Capitolo 9: Brezza d'estate
Mia madre mi lancia un sorriso malizioso, che fingo di non aver colto, per poi sparire dietro la porta della sua camera.
Il disagio si puó tagliare col coltello: Newt è seduto proprio di fronte a me, si scruta attorno curioso come suo solito, ma non proferisce parola.
Si limita a sorseggiare il tè fumante dalla tazza di mia madre, con una scritta in francese - che se provassi a pronunciare mi si attorciglierebbe la lingua - e una minuscola Tour Eiffel stilizzata. È la sua preferita.
È tutto così strano.
Mi schiarisco la gola, ma lui continua a non prestarmi attenzione.
Gli occhietti neri puntano dritto alla cornice argentata sul bancone della cucina, che ritrae me a soli tre anni.
Mi trovavo da mio zio Paul, mi ero appena svegliata e avevo tutti i capelli scompigliati dal sonno. Inoltre, una finestrella sbucava tra i miei denti da latte.
Prima che possa prendere a schernirmi, decido di rompere il silenzio. «Ti ringrazio, per stasera. Ma, ripeto, non avresti dovuto».
Ora sono io sotto la sua visuale, e la cosa mi crea un certo imbarazzo.
«Tuo padre?», domanda di getto, ignorando i miei ringraziamenti di poco fa.
Deglutisco. «Lui non c'è»
Si ammutolisce ulteriormente, per quanto sia possibile per uno come Newt, alché decido di correggermi. «No, aspetta... Intendo che non vive qui. Non più»
Pare cogliere il senso, dopodiché sospira.
La tazza di tè di fronte a me, che ancora non ho toccato, emana nuvolette di vapore che offuscano la mia visuale su di lui.
Le scaccio via con la mano, e in un baleno Newt torna nitido.
«Tua madre è così strana...», si riferisce a mia mamma. Alzo gli occhi al cielo, perché ormai fin troppo abituata a questo genere di osservazioni.
Se solo sapesse cosa ha dovuto passare, quanto ha sofferto, e quanto tempo ha passato a non chiudere occhio, dopo la fuga di mio padre...
A pensarci mi si forma un groppo in gola.
Sono molto tollerante, ma quando c'è di mezzo mia madre divento automaticamente suscettibile.
«Mi piace», commenta facendo spallucce.
Strabuzzo gli occhi. «Newt Benson che apprezza una persona?», sogghigno.
«Non mi conosci, Lorraine»
Sbuffo. «Tu dici?», comincio a elencare sulle dita. «Sei arrogante, spocchioso, burbero e antipatico»
«La metà dei termini che hai elencato sono sinonimi, Lorraine. Non mi conosci»
Alzo gli occhi al cielo. «Insopportabile!», impreco a denti stretti, alzandomi per accompagnarlo alla porta.
Un pensiero balena nella mia testa, così mi arresto a pochi passi dalla porta.
«Aspetta un secondo...», mi volto nella sua direzione, quando ricordo che siamo tornati qui con la macchina di Drew. «Come diavolo hai intenzione di tornare alla festa?»
Fa spallucce, scrutando i quadri appesi lungo il corridoio.
Mette i brividi, quando si impunta su qualcosa e ne rimane incantato.
«Mi piace camminare», fa senza distrarsi dal quadro astratto.
Pare abbia una certa passione per i dipinti incasinati.
Incasinati quasi quanto la sua testolina, si immischia la mia coscienza.
«Ah, andiamo! Ti accompagno, almeno per un po'»
«Non ho dodici anni»
«Fai poche storie, bambinone», faccio superando l'uscio della porta di ingresso, seguita da lui.
La piacevole brezza di una classica notte d'estate mi accoglie a braccia aperte, così mi nascondo le mani nelle maniche della camicia.
Il sottofondo dei nostri passi sull'asfalto e del nitrire delle cicale.
«Quindi conosci Calvin, eh?»
«Non mi dire che hai una cotta per lui!»
Mi arresto di scatto, corrugando la fronte. «Perchè diavolo dovrei...», mi interrompe, ridendo.
Di nuovo quelle fossette vicino alle palpebre.
Solo ora noto quanto le sue ciglia siano lunghe. «Rilassati, salice. Sei sempre sul chi va là!»
Si volta nella mia direzione, e quando i nostri sguardi si incrociano mi vedo costretta a distoglierlo, come mossa dal mio stesso istinto.
«Sí...», continua. «Gli devo un favore. Quindi, una volta terminata l'estate, si trasferirà nel mio appartamento a New York. Frequenterà il mio stesso college.»
Annuisco. «Oh... Non sei di New Hope...»
«No. Ho conosciuto Calvin un paio d'anni fa, a New York, e da allora passo qui le mie vacanze... Sono suo ospite», qualcosa nella sua espressione cambia, così mi affretto a fare altre domande, volenterosa di saperne di più. E ancora di più.
«Quale college frequenterai?», mi nascondo le mani nelle tasche dei jeans.
«Quale college frequento, vorrai dire», nota la mia espressione confusa, così prosegue. «Sono al secondo anno alla Alfred».
Una scuola d'arte.. che meraviglia!
Mi si illuminano gli occhi al solito pensiero. Che invidia!
Annuisco silenziosa.
«Tu? Niente college?»
Faccio cenno di no col capo. «Ho tempo per pensarci...», sorrido, ma lui diventa impenetrabile.
«Hai tempo, sí...», ripete con aria assorta, quasi smarrita.
Deve essere piombato in uno dei suoi momenti "fuori dal mondo".
Decido di cambiare argomento, per cercare di riportarlo alla realtà. «Quale favore devi a Calvin?», domando, sinceramente curiosa.
«Come?»
«A Calvin. Hai detto di dovergli un favore...»
Alza gli occhi al cielo, roteandoli in maniera teatrale. «Quanto sei impicciona!».
Quando, però, nota la mia espressione decisamente delusa, mi dá un buffetto sulla guancia.
Mi sembra di essermi trasformata in una statuetta di sale, il suo semplice tocco mi ha raggelata. E per un istante mi sono quasi scordata di respirare.
I nostri sguardi si incrociano ancora una volta, ma stavolta non saró io a distogliere lo sguardo. Non esiste che Lorraine Myers venga messa a disagio con cotanta facilità.
A mia discolpa, posso dire che i suoi occhi sono così ipnotici da risultare inquietanti.
È così difficile distinguere la pupilla dall'iride, così spaventosamente scura.
Mi scrutano, indagatori, e mi ritrovo costretta a deglutire a fatica il grumo di saliva che mi rimane impalato sulla lingua.
«Bè... Io mi fermo qui», faccio, portando le braccia lungo i fianchi e dondolandomi sui tacchi.
Tacchi... Credo di essermi dimenticata di averli ancora nei piedi.
Lui annuisce, senza togliermi gli occhi di dosso, alché faccio retrofront e mi avvio verso casa mia.
«Lorraine!», mi chiama e io mi volto di scatto. La luce del lampione proprio sopra la sua testa illumina buona parte del suo viso.
Solo ora faccio caso a quanto le sue labbra siano carnose, a quanto i suoi occhi brillino di luce propria.
Per quanto mi piacerebbe, non mi è concesso dire che non sia un bel ragazzo.
Credo che buona parte del merito vada a questo suo atteggiamento costantemente enigmatico.
«Sí?»
«Giusto perchè tu lo sappia... Hai frainteso prima, in bagno»
Non capisco a cosa si riferisca. «La ragazza ha bevuto troppo ed è stata male... Mi ha solo chiesto una mano.»
Ora connetto.
Perché si sta giustificando?
Sorrido divertita. «Non mi devi spiegazioni, Newt Benson»
Si passa una mano tra i capelli. «Hai ragione, non te ne devo.»
Ed ecco che le fossette gli bucano di nuovo le guance.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro