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La colpa di tutto

Albus non si era aspettato una cosa del genere. O meglio, se l'era aspettata, ma era convinto che se il fratello avesse voluto sollevare la questione, lo avrebbe fatto subito, non appena lo aveva visto entrare in casa.

Ma forse non aveva semplicemente pensato che, in fondo, Aberforth era cresciuto come lui: cercando di far sapere qualsiasi cosa al minor numero di gente possibile.
E forse, avrebbe dovuto davvero aspettare che Gellert se ne andasse, prima di iniziare questa discussione, poiché fu proprio il tedesco che per primo ribatté alle accuse del giovane Silente.

«Perché mai?»

Sarebbe potuta sembrare una domanda normale, questo se fosse stata cordiale. Pareva più che fosse la risposta di un animale feroce, come se Aberforth lo avesse pesantemente e personalmente offeso.

«Aberforth...» iniziò Albus, con l'intenzione di scusarsi.
Ma questo Grindelwald non lo pensò nemmeno, e neanche Aberforth.
Erano l'uno concentrato sull'altro, come se si stessero sfidando a duello.
Lo sguardo di Aberforth era stupito ma deciso, quello di Gellert minaccioso.
«Perché?» ripeté, con rabbia nella voce.

Albus non lo aveva mai visto con un tale odio negli occhi. Non sarebbe stato difficile immaginarli neri invece che azzurri.

«Mi chiedi il perché?!» disse Aberforth, alzando la voce «Perché qui c'è Ariana, ecco perché! Se succedesse qualcosa, lui dovrebbe essere qui, ad aiutarmi, e non in giro con... te» concluse, con la faccia disgustata.
«Pretendi che lui le faccia da balia, forse?» Gellert si piegò più in avanti sul tavolo, portando le braccia in avanti.

Adesso, ad Albus faceva paura. C'era qualcosa di maligno in quei suoi occhi, che per lui erano sempre stati molto più gentili, qualcosa che non faceva presagire niente di bello ad Albus, e che anzi, lo spaventava.
«Gellert...»
Il ragazzo non lo ascoltò nemmeno.
Nel frattempo, Aberforth rispondeva.

«Farle da balia? È sua sorella, lui deve prendersi cura di lei!» oltre alla rabbia, nella sua voce c'era indignazione.
«Dovrebbe starsene confinato in casa, allora? Per prendersi cura di lei?»
«Non ho mai detto questo» rispose Aberforth, ritornando per un attimo calmo «Ma vorrei che non si facesse prendere da colpi di testa e decidesse di passare la notte da qualcuno senza dirmi niente, mandando solo un gufo.»

Aberforth, sotto questo punto di vista, aveva ragione in pieno. Persino Albus se ne rendeva conto.

«Fratello» intervenne «So che hai ragione. Mi dispiace. Hai ragione tu» ripeté per la seconda volta «Non c'è bisogno di fare tutto questo rumore per niente...»
«No, Albus!» gridò Grindelwald, rivolto ad Albus stesso «Ce n'è bisogno! Assolutamente! Come potremmo riuscire in quello che vogliamo fare se c'è lui di mezzo?»
«Gellert, quel lui di cui stai parlando, è mio fratello. Lui sarà sempre in mezzo, ma non per come intendi tu.»
«Che sciocchezza! Come può uno come lui... uno come lui... come può capirci? Come può comprendere ciò che vogliamo fare?!» gridò Aberforth.

La scintilla maligna che già aveva negli occhi crebbe di intensità.

«Così stai esagerando» gli rispose Albus «Lui è perfettamente in grado di comprendere ciò che faremo.»
«Ciò che farete» ribatté il fratello «è da pazzi.»
Albus si girò verso di lui, stupito.
«Come...»
«Faccio a sapere dei vostri piani? Sciocco fratello, nelle lettere c'era scritto tutto.»

Adesso lo guardava con sguardo impassibile, quasi duro.

«Tu...»
«Vuoi chiedermi se sono d'accordo?» lo anticipò Aberforth nuovamente. Questa volta la sua voce era piena di rabbia, ma anche di qualcosa di peggio: disgusto.
«Come potrei esserlo? Ti rendi conto di ciò che progettate di fare? Di ciò che significa? Voi volete... Voi volete controllare il mondo! Volete prendere il controllo dei Babbani!»
«I Babbani hanno ridotto Ariana com'è adesso...»
«Non tutti, Albus! Solo quei tre! Non puoi riservare lo stesso trattamento che daresti a loro anche a tutti gli altri! Non credi che ci sarebbero stati Babbani che sarebbero stati incuriositi dalla magia di Ariana? Che avrebbero potuto fare amicizia per quello?»
«Sarebbero solo delle poche eccezioni...»
«Le eccezioni ci sono da qualsiasi parte, Albus. Se esistono nel nostro mondo, per quale motivo non dovrebbero esistere nel loro?»

Tutto ciò che Aberforth stava dicendo era verità. Agli occhi di Albus, questa verità poteva essere pericolosa.

«Mi hai stancato» disse Grindelwald, alzandosi in piedi «Mi hai davvero stancato.»
Estrasse la bacchetta dalla tasca, puntandola contro Aberforth.
«Gellert...» iniziò Albus.

Non gli diedero il tempo di finire.

Grindelwald lanciò una maledizione verso Aberforth che la scansò, rotolando di lato e, contemporaneamente, mettendo mano alla bacchetta, che estrasse un attimo dopo, per rispondere al fuoco.

«Ho sempre saputo che non eri chi dicevi di essere.»
«Ah, sì? Peccato, non ti aiuterà!»

Gli scagliò contro un'altra fattura.
Questa volta, non fu Aberforth a pararla.
«Protego.»
Il modo calmo con cui lo disse fece girare le teste di entrambi i contendenti verso Albus.

«Albus...» fece Grindelwald.
«Gellert. Sei ancora in tempo per fermarti.»
Grindelwald rimase di sasso.
Albus si girò verso Aberforth.
«Grazie, fratello.»
Aberforth si rialzò, andandosi a mettere a fianco del fratello.

Questo parve riscuotere Grindelwald.

«Albus, da che parte stai?»
«Da quella giusta.»
Gli occhi di Grindelwald si strinsero, così come la sua presa sulla bacchetta, puntata, adesso, su di Albus, così come quella di quest'ultimo era puntata sul primo.

«E allora addio.»

Nel momento in cui le maledizioni furono lanciate da entrambe le parti, qualcuno rimase ucciso.
Non Gellert.
Non Aberforth.
Non Albus.
Ariana.

Quando Albus e Aberforth la videro, ormai era troppo tardi.
Gli incantesimi di tutti e tre si incrociarono, insieme all'improvvisa luce derivante dal potere della bambina.

Un'onda d'urto li scagliò tutti all'indietro, facendoli finire contro i muri della stanza.

Quando si rialzarono, Gellert era scappato, e Ariana era lì, piccola e inerte, a terra.

Aberforth si gettò sul corpo.
Albus rimase lì, fermo, per qualche istante, poi si unì a suo fratello e alle sue lacrime.

Una sola certezza era presente in Albus mentre piangeva sul corpo di sua sorella: era tutta colpa sua.

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