{65° Capitolo}
When destiny calls you,
you must be strong.
I may not be with you,
but you've got to hold on.
They'll see in time,
I know,
we'll show them together.
('Cause you'll be in my heart...)
-Phil Collins, "You'll be in my heart"
[Capitolo sessantacinquesimo]
Jane
«Mamma, cos'è?»
Lo sguardo che alzai si posò su Aden, in piedi davanti a me, che incuriosito osservava l'involucro di coperte che tenevo stretto tra le braccia.
«È Rosie» gli sorrisi, porgendogli sotto agli occhi la neonata dormiente.
«Cos'è un Rosie?» chiese di nuovo lui.
«È la tua cuginetta» spiegai, tornando con lo sguardo alla pelle liscia del viso della piccola.
«Cos'è una cuginetta?»
«È parte della famiglia»
«Vuol dire che la portiamo a casa con noi?»
«Ma no, tesoro!» ridacchiai, portando di nuovo gli occhi su mio figlio. «Rosie è la figlia di zio John e zia Mary. Deve rimanere a Londra con loro»
Aden, lentamente, aggrottò le sopracciglia, sporgendosi poi in punta di piedi per meglio vedere la testolina bionda che sbucava tra le coperte.
«Perché?»
«Perché loro abitano qui»
«Quindi rimane anche insieme a papà?»
Succede spesso che le affermazioni ingenue di un bambino riescano a mandarmi del tutto in difficoltà, ed Aden ne è da sempre il campione indiscusso, forse perché ha ripreso questa sua caratteristica da suo padre. Quella volta non fu da meno. Sentii, alla sua semplicissima domanda, il mio sorriso affievolirsi, come fosse un respiro leggero, mutarsi in una smorfia strana di imbarazzo e assenso, e che però non riusciva a trovare la propria strada attraverso le parole, rimanendo bloccata sul mio volto in una maschera di colla.
«Anche tu eri così, qualche tempo fa. Avevi un po' di capelli in più, però» tentai di cambiare discorso, accarezzando la testolina di Rosie, prima di porgerla a sua madre, ora in piedi accanto a me, sul divano. «Te ne ricordi?»
«Come scordarselo!» esclamò Mary, raccogliendo la figlia tra le braccia. «Ancora devo capire come gli si siano schiariti così tanto. Erano praticamente neri, appena nato»
«A forza di lavaggi con la camomilla» scherzai, scompigliando i capelli di Aden, rossi come le foglie autunnali, uno dei pochi tratti che, invece, ha ripreso da me.
Lui, per tutta risposta, scansò seccamente la mia mano, per poi risistemarsi per bene la capigliatura ormai in disordine. «Posso andare adesso?»
Gli feci cenno di sì, e lui si girò per dirigersi verso Sherlock, in piedi sull'uscio della porta che divide il salotto dei Watson dal corridoio d'ingresso della loro casa di periferia. Gli si piantò davanti e iniziò ad osservarlo, attentamente. Inclinò un poco la testa e rimase così, immobile, per quasi un minuto.
«Che fai?»
Sherlock, lo sguardo fisso sul proprio telefono, non gli rivolse nemmeno un'occhiata fugace, neanche per valutare chi fosse stato a disturbare il ritmo delle sue dita che, frenetiche, pigiavano decine di lettere al secondo. Li guardavo, quasi apprensiva, seguendo ogni singolo attimo della loro breve interazione.
«Lavoro»
«Cos'è?»
«Un'attività retributiva»
«Perché?»
«Non mi pare il momento adatto per farti una lezione di economia, Aden. Magari quando sarai in grado di capire concetti più astratti di quelli raccontati nei tuoi libri di fiabe»
Il bambino rimase a fissarlo per qualche altro secondo, prima di stringersi nelle spalle con fare quasi rassegnato. «Okay, papà»
Sì, le affermazioni dei bambini riescono davvero a mandare in crisi chiunque, perché spesso sono quelle alle quali è più difficile rispondere. Persino Sherlock, per un secondo, mi parve rallentare nel suo battere le dita sulla tastiera. Mi parve di vedere il suo corpo scuotersi, nel sentire quella parola, quell'appellativo che mai si sarebbe cucito addosso di propria iniziativa, o scelta. E mi parve, addirittura, che fosse per l'ennesima volta stupito, non ancora abituato all'idea che suo figlio sia molto più intelligente di quanto voglia o gli convenga a volte credere.
«Aden!»
Mi alzai dal divano per avvicinarmi a loro, mi inginocchiai fino ad arrivare all'altezza del bimbo e gli sorrisi, posandogli gentilmente una mano sul braccio magrolino. «Che dici se vai ad aiutare lo zio John con i dolcetti?»
Lui guardò fisso anche me, prima di scuotere di nuovo le spalle e scivolare via dalla mia presa. «Okay, mamma» rispose, semplicemente, prima di allontanarsi in direzione di John che, in piedi davanti ad un tavolino tondo, era intento a mettere in ordine alcuni vassoi portati dal servizio di catering.
Mi alzai e, di passo in passo, affiancai Sherlock, ora di nuovo immerso nella sua "attività retributiva".
«Dovresti insegnarmi la tecnica che usi per farlo smettere di porre domande. Io fallisco miseramente ogni volta che ci provo»
«Basta confonderli»
«Non mi sembrava confuso»
«Nessun bambino sembra confuso, dal momento che per loro tutto ha senso, anche se vengono proposte spiegazioni irrazionali»
«Sembri molto informato»
«Ho letto dei libri»
«Anche io ho letto dei libri»
«Si vede che li hai solo imparati e non capiti»
«Sembri così esperto della faccenda, ma ancora non spiego come mai tu non riesca a mettere in pratica nulla di quanto hai, a detta tua, capito, detective»
Nemmeno con me i suoi occhi accennarono ad alzarsi, talmente era preso da quello schermo. Ed io non avevo affermazioni spiazzanti da fare, come Aden, non ero per lui uno stimolo abbastanza forte da distrarlo per almeno un secondo. Facevo solo affermazioni ovvie e, forse, domande banali. Più banali di quelle di un bambino di tre anni.
«Sei tornato da quasi due mesi e hai ancora tutte quelle richieste da smaltire?» chiesi allora, dopo qualche secondo, sporgendomi appena oltre la sua spalla per sbirciare meglio la schermata luminosa.
«Essermi iscritto a Twitter ne ha velocizzato molto l'arrivo: ormai basta taggarmi sotto ad un feed per propormi un caso nuovo»
«E rispondi a tutti?»
«Sì»
«Anche ai casi stupidi?»
«Specialmente a quelli, dato che vengo mandato direttamente tra gli hashtag del momento»
«Perdona la domanda banale, ma in questo modo non si tratterebbe più di un'attività retribuita, o sbaglio?»
«Come se mi servisse ricevere denaro in cambio»
«Di certo non campi mangiando aria, Sherlock»
«I soldi che mi dà Mycroft per risolvere i suoi problemucci al governo mi bastano e avanzano, credimi»
Alzai gli occhi al cielo, scuotendo piano la testa. Quasi tutti i casi che Mycroft Holmes propone al fratello sono talmente delicati che i soldi che gli procura potrebbero far vivere Sherlock di rendita per davvero parecchi mesi.
«Beh, ovvio» ripresi, piuttosto sarcastica. «Se non fossero problemi tanto importanti da permetterti di prendere il tuo vero lavoro come un hobby, di certo non ti avrebbe riportato in Inghilterra»
Sherlock alzò per un secondo la testa verso la mia direzione, e non so se per rimproverarmi con una delle sue occhiate glaciali o per avere una conferma della serietà della mia affermazione attraverso i miei occhi. Forse entrambe le cose.
«Prima che tu me lo chieda, no, non ti dirò che cosa sia successo» disse, tagliente, tornando subito al telefono.
«Oh, certo, dai retta a tuo fratello solo quando ti fa comodo»
«Sono questioni di massima sicurezza, Jane»
«Ti sei messo a twittare mentre eri in riunione coi vertici del governo!»
«E quindi?»
«Direi che il fatto che si tratti di questioni di massima sicurezza sia l'ultima delle tue preoccupazioni»
Lui sbuffò, ovviamente, ma non aggiunse altro. Sono queste le sue risposte, quelle che conviene solitamente farsi bastare se non si vuole finire a litigare. Peccato che quel giorno io, invece, di litigare avevo davvero una gran voglia.
Quindi sospirai, a fondo, prima di sfilargli via il cellulare dalle mani, allontanandolo verso la direzione opposta alla sua.
«Dammelo» mi ordinò immediatamente lui, il braccio teso.
«Mi ascolti quando parlo, almeno?»
«Ne discuteremo in altra sede»
«È questa la sede!»
«Ragazzi...»
Io e Sherlock ci voltammo di scatto verso sinistra, e verso John che, furtivo, si era praticamente materializzato accanto a noi.
«Va tutto bene?»
«Mi ha...»
«Benissimo, stavamo solo avendo uno scambio di opinioni un po' movimentato» interruppi il detective, rivolgendo a John un sorriso a dir poco smagliante.
«Non si direbbe»
«È lei che è insistente!»
«E tu non capisci!»
«Ascoltate... Non sapete quanto mi faccia piacere rivedervi affiatati come un tempo, ma potreste rimandare ad un'altra volta? Devo fare l'annuncio»
«Annuncio?» ripetè Sherlock, preso alla sprovvista.
«Quale annuncio?» gli feci eco io.
«Che sarete padrino e madrina di Rosie»
«Noi... Cosa?!»
•••
Dire che non me lo aspettavo sarebbe mentire, ovviamente: poiché sia John che Mary hanno battezzato Aden, credo che fosse ovvio che avrebbero "ricambiato il favore". Più che altro, mi ha stupita che lo abbiano chiesto anche a Sherlock, lui che non è credente e che non perde mai occasione per screditare chi, invece, lo è. Insomma, credevo che sarebbero stati consapevoli del fatto che non avrebbe mai preso seriamente la cerimonia e la sua importanza simbolica, come poi ha ovviamente fatto rimanendo per tutto il tempo incollato al telefono per twittare e rispondere sotto ai feed. O magari sapevano benissmo come sarebbe andata, ma sono arrivati alla conclusione che non sarebbe per nulla importato. Sì, deve essere proprio andata così.
Dopo il battesimo di Rosie, a maggio, tutto è lentamente tornato alla normalità, almeno per qualche mese. Aden ha terminato il suo primo anno di asilo, l'estate è arrivata e passata in un batter d'occhio a Saint Yves, dove andiamo sempre, e settembre è arrivato in Inghilterra col suo vento freddo e le foglie gialle, oltre alla solita routine e assai poche novità.
Sherlock mi chiama spesso, stranamente. La maggior parte delle volte è per tentare di convincermi, in maniera piusttosto sottile, a tornare a Londra per aiutarlo con qualche caso minore di cui lui non ha alcuna voglia di occuparsi. Altre volte, invece...
«Quindi l'hai risolto?»
«Era più facile di quanto pensassi. Di questi periodi, i casi sono parecchio deludenti»
Parlavamo della morte di Charles Welsborough, il figlio del ministro. Ne era stato trovato il cadavere all'interno della sua auto, quando invece avrebbe dovuto essere in Tibet per far passare il proprio anno sabbatico. Alla fine, Sherlock ha risolto il caso spiegandone le dinamiche assai particolari: il ragazzo, con l'intenzione di fare una sorpresa al padre per il suo compleanno, si era nascosto nella propria auto dopo esser tornato dal viaggio in segreto, ma è morto per una crisi di cui nessuno si è accorto per giorni, fino al ritrovamento del cadavere.
«Certo, deve essere assai dura per i genitori...»
«Ho detto loro che mi dispiace»
«Vedo che stai imparando le buone maniere: allora non tutto è perduto!»
«Io non dico mai alla gente che mi dispiace»
«Questo lo so, ma magari è stato un processo inconscio»
«Sì, ma perché?»
«Beh, dovresti saperlo tu, la mente è tua»
Silenzio dall'altra parte, non seppi per quanto in realtà. Forse per un tempo che lui stesso s'era calcolato.
«È irrazionale»
«Dire che ti dispiace? Non mi pare, Sherlock»
«No, intendo la paura. È irrazionale»
«Paura?» ripetei, aggrottando le sopracciglia. «Per cosa?»
«Per Aden. Ho provato paura... Per Aden»
Non so cosa mi venne automatico pensare, esattamente. Forse ero solo troppo spaesata da quelle poche parole che non seppi trovarne di mie, già pronte e disponibili all'uso.
«E non capisco perché»
Secondo me, il perché lo aveva capito benissimo, ma si rifiutava di vederlo. Oppure mi piaceva solo pensarlo, che fosse preoccupato che una cosa del genere accadesse ad Aden, qualcosa di brutto che forse gli avrebbe fatto chiedere per quale motivo fosse venuto al mondo, per poi morire senza aver vissuto appieno.
Sì, pensarlo mi faceva davvero del bene: mi faceva credere che in fondo ci tenesse come avevo sempre desiderato da parte sua, che non lo considerasse solo un piccolo rompiscatole in grado di metterlo in difficoltà con le sue domande ingenue.
«È una cosa che fanno di solito in genitori» risposi alla fine, trattenendo il respiro. «Preoccuparsi, intendo»
Magari lo dissi semplicemente per sondare il terreno, vedere come avrebbe reagito ad una provocazione blanda eppure anche piuttosto palese. Solo per sapere come avrebbe risposto, se scansandomi oppure facendo un passo avanti.
«Beh, è stupido»
Tornai a respirare, lentamente. E, in realtà, la sua risposta mi piacque più di quanto di solito avrebbe fatto. Era solo il suo modo normale di dire le cose e di avvicinarsi, anche se soltanto di un poco.
Sherlock mi chiama spesso, e di solito è solo per chiedere pareri generici su qualche caso. E a volte è per chiedermi velati pareri a proposito dei propri sentimenti che, ultimamente, si stanno facendo sempre più strada attravero lo spesso strato di ghiaccio che avvolge la sua anima. Lo confondono parecchio, di solito, perché non sa riconoscerli o come approcciarvisi. Nel senso, credo che anche prima li sentisse ma riusciva meglio a buttarseli ancora più dentro non appena avvertiva il pizzico fastidioso dell'irrazionalità. Ma adesso non so cosa sia cambiato: lui sembra sempre lo stesso, con quella stessa facciata impassibile, degna di un giocatore di poker, e quel sarcasmo tagliente con cui elude ogni domanda scomoda o noiosa.
Ma da come parla, a volte, e quel che dice... Io lo vedo che qualcosa è diverso. Si approccia alle questioni in maniera diversa, mi sembra più attento alle persone che gli stanno attorno. Non so perché, né come sia successo. È successo e basta. E la cosa mi scombussola un po', quando chiede di Aden, come sta, alla scuola, e tu? È così strano che da mesi, ormai, mi pare di star quasi vivendo una dimensione parallela, non mia. E forse ne sarei addirittura convinta, se questo processo di mutamento non fosse graduale e a volte tanto lento che mi sembra regredire. Solo quando mi dice cose come questa, quando mi dice che si è dispiaciuto o che ha provato paura... Solo quando mi parla così capisco che qualcosa è cambiato, e cambia ancora, dentro di lui. Qualcosa contro cui lotta cercando di rimanere quello di sempre. Credo sia per questo che mi chiama: per avere conferma di non essere cambiato affatto.
«Lo so che è stupido» gli risposi, sorridendo. «Ma peggiora solo, man mano che crescono»
E no, per me non è cambiato, o almeno non mi sembra. Quei mutamenti che sono avvenuti in lui sono avvenuti anche in me. Siamo solo cresciuti, immagino. È così che le cose vanno, di solito. Ed è così che devono essere andate anche con noi due.
•••
Dopo il battesimo, tutto era lentamente tornato alla normalità, e tutto sembrava scorrere senza intoppi. E poi a novembre, senza alcun tipo di preavviso e con solo una lettera per John come atto di scuse, Mary se n'è andata. Semplicemente andata, con una banale borsa per pochi averi e alle spalle una famiglia intera sull'orlo del precipizio.
Ovviamente, quando l'ho saputo non ho potuto fare a meno di correre a Londra e rimanere per qualche giorno, la prima di molte volte che sono succedute, aiutando John che cerca di tenere tutto insieme, tra Rosie e il lavoro, e Sherlock che notte e giorno studia i movimenti della fuggitiva, in attesa del momento perfetto per andare a prenderla e portarla a casa.
«Quindi sapevi che sarebbe fuggita?» gli chiesi, in piedi accanto a lui, la schiena piegata in direzione del computer.
Ero a Baker Street da appena qualche ora, e mi era appena stato spiegato nei dettagli ciò che era successo qualche giorno prima: una copia della chiavetta USB di Mary, le iniziali A.G.R.A. e il loro reale significato, le poche informazioni su un passato creduto sepolto, l'aggressione, la fuga. John aveva da poco finito il suo turno, quel giorno, ed era passato a Baker Street per prendere Rosie, che avevo tenuto per qualche ora mentre lui lavorava, ed aveva lasciato l'appartamento per tornare finalmente a casa. Non aveva voluto sapere particolari novità rispetto a quanto stesse facendo sua moglie: forse era solo troppo arrabbiato per ammettere che gli importava e che era estremamente in ansia, ma sapevo che prima o poi avrebbe ceduto. Era solo una questione di tempo.
«Avevo un vago sospetto, e installare un GPS in quella chiavetta si è rivelata un'idea migliore del previsto» rispose Sherlock, che da ore fissava sullo schermo del proprio computer un puntino che, lentissimo, si muoveva lungo un tratto sperduto di strada in Norvegia.
«Quindi immaginavi che avrebbe cercato di rintracciare il suo collega»
«Un errore umano come tanti»
«Sembra quasi che tu stia iniziando a ragionare secondo sentimenti, Sherlock»
Lui alzò lentamente il capo verso di me, fissandomi poi con i suoi occhi celesti, risentiti.
«Non ragiono secondo sentimenti, affatto»
«Beh, hai capito che Mary avrebbe ragionato in modo sentimentale»
«Ho semplicemente ragionato come lei»
«Questo denota un livello di empatia piuttosto decente»
«No, ho solo cercato di capirne le motivazioni»
«Quelle motivazioni erano sentimenti, però»
A volte, basta davvero prendere Sherlock per sfinimento, per ottenere una seppur minima possibilità di avere l'ultima parola, e Aden deve averlo capito prima di me. Non dirà mai che ho ragione, ma almeno si limita a sbuffare e distogliere lo sguardo, esattamente come fece quella volta.
«Ti sbagli»
«Ah, davvero?»
«Se stai cercando di farmi ammettere di star diventando uno sciocco sentimentale come te, beh, perdi il tuo tempo, Jane»
«Oh, non sto cercando di farti dire questo» sorrisi, raddrizzando la schiena. «Sto solo cercando di farti capire che inizi a comprendere perché i sentimenti spingono le persone ad agire. Fino a qualche anno fa, non avresti preso in considerazione tale ipotesi solo perché ne avresti sottovalutato la causa»
E a questo punto della conversazione, quando non ha più nulla da dire, cambia discorso, vergendolo su qualcosa su cui sa di non poter essere contrastato. Qualche anno fa, avrei spiegato questo suo comportamento con il fatto che sia solo un insensibile e permaloso essere umano. Ma soltanto conoscendolo, e studiandolo, ho davvero capito a cosa servisse questo suo sviare: a non perdere il punto con sé stesso, non abbassare lo sguardo e lasciar perdere l'orgoglio. Credo di averlo imparato soprattutto standogli lontano, rimuginando sulle sue azioni, cercando di dar loro un significato, anche forse macchiandole del mio punto di vista.
Magari, in questi giorni, questi mesi, sto solo cercando conferme su conferme, per ritrovarmi sicura davanti ad un'evidenza che a poco a poco si fa più chiara. O magari sto solo cercando conferme per il mio egoismo, per il mio desiderio di svegliarmi un giorno con uno Sherlock più consapevole, meno spaventato dai propri sentimenti, e da quelli degli altri.
«Sai dove andrà?»
«Useremo le spie sul posto di Mycroft per anticipare le sue prossime tappe. Quando si recherà in un posto più veloce da raggiungere, cercheremo di arrivare lì prima di lei e attirarla a noi»
«Sembra complicato»
«È quello il bello»
Non sono sicura del fatto che quella fosse davvero la parte migliore, ma certo è che lo riempiva di adrenalina, caricandolo come un pupazzo a molla pronto a saltellare impazzito verso il prossimo indizio, la prossima tappa.
E, magari, per un semplice effetto Rosenthal, le sue aspettative elevate lo hanno portato ad ottimi risultati, tornando a Londra dal Marocco, insieme ad una Mary reduce da quattro mesi di latitanza in giro per il mondo.
In quei giorni, io ero a Nottingham, insieme ad Aden e Rosie, e seguivo tutta la vicenda da lontano, attraverso qualche breve SMS di Sherlock che mi aggiornava su ogni minimo sviluppo.
Finché non arrivò quel giorno. La fine. Nessun messaggio, per un giorno intero. Nemmeno una parola. Solo una breve telefonata.
«È morta...»
•••
Lo dico sempre, ormai, ogni volta che succede: la morte è fin troppo caotica ed improvvisa. Non importa con quanto anticipo verrà annunciata, farà sempre lo stesso effetto a tutti. Come quando ci si sveglia da un incubo e, ancora intontiti dalla tachicardia, si mescola il sogno con la realtà, lo si sente più vero di quanto davvero sia.
Ma quel sollievo che segue, quello che arriva non appena si riconoscono le pareti della stanza e si torna in contatto col proprio corpo, ecco... Quello non c'è. Resta solo lo smarrimento, la confusione, il batticuore improvviso che non accenna a diminuire. E il mondo diviene d'un tratto irriconoscibile, freddo e vuoto, come se davvero la mancanza di una singola persona possa influenzare tanto l'ambiente circostante. Forse cambia solo la percezione. Eppure è davvero tutto più grigio, più pesante. È davvero tutto più spento.
Mary Elizabeth Watson, nata Morstan, è deceduta il 15 marzo 2017 a causa di un colpo di arma da fuoco, presso il Sea Life London Aquarium. Al momento dell'accaduto, io ero a Nottingham, con Rosie ed Aden che giocavano sul tappeto. Lui le mostrava pazientemente come inserire delle formine colorate nelle loro giuste fessure, aggiungendo ogni tanto delle spiegazioni verbali che sicuramente non facevano altro che confondere di più la bimba. Nel vederli insieme, provavo una sorta di profonda malinconia, che però non riuscivo ad associare a nessuna causa specifica. Era lì e basta, a svuotarmi il petto. Forse era semplicemente il silenzio di Sherlock a mettermi ansia e pressione: abituato com'è a scrivere messaggi in qualsiasi luogo e momento, persino con una mano sola o col celllulare dietro alla schiena, la loro assenza odorava di pericolo. Un pericolo di cui conoscevo l'esistenza, senza però saperne nulla circa l'intensità, o l'entità... Nulla. Sapevo che c'era e che non avrei potuto fare nulla. Seduta sul divano, le gambe strette al petto, e la strada semivuota che intravedevo attraverso la finestra, aspettavo. Come al solito, aspettavo, mentre tutto il resto scorreva attorno a me: le lancette dell'orologio, il calore del tè, la voce bambinesca di Aden e le lallazioni di Rosie. Non lo avvertivo come veloce, però, ma calmo. Insolitamente e fastidiosamente calmo. Aspettavo.
Verso le sei del pomeriggio, poi, il mio cellulare prese a vibrare sopra ai cuscini del divano al mio fianco. Mi girai a guardare lo schermo, luminoso, dove il numero e il nome di Sherlock riempivano ogni led. Tasto verde o tasto rosso, un solo gesto per decidere: verità o negazione. Il telefono, intanto, continuava a vibrare, avvicinandosi pericolosamente al bordo del cuscino, pronto a cadere in pochi secondi.
Lo presi, e risposi. Forse perché sapevo già cosa aspettarmi. Il silenzio, insieme a quella bizzarra sensazione di malinconia, me lo avevano suggerito.
«È morta...»
Caotico ed improvviso, quel messaggio, nel suo contenuto. Non nella forma, o nella scelta delle parole, no: solo nel suo contenuto, nel significato, implicito ed esplicito, che avrebbe assunto nelle nostre vite.
Sapevo dove era successo, l'ultimo messaggio di Sherlock mi aveva avvertita, prima che il silenzio calasse sull'operazione. Erano passate ore dal quel SMS, ma qualcosa mi diceva che non era accaduto da poco.
«Dove sei?»
Sherlock ci mise qualche secondo a rispondere. «A Westminster. Sul ponte. L'ambulanza l'ha appena portata via»
«Perché sei sul ponte?»
«John non sembrava gradire la mia presenza»
«Oh, Sherlock...»
Con quella semplice frase, tutto ha iniziato a prendere una forma più reale, concreta: la nostalgia è diventata tristezza, confusione, e il tempo ha ripreso a scorrere al solito, l'aria si è fatta fredda, gli occhi lucidi. Ho guardato Rosie ed Aden, che sembravano come chiusi in una propria bolla, intoccabili, e ho visto a poco a poco quella sfera protettiva creparsi, minacciando di rompersi in mille pezzi. In che razza di posto erano nati? Un mondo dove un'infante viene privata della propria madre ad appena un anno d'età. Per crudeltà di chi? Chi altro avrebbe fatto loro del male, nonostante le loro vite ancora intonse rispetto alle cattiverie del mondo?
Finalmente capivo quella preoccupazione inspiegabile di Sherlock, quella paura di cui mi aveva parlato mesi prima, e che improvvisamente mi piombava addosso in tutta la sua pesantezza. In questi pochi anni, sono riuscita a convincermi che sarei stata in grado di proteggere Aden, che lo avrei tenuto fuori dai guai, lontano dalla perversità del mondo e dei suoi abitanti. Ma Mary è appena morta, e con lei ogni mia illusione riguardo l'immortalità dei buoni. Il mondo non funziona così. E mai lo farà.
Esistono tante zone di grigio, dentro le quali i cattivi trionfano e i buoni muoiono. E spesso sembrano essere più numerose di quelle in bianco e nero.
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