anima e corpo. E tu, dimmi che sei mia, mia, mia, anima e corpo.>> sfiora la mia guancia con la punta del naso e sento i miei nervi e i miei sensi concentrarsi tutti in quel minuscolo punto.

Com'è possibile provare simili emozioni, simili sensazioni?
È normale?
È normale sentire questo bisogno quasi insopportabile di sentirlo vicino, ancor più vicino, di sentire il suo tocco, la sua voce, il suo respiro, di sentirlo tutto, in ogni sua sfumatura, nel più profondo di me?
È normale che questo bisogno, così urgente, faccia così male?
È normale sentire questo dolore così devastante al centro del petto?
Com'è possibile provare queste emozioni tutte insieme?
Perché le provo?

<<Io tuo, e tu mia...per sempre. Io sono incondizionatamente tuo, amore mio. Dimmi che lo sei anche tu, dillo, Angel.>>

Quelle due paroline, di nuovo.

Amore mio.

Ma è ubriaco.
Non devo dimenticare che è ubriaco.

Perché sta dicendo simili cose? Come può anche solo pensarle?

Mi ha sempre spaventato quel modo di dire degli innamorati 'sono tua, sono tuo, sei mia, sei mio'.
Mi spaventava una simile possessività.

Ma in questo momento, non c'è cosa più bella e dolce di sentire Marc dire queste parole. Sentirlo dire che è mio, sentirlo chiedermi di dire che sono sua, è tutto ciò che avevo sempre desiderato, senza saperlo.

Mi accorgo, del tutto improvvisamente, che voglio che mi appartenga, e che io voglio appartenergli, per l'eternità.

Mi avvolge i fianchi con un braccio e mi attira a lui, con fare deciso, ma al tempo stesso delicato. Le sue dita, che vanno a posarsi sulla mia pelle come se la conoscessero da sempre.

Simili pensieri mi spaventano, non sono da me, e cerco di oppormi, la mia mente mi urla di allontanarmi, ma fisicamente non ci riesco. Cerco di spostare lo sguardo, di evitare di toccarlo, ma mi è impossibile. Lui è la calamita, e io sono il magnete.

<<Starti vicino, è l'unica cosa che voglio. Noi ci apparteniamo, Angel. Io sono stato fatto per te, e tu sei stata fatta per me.>>

Posa le labbra all'angolo delle mie e cerco di resistere, cerco di ignorare le sensazioni e le emozioni che mi stanno letteralmente togliendo il respiro.

La sua voce è la cosa più bella che io abbia mai sentito. La sua pelle, la cosa che desidero di più al mondo. Intreccio le braccia al suo collo, e affondo le dita tra i suoi capelli. Marc mi stringe ancora di più a sé, e sfiora le mie labbra con le sue.

Non posso cedere, non posso farmi tentare. Perché Marc è la tentazione, e seguire la tentazione è sempre la scelta sbagliata.

<<Dì che sei mia, Angel. Dillo...>> mi implora, sulle mie labbra.

Esattamente come lo scorso anno, quando Marc dopo aver conquistato il titolo in Giappone mi chiamò, ubriaco, per confessarmi di voler fare l'amore con me, mi lascio andare. Posso dirgli tutto quello che voglio, perché non ricorderà, proprio come lo scorso anno.

<<Sono sempre stata tua, Marc. Lo sono sempre stata e lo sarò sempre.>>

E non c'è sensazione più dolce.

[Spazio Autrice]

Ta-daaaan!
Ecco a voi un nuovo capitolo!
Come al solito, mi sono fatta attendere, e vi chiedo scusa.
Sono terribile.
Ma, veniamo a noi: questo è un capitolo molto importante, da qui, non si torna indietro.
Il prossimo sarà abbastanza doloroso da scrivere, per me, già lo dico.
Comunque: che ne pensate di questo capitolo?
Marc si è spinto molto in là, che dite? 😏
Secondo voi cosa succederà ora?
Ho un'altra domanda, per voi: c'è qualcosa che vorreste sapere di più su qualcuno dei personaggi? Sono sempre curiosa di sapere le vostre opinioni e di rispondere alle vostre eventuali domande!
Detto ciò, spero che questo capitolo vi sia piaciuto!
Vi rinnovo il mio affetto e vi ringrazio per il vostro continuo sostegno!
Un bacio 💋

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