Nero è il mio sonno
Albus passò tutto il resto della giornata a pensare a Gellert e a cosa l'avesse fatto andare via così di gran carriera. Era un bel dilemma, perché il ragazzo era sparito con un'espressione molto particolare sul volto, che, a furia di conversare, Albus aveva cominciato a riconoscere: Gellert aveva quella faccia solo quando era davvero convinto di qualcosa.
Certo, anche lui era stato sicurissimo di trovare un aiuto nei suoi preziosi libri ed era poi stato tristemente deluso, ma voleva essere fiducioso. Voleva credere che una soluzione l'avrebbe trovata, che l'avrebbero trovata, insieme.
Se avesse perso anche questa speranza, se anche questo colpo sferrato contro di lui fosse andato a segno, sapeva che non si sarebbe rialzato.
Strano a dirsi, quei pensieri gli conciliarono il sonno quando si stese sul letto.
Chiuse gli occhi e sognò.
Si trovava in un prato, che era rigoglioso come non ne aveva mai visti prima, in tutta la sua vita. C'era ogni tipo di fiore che fosse presente in natura, compreso un discreto numero di specie - almeno a quel tempo - sconosciute ad Albus; si andava dalle margherite alle rose, e dalle rose a certi fiori tropicali e bellissimi che nessun europeo avrebbe mai potuto veder spuntare nel proprio giardino, se non, forse, con un pizzico di Magia di mezzo.
C'erano alberi che si intrecciavano tra loro, cespugli che formavano disegni sull'erba; a ben pensarci, quello che a primo impatto Albus aveva identificato come un prato poteva anche essere un bosco.
"Radura" sarebbe stata la parola più giusta, probabilmente.
Ma più che la forma degli alberi, ciò che di lì era davvero sorprendente era... il colore. Dovunque si posasse lo sguardo, in quel trionfo spettacolare che era la vegetazione intorno ad Albus, si poteva scorgere solo un unico colore: bianco.
Mentre si guardava intorno, estasiato, ad Albus non vennero in mente domande come dove si trovasse o perché fosse lì. La sua mente si domandò, invece, se ci fosse qualcuno per cui era stato fatto quel giardino.
Che domanda strana.
Non capiva nemmeno perché se la fosse fatta.
Ma d'un tratto, sentì una parola: non sembrava che fosse stata detta da qualcuno, pareva solo un sussurro, come se a pronunciarla fosse stato il vento stesso.
«Albus.»
Era un po' come se il vento avesse risposto alla sua domanda, in un certo senso. Quel prato era tutto bianco, e "bianco" è proprio il significato del nome di Albus*. Adesso che ci aveva pensato, gli sembrava logico che il giardino fosse stato fatto per lui.
«Albus», si sentì.
Di nuovo? Sollevò lo sguardo.
Albus, da dove si trovava, riusciva a vedere una bambina, chinata sopra una rosa, con petali, stelo e tutto il resto bianchi. Anche il vestito della bambina era dello stesso colore, e lo stesso valeva per il piccolo fiocco che aveva tra le ciocche dei capelli.
Lì c'era solo lei, ma Albus era piuttosto sicuro che non fosse stata Ariana a chiamarlo. Gli sembrava così impegnata, a guardare quel fiore...
Si sentì un altro rumore. Passi veloci, leggeri... Una risata sottile, ricambiata da quella di Ariana, annunciò l'arrivo di un altro bambino. E infatti, poco dopo Aberforth sbucò da dietro un albero e si gettò rotolando sull'erba, accanto ad Ariana, che continuò a ridere.
Una voce di donna li chiamò. «Bambini! Venite, il pranzo è pronto!»
Albus si riscosse, e andò incontro a quella voce, che ben conosceva. Passandogli accanto, fece cenno ad Aberforth di seguirlo, e prese la sorellina per mano. Poi, tutti insieme, si incamminarono.
Il tempo parve fermarsi, durante quelle camminata. Passeggiarono vedendo spuntare una natura sempre più fitta nel paesaggio che avevano intorno. Videro spuntare alberi, cespugli e piante di varietà tanto numerose, quanto lo erano state quelle dei fiori in precedenza, che pur continuavano a far capolino dai loro anfratti, amalgamandosi a una vegetazione sempre meno rada, e comunque bianca.
Videro scenari così diversi tra loro da far sembrare che il loro viaggio avesse toccato tutti i continenti conosciuti, ma quando Albus si fermò, non pensò di aver percorso più di pochi metri.
Davanti a loro, immersi in una conversazione di poco conto, c'erano un uomo e una donna. Lui le teneva un braccio intorno alla vita, e sembrava giovane, ma non più della sua compagna. La coppia portava al dito un anello identico, ed era, colpevole la somiglianza, evidentememte imparentata con i tre bambini appena arrivati.
Albus lasciò la mano di Ariana, e la bimba corse incontro ai due genitori, sorridendo con quella gioia così genuina che solo i bambini possono avere.
Kendra Silente si staccò dal marito quanto bastava per prendere la figlia tra le braccia, e ricambiare di cuore quel piccolo abbraccio che gli stava regalando la sua bambina. Poi il padre, genuinamente geloso delle attenzioni della piccola, decise di prenderla in braccio, mentre gli altri due fratelli si sedevano per terra, sopra la tovaglia del loro picnic.
Anche gli adulti fecero lo stesso, Percival con Ariana sulle ginocchia.
Era sempre stato un padre amorevole nei confronti dei suoi figli: li aveva coccolati da quando erano nati fino all'ultima volta che li aveva visti; ma con Ariana era stato diverso, e lo si era capito fin da subito.
Non che la amasse di più, ci mancherebbe. Solo, aveva sempre provato un maggiore senso di protezione nei suoi confronti rispetto agli altri figli, vuoi perché era la più piccola, vuoi perché era la sua unica figlia femmina. Non avrebbe voluto che le succedesse mai niente di brutto, e desiderava che fosse la bambina, la ragazza, la donna più felice del mondo.
Anche Kendra voleva questo per Ariana e per tutti i suoi figli, ma il suo carattere, a volte, si era reso più rigido per la loro educazione: era infatti lei che aveva dovuto insegnare ai suoi figli come si stava al mondo, e soprattutto come si stava al mondo nel modo giusto. Perciò in certi momenti aveva dovuto, per forza di cose, essere dura con loro. Questo non le impediva, però, di mostrare gesti d'affetto come quello di poco prima, in cui tutto il suo amore veniva ampiamente ripagato.
Quando tutti e quattro si furono accomodati, Percival Silente cominciò a parlare, rivolgendosi direttamente al suo figlio maggiore, con una solennità che - a voler dire tutta la verità - gli avevano sentito spesso nella voce, ma con un orgoglio per loro molto più raro.
«Figlio mio», esordì, «buon Compleanno. Ancora non riesco a credere che tu sia cresciuto così tanto, che tu sia davvero lo stesso bambino a cui insieme a mia moglie diedi un nome, a cui insegnai le sue prime parole.»
Era sempre stato così, Percival, sempre estremamente cerimonioso, persino per gli standard della società di fine '800 in cui viveva. Parlare con tanta pomposità ai proprio figli era superfluo già allora, ma il signor Silente era uno che alle parole ci teneva, persino a quelle pronunciate dentro casa sua.
Non era un caso che avesse citato proprio quelle parlando di suo figlio: per lui, avergli insegnato a scegliere le parole da dire, fin dai suoi primi anni di vita, era il più grande motivo di orgoglio che potesse avere come padre.
«Unidici anni possono essere pochi, oppure tanti. Dipende da te, come sempre più cose nel corso della vita. Il futuro si costruisce a partire da questa piccola ma grande età, nel nostro mondo: l'anno prossimo andrai a Hogwarts. Sono certo che là saprai farti onore, e che diventerà per te un posto speciale, come lo è stato per tutti noi.»
Fece una pausa e sorrise ma, con sorpresa di Albus, tristemente.
«Spero che questo allievi il dolore della perdita, e compensi la mia mancanza», gli disse, con sguardo grave e addolorato insieme.
«Verrò a trovarvi», rispose prontamente il ragazzo, che non capiva bene perché suo padre fosse così amareggiato. «Verrò a trovarvi tutti. Durante le feste, nelle vacanze estive... Non starò sempre a Hogwarts, tornerò a casa. Verrò.»
L'uomo scosse il capo, con la stessa espressione triste di prima sul volto.
«Io non ci sarò, Albus.»
«Se sei tanto impegnato», tentò Albus, «potrà essere la mamma a portarmi i tuoi saluti.»
«Neanche tua madre ci sarà. Mi dispiace, Albus, ma nessuno dei due ci sarà.»
Albus continuava a non capire, e non gli piaceva. Non gli piaceva la faccia che aveva suo padre, e nemmeno gli piacevano le lacrime che la madre aveva cominciato a versare da poco; non gli piaceva il viso spaventato della sorellina, che si era aggrappata alla camicia di suo padre; non gli piaceva lo sguardo duro e quasi pieno di aspettative del fratello, seduto accanto a lui.
Non gli piaceva niente di quella situazione.
Ma appena aprì la bocca per parlare - forse per chiedere il perché di quelle parole, forse per contraddirle, chissà? - tutto intorno a lui cominciò a svanire, quasi a dissolversi. Il bianco lasciava il posto ad un nero agghiacciante, terribile, spaventoso. Albus scattò in piedi, terrorizzato.
«Ti vogliamo bene, Albus», disse sua madre, sorridendo dolcemente.
«Non ve ne andate», pregò Albus, che non sapeva se stava respirando a fatica per via dei discorsi dei suoi genitori o perché in quel posto stava cominciando a mancare l'aria. «Vi prego, non mi lasciate!»
Ma quelle furono le ultime parole dei suoi genitori.
Albus si svegliò di soprassalto, con una mano davanti a sé, che si ricordava di aver portato avanti negli ultimi istanti del suo incubo.
Non ricordava di aver fatto un sogno così vivido da anni. Era come se ansie, ricordi e paure si fosse condensati insieme e avessero dato vita a un mostro che si era presentato davanti a lui nel sonno. Passato e presente si erano mischiati, e in maniera orribile, in quell'incubo che Albus aveva appena sperimentato.
Quello che aveva sognato non era mai successo nella realtà, e di certo non era mai stato in un prato dove qualsiasi cosa si vedesse era bianco, ma per il resto, quell'incubo era persino più vero della realtà. Il viso di sua madre, benché più giovane dell'ultima volta che l'aveva vista, era proprio il suo, e il modo in cui parlava suo padre Albus ce l'aveva ancora in testa, sebbene se ne fosse andato da anni.
C'era un unico "errore" in quella storia. Suo padre non era arrivato a festeggiare il suo undicesimo compleanno.
Si accorse di tremare.
Albus si tirò su a sedere.
La luce della luna filtrava attraverso la finestra spalancata di camera sua, illuminando l'intera stanza con fasci di luce azzurrognola. Lo scenario sarebbe sembrato leggermente spettrale, visto dall'esterno, con quel ragazzo alto e magro e le sue ginocchia piegate sotto le lenzuola, il tutto rischiarato da quella luce mistica.
Il ragazzo si alzò in piedi. Avrebbe voluto raggiungere il bicchiere d'acqua che teneva sopra la sua scrivania, ma qualcosa lo distrasse.
C'era un foglio di carta appallottolato, sul pavimento. Probabilmente, qualcuno doveva averlo lanciato da fuori, sfruttando un sasso - che di sicuro si trovava all'interno della carta - per creare peso e direzionarlo verso la sua finestra.
Era abbastanza sicuro di chi potesse essere l'autore del biglietto. E, d'altra parte, chi altri avrebbe potuto essere se non Gellert? Chi altri poteva scrivergli a quell'ora di notte (Albus stimava che fossero le tre, forse le quattro)?
Raccolse la pallina di carta e la stirò, quanto bastava per poterla leggere. Si sentì un piccolo tonfo quando il sassolino che c'era dentro cadde per terra.
"Caro Albus,
Da quando mi hai parlato di tua sorella, non ho avuto pace. Vorrei tanto aiutarti, ma allo stesso tempo non desidero darti false speranze. È per questo che ieri sono "scappato" da casa tua. Sono andato a controllare una cosa, e ora penso di potertene parlare: credo che potrà davvero aiutarti.
Vieni quando vuoi,
Gellert Grindelwald
P. S.
Hai l'imbarazzante abitudine di lasciare sempre le finestre aperte. Cerca di ricordartelo, la prossima volta."
Se il sogno non fosse stato sufficiente a svegliarlo del tutto, la lettera avrebbe sicuramente completato l'opera.
In pochi minuti Albus aveva indossato una vestaglia rossa sopra al suo pigiama, e si era infilato un paio di scarpe (le prime che aveva trovato, con un modesto tacco e di un giallo spaventoso), pronto a tutto. Meditò se uscire dalla porta, svegliando tutti, o imbucare direttamente la finestra, senza fare troppo rumore.
*NdA
Albus significa davvero "bianco": si tratta di un aggettivo di lingua latina. L'alba, infatti, è quando tutto diventa bianco nel cielo, ed è per questo che si chiama così. J. K. Rowling ha dato alla maggior parte dei suoi personaggi nomi che derivano dal Latino e dal Greco Antico - come molti sapranno - e quello di Silente non fa eccezione.
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