Sogni
[DA CORREGGERE]
1991
Albus si alzò dal letto.
Mise prima fuori un piede, poi l'altro.
Si rimise a posto il vestito, stropicciato dall'averci dormito sopra.
Non aveva voluto addormentarsi, ma stesosi sul letto i suoi occhi non avevano potuto far altro che chiudersi, lasciandolo nel mondo dei sogni.
Attribuiva tutta quella stanchezza alla vecchiaia, così come molte altre sue reazioni che prima non aveva.
Si mise sopra le spalle un mantello e si puntò la bacchetta contro per praticare un incantesimo di Disillusione.
Sorrise.
Se c'era una cosa che neanche la vecchiaia poteva cancellare, era la sua voglia di avventure.
Albus si muoveva con calma nei corridoi della scuola di Hogwarts, della sua scuola. Ne era il Preside da una vita, ormai. Amava quel posto con tutto sé stesso, e sapeva che, se fosse morto, avrebbe voluto essere sepolto lì, per restarci per sempre.
Con il corpo, naturalmente.
Il suo spirito era già riservato ad altro, già pronto per andare da altri.
Muovendosi piano, in quegli stessi corridoi dove era adesso, la sera precedente aveva scoperto una cosa, una cosa che aveva bisogno di risolvere, per la quale serviva il suo intervento.
Entrò nella stanza, si guardò intorno per un attimo, assicurandosi che fosse quella giusta.
Andò a sedersi su un tavolo, rimando invisibile agli occhi, e si mise ad aspettare.
Non c'era un rumore che in quel castello ad Albus passasse inosservato, che non conoscesse bene quanto le proprie tasche. Sentiva tutto.
Ad un tratto ci fu un rumore, non dissimile dagli altri, il semplice cigolio di una porta che si apriva.
La porta di quella stanza.
Non entrò nessuno, così si sarebbe potuto pensare.
Ma quel nessuno si tolse dalle spalle il Mantello dell'Invisibilità.
Apparvero dei capelli neri e degli occhiali rotondi, davanti a occhi come smeraldi.
Harry Potter.
Si diresse verso lo Specchio e ci guardò dentro, perdendosi, e finendo a sedere per terra.
«Di nuovo qui, Harry?»
Il ragazzo si alzò di scatto, trovandosi davanti l'anziano Preside, ormai tornato visibile.
«Professore...»
«È incredibile, vero? Questo specchio...» venne interrotto.
«Cosa fa? Qual è il suo scopo? Mostra il futuro?»
Il Preside scosse la testa, gentile.
«L'uomo più felice del mondo si vedrebbe riflesso esattamente com'è. Ora capisci ciò che fa?»
«Ci mostra ciò che vogliamo.»
«Quasi. Ci mostra, né più né meno, ciò che desideriamo più profondamente.»
Lo guardò.
«Si potrebbe impazzire, continuando a guardarci dentro. Perdere completamente la ragione. Molti lo hanno fatto.»
«Io ci vedo dentro mio padre e mia madre...»
«Lo so. È dura allontanarsi da quello specchio. Ma ricorda: non serve a niente rifugiarsi nei sogni, Harry, e dimenticarsi di vivere.»
Il ragazzo ci pensò un attimo, e parve convincersi di quelle parole.
«Professore? Lei cosa vede quando guarda nello specchio?»
«Io? Mi vedo con in mano un paio di calzini.»
Harry lo guardò incredulo.
«I calzini non bastano mai. Chissà perché, a me regalano solo libri...»
Dalla faccia di Harry era facile capire che non poteva credere a quelle parole, tuttavia, dopo avergli dato la buonanotte, si congedò dal professore.
Albus si alzò da dove era seduto.
Andò davanti allo specchio e ci guardò dentro.
Gli apparvero le loro immagini.
La sua, quella di sua madre, di suo padre, di suo fratello, e quella piccola e sorridente di sua sorella.
Per un attimo, Albus appoggiò la sua fronte allo specchio, chiudendo gli occhi e desiderando con tutto il cuore che quello scenario che gli si presentava davanti fosse reale, che potesse esserlo.
Staccò la fronte dallo specchio e sussurrò, sia a sé stesso che alle figure nello specchio.
«Quando sarà il momento, la mia anima, il mio spirito, vi raggiungerà. Non adesso, ho ancora delle cose da fare in questo mondo. Mi spiace, non ho mai tempo per voi...»
Una lacrima gli rigò la guancia, luccicando alla luce della luna.
Sorrise, piano, poi se ne andò.
Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere.
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