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Ali tarpate

Il bar era piccolo, sporco e brutto.

Si trattava del tipico bar in cui probabilmente nessuno, uomo o donna, avrebbe mai messo piede.

Ed era proprio così che doveva sembrare.

Forse in quel bar non avrebbero mai messo piede un uomo o una donna 'normali'... ma un mago o una strega sì.

Erano proprio due maghi, in quel momento, a fare il loro ingresso nel bar, e a passo deciso. Uno era alto e magro, con capelli rossicci e occhi - di un vivido azzurro cielo - contornati da un paio di occhiali dalla montatura fine e dalle lenti lievemente sporche; l'altro era leggermente più basso, il fisico abbastanza robusto, ma non troppo. A saltare all'occhio, però, era il viso, orribilmente sfregiato: aveva cicatrici visibili da ogni lato lo si guardasse.

«Vaiolo di drago.»
Quelle tre parole attraversarono la sala, passando per la bocca di ognuno dei presenti nel bar; persino il barista le mormorò, anche se a nessuno in particolare.

Il ragazzo dal volto sfigurato arrossì, guardandosi intorno, visibilmente a disagio.

L'altro sospirò stancamente, si tolse gli occhiali e prese un quadratino di stoffa - ripiegato con una precisione a dir poco millimetrica - da una tasca del mantello.

Cominciò a pulire le lenti degli occhiali.

«Sta' tranquillo. Non preoccuparti», gli disse, strofinando le lenti con delicatezza.
«Facile a dirsi, eh, Albus?» ribatté l'altro.

Il ragazzo si rimise gli occhiali.
«Lo capisco, ma sono dell'avviso che se fai pesare la cosa, Elphias, sarà certo peggio.»
«Temo che alcune cose pesino per forza.»

I due si avviarono verso il bancone, seguiti dagli sguardi dei presenti.

«Un bicchiere di Whisky Incendiario per me e uno per il mio amico, grazie.»
Il barista versò il liquido nel primo bicchiere, lo porse a Elphias e guardò Albus.
«Tu sei Albus Silente, mi sbaglio?»
Il ragazzo sorrise con cordialità.
«Non vi sbagliate, signore. Sono proprio Albus Silente, e questo è Elphias Doge, mio grande amico. Ma sarei curioso di sapere come fa a saperlo, se non le dispiace...»
«Be', ragazzo. Vediamo un po'... le tue ricerche sono sulle maggiori riviste magiche della Gran Bretagna, la tua faccia è su tutti i giornali e la notizia della tua partenza per un viaggio attorno al mondo è sulla bocca di tutti. Alla tua età, sei più famoso del Ministro della Magia.» Lo guardò con le sopracciglia inarcate. «Ti basta come risposta?»

Albus non disse nulla e il barista tornò al suo lavoro. Elphias ridacchiò.
«Sicuro di non esserti fatto troppa pubblicità, Al?»
«Ah-ah. Molto divertente, Elphias.»

Quando i due ebbero finito di bere, Elphias fece un sorriso che gli andò da una parte all'altra della bocca.
«Andiamo?»

Gli occhi di Albus Silente si accesero di una luce gaia, bellissima e forse un po' pericolosa. Il suo era uno sguardo che dimostrava tutta la spensieratezza e l'inesperienza della gioventù: aveva voglia di scoprire, di vedere cose che fino ad allora aveva solo potuto immaginare.

Luoghi sconosciuti e magie arcane occupavano la sua fantasia, sembravano quasi chiamarlo; e il pensiero di uomini dal sapere sconfinato - da cui imparare o scappare? - riuscivano a farlo fremere di eccitazione. Sentiva la sua curiosità accendersi e sapeva - ne era certo - che quel poco che si stava figurando nella sua mente non era nulla in confronto a ciò che avrebbe visto davvero. L'avventura non è certo cosa da poco, a diciotto anni.
«Sì, Elphias. Andiamo.»

Erano ormai sulla soglia della porta quando videro arrivare un gufo dal piumaggio abbastanza spelacchiato, molto probabilmente al servizio dei suoi proprietari da almeno un paio di generazioni.

All'inizio, né Albus né Elphias sospettarono minimamente che quel gufo fosse importante, né tantomeno che dovesse interessare proprio loro; ma poi il gufo si fermò esattamente davanti ai due, quasi, pensò poi Albus, senza sapere quanto avesse ragione, a volergli sbarrare la strada.

Elphias aggrottò la fronte, afferrò la cordicella che legava la lettera all'anziano pennuto, la slegò, si limitò a leggere i nomi di mittente e destinatario e alzò il capo.

«È per te, Al. Da... Bathilda Bagshot, pare. Spero che tu sappia chi sia questa donna, perché io non ne ho la benché minima idea».
«È la mia vicina di casa» rispose, piuttosto stupito, Silente. «Ma, tralasciato questo piccolo dettaglio, dovresti sapere almeno un paio di cose sul suo conto. Ha scritto il nostro libro di Storia della Magia.»

Prese in mano la lettera: il sigillo, ancora leggermente appiccicoso, era di ceralacca color rosso scuro, con due lettere "B" intrecciate e, sotto di esse, per l'appunto, il nome scritto in inchiostro blu della signora Bagshot, vicino a quello del giovane mago dagli occhi azzurri.

Albus aprì la lettera e, più curioso di capire perché quella donna le avesse scritto che preoccupato di ricavarne qualche tedioso contrattempo, iniziò a leggere.

Man mano che le parole scorrevano, però, il colore della pelle del ragazzo si faceva più chiaro, la testa si chinava sempre di più sulla lettera, gli occhi si allargavano e la bocca si apriva leggermente. Le mani che stringevano la lettera presero a tremare, le nocche bianche per il troppo stringere. Finì per accasciarsi su una sedia, con una mano a coprirsi il volto e l'altra che ancora stringeva la pergamena, tremante.

Tutto questo sotto lo sguardo - assai preoccupato - del povero Elphias, che non sapeva (e teneva a freno la sua curiosità, per non risultare invadente) cosa stesse leggendo Albus, ed era tanto più lontano dall'immaginarlo.

Vedendo, però, il suo amico in tali condizioni, non riuscì a decidersi a non dire niente, a non chiedergli - domanda, a dire il vero, piuttosto superflua - se andasse tutto bene. Ma non fece in tempo a porre la domanda, che l'altro lo aveva già interrotto porgendogli la pergamena. Elphias non riusciva a guardarlo negli occhi: gli stava dando quel pezzo di carta senza nemmeno girarsi verso di lui.

E questo era ciò che diceva la lettera:

"Carissimo Albus,

Vorrei non essere io a darti questa tremenda e infausta notizia, ma temo di essere l'unica ad avere la possibilità di farlo. Non voglio usare giri di parole: servirebbero solo a renderti la cosa più dolorosa di come già non sia.

Tua madre è morta. Mi dispiace.
Non so bene come sia successo, ma sono certa che appena arrivato a casa tuo fratello potrà spiegartelo, se non altro meglio di come potrei farlo io, se anche sapessi cosa le è successo.
Perdonami: più di questo, non so dirti.

Tuo fratello e tua sorella stanno bene, ma hanno bisogno di te: sei più grande di loro, e maggiorenne, ormai. Temo che la responsabilità - per questi motivi, ma anche per quelli che, ne sono certa, ti detta il cuore - spetti a te. So che devi partire e non vorrei doverti chiedere tutto ciò. Sappi che, se potessi, non lo farei. Ti prego, torna il più presto possibile.

Con le più vive condoglianze,
Bathilda Bagshot"

Elphias alzò lo sguardo, senza sapere cosa dire. Si sedette accanto al suo amico - lo stesso a cui prima aveva detto che esistono cose, al mondo, che pesano per forza - e lo guardò, mentre l'altro, al contrario, si alzava.

«Si vede che è una scrittrice» disse Albus, amaramente. «Si capisce dal modo in cui scrive.»
«Albus...»
«Scusami, Elphias. Mi dispiace, ma sembra proprio che dovrai iniziare e finire il tuo viaggio da solo. Perdonami.»
«Non partirò, Albus. Non posso farlo senza di te!»
«No, Elphias, devi andare. Non puoi rinunciare a questo progetto a causa mia. Devi andare, come io devo andare dalla mia famiglia. Bathilda ha ragione: hanno bisogno di me. Sia Ariana che Aberforth.»
«Albus... Non posso farlo senza di te...»
«Te l'ho detto: devi. Divertiti anche per me, amico, e scrivimi... se riesci.»
«Albus, aspetta! Maledizione... Tutto questo è dannatamente ingiusto!»
«Sì» rispose Albus. «Lo è.»

Poi si smaterializzò.

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