{62° Capitolo}
"And is it all in my head,
or was it something I said?
Somewhere in between.
'Cause I've got my regrets,
and I'm feeling like death:
you don't see what I see."
-Kodaline, "Better"
[Capitolo sessantadue]
Sherlock
18 Maggio 2015, il giorno del cambiamento definitivo, il giorno dopo il quale nulla sarà più lo stesso.
18 Maggio 2015, il giorno scelto da Mary e John come il giorno da considerare proprio, il giorno in cui mi ritrovo ad essere testimone del loro giuramento di eterna fedeltà.
18 Maggio 2015, ovvero oggi. E proprio oggi, in questa giornata di sole accecante, Jane Aldernis, la ragazzina acida e scontrosa del 222B di Baker Street, è tornata a parlarmi, dopo mesi interi di ostinato silenzio.
L'ultima volta che abbiamo avuto l'ardire di rivolgerci la parola è stato sette mesi fa, e l'ultima cosa che ci siamo detti è stato un addio. Abbiamo così sancito un patto e messo finalmente in chiaro la decisione di diventare due binari destinati a non incontrarsi mai, senza che nessuna parola di pace, nessuno sguardo complice, nessuna nota di violino né gesto tra noi, possa ancora portarci a percorrere di nuovo la stessa strada. Eppure oggi, proprio oggi, è stato il giorno in cui ci siamo ritrovati qui, in questa sala dalle pareti dorate, a guardarci di sfuggita, cercando in tutti i modi di non spezzare quel patto silenzioso con cui abbiamo chiuso definitivamente ogni rapporto.
Adesso la osservo, da questo piccolo palco tirato su apposta per me, un piedistallo dal quale riesco a vedere ogni singolo volto presente stasera: decine e decine di occhi commossi, verso il centro della sala, verso John e Mary, ormai marito e moglie, che danzano seguendo il tempo del valzer che ho composto per loro. Sorridono, quei due, e sorridono anche gli altri. Anche Jane, che li guarda felice, emozionata, se non addirittura fiera. Sorride, tanto, radiosa, ma io so che, allo stesso tempo, la stanchezza le porta via le energie, le sciupa il volto, le fiacca il corpo. Deve essere così che si appare, quando si cresce un figlio contando solo sulle proprie energie, sebbene sappia alla perfezione che lei non è affatto da sola: ha suo fratello, sua madre, ha John, Mary, e chissà quanta altra gente di cui io ignoro l'esistenza. Gente che è entrata nella sua vita dopo che io me ne sono andato, e che l'ha consolata e protetta quando io non ci sono stato più. Eppure, nonostante sia ben conscio del fatto che fosse solo una logica conseguenza, che lei sia andata avanti, come John, Molly, Londra e il mondo intero, anche se senza di me, e che sia giusto così... C'è una parte di me che fastidiosamente mi fa sperare in un suo ultimo gesto di comprensione, che capisca quello che vorrei spiegarle, ma per cui non trovo le parole giuste. Spiegarle che, se sono scomparso, è stato soprattutto per proteggerla. Per proteggere lei, John, Lestrade, la signora Hudson, Molly, tutti. Che dovevo fare in modo che ne uscissero indenni, che l'unico mezzo per riuscirci era sparire dalla circolazione, almeno per un po'.
Vorrei che lo sapesse, che lo capisse, anche senza che sia io a dirglielo. Ma lei non intuisce più i miei pensieri, come era solita fare. È diventata sorda ad ogni mia parola sussurrata dagli occhi, ad ogni mio sguardo che cerca di parlarle.
E la cosa per me più strana e seccante è che adesso io lo... Capisco. Dopo aver a lungo analizzato la situazione, ho finalmente capito il motivo per cui l'ha fatto, per cui ha smesso di inseguirmi e darmi retta, e non la biasimo. Lei si è ritrovata a lottare ancora una volta contro una situazione più grande di lei, ad affrontare il momento peggiore di tutti. Ed ogni volta che mi viene da pensarci, io mi... Sento strano. Come se volessi risolvere la cosa, salvo poi rendermi conto di non poter più fare nulla.
Faccio scivolare l'archetto sulle corde, ultimo Do, prima di alzare la mano e far concludere la musica. Il silenzio dura giusto un paio di secondi, subito riempito dallo scroscio di un applauso, che non è per me, ma per loro. Per John che, tenendo Mary per la schiena, le ha fatto fare un casquè, per poi baciarle le labbra. Sorrido, posando il violino nella custodia. E quando mi giro, Jane è sempre lì, sempre sorridente. E a vederla così, persino a me viene voglia di invitarla a ballare.
•••
«No, no, no, così non funziona»
Mi alzai in fretta dalla sedia, allontanandomi dal tavolo su cui era posto il modellino in scala uno a dieci, e su cui John ed io stavamo dando gli ultimi ritocchi alla disposizione dei posti per gli invitati.
«Il tavolo numero due è troppo vicino al nostro. Dobbiamo spostarlo»
«E perché?» mi domandò lui, con aria falsamente innocente. «È il tavolo di Molly, Lestrade e la signora Hudson. Cos'ha che non va?»
«Il posto numero sei si trova esattamente nella linea d'aria del mio campo visivo»
«E quindi?»
«Al posto numero sei è seduta Aldernis»
«Questo lo so, ma continuo a non vedere quale sia il problema»
Sospirai, spazientito. «Il problema» iniziai, puntando con un dito il tavolo interessato, tracciando una linea immaginaria tra quel posto e il mio. «è che questo comporterebbe il mio ritrovarmela faccia a faccia per la maggior parte del tempo, e la cosa non va bene»
John era interdetto, non fu in grado di nasconderlo. Non penso, ad essere del tutto sincero, che si aspettasse una simile lamentela da parte mia. D'altronde, non mi sono mai davvero curato delle persone che, per un motivo o per un altro, ce l'avevano con me, né mi è mai importato che si trovassero nella mia stessa stanza, o tantomeno che intralciassero il mio campo visivo, data la mia scontata convinzione di essere l'intimidatore, non l'intimidito. No, lì c'era qualcosa che non andava, e John ne era fin troppo consapevole.
Sospirò, posando la penna sul tavolo. Si stiracchiò, allungando per bene le braccia oltre la propria testa, senza però dire nulla, senza alcun tipo di osservazione.
«Cosa?»
Si girò verso di me, inarcando le sopracciglia. «Cosa?» ripeté.
«Hai sospirato»
«Sono stanco, Sherlock, lo sai» rispose, con uno sbadiglio palesemente simulato. «L'organizzazione mi porta via un sacco di tempo ed energia»
«Quello non era affatto un sospiro di stanchezza»
Scosse il capo, distogliendo lo sguardo da me, e poi sospirò di nuovo, questa volta più rumorosamente.
«Visto? Lo hai fatto ancora!» lo accusai. «Stai cercando di dirmi qualcosa, ma vuoi comunque che capisca da solo cosa»
John rimase per qualche altro secondo in silenzio, prima di stringersi nelle spalle, senza guardarmi. «Può darsi»
«Ha a che fare con Aldernis, vero?»
«Oh, beh, vedi tu. La cosa ti sta leggermente sfuggendo di mano, Sherlock»
«Che vuoi dire?»
«Sei tornato a chiamarla per cognome, nel caso non te ne fossi accorto» disse, e si alzò anche lui, ma con calma, come se la cosa non lo tangesse poi molto. Si sistemò la camicia, schiena ben dritta. Poi si voltò verso di me, mentre parlava. «Stai cercando di scrollarti di dosso quello che provi per lei, forse?»
Aprii la bocca, per replicare. Negare, più che altro. Ma non lo feci: rispondere troppo velocemente ad una domanda è l'errore più comune che si fa quando si deve raccontare una bugia costruita. Ed io me l'ero preparata proprio bene, la mia bugia.
«Pensavo che non l'avresti invitata, tutto qui»
«E perché mai non avrei dovuto? È mia amica»
«Amica?»
«Sai com'è: mentre tu te ne andavi in giro per il mondo fingendo di essere morto, lei era l'unica che capisse davvero come mi sentissi» Fece una pausa, durante la quale mi guardò negli occhi, fisso, come a cercare di nuovo di stanare la menzogna a cui lui non riusciva a credere. «E poi io e Mary siamo anche il padrino e la madrina di Aden, è come se facessero parte della famiglia» aggiunse, si girò, e andò a sedersi sulla sua poltrona. «Non potevo...»
«John...»
Si fermò, mi guardò, e rimase in silenzio ad attendere una mia risposta. Una risposta che io avevo appesa sulle labbra, ma che non riuscivo a far uscire, nemmeno sforzandomi.
"Non sono ancora pronto per affrontarla."
Non glielo dissi, ovviamente. Però sono certo che lui l'abbia intuito dal mio sguardo, carpito dal mio silenzio. E infatti sospirò per un'ultima volta, si appoggiò col gomito al bracciolo della poltrona e mi puntò addosso un indice con fare minaccioso. «Ammettilo, Sherlock»
Disse solo questo, e quelle parole mi fecero confusamente alzare un sopracciglio. Anche se immagino che la mia espressione gli apparve accigliata, più che confusa. «Ammettere cosa?»
«Che non puoi più andare avanti così. Devi chiarire, con lei. Devi farlo»
«Non c'è più niente da chiarire»
«E tu hai davvero intenzione di lasciarla andare così? Dopo tutto quello che hai fatto per lei, tutto quello che lei ha fatto per te?» Si lasciò cadere contro lo schienale, scuotendo piano la testa.
Non disse più niente, ma posso dirmi piuttosto convinto del fatto che avesse sicuramente qualcos'altro da dirmi, da aggiungere. Una nuova raccomandazione, forse. Non lo so.
In ogni caso, proprio in quel momento, arrivò Mary per dare gli ultimi ritocchi ai preparativi. E mentre loro parlavano, discutevano e si confrontavano, io mi avvicinavo alla lista degli invitati appesa al muro di destra. Corsi con gli occhi lungo tutti i nomi, fino a scorgere il suo.
"Jane Emma Aldernis"
E accanto a quelle lettere, scritto a penna in maniera piuttosto frettolosa, era aggiunto il nome di Aden, con un semplice più a dividerli. E probabilmente fu solo in quel momento che iniziai a vederci più chiaro, a leggere tra le righe: capii che l'unico scopo di John fosse quello di organizzare una riunione di famiglia, al suo matrimonio. Io, Jane ed Aden. Tutti insieme, come una famiglia vera. Qualcosa che, invece, non saremmo mai stati.
In un certo senso, penso che sperasse quasi che io, nel vedere il piccolo moccioso, mi facessi prendere dalla tenerezza, e che mi tramutassi d'un tratto nel padre affettuoso che insegna al proprio pargolo a parlare, o giocare a calcio. Nonostante io ami parlare poco e detesti il calcio.
Cosa credeva? Che rivedendoci, cercando di risolvere, avremmo finalmente capito che stare insieme non era che la scelta migliore, che le avrei chiesto di sposarmi, che avremmo passato insieme il resto delle nostre vite?
No... Io non sarò mai quel tipo di persona. Io non sono tipo da matrimonio, John lo sa bene. E ancor meno lo è Jane. Lei non ha bisogno di me, lei sarà per sempre in grado di tirar su un marmocchio da sola. Mi ha fatto intendere di aver scelto così, e io ho solo accettato la sua decisione. Non devo fare nient'altro, e da una parte è anche la cosa migliore.
Io non sarò mai il tipo di padre che la gente si aspetta, sono in assoluto la persona meno adatta in tutto il pianeta ad esserlo. O forse, molto più semplicemente, non sono pronto nemmeno per questo. Non sono pronto per fare il papà, come non ero pronto per affrontare Jane. No, non lo sono proprio.
E allora perché mi sento così? E allora perché non faccio altro che pensare a delle alternative, a qualcosa di diverso, un diverso finale per questa storia? Perché non riesco, pur provandoci, ad accettare il fatto che le cose sono cambiate, che John si è sposato, sta per avere una famiglia sua, che Jane s'è rifatta una vita, che ha scelto di non essere più quello che era tre anni fa?
E perché, al solo pensiero che quei due siano felici lo stesso, che John voglia un punto fisso, un porto sicuro nella sua vita, e che Jane sia pronta per fare la madre e per affrontarmi, provo un senso di fastidio difficilmente controllabile? Perché sembra che tutti abbiano il coraggio di saper finalmente ricominciare da zero, tranne me?
•••
Questa giornata, devo dire, si è rivelata anormale fin da stamattina: oltre ad essermi svegliato troppo presto rispetto ai miei standard nei periodi di noia, ho assistito alla consegna del mio tè mattutino – che prima d'ora compariva e basta sul tavolo del salotto – e ad un'assurda predizione della signora Hudson, profetizzata quasi si aspettasse che sarebbe successa una cosa simile alla sua esperienza.
«Chi abbandona in fretta un matrimonio?»
Dentro c'è musica ad alto volume, e tutti ballano, si divertono, mentre fuori le cicale cantano solitarie, accompagnandomi nella mia lenta uscita di scena. Mi sistemo per bene il cappotto, chiudendomelo fin sotto al mento per proteggermi dalla fredda aria di questa serata primaverile, mentre in una mano stringo la custodia del mio violino. Cammino piano, seguendo il ritmo lento del mio battito cardiaco, un passo per ogni pulsazione.
Continuo così per un po'. Forse appena un minuto, il tempo necessario per farmi arrivare alla fine del vialetto di ciottoli, fino al parcheggio. Da qui, dovrei ritrovarmi su Clifton Road che, se seguita puntando ad ovest, mi porterà fino a Clifton Hill, la strada principale, sulla quale conto di trovare un taxi disposto a riportarmi fino a Londra. Da solo.
Inizialmente, prima ancora che la giornata potesse anche solo iniziare, non ero certo del fatto che me ne sarei andato via in anticipo, che avrei lasciato tutti per tornare da solo. Probabilmente volevo solo cercare di resistere il più possibile, di non permettere che quella sciocca storiella della signora Hudson si ripetesse, diventasse un po' anche la mia. Non è triste dover lasciare un matrimonio: rimanerci lo è. Restare in mezzo alla folla di gente ordinaria, dalle vite ordinarie e ordinari pensieri, mescolarsi tra persone banali dalle quali ho sempre cercato di tenermi alla larga il più possibile.
Cammino piano, e solo adesso capisco che probabilmente la signora Hudson, più che profetizzare, criticava aspramente il mio modo di pormi dinnanzi a situazioni di questo genere. Senza immaginare, forse, che non sarei stato l'unico a ben pensare di andarmene via presto: qualcun altro, come me, ha lasciato prima della fine.
«Ti stavo aspettando» mi dice, mi fa fermare. «Avrei scommesso senza pensarci su due volte che non avresti resistito a lungo in una situazione del genere»
Jane non mi guarda mentre parla, immersa com'è nel sistemare con cura suo figlio addormentato su un seggiolino posto sul sedile posteriore di un SUV color sabbia, seconda mano ma in ottimo stato.
«Hai una macchina nuova, vedo»
«È di Alan, in realtà. L'ha comprata per quando dobbiamo fare dei viaggi lunghi con tutta la famiglia»
«Vuol dire che hai ancora la Ford Anglia?»
«Scherzi? Certo che ce l'ho ancora!» esclama, raddrizzandosi, dopo essersi rassicurata di aver ben allacciato la cintura attorno al corpo del bambino. «Quella macchina è un gioiello, un pezzo da collezione. Non la darei via per nulla al mondo» Si gira, mi sorride, si avvicina al passeggino, lo chiude con qualche gesto veloce e, sollevandolo, lo infila nel portabagagli già aperto. «Ma il motore sta iniziando a darmi un sacco di problemi che mi rendono impossibile usarla per viaggiare fuori Nottingham, quindi la tengo solo per spostarmi in città»
Chiude il portellone posteriore e quello dell'abitacolo, ma non quello che dà sul sedile del passeggero, che rimane aperto alle sue spalle. Si volta ancora verso di me e mi sorride di nuovo, gentilmente.
«Vuoi un passaggio?» mi chiede, indicando l'auto con un cenno della testa, in un tono che stona, che mi fa storcere il naso.
«Direi che sarebbe piuttosto inutile, oltre che scomodo per te. Allungheresti solo il viaggio verso Nottingham» le faccio notare, le mani nelle tasche del cappotto, dopo una breve occhiata lanciata all'automobile.
Lei, però, aggrotta le sopracciglia, con fare abbastanza confuso. «No, aspetta... Vuoi dire che John non ti ha detto niente?»
«Dirmi cosa?»
«Che per stanotte mi ha offerto di dormire nella sua stanza a Baker Street»
Spalanco appena gli occhi e batto velocemente le palpebre.
'Lo ha fatto sul serio. Una riunione di famiglia'
«No, non mi ha fatto sapere nulla»
Lei mi guarda per un secondo appena, prima di socchiudere gli occhi e sospirare, scuotendo il capo «Avrei dovuto immaginarlo...» mormora, per poi rialzare la testa e muoverla di nuovo verso l'auto, sebbene adesso in maniera quasi impercettibile. «Dai, sali»
Fa il giro della macchina, apre la portiera e si siede al posto del guidatore, allacciandosi la cintura. Resto ad osservarla nei suoi semplici movimenti, prima di imitarla col fiato sospeso. Salgo in macchina, chiudo la portiera, mi allaccio la cintura. E per un secondo mi sento di nuovo catapultato a tre anni fa. A quando io sedevo con Aldernis alla mia destra, i suoi occhi verdi a studiare le strade di Londra, le dita strette attorno al volante della sua vecchia Ford azzurra. Adesso, invece, ci ritroviamo nel bel mezzo della città di Bristol, di ritorno dal matrimonio di John Watson, a bordo di un SUV color sabbia di seconda mano come quello di una qualsiasi famiglia normale, e Aldernis che ormai è "solo Jane". Quattro cambiamenti che non mi ero mai preso la briga di notare in sette mesi, dal mio ritorno.
«Sei andata via presto» noto, senza staccare lo sguardo dal parabrezza.
«Aden ha una visita di routine domani mattina alle dieci, e non posso proprio rimandarla»
«Avresti potuto lasciarlo a tua madre. O ad Alan»
«È stato John ad insistere per farlo venire, io ho solo posto delle condizioni. La mia famiglia si occupa già abbastanza di mio figlio, non mi va di assegnare loro ogni singolo compito che non posso svolgere io»
«E John lo sa?»
«Cosa, che lascio troppo spesso Aden alla mia famiglia?»
«Che sei andata via prima»
Per un secondo, mi pare che stringa il volante un poco più forte rispetto a prima. Si lascia sfuggire una breve risatina, leggera. Sebbene anche questa ha qualcosa che stona, alle mie orecchie.
«Certo che lo sa» dice, come se fosse una nozione scontata. «Non potevo di certo piantarlo in asso e andarmene via senza neanche salutare. Mi pare logico, no?»
Logico? Non ha niente di logico, questa sua azione. Perché dover dire a John che si sta lasciando la festa che ha organizzato con tanta cura, in cui avrebbe voluto tutti presenti? Perché non lasciarlo dentro una bella bugia nascosta, permettergli di essere senza pensieri?
«Perché, lui non sa che tu sei andato via?»
La domanda mi prende un po' alla sprovvista, forse perché mi pare davvero banale, e la risposta fin troppo ovvia. Oppure perché me l'ha posta in quel tono lì, un po' sorpreso e un po' canzonatorio. Come se, no, la mia azione non avesse proprio nulla di logico o giusto. Non riesco nemmeno a contrattaccare. Scelgo il silenzio, nella speranza che da esso sia possibile tirar fuori una risposta.
«È triste andarsene via dal matrimonio del proprio migliore amico»
«Tu dici?» faccio, sarcastico.
«A me dispiacerebbe. E anche a John»
«Non si accorgerà nemmeno che me ne sono andato»
Jane sorride, la vedo scuotere appena la testa. «Se lo dici tu...» dice, mettendo fine alla discussione in modo non sbrigativo, ma semplice, naturale, come se fosse la conclusione più adatta.
«Tutto qui?» rido allora io, con fare derisorio.
«Dovrei aggiungere altro?»
«Di solito sei molto più testarda, riguardo le tue opinioni. Cercheresti di impormi il tuo punto di vista in ogni modo possibile»
«Ho lasciato il ruolo del bimbo infantile ad Aden da più di due anni, ormai» ribatte lei, sempre divertita, sempre allegra.
E anche stavolta c'è qualcosa che stona. Ed io, nel girarmi verso di lei, nell'osservarla nel suo vestito verde, i capelli rossi raccolti e il giacchetto sportivo totalmente fuori contesto per l'occasione, ma non per lei e per quello che è lei, finalmente capisco di che si tratta. Per capire che le sue parole non coincidono con l'espressione dei suoi occhi, col tono della sua voce, con le emozioni che dovrebbe provare, nello stare con me. Tutto stona con quello che mi ha detto a Westminster, quel giorno di sette mesi fa, e con la linea che abbiamo scelto di non superare.
Lei sta fingendo. Finge di essere allegra, finge la sua risata, finge di essere d'accordo con me. Finge ogni parola, forse nel vano tentativo di fingere anche una tregua, prima di tornare all'indifferenza per cui abbiamo optato in quella fatidica sera. Finge.
Ma forse fingo un po' anche io.
•••
Sì, posso di certo dire di aver finto per gran parte della giornata. Sorrisi di circostanza, qualche muto cenno del capo, un discorso che è stato l'unico momento di nuda verità, e un atteggiamento distaccato, freddo, sospeso al di sopra di tutto il resto. Come se quanto stesse accadendo non mi tangesse minimamente. Ma fingevo, ogni volta. E credo che Jane se ne sia accorta, almeno un po'.
Solo una cosa, però, mi ha stupito della sua, di bugia: il suo saperla mantenere per un periodo di tempo tanto prolungato. Dopotutto, nessuno cambia mai totalmente. Nemmeno lei, nonostante sappia benissimo che ne sarebbe capace. Di certo il desiderio di proteggere suo figlio rappresenta le fondamenta della sua nuova vita, e in base ad esso cerca di compiere ogni azione. Secondo quella logica, lascia perdere, evita lo scontro, non cerca più di vincere una gara di logica contro di me. Eppure io sono convinto che in una parte di lei, quel modo di vivere la propria esistenza, di vivere gli indovinelli, cercare di risolverli, trovare uno stimolo sempre nuovo che la spinga a puntare lontano, sia rimasto, e che lei stia solo cercando di dissimularlo, onde evitare spiacevoli situazioni al figlio.
Ed oggi, durante il discorso, per un momento mi è parso di rivederla, di rivivere in un flash un passato che poi è andato a rotoli. Ho rivisto Jane Aldernis. E mi sono finalmente reso conto di quanto lontani fossimo effettivamente stati per tutto questo tempo.
«Una spada di carne?» ripetei, con fare scettico, davanti alla teoria che Tom, il fidanzato di Molly, aveva su mia richiesta proposto per tentare di spiegare come la guardia reale Stephen Bainbridge fosse stata quasi assassinata con una pugnalata allo stomaco.
«No» conclusi poi, freddo, prima che Tom tornasse a sedersi sotto un sibilo avvelenato di Molly. Mi rivolsi nuovamente al resto dei presenti che costituivano la mia piccola platea. «Qualcun altro?»
A rispondermi fu il silenzio. Cinque secondi di silenzio, prima che una voce interrompesse le parole che stavano per uscirmi dalle labbra.
«In realtà, la teoria di Tom non è poi così assurda come sembra, se si apportano le giuste modifiche»
Alzai gli occhi dalle schede-guida che mi ero preparato per il discorso, pronto per passare al punto successivo, ma quella voce mi fece desistere. E sorridere.
«Davvero?» chiesi, sollevando appena un sopracciglio.
E allora anche Jane sorrise. Si appoggiò allo schienale della sedia, incrociò le braccia al petto e si mise a spiegare. «Se ci pensi, esiste un modo per fare scomparire l'arma senza lasciare traccia»
«E sarebbe?»
«Ragiona: quale elemento solido si scioglie e mescola all'acqua senza problemi?»
La risposta era a dir poco geniale.
«Il ghiaccio!»
«Esatto» fece lei, annuendo soddisfatta. «La guardia potrebbe aver usato un pugnale di ghiaccio, che poi si è sciolto con l'acqua calda della doccia»
«Senza lasciare alcuna traccia né dell'arma né del passaggio di un possibile assassino»
«Ed è andata così?» s'intromise Lestrade, incuriosito da quella bizzarra storia.
«Beh...»
«No, certo che no. La teoria del suicidio non ha il benché minimo senso»
Fu un secondo, e Jane ebbe gli occhi di tutta la sala puntati addosso. Persino di chi distrattamente si guardava attorno. Lei guardava me.
«Voglio dire... Perché la guardia avrebbe dovuto chiederti aiuto, se poi aveva comunque intenzione di uccidersi senza lasciare tracce?»
«Un mitomane?»
«Può darsi, ma quante possibilità ci sono?» Scosse la testa e arricciò le labbra, con fare disaccordante. «No, la spiegazione non regge. Però dimostra che tutte le idee possono essere buone, se si sa come trasformarle in elementi logici. Basta solo permettere alla lampadina di accendersi»
Ci fissavamo, io e lei. Me ne accorsi solo allora. Ci fissavamo in una maniera così intensa, che per un po' credetti che ci fossimo solo noi due, a duellare con lo sguardo, a seguire quel filo logico incomprensibile a tutti, tranne che a noi.
Per un attimo, credetti di aver finalmente ritrovato la Jane che avevo conosciuto, quella che mi sfidava sempre con gli occhi, come facevamo sempre prima che tutto esplodesse sotto ai nostri sguardi.
•••
«Hai fatto davvero un bel discorso, comunque. Era da parecchio che non mi emozionavo tanto»
Il mondo riprende finalmente una forma, attorno a me. Il cruscotto, il parabrezza, la strada, le luci dei fanali delle altre auto che mi abbagliano per un secondo. Rivolgo a Jane un'occhiata velocissima, durante la quale mi chiedo per quanto mi sia rifugiato nel mio palazzo mentale.
«E tu hai formulato davvero una bella teoria» mi azzardo a complimentarmi, in tono incerto. «La migliore tra quelle proposte»
«Era solo la più logica, anche se, in ogni caso, non quella corretta» Sorride appena, e alza le sopracciglia con aria furba, quasi ad ammiccare. «Quindi è per quello che hai fatto esplodere tutto quel tumulto, al brindisi? Perché avevi risolto il caso?»
Annuisco, serio. «La vittima era stata già colpita da parecchie ore, ogni secondo poteva essere quello fatale. Fortunatamente indossava...»
«Una cintura stretta e alta in vita che fermava il sangue dall'uscire dalla ferita, come quella della guardia reale che ti aveva contattato»
La guardo con la coda dell'occhio, prima di lasciarmi sfuggire un sorrisetto di ammirazione. «Vedo che lo hai risolto anche tu»
«Oh, no, figurati! È stato John a dirmi come si sono svolte le cose a grandi linee» precisa subito, anche lei con un sorriso. «Non credo che avrei mai pensato di collegare i due casi tra loro. Di Stephen Bainbridge e l'Uomo Effimero, intendo»
Mi trattengo a stento dallo scuotere la testa, con aria altezzosa.
'Certo che ne saresti capace'
«Beh, almeno hai preso due piccioni con una fava. Devi essere davvero fiero dei tuoi risultati»
Lo dice ridendo, anche stavolta. Ridere così tante volte durante una conversazione è indice solo di un tentativo per abbassare la tensione, per portare avanti un discorso civile. Magari le dà persino la forza di parlarmi ancora.
Apro la bocca, pronto a ribattere di nuovo. Pronto a dirle che ho capito cosa sta cercando di fare, pronto ad avere un altro scontro. Pronto, con gli occhi che distolgo dal finestrino, la testa che sposto verso la strada davanti a me, per accompagnare le parole a quel gesto. Ma lei è più pronta di me, e mi precede.
«Ehi, ben svegliato, peste!»
Punto lo sguardo prima su Jane, poi sullo specchietto retrovisore, attraverso il quale riesco a scorgere il bambino, seduto sul suo seggiolino, che si stropiccia gli occhi, la bocca impegnata in un largo sbadiglio.
«Mamma, 'ove siamo?»
«Stiamo andando a dormire»
«Casa?»
«No, tesoro, non a casa nostra»
«Perché?»
«È solo per stanotte. Domattina saremo di nuovo a Nottingham, promesso»
Lui si ferma, rimane in silenzio, si guarda le scarpine con insistenza. Fa passare qualche attimo e poi torna a guardare davanti a sé. «Mamma, voio latte»
«Il latte? Adesso?»
Il bambino annuisce, accompagnando con una specie di mormorio il movimento della testa.
Jane sospira. «Riesci ad aspettare qualche minuto? Adesso non posso fermarmi con la macchina»
«'kay»
«Vuoi un po' d'acqua, nel frattempo?»
«'kay»
Lei mi fa un cenno con una mano, costringendomi a rivolgerle la mia attenzione, e mi indica qualcosa alle sue spalle. «Potresti prendere il biberon dalla borsa sotto al sedile, qui dietro? Dovrebbe essere dentro la tasca laterale»
La guardo attonito per qualche secondo, prima di sporgermi all'indietro e fare come ha chiesto. Prendo il biberon pieno d'acqua e lo porgo a Jane.
«Dallo ad Aden, per favore»
Altri due secondi scorrono, durante i quali mi do il tempo di prendere un respiro. Poi mi giro ancora e allungo la mano con il biberon verso Aden, come mi è stato chiesto. Quando me lo ritrovo faccia a faccia, non gli dico nulla, come lui non dice nulla a me, se non un flebile e timido "grazie" appena sussurrato. Però ha il coraggio di guardarmi dritto negli occhi, senza distogliere lo sguardo, forse preso dalla curiosità. Prende il biberon dalle mie dita ed io gli rivolgo un sorriso freddo, di circostanza. Torno a sedere dritto, continuando comunque a spiarlo attraverso lo specchietto retrovisore: alla fine, anche lui mi incuriosisce un po'.
Lo studio bene, per un lungo lasso di tempo. Beve un bel po', mantenendo un'espressione concentrata, come se si stesse sforzando di trovare le parole per i propri pensieri, poi si toglie il beccuccio dalle labbra, e quasi sembra che voglia azzardarsi a dire qualcosa. Apre la bocca, ma poi la richiude e torna a bere la sua acqua, insieme alla quale ingoia anche le parole. Rimane pensieroso, con lo sguardo fuori dal finestrino.
Passano altri minuti, il silenzio profondo che riempie il vuoto ha annullato qualsiasi precedente tentativo di Jane di allentare la tensione. La strada sfreccia, davanti a noi, fino a quando non ci ritroviamo nei pressi di una stazione di servizio, le cui luci ancora accese ce ne indicano l'apertura, nonostante l'ora. Jane parcheggia con cura in uno dei tanti posti-auto vuoti, si slaccia la cintura e scende, per poi risbucare attraverso lo sportello posteriore corrispondente al suo.
«Ora ti preparo il latte, okay?» dice al figlio, con un sorriso che ne ottiene un altro in risposta, ma che poi subito scompare quando inizia a frugare troppo a fondo all'interno del borsone. «Oh, no, dannazione...» impreca, a bassa voce, tirando fuori un altro biberon, stavolta più grande, sporco e con un beccuccio di gomma arancione. «È finito tutto quanto...» Si gira verso la stazione di servizio, la squadra per qualche secondo, e poi torna a guardare dentro l'auto, verso di me. «Ti spiace se ti lascio solo con Aden, mentre io vado a comprarne dell'altro?»
Sposto gli occhi dallo specchietto retrovisore, mi giro di nuovo, la guardo direttamente negli occhi. «Ehm...»
«Ci metto cinque minuti, lo giuro»
Non aspetta nemmeno una mia risposta, non si ferma per darla nemmeno al figlio, ad Aden. Chiude velocemente lo sportello e si affretta verso l'entrata del negozio, quasi correndo, con il vestito tirato su per evitare d'inciampare, facendo ben intravedere le trainers sotto all'abito elegante.
La guardo allontanarsi, le parole ancora in gola, in ritardo per uscire, ma che getto comunque fuori in modo silenzioso, attraverso un sospiro.
'Sono solo cinque minuti, niente di che'
Me lo ripeto una, due, forse tre volte, ed ogni volta con tono più convinto, per convincere me che andrà tutto bene. Ovviamente, andrà tutto bene. Cosa mai dovrebbe accadere?
Accavallo le gambe, inizio a battere dei colpi contro l'aria con la punta del piede, mentre con le dita mi tamburello un ritmo immaginario, che vada a tempo con i secondi. Inizio persino a contarli. Uno, due, tre, quattro...
«Mamma?»
Al secondo quattordici, smetto di tamburellare, e le mie dita rimangono a mezz'aria. Fisso davanti a me i posti vuoti di questo parcheggio deserto, prima di girarmi e incontrare gli occhi azzurri di Aden, interrogativi, pieni di domande.
«Ehm...» Guardo di nuovo al di là del finestrino, cerco Jane pur senza vederla più. «Lei è... È andata a comprarti del latte»
Mi viene quasi naturale rispondergli, quando avrei potuto benissimo ignorarlo senza problemi. Però no, gli rispondo lo stesso, anche se senza rimettermi a guardarlo. Mi sistemo sul sedile e riprendo a battermi sul ginocchio.
«Perché?»
Mi fermo ancora. Per quella voce che mi costringe a farlo, a rispondergli.
«Per fartelo bere, suppongo»
«Perché?»
«Perché tu le hai detto di volerlo bere e immagino che lei non voglia farti aspettare più di tanto, col rischio di farti morire di fame»
«Perché?»
«Perché è tua madre»
«Perché?»
«Vuoi proprio conoscere questa parte nel dettaglio?»
Stavolta mi rigiro verso di lui, con una mano poggiata sul retro dello schienale del sedile del guidatore e il busto contorto all'indietro. Lo fisso negli occhi con fare quasi ammonitore, altero, e lui mi sostiene senza troppi problemi. Poi aggrotta un poco le sopracciglia chiare e inclina di lato la testa.
«Barbanera?»
Dice solo questo, e lo fa in maniera tanto innocente e pura da farmi quasi paura.
«Come?»
«Barbanera!» ripete, e stavolta mi indica, quasi minacciandomi con quella sua affermazione piena di sicurezza, senza tentennamenti.
Lo guardo per qualche secondo con aria corrucciata, prima di capire il senso della sua domanda. E allora anch'io muto il mio sguardo, inarco le sopracciglia e apro appena un po' la bocca.
«Come fai a conoscere "Il cristallo dei Sette Mari"?» gli domando, stupito. «Quel libro è mio»
«'ibro!» grida allora lui, dimenandosi sul seggiolino, improvvisamente entusiasta. «'ibro, 'ibro!»
Scuoto la testa, senza ancora riuscire a capire come possa conoscere quella storiella. Era il mio libro, era a casa mia, ce l'hanno i miei genitori, sono gli unici che sanno cosa significhi per me. A meno che...
Mi slaccio la cintura e poggio le ginocchia sul mio sedile, girandomi completamente verso Aden, sormontandolo con la mia altezza per lui estrema. Mi chino verso il sedile posteriore, quello accanto al suo, dove è posata il grande borsone che Jane ha lasciato aperto. Allungo la mano e afferro il piccolo volume che sbuca un po' attraverso la cerniera.
«Questo?»
«'ibro!» grida ancora, contento, allungando le manine verso di me, che gli mostro la copertina.
Glielo allungo, con fare un po' titubante, e lui lo prende e inizia a sfogliare, entusiasta. Lo osservo un po', con fare incuriosito, mentre controlla ogni immagine, stando attento a tutti i colori, le forme, e segue la storia senza l'effettivo bisogno di qualcuno che gliela legga. Parlotta un po' tra sé, a bassa voce e con parole incomprensibili, in un linguaggio che credo sia davvero tutto suo. Forse si sta solo raccontando la storia da solo.
«Ti piace?»
Annuisce, un sorriso luminoso sul suo piccolo volto. Però non alza lo sguardo per rivolgerlo verso di me: se ne rimane lì, gli occhi bassi che scorrono lungo le righe e che lo intrattengono più di quanto farebbe una qualsiasi altra conversazione.
«Sì» aggiunge poi, annuendo ancora. «È bello»
«Beh, la bellezza è un concetto un po' stereotipato, ed è la sola rappresentazione di canoni preimpostati ai quali ci sentiamo in dovere di appartenere per non sentirci esclusi dalla società»
Lo dico senza effettivamente pensare. Non penso al fatto di avere davanti a me un bambino di meno di tre anni, che ancora non sa parlare bene, figuriamoci leggere, o scrivere, o conoscere il significato di "stereotipo". Eppure qualcosa deve aver attirato la sua attenzione, perché adesso mi rivolge il suo sguardo. Mi fissa per un po' negli occhi, ma non sembra confuso, e per un secondo solo ho quasi l'impressione che mi abbia addirittura capito.
«A te?» mi chiede infine, battendo piano le palpebre, come per mettere bene a fuoco la mia figura davanti a lui.
Anche io cerco di mettere a fuoco. Mettere a fuoco una risposta che sia veritiera, ma priva di futili parole complesse, incomprensibili per un bambino di poco più di due anni. Ne trovo una, l'unica che riesce a soddisfarmi. Eppure, prima di darla, stranamente mi viene da sorridergli. Senza una ragione vera e propria.
«Scherzi? È il mio preferito!»
«Grazie!» replica lui, con lo stesso sorriso, forse addirittura più entusiasta di quando gli ho consegnato il libro.
Senza volerlo, mi lascio sfuggire una risatina divertita, forse perché non so cosa dire. Perché, ancora una volta, sono io a non capire.
«Perché mi ringrazi?»
«Per 'ibro» spiega lui, sempre sorridendo, prima di riabbassare gli occhi celesti sulla sua borraccia, ormai quasi vuota, e che si riporta alla bocca. Butta giù due sorsi, prima di staccarsela dalle labbra e tenderla verso di me, con un impercettibile segno del capo, un po' interrogativo. Come se me la stesse offrendo.
«Ehm... No, ti ringrazio» rifiuto, accennando appena ad una smorfia che cerco di dissimulare in una brutta replica di quello che dovrebbe almeno lontanamente somigliare ad un sorriso gentile. Anche se considero questa la cosa che più si avvicina alla gentilezza che possiedo nel mio repertorio.
Lui, in ogni caso, si stringe nelle spalle e torna a bere, abbassando gli occhi sulla sua bottiglietta.
«Sei parecchio beneducato, per essere un lattante» osservo, con fare piuttosto critico. «E anche parecchio precoce, devo dire»
Aden, di nuovo, corruccia la fronte e si toglie il biberon dalla bocca. «Cos'è 'attante?» chiede.
«È un bambino che beve tanto latte» rispondo, per poi piegare la testa da una parte, come ha fatto prima anche lui. «Tu quanto latte bevi?»
Ci pensa un po' su, assorto, per poi allargare le braccia, più che può. E sorride, anche stavolta.
«Beh, almeno sei stato sincero»
Mi rigiro, sospiro. Poi chiudo gli occhi e mi appoggio con la testa. Cerco di riprendere fiato da questa specie di corsa, che fa scattare i miei neuroni il più velocemente possibile. Quando li riapro, vedo, attraverso lo specchietto retrovisore, il suo sguardo basso, pensieroso. Poi rialza la testa e mi guarda, puntando anche lui gli occhi sullo specchietto, nei miei. «Dov'è mamma?» mi domanda, in tono preoccupato.
Mi rigiro, torcendo il busto, come ho fatto all'inizio della conversazione. Guardo di nuovo attraverso il finestrino, ma Jane ancora non si vede. «Sta tornando, credo»
«Voglio casa»
«Appena tua madre arriva, torniamo a casa»
Aden si lascia sfuggire uno sbuffo di disapprovazione, che subito fa accompagnare da strani versi lamentosi della bocca. «Mamma, mamma!» grida, iniziando letteralmente a dimenarsi sul seggiolino, così convulsamente da arrivare addirittura a rifilare dei calci sul retro del mio sedile.
«Ascolta, ragazzino» riprendo allora, fermandolo prima con un gesto della mano, poi con una sfilza di parole con cui spero di poterlo zittire, almeno per confusione. «Dipendesse da me, ti porterei a casa tua in meno di dieci secondi, se non fosse per il fatto che questa macchina è di tua madre, tu sei suo figlio, ed io non voglio essere accusato di essere un sequestratore di bambini, dato che somiglio incredibilmente a Barbanera in modi peggiori rispetto a quelli che tu hai avuto modo di appurare!»
Ed è con queste parole, esattamente con queste parole, o magari con il tono usato, che faccio scattare nella mente del bambino un meccanismo di associazione rapido, improvviso, ma in effetti assolutamente logico.
Non collego subito le due cose, ma lo capisco non appena mi ritrovo a dover affrontare gli occhi spalancati di Aden che mi fissano, e che poi lui chiude un paio di volte prima di buttare fuori il labbro inferiore, abbassare il capo e portarsi i due pugni chiusi verso il volto.
«Oh, no...»
E comincia a piangere.
«No, no, no, non farlo!»
E a singhiozzare.
«Non è successo niente, okay?»
E a gridare. E non riesce a smettere più.
Mi giro, anche io ad occhi spalancati. Mi porto una mano trai capelli, cercando disperatamente di dare una scossa al mio cervello.
'Oh, andiamo, andiamo, più connessioni neurali, forza!'
È la prima volta che mi succede. È la prima volta che non riesco ad eliminare un suono fastidioso, a renderlo muto e fregarmene. È la prima volta che mi lascio riempire le orecchie, anche se contro la mia volontà. Il pianto di Aden mi getta nel panico, per almeno i primi dieci secondi in cui mi butto alla disperata ricerca di una soluzione. E che alla fine trovo, non so nemmeno dove, o come.
In un attimo, sono fuori dall'auto, la custodia del violino in mano e che poso sul mio sedile, per poterla meglio aprire. Afferro lo strumento e apro la portiera di Aden, accanto alla mia. Lui si gira finalmente verso di me, togliendosi i pugnetti dagli occhi ancora rossi. Mi guarda, ed io gli sorrido. Stranamente, nuovamente.
«Shh...» gli faccio, sistemandomi il violino sulla spalla. «Ascolta...»
Poi comincio a suonare. Una nota dietro l'altra, le lancio nel buio e le lascio rincorrersi in questo parcheggio, giocare sull'asfalto tiepido, sotto le luci dei lampioni. Note che compongono una melodia dolce, che lascia conciliare il sonno e calma i nervi di questo bimbo dagli occhi azzurri e i capelli rossi che mi guarda senza fiato, incantato. Anche se sono Barbanera, il pirata cattivo della storia.
Non è la prima volta che qualcuno mi guarda così, con quel misto di ammirazione e paura, ma stavolta è speciale. Non ho idea del perché, ma è speciale. Più del primo sguardo di John, o del primo complimento di Jane. No, stavolta è diverso.
Perché Aden non mi sta guardando più in quel modo per qualcosa che ho detto per ostentare la mia intelligenza, che è da sempre l'unico modo da me conosciuto per farmi notare dalla gente. No, lui mi sta guardando così... Perché so suonare. Perché so fare una cosa comune a migliaia di altre persone, ma che a lui sembra quasi una magia. E sorride, perché il mio incantesimo, in qualche modo, è riuscito.
Dopo aver ripetuto la melodia per almeno tre volte, Aden chiude finalmente gli occhi, e si lascia cullare dalle ultime note che scivolano lungo le corde. L'osservo addormentarsi, con le labbra appena un po' dischiuse; osservo il suo respiro farsi calmo e regolare, il suo viso rilassarsi, le sue mani ciondolargli in grembo, che ancora avvolgono il suo libro colorato. L'osservo, perso nella sua pace, prima di decidermi a richiudere lo sportello con delicatezza. Quando rialzo lo sguardo, noto una figura, da sopra il tettuccio del SUV. Jane è in piedi, a qualche passo di distanza dalla macchina, e mi fissa. Ha in una mano un biberon pieno di latte, probabilmente tiepido, e nell'altra una bottiglia bianca dello stesso liquido. Mi fissa, a bocca aperta, stupita. La fisso anche io per un po', prima di risistemare il violino nella custodia e riposarlo sotto al sedile.
«Se vuoi, ti do il cambio» le propongo, rimettendomi dritto. «Ci vuole almeno un'altra ora per arrivare a Londra»
Mi guarda ancora un po', attonita. Come se stesse cercando di riprendersi da un sogno troppo strano per essere vero ma allo stesso tempo troppo realistico per non esserlo: la possibilità che, anche per lei, Barbanera diventi un personaggio buono, nella sua storia.
Poi annuisce, un muto segno di assenso.
•••
Essere di ritorno a casa non è mai stato tanto bizzarro. Sarà stata la strada illuminata d'arancione, deserta eppure ancora pregna di un alone di caos, di movimento, di persone. Sarà stata l'aria fredda di fine primavera, afosa per lo smog di bus, moto, auto, che odora di città. Sarà stata Londra, e il fatto che mi paia irrazionalmente diversa, mutata in poche ore, per un maleficio della mia mente.
Sarà stata Jane, il modo in cui dormiva, con la testa poggiata al finestrino, le mani accanto al volto, rannicchiata proprio nello stesso modo di tre anni e mezzo fa. Sarà stato il fatto che, anche se solo per un secondo, avevo creduto, guardandola, che niente fosse cambiato, che tutto fosse rimasto fermo a quando andava ancora tutto bene. A tre anni fa. Al periodo prima della caduta. Prima della caduta di tutto.
Ma mi sono risvegliato dal mio sogno nel momento esatto in cui, parcheggiando l'auto di fronte al 221B di Baker Street, Jane si è svegliata per conto suo, come se una specie di allarme interno le avesse inviato un segnale di riconoscimento, del posto o non so cos'altro. Mi sono svegliato quando s'è svegliata anche lei.
Jane si è stiracchiata, ha aspettato che finissi la manovra, si è sistemata la giacca ed è scesa dall'auto. Caricandosi sulle spalle due grandi borse gonfie, ha preso in braccio Aden e, con la punta del piede, ha richiuso la portiera. In lei ho rivisto me, quell'aria fiera, addirittura apatica, che però al suo volto conferiva uno sguardo adulto, maturo, responsabile. Ha rifiutato il mio aiuto con un veloce gesto della mano ed è entrata attraverso la porta da me aperta, salendo le scale con un ritmo ben scandito, tutto suo.
È andata più in alto, avanti, senza badare a me. Ognuno è entrato in una stanza dedicata, dopo un cenno di saluto ed una porta chiusa alle spalle. Ed è stato lì, nella fermezza delle mie riflessioni, mentre mi spogliavo della mia armatura fatta di giacca e cravatta, che ho pensato anche a John, a Mary, al figlio che aspettano. Alle nuove priorità che avranno, come le ha avute Jane, che si è costruita una propria armatura fatta di responsabilità.
Cambiamenti, cambiamenti, cambiamenti ovunque. Eppure la mia immagine riflessa nello specchio è sempre uguale a prima.
«Sherlock?»
Un sussurro proveniente dalla cucina mi permette finalmente di tornare a vedere, non solo osservare. Prendo la vestaglia e, mentre la indosso, mi avvio lungo il corridoio.
«Oh, sei ancora sveglia»
Un'osservazione, e poi pausa, ma Jane non si lascia intimidire nemmeno stavolta.
«Già» dice, con un mezzo sorriso, standosene ritta sulla soglia della porta. «Infatti mi chiedevo se avessi della camomilla. Di solito mi aiuta ad addormentarmi»
Mi dice solo questo, anche lei affermazione e poi pausa, cui io rispondo in maniera forse troppo poco reattiva. Supero il tavolo, ingombro della solita attrezzatura, e apro uno degli sportelli della credenza, dal quale estraggo una scatola di carta color azzurro pastello. Mi giro e allungo il braccio verso la sua direzione, facendolo passare sopra alle provette e ai becchi Bunsen. La fisso, e anche lei mi fissa, dalla porta, ancora immobile nel corridoio, le braccia incrociate al petto. Un tentativo di proteggersi?
Noto solo ora che ha già indossato un pigiama: un paio di larghi pantaloni di cotone e una maglietta lunga dall'imbarazzante stampa di un personaggio dei cartoni animati, oltre ai capelli legati in una disordinatissima treccia laterale.
Restiamo immobili così per un po', prima che Jane si scuota e faccia un paio di passi avanti. Scioglie le braccia dalla loro posizione richiusa e prende la scatola dalle mie mani, sussurrandomi appena un "grazie" con un sorriso, nello stesso modo confuso ed impacciato di suo figlio, prima, con quella sua minuscola borraccia.
La lascio in cucina senza dire una parola. Per un attimo, rimango a guardare i suoi gesti con attenzione, e a studiarli, mentre in silenzio prende il bollitore e lo riempie d'acqua del rubinetto. Sorride anche mentre compie un'azione semplice come questa.
«Questo bollitore deve essere l'unico oggetto incontaminato dell'intera casa» osserva, con una risatina che si spegne subito dopo, e che io non cerco in alcun modo di riportare in vita.
Mi allontano, mi muovo con pochi veloci passi alla finestra. Scosto un po' la tenda e mi metto a guardare giù, per la strada gialla e deserta, ma con l'udito rimango su di lei. Spio il rumore dei suoi movimenti, il fruscio delle pantofole sul pavimento, della stoffa del suo pigiama. La sento riprendere in mano il bollitore quando l'acqua è pronta, versarla in una tazza, immergervi la bustina con lentezza. Diventano un suono normale, lineare, quasi pacificante.
«Ne vuoi un po'?»
«Uhm?» Volto la testa e noto che mi sta guardando, una mano posata sul manico del bollitore. «Ah, no. Non bevo quella roba. Troppo calmante»
«E perché la tieni qui, allora?» domanda lei, alzando un sopracciglio.
«È di John. La tengo per... Quando torna, ogni tanto»
Annuisce, anche se non mi pare del tutto convinta. «Capisco» e poi incrocia le braccia al petto e si appoggia al ripiano della cucina, in attesa. Abbassa lo sguardo, e pensa.
«Aden?»
Lo rialza e me lo rivolge in due brevi movimenti, rapidi e naturali. Mi guarda un po', prima di rispondere. «Dorme. Ho provato a dargli un po' di latte, ma non l'ha voluto» Sorride di nuovo, come prima, e torna a guardare in basso. «Quel che gli hai suonato ha avuto un effetto fantastico. Dovresti passarmi lo spartito»
Sto per dirle che, in realtà, non c'è nessuno spartito, che quello che ho suonato mi è sgorgato fuori dalla testa da solo, senza che io facessi niente, a parte muovere le dita lungo il violino. Ma non lo faccio. Schiudo le labbra e le richiudo, stringendo forte coi denti le parole. Perché, a pensarci bene, un po' sarebbe una bugia pure questa. Quindi non dico nulla, e mi fingo impassibile di fronte alla sua ennesima prova di spirito. Torno a guardare la strada, individuando la vita delle tante persone che non hanno idea di cosa sia il cambiamento. Una strada sempre uguale, niente fuori posto. Eppure perché la sento comunque tanto diversa?
Un'ombra mi raggiunge, mettendomisi a lato con un fruscio leggero di movimenti sul tappeto. Jane, tazza già tra le dita, scosta la tenda con una mano libera e getta lo sguardo oltre il vetro. Guarda fuori a lungo, immersa in una lunga lista di pensieri, tra considerazioni e, cosa assai probabile, ricordi.
«Chissà chi ci vive, adesso...» mormora, inclinando un poco di lato il capo. «Certe volte mi chiedo come sarebbero andate le cose, se fossi rimasta a vivere lì»
E solo adesso mi azzardo a guardarla veramente. A spostare lo sguardo sulla sua figura ombrosa, sul suo volto illuminato dalla candida luce della luna e dei lampioni. E su quel sorriso triste, un po' nascosto, che rivolge a sé stessa e al passato che è appena tornato a bussare alla porta.
«Probabilmente non sarebbe cambiato nulla...»
E dopo averlo detto, sospira, questa volta in maniera visibile, non nascosta. Lascia andare la tenda e torna a camminare sul tappeto, verso il corridoio, pronta ad uscire di nuovo.
«Beh, io vado a dormire» dice, senza rivolgermi uno sguardo. Finché non si ferma un secondo e si volta, proprio accanto alla poltrona di John, vuota. Ormai diversa. «Domattina dovrei partire piuttosto presto. Non so di solito a che ora sei in piedi, ma preferisco in ogni caso salutarti adesso, se mai non dovessi trovarti sveglio»
Annuisco, abbassando gli occhi. «Okay»
«Okay» ripete lei, accennando appena un sorriso. «Allora... Buonanotte, Sherlock»
Si gira di nuovo, sta per andarsene, salire le scale e tornarsene alla sua vita, ad Aden, a Nottingham e tutto il resto. Ma è proprio mentre va via che io cerco sempre un modo per trattenerla.
«Ho parlato con Aden, comunque. Prima, mentre tu eri a comprare il latte»
Questo, stranamente, la fa fermare, anche se io so benissimo che lei non vorrebbe per nulla al mondo. Però se ne rimane comunque lì immobile, con un piede sul primo gradino e un altro che pende sulla terra. In bilico anche lei, tra l'andare e il restare, tornare e partire.
Si gira, ma solo con il busto, la mano ancora poggiata sul corrimano e l'altra a tenere la tazza. «Davvero?»
Annuisco, alzo un angolo della bocca, lo riabbasso solo dopo aver parlato. «È parecchio intelligente per... L'età che ha»
Il piede in bilico sul pavimento ha la meglio: Jane scende da quell'unico gradino, una risatina che le fa abbassare gli occhi. «E anche molto curioso, se vogliamo dirla tutta» aggiunge, avvicinandosi alla porta e posandosi sullo stipite con la spalla. «I suoi "perché" potrebbero durare all'infinito»
«Sì, ho avuto modo di appurarlo anche io» confermo, e lei ridacchia ancora.
No, anzi... Sbuffa una risata, e poi sorride. Solo questo. Nient'altro. E sembra tanto naturale, mentre lo fa.
«Sì, beh...» mormora, andandosi a sedere sulla poltrona di John. «È proprio una cosa da lui» Poi si porta la tazza alle labbra e comincia a sorseggiare, piano.
Io, ancora in piedi, mi siedo di fronte a lei sulla mia poltrona. «Mi ha chiamato Barbanera» aggiungo, accavallando le gambe, posando le mani sui braccioli. «Immagino che il mio aspetto fosse molto suggestivo»
«È un bambino, Sherlock. La sua mente funziona per associazione di immagini»
«Beh, direi che allora la sua mente funziona davvero molto bene, se è riuscito a visualizzare la descrizione di un personaggio immaginario»
«Ricorda le figure, il più delle volte. Ormai le associa a praticamente tutto, tanto ama quel libro» Lascia andare il suo sorriso per corrugare lentamente la fronte. «Beh, in realtà lo fa di più con Pinocchio, visto che è il suo libro preferito. Sono costretta a portarlo con me ovunque, altrimenti non sta buono. Oggi ha fatto un'eccezione, spero duri»
Apro e richiudo le labbra un paio di volte, in maniera impercettibile, prima di decidermi finalmente a parlare. «Il suo... Libro preferito?»
«Oh, sì!» annuisce Jane, con fare quasi entusiasta. «Lo conosce praticamente a memoria, non esagero. Capita spesso che non riesca ad addormentarsi, se prima non glielo leggo almeno tre volte. Ne va matto» Adesso scuote la testa, ma il sorriso le rimane sempre là. Anche quando lo nasconde dietro alla tazza. Anche quando la riabbassa e punta i suoi occhi verdi ed interrogativi nei miei. «Si può sapere perché glielo hai regalato?»
«Beh, perché racconta le peripezie di un ragazzino di legno che si lascia facilmente abbindolare dalle parole, e ciò lo porta solo a dover affrontare un numero esorbitante di problemi che saranno le conseguenze delle sue azioni. È la perfetta metafora per far capire ai bambini che pensare è importante, e che gli sbagli dettati dall'ingenuità non sono per nulla ammessi»
Adesso ho la risposta pronta. Non so perché mi sia venuto tanto facile, dirlo così di getto. Adesso che mi pare che qualcosa possa tornare a come era prima. Anche se, a ben pensarci, è solo il mio modo solito di ostentare le mie conoscenze, le mie deduzioni. Il modo per cui tutti scelgono sempre qualcos'altro, invece che me.
«No, io...» parla finalmente Jane, battendo la ciglia, attonita. «Io in realtà mi chiedevo solo per quale motivo glielo avessi regalato. Doveva essere una specie di regalo di benvenuto?»
«Era per il suo compleanno»
«Ma glielo hai dato con...»
«Due mesi, due settimane e due giorni di anticipo, lo so. Ma sapevo anche che molto probabilmente non l'avrei visto per il 20 gennaio, quindi ho soltanto... Pensato di darglielo prima»
Lei mi guarda. Continua a farlo, prima di sorridermi, ancora. Ma stavolta è diverso. Stavolta il suo sorriso ha qualcosa di diverso. È dolce, quasi sorpreso, ma anche sollevato, sembra leggero. E le dona una luce totalmente diversa sul viso. Una luce gentile, che quasi l'accarezza.
«Ti ricordi la data del suo compleanno...» mormora, sospendendo la sua voce nell'aria, leggera come quel sorriso.
Io, però, aggrotto le sopracciglia, confuso. «Certo che ricordo la data del suo compleanno» rispondo, facendo camminare lentamente le mie parole. «Non è così che... Dovrebbe essere, di solito?»
«Sì, però... Non so, pensavo soltanto che non ti importasse poi molto»
«E perché no?»
«Beh, perché...»
Sta per dire qualcosa di cui è estremamente sicura, qualcosa su cui crede di avere assolutamente ragione. Lo noto da come si pone col busto, dal modo in cui si blocca all'improvviso, senza quasi volerlo. Le parole in gola che le restano lì dentro, senza prendere una forma reale, diversa da quella formatasi nella sua mente. Lo noto da come distoglie il viso verso destra, verso le scale che la dividono da Aden, e da come cerca in tutti i modi di nascondersi il viso dietro alla tazza.
Ed è tutto là. Semplicemente là, con quei piccoli gesti che mi fanno capire tutto, attraverso i quali riesco a leggere tutti i suoi pensieri, che mi arrivano addosso come un flusso improvviso d'acqua.
«Lascia perdere...» mormora poi, tornando a quella sua dannata politica fatta per chiudere gli occhi, ignorare, fingere.
Ma se lei vuole continuare a mentire e far finta, allora sarò io a dire la verità.
«Davvero ti stupisce tanto il fatto che ricordi la data del suo compleanno?»
«Considerando il fatto che per lui sei un totale sconosciuto...» ribatte, tornando a guardarmi, ma stavolta cattiva, aggressiva, sul punto di attaccare. «Sì»
«Ma lui non è uno sconosciuto, per me»
«Tu non sai niente di lui!» ribadisce invece. «Non conosci la sua routine, la sua merenda preferita, come si chiamano i suoi amici a scuola, niente!»
«Certo che lo so, era tutto nelle tue lettere» ribatto io, gelido, sciogliendo le mie gambe e avvicinandomi a lei col busto. «Non era quella la tua intenzione, mentre le scrivevi?»
Mi guarda per un secondo, con occhio sprezzante e un sorriso altrettanto sdegnoso. Volta il capo, stavolta a sinistra, in direzione della finestra e della strada. E magari, nella sua testa, maledice pure quel giorno, quando è arrivata a Baker Street e si è ritrovata invischiata in affari fin troppo più grandi di lei. Cerca qualcosa, qualsiasi cosa, da dire. Senza però riuscirci. Forse vorrebbe solo non dover più stare qui, a discutere su una battaglia ormai persa. Da chi e per cosa non lo so.
Allora io mi alzo e cammino lentamente verso quella stessa finestra. Un po' per entrare finalmente nel suo campo visivo, e un po', forse, per ricordarle che ci sono anche io.
«Hai fatto un sogno, la notte prima del parto. Hai sognato me che ti dicevo di tenere il bambino»
Un breve silenzio segue le mie parole. Aspetto Jane, che aspetta me. Che aspetta che il suo cuore si calmi, che i suoi occhi smettano di rimanere spalancati.
«Tu come fai a...»
«Probabilmente eri ancora intontita a causa del digiuno in vista dell'operazione, oppure a causa dello stress, e deve essere stato per questo che hai creduto che si trattasse di un sogno, ma... Non era un sogno, ero davvero io»
E stavolta continua ad ascoltarmi, con le labbra aperte dalle quali, per la prima volta, non esce nemmeno una parola.
«Mycroft è riuscito a farmi tornare a Londra sotto copertura per un paio di giorni, e ad eludere telecamere e sicurezza per permettermi di entrare rimanendo inosservato»
«Oh, tu hai...»
«Messo quasi a repentaglio l'esito di una missione di massima segretezza nazionale solo per venirti a dire di tenere un bambino di cui, teoricamente, non dovrebbe importarmi poi così tanto?» finisco al posto suo, piroettando su me stesso, colmando a passi lenti, come ogni mia parola, la distanza che mi divide da Jane e da quel suo sguardo di perenne accusa. Mi fermo proprio davanti alla poltrona, un pugno di centimetri tra noi due. «Sì, l'ho fatto» E adesso sono io a guardarla dall'alto. «La sua nascita è di sicuro l'ultima cosa che avrei voluto, non lo nego. Specialmente perché sono l'ultima persona al mondo a cui verrebbe chiesto di crescere un figlio. Non sono adatto per fare il padre, non vorrei nemmeno esserlo. E forse anche tu avresti preferito essere altro, invece che madre»
«Cos'altro dovrei essere?» mi chiede, in tono gelido. Persino più gelido del mio.
«Quello che eri tre anni fa. Quello che sei stata oggi. La Jane che tira fuori le teorie migliori di tutta la sala, la Jane che usa la testa»
«Ed essere come te?!» replica, saltando in piedi anche lei, la tazza ancora stretta tra le dita. «Andare a caccia di criminali, rischiando di mettermi in pericolo e lasciare Aden da solo o, peggio ancora, permettere a qualcuno di fargli del male per arrivare a me?!» Si crea un contesto, ci si mette dentro, e poi lo nega, scuotendo la testa violentemente, quasi alle lacrime. «Mi giocherei troppe cose, Sherlock. Non voglio rischiare di mandare all'aria la mia vita»
«Questa non è vita!»
«E tu cosa ne sai?! Non hai mai neanche provato a fare il genitore!»
Grida, e la forza delle sue parole mi arrivano in faccia, e colpiscono forte quanto farebbe un vero schiaffo, mosse dalle sue mani che si aprono, le braccia che si spalancano.
«La verità è che non ti fai mai bastare niente. Ma io non sono come te, Sherlock, non so per quante altre volte dovrò ripetertelo. Io sono capace di accontentarmi di quello che ho»
Ci guardiamo, e io faccio fatica a trovare qualcosa da dirle per ribadire. Ma ribadire quale concetto, in fondo? Ha ragione, lei non è come me, e mai lo sarà. Forse è per questo che ha deciso di cambiare, e che è stata così incline a farlo.
«È meglio che vada a dormire, adesso» aggiunge, neutra, prima di buttare giù d'un fiato il resto della camomilla, prima di muoversi per raggiungere la cucina, lavare la tazza e rimetterla a posto, cancellare ogni traccia del suo passaggio. «Buonanotte, Sherlock»
Fa per andarsene, lasciare il campo di battaglia in una ritirata che a me sembra solo codardia, un modo infantile per evitare lo scontro ed uscirne comunque del tutto illesa. Magari ha solo paura di restare e scoprire di dovermi dare ragione, di dover mettere di nuovo in dubbio ogni cosa, proprio ora che credeva di aver trovato un punto fermo, una certezza, un porto sicuro in mezzo all'oceano in tempesta.
Ma io non le permetterò di arretrare un'altra volta. Voglio che avanzi, che capisca, che smetta di raccontarsi bugie, una volta per tutte.
La fermo, prendendole una mano. Non il polso sottile, né il braccio magro, ma la mano, che quasi mi sfugge, e che lei non impiegherebbe nulla a sfilare via dalle mie dita, nessuno sforzo. Ma non lo fa. Si ferma e basta, fermata da me. E poi si gira, e mi guarda, senza dirmi niente. Resta, senza che le chieda di farlo. Non in maniera esplicita, almeno. Le do un'occhiata veloce, osservando di nuovo il suo pigiama sciatto, la sua treccia disordinata, il suo volto struccato, stanco, eppure felice, nonostante tutto. Poi però sorrido, persino un po' beffardo.
«Hai le pupille dilatate» dico, senza accennare a lasciarle la mano.
Lei spalanca un po' gli occhi, ma in maniera tanto impercettibile che un battito di palpebre avrebbe potuto farmelo perdere. Sorride, anche lei derisoria come me.
«Almeno io non ho bisogno di assumere sostanze dalla dubbia legalità, per averle»
«Ci mettiamo a fare la morale, adesso?»
«È il tuo modo per dirmi che a te vengono solo se sei drogato?»
Adesso le lascio la mano e mi infilo le mie nelle tasche, servendole la perfetta occasione per fuggire via, finalmente. «Non è strettamente necessario» rispondo, eppure lei rimane ancora. «Da un punto di vista biologico, il nostro cervello rilascia dopamina nel corpo nel momento in cui ci troviamo di fronte a qualcuno che ha stimolato il nostro interesse. La dopamina colpisce le terminazioni nervose dei nostri occhi, fa rilassare i muscoli e dilatare le pupille»
Continua a rimanere.
«Beh, è un vero peccato che non sia riuscita a misurarti il diametro delle pupille mentre ballavi con Janine la damigella» replica, incrociando al petto le braccia e appoggiandosi di nuovo allo stipite della porta, a metà strada trai nostri due universi. «Eravate così affiatati, dopotutto»
Stringo forte la mascella e deglutisco con convinzione, in un gesto che sembrerebbe di fastidio, se solo non fosse che sto cercando di non ridere di fronte alla peggiore deduzione della storia. E direi che ce ne sono state tante.
«Andava totalmente fuori tempo, sbagliava ogni accento, cercava in tutti i modi di condurre lei e non faceva altro che pestarmi i piedi. In assoluto la peggior ballerina che abbia mai avuto la sfortuna di incontrare» inizio a gesticolare e a muovermi per la casa, girandomi, dandole le spalle per evitare che mi veda così, che mi veda ridere senza un vero e proprio motivo.
«Sembri avere parecchia esperienza» osserva lei, senza accennare ad alcun movimento, mentre io mi avvicino di nuovo alla finestra, fingendo di spiare la strada. «Non sapevo neanche che ne fossi capace. Dov'è che hai imparato?»
«I miei mi portarono a vedere la prima de "Lo schiaccianoci" a teatro, da bambino, e ho memorizzato tutti i movimenti per poterli ripetere a casa»
«Sei autodidatta?»
«Come per tutte le cose»
«Una delle tue tante doti nascoste, eh?»
Blocco le mie mani, le dita che stringono la stoffa, e poi sorrido, ma lei non lo vedrà mai. «Diciamo di sì»
Rimaniamo in silenzio per un po', e ancora non riesco a capacitarmi del motivo per cui lei sia ancora qui. Non dovrebbe essere già tornata al suo cinismo, alla sua strategia della fuga?
«Sei bravo...» mormora infine.
E questo mi fa voltare, ma non mi fa dire niente, e non le fa aggiungere altro. Ci fa guardare negli occhi, ai due lati opposti della sala, nel buio pesto di un'ennesima notte senza sonno.
«Vuoi provare?» le chiedo alla fine, un sopracciglio alzato.
«A fare cosa?» domanda lei di rimando, allarmata.
«A ballare»
«Oh, no, no» s'affretta a dire, scuotendo la mano per accompagnare le parole, mentre si stacca dallo stipite.
«Dai, è facile»
«Sherlock...»
Le prendo la mano, anche stavolta, e non il polso. Non uso alcun sotterfugio, non m'importa sapere se davvero il suo battito è accelerato, o se il suo cervello continua a rilasciare dopamina. Non voglio sapere se sta bene con me, o se si sente in imbarazzo. Non m'interessa. Ora come ora, m'importa solo di invitarla a ballare.
La porto al centro del salone, e lei continua a guardarmi con occhi spalancati, spaventati.
«Sherlock, io... Io non sono capace»
«Segui me. Non fare altro»
E, in effetti, non fa altro. Si lascia prendere per la vita, mi appoggia la mano libera sulla spalla, con incertezza. Segue i miei gesti, come inerme per la paura, e poi comincia a muovere i primi impacciati passi, dietro ai miei. Un-due-tre, un-due-tre...
Giriamo per la stanza, senza meta e senza musica, oltre al silenzio e i rumori della strada. Seguiamo un ritmo che non esiste, inventato sul momento da noi, da una voce nelle nostre teste che scandisce il tempo.
All'inizio siamo lontani, come per timore di toccarci ed entrare in collisione, esplodere come due corpi celesti che non fanno altro che orbitare l'uno attorno all'altro, da sempre. Jane guarda per terra, i suoi piedi che tentano di non incontrare i miei, facendo attenzione a non scontrarsi con me. Poi alza gli occhi, e finalmente mi guarda. Mi guarda sul serio, e la guardo anch'io, entrambi con le labbra dischiuse. Siamo fermi, ma nemmeno ce ne accorgiamo, che il mondo intero continua a girare attorno a noi.
E poi, d'un tratto, tutto si ferma. Si ferma ogni cosa nell'esatto momento in cui Jane mi sorride. Rilassa le spalle, e mi sorride, e stavolta non vedo odio nei suoi occhi, né voglia di fuggire, menzogna. Non vedo niente, oltre a quel sorriso, che mi fa rilasciare dopamina dal cervello, dilatare le pupille, sorridere a mia volta. Sorriderle, e farla tornare a ballare. E stavolta non importa cosa, se un valzer o qualcos'altro, ma solo ballare, la sua mano stretta nella mia, mentre le faccio fare giravolte da un lato e dall'altro, mentre ci allontaniamo e ci riavviciniamo, senza mai scontrarci. E lei ride, all'improvviso, piena di sé, in maniera davvero spontanea. Erano tre anni che non sentivo come suonasse la sua risata. Ed è strano sentirla di nuovo, sentirla adesso.
Ci fermiamo, ma non smettiamo di ridere, di guardarci fissi negli occhi senza dover necessariamente creare un campo elettromagnetico che ci spinga l'uno lontano dall'altra. Sorride, prima mostrando i denti lucidi, e poi richiudendo piano le labbra. Abbassa il volto, sistemandosi dietro all'orecchio una ciocca di capelli ribelli. Per un attimo, credo che tornerà a guardarmi, ma non lo fa. Tiene la testa bassa, e a poco a poco vedo il suo sorriso scomparire. Aspetta un po', prima di parlarmi.
«È giusto quello che stiamo facendo, Sherlock?» mi chiede, come se davvero si aspettasse da me una risposta soddisfacente. «Per Aden»
Adesso torna a guardarmi, ma stavolta scorgo qualcosa di diverso, nel suo sguardo. Preoccupazione, magari? Rimorso, dubbio?
«Voglio dire... Lui non sa chi tu sia. Per lui sei solo Barbanera, e se non faccio qualcosa in tempo...»
Adesso le lascio la mano, ma non per allontanarmi, o allontanare lei da me. È un riflesso istintivo, forse lo faccio sempre e nemmeno lo so. Ma lei non sembra capirlo. Qualcosa si spegne, nel suo sguardo, ma non ci faccio troppo caso.
«Tu cosa pensi che sia giusto?»
«Io non...»
Jane si guarda la mano. La mano che le ho lasciato, e anche la mano che l'ha lasciata. Si ferma lì, con gli occhi. Batte le palpebre, piano, prima di iniziare a scuotere la testa. Prima impercettibilmente, e poi sempre più veloce, con veemenza sempre maggiore, e mentre lo fa posso vederla tirarsi di nuovo indietro, cercare in tutti i modi di allontanarsi ancora dal mio universo fatto di variabili e incertezze.
«Non lo so...» balbetta, continuando a far ondeggiare la testa. Poi torna a guardarmi. «Mi dispiace...» Indietreggia, un passo alla volta, anche adesso incerta. «Mi dispiace, io... Non lo so»
Mi guarda ancora, un'ultima volta. Rimane lì, di nuovo in bilico tra l'andarsene e il rimanere, tra il fingere e il parlare, tra lo scappare e l'affrontare una volta per tutte quella domanda, trovare una certezza definitiva.
"Sarai mai suo padre, Sherlock?"
Non me lo chiede, ovviamente. Non lo farebbe mai, perché avere una risposta aumenterebbe solo il numero di problemi da risolvere. Lo capisco, in fondo: chi mai non tenterebbe di evitare dei problemi scomodi?
«Devo andare...»
E alla fine la lascio andare. Sale le scale, correndo di nuovo verso il suo universo, lasciandomi da solo nel mio, insieme ad una domanda che mi riempie la testa, esplodendo ogni volta che sento l'ultima lettera dell'ultima parola. Ogni volta, conseguenza della nostra ennesima collisione.
"Quando sarai disposta ad accettarti, Jane?"
"So close,
and still so far."
-Jon McLaughlin, "So Close"
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