Un filo sottile
«Che cosa volete?», domandò il commerciante, bruscamente.
L'uomo rispondeva al nome di Bellum Deckar, ed era rinomato, a Diagon Alley, oltre che per essere il proprietario dell'unico negozio di libri della zona, soprattutto per il suo caratteraccio. Carattere che, per sfortuna dei malcapitati nel negozio, metteva particolarmente in mostra con i clienti.
«Vendete solo libri, non ci sono molte alternative», fu la risposta di Albus.
«Non mi piace il tuo tono», ringhiò l'altro.
A dire la verità, il tono di Albus non era stato affatto scortese; non esattamente cordiale, ma nemmeno così tanto da doversene lamentare. Tuttavia, Deckar non era un uomo particolarmente tollerante, e non lo sarebbe stato, in special modo, con un ragazzino.
Albus, invece, che aveva bisogno di tutto, fuorché di discutere con un libraio, decise di essere comprensivo anche per l'altro. Così, sospirò e, passandosi una mano tra i capelli, disse: «Perdonatemi, vi prego. Non avrei dovuto essere così brusco. In questo periodo, purtroppo, non riesco davvero a pensare alla cordialità».
Bellum fece una smorfia, ma poi si rilassò. Dopotutto, era un brav'uomo, e sapeva accettare le scuse degli altri. Quanto a fare le sue, era un'altra storia, ma, fortunatamente, non era quello il caso; dunque, si accontentò di aver ripreso una sola volta quel giovanotto, che in fin dei conti sembrava proprio un bravo ragazzo, di buoni costumi. Forse non intendeva nemmeno essere scortese, e davvero in quei giorni ne aveva passate tante.
E poi, in fondo, era domenica per tutti.
«Sei scusato, ragazzo. Ma sta' attento, la prossima volta.»
Albus mormorò un grazie in risposta, poi si mise in piedi davanti agli scaffali.
Riusciva a leggere i titoli di libri d'ogni sorta e sperava che anche uno solo di quelli - o, perfino, una soltanto di quelle pagine - gli sarebbe potuto essere utile.
Quel che era certo è che avrebbe cercato comunque. D'altra parte, doveva cercare comunque.
«Potreste dirmi dove si trova il reparto sulle Magie Oscure?»
Bellum alzò un sopracciglio, improvvisamente sospettoso.
Che avesse parlato - o meglio, pensato - troppo presto? Certo, il ragazzo non era il primo cliente che veniva nel suo negozio a chiedere di libri su certi argomenti, ma di sicuro era il primo a farlo da così giovane. A Hogwarts, per ovvie ragioni, non si studiano le Arti Oscure in modo approfondito e poi, se anche così fosse stato, con la biblioteca che c'era in quel castello, di certo non era necessario andare a comprare libri sull'argomento.
Troppo giovane per essere un Auror (il corso per diventarlo, di solito, durava tre anni), quel giovane non poteva avere altri motivi per volere un libro simile che non fossero personali. E Bellum Deckar era preoccupato di quelli che potevano essere i motivi personali di Albus Silente.
Non che gli adulti fossero meno soggetti a fare uso della Magia Nera rispetto ai loro rampolli, ma il libraio non stava tranquillo pensando al fascino che potevano esercitare simili poteri in un cuore giovane e inesperto, a ciò che potevano portarlo a desiderare o fare.
Quel ragazzino non sembrava proprio il tipo, ma chi era, in fondo, lui, Bellum Deckar, un semplice commerciante, per decretare se qualcuno potesse essere o meno un futuro Mago Oscuro soltanto in base alle sue sensazioni personali?
Proprio nessuno, si rispose da solo.
«A cosa ti serve un libro simile? Non sono cose con cui giocare, né letture che si comprano per passare il tempo.»
Albus aveva intuito i pensieri dell'uomo, e poteva comprenderlo. L'ultima cosa che il mondo magico voleva era un Mago Oscuro nuovo di zecca, ad interrompere la striscia positiva degli ultimi anni. La pace prosperava da lungo tempo, ormai. E poi, il ragazzo sospettava che nessuno volesse diventare il creatore di un assassino.
«Ha qualcosa sulle maledizioni del sangue? O sulle malattie genetiche magiche?», chiese, senza rispondere davvero.
Un lampo di comprensione passò sul volto del negoziante, che si vergognò molto di aver pensato male di quel ragazzo. «Hai un parente malato?», domandò. «O un amico?»
Albus si irrigidì, però rispose: «Sì. Un parente, purtroppo».
«Mi dispiace. Il reparto è l'ultimo di quelli che vedi alla tua sinistra.»
Il ragazzo guardò i libri: ce n'erano veramente di ogni genere. Ne prese tra le braccia parecchi, li guardò meglio e ne lesse la descrizione; poi li rimise a posto. Ripeté l'operazione circa altre sei volte, sotto lo sguardo di Bellum Deckar, che adesso era diventato davvero curioso.
Che razza di malattia doveva avere quel misterioso parente per costringere un ragazzo a sfogliare - e scartare, soprattutto - così tanti libri diversi e competenti sull'argomento?
Il libraio era un po' imbarazzato per la sua stessa curiosità, ma, d'altronde, chi non sarebbe stato interessato a quel giovanotto alto, rossiccio e con gli occhiali che sembrava non dormire da giorni?
Di tutti i libri dello scaffale indicatogli dal commerciante, solo due passarono la "selezione" di Albus, che, andato al bancone per pagare, ve li appoggiò sopra. Aspettò che il signor Deckar finisse di conteggiare i soldi che gli doveva, poi pagò e uscì.
Mentre stava per attraversare il finto muro di mattoni che separava (e separa tutt'oggi) Diagon Alley dal Paiolo Magico, e quindi dal mondo babbano, Albus sentì una voce che gridava dietro di lui: «Ehi! Ragazzo, aspetta un secondo!»
Si girò, trovandosi davanti proprio Bellum Deckar. L'uomo mise un libro nella busta che Albus usava per trasportare i suoi nuovi acquisti. Il titolo - Albus se ne sarebbe avveduto una volta arrivato a casa - recitava: "La cura delle Maledizioni. Indicato per Auror e Guaritori. Un aiuto sempre efficace".
Albus sollevò lo sguardo, non sapendo cosa dire.
«Questo è per te, ragazzo. Mi dispiace di essere stato sospettoso, prima. E non pensare minimamente di metter mano al borsellino: si tratta di un regalo. Spero che ti aiuti, di solito c'è sempre qualcosa di utile. Buona fortuna», disse il signor Deckar, con il tono più gentile che Albus gli avesse sentito usare.
Girò sui tacchi e se ne andò, prima ancora che Albus potesse ringraziarlo.
Il ragazzo lo fece comunque, chinò leggermente la testa in segno di rispetto e disse grazie, anche se, a quel punto, non lo stava più facendo a qualcuno in particolare.
In seguito, Albus ripensò a quella scena, rendendosi conto che, di tutte le persone che gli avevano detto "mi dispiace", quell'uomo era stato il primo (e forse l'unico) ad aiutarlo davvero.
Era l'ultima persona da cui se lo sarebbe aspettato, e forse fu proprio questo a commuoverlo.
Il commerciante gli aveva regalato un libro che non superava i 5 galeoni di costo, e, molto probabilmente, non si rendeva nemmeno conto che quello che aveva fatto non aveva prezzo: gli aveva dato conforto. Gli aveva regalato un po' di speranza.
Quella sera tornò a casa, e si mise subito a leggere i libri che aveva comprato: si sentiva fiducioso, pieno di voglia di fare.
Per lui, i libri erano sempre stati un'enorme fonte di speranza; contenevano la risposta ad ogni sua domanda. Non era mai successo che i libri mancassero di aiutarlo. Magari la soluzione al problema non era sempre chiara e tonda, ma qualcosa che faceva comodo, sì. Sapere questo dava conforto ad Albus, lo faceva stare più tranquillo, come succedeva sempre in queste situazioni. Così, quando non riuscì a trovare niente che potesse essergli utile, non poté far altro che lasciarsi prendere dalla disperazione.
Doveva essergli sfuggito qualcosa. Non era stato abbastanza attento, certo. In quei libri non poteva non esserci nulla su una malattia così evidente come quella di Ariana, doveva aver tralasciato qualche particolare.
Rilesse tutte le pagine già lette, con più attenzione di prima, se possibile. Più andava avanti nella lettura, più si sentiva crollare il mondo addosso. Perché era vero: in quelle righe non c'era niente.
Per un attimo, Albus rimase lì, a contemplare il vuoto, senza riuscire a pensare, quasi che persino il suo cervello non riuscisse a capacitarsi di quel che più aveva temuto.
Poi perse il controllo.
Prese tra le mani uno dei libri che erano sul tavolo, lo strinse così forte da farsi male e lo scaraventò contro il muro con un tonfo. Ne prese un altro, ma ci ripensò; quindi, lo scagliò da una parte e tirò un pugno al tavolo.
Inutile dire a cosa pensasse: voleva farsi più male possibile, sebbene non avesse colpa del motivo. In realtà - e forse era proprio questo che più faceva arrabbiare Albus - lui non aveva colpa di nulla.
Non era colpa sua se in quei libri non aveva trovato nulla su... qualunque cosa avesse sua sorella. Non era colpa sua se Ariana era in quelle condizioni. Non era colpa sua se quegli stupidi Babbani l'avevano attaccata, facendole chissà che cosa. Non era colpa sua se suo padre aveva cercato vendetta ed era stato imprigionato ad Azkaban, lasciando tutto il peso di quella penosa situazione sulle spalle di sua moglie. Non era colpa sua se sua madre era morta.
Non aveva colpa di nulla, eppure ne pagava il prezzo. Era rimasto incastrato in quella situazione disperata (che poi era la sua stessa famiglia) e ora non sapeva come uscirne.
La verità, gli ritornò ancora una volta, prepotentemente, in testa, era che non ne sarebbe mai uscito.
Mentre Albus si crogiolava in questi pensieri, suo fratello arrivò a passo di carica nella stanza, incurante di domandare, bussare, o fare qualsiasi altra cosa che non fosse spalancare la porta.
«Che diavolo stai facendo?»
Sembrava arrabbiato, ma d'una rabbia fredda, raggelante. Ad Albus fece quasi paura, mentre lo scrutava dalla porta.
«Pensavo che si trattasse di Ariana, poi ho capito che il rumore veniva da qui. Che motivo c'è di fare tutto questo rumore? Ariana sta dormendo... Stava, anzi. Era tranquilla, l'ultima volta che l'ho vista, quando tu eri fuori a farti gli affari tuoi.»
«Aberforth, tu non...»
«Oh, ti prego. Non dirmi che non capisco e non chiedermi di capire, perché non ci riesco, Albus», rispose il ragazzo, senza lasciare al fratello il tempo di terminare la frase e buttando un occhio intorno alla stanza. «Non capisco te e non voglio capire per quale assurdo motivo tu debba metterti a lanciare libri per la stanza. Fa' silenzio, lascia almeno che Ariana si riposi. Sempre che ti importi».
Detto questo, girò sui tacchi e abbandonò la stanza, senza chiudere la porta e lasciando Albus, per la seconda volta in due giorni, senza nemmeno la forza di richiamarlo.
"Non lo capirà mai."
Quello strano tipo aveva proprio ragione. Accidenti, se ce l'aveva.
Silente si alzò e andò a raccogliere i libri che aveva lanciato. Poteva anche essere il più grande tra i due fratelli, ma, almeno per allora, era anche quello col carattere più arrendevole, pensò, mentre prendeva in mano uno dei libri che aveva lanciato.
Era quello che gli aveva dato il libraio, o, almeno, quel che ne rimaneva. Le pagine non si erano rovinate, ma la copertina era ridotta piuttosto male: era attaccata al libro solo grazie a qualche filo che ancora la teneva attaccata al resto del libro.
Albus prese il libro per la copertina e osservò le pagine mentre penzolavano, oscillando attorno agli spaghi della rilegatura, con curiosità e distacco al tempo stesso.
Erano proprio fragili, pensò, proprio come lo era lui, e come lo erano tutti i legami in generale. Specie quelli familiari.
La copertina cedette e le pagine del libro caddero a terra, come un peso morto: dopotutto, anche i legami si possono spezzare.
E molto più facilmente di quanto non si pensi.
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