Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

{61° Capitolo}

"And it isn't over, unless it is over,

I don't wanna wait for that.

It's gotta get easier and easier, somehow...

but not today."

-Imagine Dragons, "Not Today"

[Capitolo sessantunesimo]

Jane

Grembiule, ciotola, farina, sale. Burro e coltello.

'Idiota'

"Mescolare con le dita fino a quando il composto non somiglia al pangrattato."

'Egocentrico'

"Aggiungere acqua fredda lentamente, continuando ad amalgamare gli ingredienti con le dita."

'Cretino'

"Quando il composto sarà diventato una pasta rigida e friabile, trasferitela su un ripiano infarinato e continuate ad impastare fino a quando non diventa liscio e senza crepe."

'Maledetto, stupido imbecille...'

«Jane, se impasti così forte finirai per renderla inutilizzabile!»

Mi fermo, le mani ancora strette attorno alla pasta, le dita che vi affondano fino a passare dall'altra parte. Alzo gli occhi dal vuoto e li porto verso mia madre che, davanti al fornello, è intenta a cucinare la carne di manzo nella farina speziata e salsa Worcester. Mi dà le spalle, eppure è riuscita a vedermi. Forse ha solo sentito con quanta forza sbattevo il composto sul ripiano.

Ritiro le mani, passandomele sul grembiule. Osservo l'impasto martoriato e mi mordo il labbro. «Scusami...» mormoro, con un sospiro. «Ho un po' la testa tra le nuvole, oggi»

«Sì, lo vedo» risponde lei, tagliente, girando appena la testa. «Sicura di non voler usare la sfoglia già pronta?»

«No, ormai ho fatto...»

Allungo una mano verso il ripiano, pronta a tornare a lavoro, ma non ci riesco. Mia madre capisce appena in tempo che c'è qualcosa che mi turba e mi blocca prima che posa combinare altri danni.

«Stai pensando a Sherlock, vero?»

Fisso la pasta per qualche secondo. Prima di chiudere gli occhi ed inspirare lentamente, le mani sui fianchi. Quando li riapro, li punto su una ciocca di capelli che mi ricade ostinata sulla fronte e che tento invano di sbuffare via. «Sì» rispondo, serrando forte la mascella.

«Solo a lui?»

«Diciamo che è il problema principale. Anche se è più Alan a mettermi in pensiero...»

Mia madre si gira, ma io non la guardo. Posso sentire i suoi occhi scrutatori ridursi a due linee sottili, intervallate da quella piccola ruga in mezzo alle sopracciglia che non fa altro che marcare la sua aria corrucciata. Non riesco a guardarla in faccia, quando ha quello sguardo. «Non si è ancora fatto sentire, eh?»

«È andato a prendere Aden al nido, come tutti i martedì, e lo ha riportato a casa. Poi ha aspettato che rientrassi dagli allenamenti e se n'è andato. Non mi ha detto nulla, è stato gelido» Sospiro di nuovo, questa volta ad occhi aperti, scuotendo la testa. «Non so proprio cosa fare»

«Tu hai provato a parlargli?»

«So bene che non ha voglia di starmi a sentire. Anche se tentassi, farebbe comunque il cocciuto e si arrabbierebbe ancora di più» Mi pulisco le mani sul grembiule e torno ad impastare. Un'azione un po' inutile, come tutta la situazione.

«È fatto così, lo sai. È una testa calda, ma sono sicura che in fondo ha solo bisogno di calmarsi» Si ferma, aggiungendo nella padella del brodo fino a coprire tutta la carne, e lascia cuocere a fuoco lento. «È stato un brutto colpo anche per lui. Scoprire che Sherlock è vivo...»

«Lo so, ma...» Continuo ad impastare cercando le parole tra le mani, tra la farina e l'acqua, nascoste da qualche parte. «Ma perché non capisce che mi mette in difficoltà, facendo così?»

'Ti stai facendo influenzare di nuovo dalle sue parole. È Alan ad avere ragione, non lui. Non Sherlock. Quindi adesso smettila. Smettila, perché lui non è nessuno. Smettila. Smettila, smettila!'

«Voglio dire... So che Alan ha ragione. È ovvio che abbia ragione. Però non capisco cos'è che pretende che io faccia»

«Mi stai dicendo che non hai intenzione di fare nulla, con Sherlock?»

«Ho alternative?»

Mi sfogo, picchiando la pasta contro la superficie infarinata. Mi blocco, rendendomi conto che lo sto facendo di nuovo, mi sto facendo influenzare da pensieri rabbiosi. Prendo in mano l'impasto e lo lavoro dolcemente, come con un fagottino fragile. Lo lascio, sospiro di nuovo, girandomi di poco verso di lei.

«Io... Non so davvero cosa fare...»

«Dovresti dirglielo, Jane» mi dice mia madre, che adesso mi guarda con la schiena poggiata al ripiano del fornello, le braccia incrociate al petto. «Ad Alan, intendo. Dirgli come ti senti»

«E anche se lo facessi?»

«Beh, sarebbe già un passo avanti, non trovi?» mi chiede lei, inclinando un poco la testa, sorridendo appena.

«Non lo so...» scuoto il capo, appoggiandomi anche io al ripiano, lo sguardo basso. «Non so se porterebbe davvero a qualcosa. L'ultima volta che ho provato a chiarire le mie posizioni e i miei sentimenti, ci ho messo più di quattro mesi per fargli capire come mi sentissi»

Chiudo gli occhi, buttando indietro i ricordi che a volte tornano con solo un paio di parole. Ricordi di quando ero incinta, di quando mi sentivo sola e contro il resto del mondo. Di quando mi sono resa conto di star sbagliando su tutto. Tutto davvero.

«E alla fine ha avuto comunque ragione lui»

E il punto è questo: se Alan dovesse aver ragione di nuovo? E se io stessi commettendo lo stesso errore? Cosa dovrei fare, da che parte devo voltarmi? Devo fidarmi di me, o di Alan? Perché non riesco a trovare una via in questa maledetta nebbia?

Forse ha ragione Sherlock, quando dice che sono troppo emotiva...

'Smettila, Jane!'

«Jane, stammi a sentire»

Mia madre si avvicina a me e mi fa alzare la testa, posandomi le sue dita fredde sotto al mento e facendo incontrare i nostri sguardi. Ha di nuovo quella piccola ruga in mezzo alle sopracciglia, e questa volta le conferisce l'aria di determinazione e forza che da piccola tanto avevo cercato in lei.

«Tuo fratello è un essere umano come tutti gli altri, okay? Questo vuol dire che ha la capacità di sbagliare. Il semplice fatto che abbia avuto ragione una volta non significa che avrà ragione per sempre, né che tu non devi più fidarti del tuo istinto solo perché una volta ha fatto cilecca» Mi guarda dritto negli occhi, inarca un sopracciglio e lo riabbassa al ritmo del movimento del suo capo, che annuisce. «Chiaro?»

Sostengo il suo sguardo. Nonostante la ruga in mezzo alle sopracciglia e i dubbi che mi vorticano in testa, veloci e confusi, confusionari.

«Sì, ma...» ribatto io. «Che succerebbe se invece il mio istinto sbagliasse di nuovo?»

«Magari questa volta ha ragione»

«E io come faccio ad esserne sicura?»

A questo punto, mia madre ritira la mano da sotto il mio mento e la nasconde nella tasca del grembiule, le sopracciglia di nuovo sollevate. Continua a fissarmi. «Allora proviamo a capire cosa ti dice l'istinto» propone, ma non mi dà il tempo per azzardare una sola possibile risposta che subito mi fa un'altra domanda. «Tu cosa provi per lui?»

Rimango con la bocca spalancata dalle mie parole uccise prima che potessero nascere. Sgrano gli occhi, e precipito nel panico: temevo che mi avrebbe posto questa domanda, prima o poi.

«Per "lui" chi?»

«Per Sherlock, Jane. Chi altri?» sbuffa lei, infastidita. «Cosa senti nei suoi confronti, in questo momento?»

«Io non...» comincio, ma mi fermo subito dopo. Mi mordicchio il labbro per qualche secondo, mentre nella testa provo a riordinare le idee, e poi sospiro. «Io non lo so» finisco col rispondere, dandomi un leggero colpo sulle gambe con entrambe le mani. «Sono arrabbiata, ma... Ma allo stesso tempo rimane il padre di mio figlio» Mi passo una mano sulla fronte, scuotendo la testa. «Non lo so, mamma. Non so più cosa pensare, a chi credere, di chi fidarmi... Non so niente» Ancora, scuoto la testa, guardando verso il basso. «Ma ormai è troppo tardi per farlo tornare. Gli ho detto esplicitamente che non potremmo mai far parte dello stesso mondo, e lui era d'accordo»

«Ma tu vuoi che Aden abbia un padre, o...»

«È questo il punto! Lui non sarà mai suo padre!» le rispondo, alzando la voce, quasi severa. Anche se poi me ne pento subito. «Anche se dovessi decidere di perdonarlo e accettarlo di nuovo nella mia vita, io lo so perché lo conosco. Lui non sarebbe mai in grado di essere suo padre»

Ed è questa, forse, la cosa che mi fa più male: la consapevolezza di non poter fare nulla in ogni caso. Per i due anni in cui sono stata sola, con un figlio senza padre, mi sono consolata col pensiero che, se fosse stato vivo, non si sarebbe tirato indietro. Mi avrebbe aiutata, e avremmo cresciuto un bambino pur avendo i nostri difetti e i nostri lati infantili, non adatti a fare i genitori. Ci avremmo provato, almeno. Avremmo provato ad essere una famiglia. Mi ero abituata a quell'idea e al fatto che fosse impossibile. Così tanto che, ormai, non è difficile accettare che lo sia anche adesso, anche se per motivi diversi.

Sherlock, invece, credeva che avrebbe trovato tutto esattamente come lo aveva lasciato, come in una casa rimasta chiusa e senza aria. Pensava di tornare ritrovando solo un po' di polvere che la sua presenza avrebbe presto cacciato via, senza un vero e proprio sforzo da parte sua. Ma la disposizione dei mobili è cambiata, e io mi sono scrollata di dosso la polvere da sola. Qualcun altro è venuto ad aprire le finestre, ed è stato mio figlio. Che Sherlock ci sia o meno non fa più troppa differenza.

«Beh, allora chiediti questo» riprende mia madre, in tono pacato. «Tu cosa vuoi per Aden?»

Rialzo gli occhi, la trovo che fissa il mio viso. E questa volta ha un'espressione rilassata, perché sa già cosa le dirò. Non ha bisogno della sua ruga e lo sguardo corrucciato per capire la mia risposta.

«Io voglio il meglio»

«Ed è meglio dargli un padre con i suoi difetti o un vuoto che impiegherà anni a colmare?»

Mi guarda negli occhi, mentre me lo chiede e mentre aspetta che io le risponda. Forse crede che ciò che le dirò sarà quello che le ho sempre ripetuto.

"La mia vita non sarebbe stata così catastrofica, se avessi avuto un padre". Che è anche il motivo principale per cui non volevo tenere Aden, all'inizio. Ma il fatto è che... Che io sono anche questo. Sono Jane Aldernis, e sono cresciuta senza un padre. Sono Jane Aldernis, e sono fiera di essere chi sono. Fiera di quello che sono diventata. E alla fine ho imparato ad accettarmi per come sono, il risultato del mio passato. Chi sono non è altro che l'insieme di milioni di variabili, e il non aver mai conosciuto Gareth Aldernis era una di queste. Ma di una cosa, ormai, sono certa: tutto quello che sono diventata, non lo sono diventata invano. E ho intenzione di fare tutto, affinché Aden cresca felice. Anche se con un padre assente. Anche se senza padre e basta. Non importa.

'Non importa' continuo a ripetermi nella testa, con l'intenzione di trasformare quel pensiero in voce, in risposta. Ma non faccio in tempo a dirle nulla, un po' perché ci penso troppo, e forse non dovrei. E un po' perché vengo fermata dallo scatto di una serratura aperta, due passi nell'ingresso, tre parole di una voce.

«Scusate il ritardo»

Mia madre sorride, io spalanco gli occhi e capisco fin troppo in fretta.

«Ciao, tesoro!»

«Lo hai invitato qui?!» le sibilo, avvicinandomi a lei con il capo, come per proteggere le mie parole.

Lei non smette di sorridere. È così sicura di sé, del risultato della sua azione. «Ti avevo detto che aveva solo bisogno di calmarsi, no?»

La guardo, la bocca aperta, pronta a ribattere. Ma alla fine non dico niente. Niente di veramente importante. Mi giro, guardo Alan che, in piedi sulla porta, guarda noi due in attesa. Mi scambio con lui una lunga occhiata, in cui riesco a leggere tutto l'imbarazzo e la voglia di rimettere a posto le cose. Quello sguardo che non mi permette mai di rimanere arrabbiata con lui per più di un paio d'ore.

Mi giro di nuovo e sorrido a mia madre. Alla fine, è solo questo che dovrei fare. «Grazie» mormoro, un soffio di fiato che mi esce dalle labbra.

«Non è mai troppo tardi, Jane. Basta solo decidere cosa far venire prima» Ricambia il sorriso, togliendosi poi il grembiule e avvicinandosi alla porta della cucina. «Beh, io vi lascio un attimo soli» dice, poggiando quel semplice pezzo di stoffa sudicio sullo schienale di una sedia. «Jane, ti occupi tu del pasticcio di carne mentre io sto un po' con Aden? Devi solo stendere la pasta, mettere il ripieno e poi...»

«Ricoprirlo con l'uovo e infornare a duecento gradi per quaranta minuti al massimo» la interrompo io. «Tranquilla, ti prometto che non commetterò altri danni irreparabili»

«Al massimo, prendiamo un takeaway dal thailandese in fondo alla strada» interviene scherzando Alan, con un sorriso impacciato, ma che fa comunque scoppiare nostra madre in una risata divertita.

«Tranquillo, tesoro: tua sorella sta facendo progressi. Lentamente, ma sono progressi» Ci strizza l'occhio, continuando a sorridere, e poi esce dalla nostra visuale.

Rimaniamo fermi, in piedi l'uno accanto all'altra, senza guardarci negli occhi. Poi sospiro, come per far riprendere il tempo, e mi giro per tornare ad occuparmi del pasticcio di carne, fingendomi occupata mentre il blocco di ghiaccio in cui mi sento intrappolata fa fatica a creparsi. Tratteniamo entrambi il respiro, in qualche modo.

«Allora, ehm...» comincia lui, mormorando appena. Quasi sembra che stia cercando di aiutarmi ad uscire dal freddo che mi blocca dal parlare. «Come sono andati gli allenamenti, oggi?» chiede, tutto d'un fiato, ma con tono comunque... Imbarazzato. Ancora congelato.

«Bene» sorrido, guardandolo da sopra la mia spalla. «E a te la scuola?»

«Bene» risponde, annuendo. «Insomma, sempre i soliti marmocchi dalla grafia terribile, ma non me ne lamento troppo» Sorride, cerca addirittura di accennare una risatina, passandosi una mano tra i capelli già scompigliati.

«Faticaccia, eh?»

«Dovrei iniziare a farmi portare dei fogli stampati, o la cosa diverrà insostenibile»

Sorride, ancora per qualche secondo. Vedo con la coda dell'occhio le sue labbra curvate appena. Le vedo poi distendersi di nuovo verso il basso, le vedo assumere un'espressione neutra, forse dura, forse troppo seria. Sospira, passandosi di nuovo la mano trai capelli. Io afferro il mattarello, in attesa in una parte del ripiano, e mi metto a stendere la pasta, a farla sottile come vorrei che fosse questa situazione densa e pesante.

«Jane...» comincia, ma io non mi volto. «Ascolta, mi... Mi dispiace per come mi sono comportato ieri, e oggi anche. È solo che...» Si ferma un secondo, mordendosi piano le labbra. «È solo che non sono riuscito a trattenermi. Ero così arrabbiato che...»

«Lo so» Mi giro, le mani sporche di farina candida. Lo fermo, prima che possa dire qualsiasi altra cosa. «È tutto okay, Al. Lo capisco»

«Davvero?»

«Certo» annuisco, con uno sguardo che spero appaia rassicurante. «Ero arrabbiata anche io. E lo sono tuttora»

«Beh, ieri non sembravi arrabbiata»

Lo dice con voce calma. Non mi pare lo sguardo di chi rimprovera, il suo. È solo una considerazione dal tono neutro, le mani nelle tasche. Poi abbassa gli occhi, e scuote la testa.

«Scusa, non...»

«No, va bene» lo fermo, muovendo una mano. «Ho capito quel che vuoi dire» Accenno un sorriso e torno con freddezza ad occuparmi del pasticcio di carne. Ci congeliamo di nuovo, e forse non dovrei permetterlo, perché lui ha ragione, e deve saperlo. Eppure non ho idea del perché ci metta così tanto, a dirglielo. «Alan, ascolta...»

«Tu lo sapevi?» mi interrompe, e la sua voce mi pare una pugnalata alla schiena. «Sapevi che era vivo?»

Le mie mani non si muovono più, paralizzate dallo spavento, dalla sorpresa. Giro la testa, guardo i suoi occhi, ma anche questa volta li trovo che sono normali. Così... Maledettamente neutri.

«No, certo che no» rispondo in tono indignato, stupito. «Come puoi pensare ad una cosa del genere?»

Alan ride, amaro, e si china sul lavandino. Ne stringe il bordo con le mani, ha gli occhi chiusi e le labbra strette trai denti, come se stesse resistendo ad una scossa continua di puro dolore. Adesso sì che lascia vedere quello che prova: probabilmente, la sua maschera di indifferenza dagli occhi neutri era durata fin troppo.

«Al...»

«Sto bene» mi interrompe di nuovo, e poi sospira. Continua a tenere gli occhi chiusi, ma le labbra adesso sono aperte. Vi lascia uscire l'aria, le inumidisce un poco con la lingua e poi torna a stringerle. «Sai, per un momento...» riprende, stringendo ancora di più le palpebre. «Per un momento ho davvero sperato che tutto quel periodo lì... Che quel dolore non fosse stato altro che una tua recita» Sorride, scuotendo il capo, e riapre gli occhi, tirando le labbra più che può, come con un filo. «E invece... Invece quell'uomo ti ha solo fatto soffrire inutilmente»

Mi giro ancora, abbasso gli occhi sulle mie mani, che riprendono a muoversi lente per sistemare la sfoglia sulla teglia, delicate e leggere.

'Dio, se hai ragione, Al...'

«Lo so, ma...»

«No, Jane, non c'è nessun "ma"!» mi ferma lui, alzando d'un tratto la voce, ma non abbastanza per raggiungere un grido. «Ti rendi anche solo minimamente conto di quello che ha fatto? Di quello che ci ha fatto?!»

Non lo guardo. Tengo gli occhi bassi, e non dovrei farlo. Dovrei rispondergli, dirgli che ha ragione. Dovrei, devo farlo... Ma non ci riesco. Respiro solo, gli occhi persi non so nemmeno io dove. Rimango in silenzio.

«Ha quasi fatto a pezzi la nostra famiglia, Jane»

«Alan, ti prego...»

«Cosa? È vero!» Si stacca finalmente dal ripiano e inizia a gesticolare con veemenza. «Ti ricordi come stavi o lo hai già dimenticato, per caso? Quando piangevi tutti i giorni e non avevi mai voglia di uscire, di camminare, di mangiare, di alzarti dal letto? Ho praticamente rivissuto un periodo della mia vita che credevo di aver superato. Credevo che fosse finita, che sarebbe andato tutto bene. E invece no, di nuovo quel senso di impotenza che mi toglieva il sonno!»

Urla. Mi sbatte in faccia ogni pensiero, ogni segreto e tutto il dolore della sua anima, nascosto dietro ad ogni suo sorriso. E io rimango immobile a farmi prendere a pugni dalle sue parole, dalla consapevolezza irrimediabilmente vera che anche io gli ho fatto del male. Che ha ragione, come sempre.

«Nove mesi, Jane. Nove mesi cosparsi di inadeguatezza e di inutilità. Nove mesi che erano inutilità. Poi lui torna qui, come se niente fosse successo, e tu lo accogli comunque in casa tua, gli prepari il tè, gli fai conoscere tuo figlio e accetti i suoi stupidi regali!»

Si muove per la cucina, le parole che rimbalzano contro le pareti e cadono, infrangendosi sul pavimento. Io le sento rompersi, ma non ho ancora il coraggio di girarmi a guardare i cocci rotti. Mi limito a prendere la padella con la carne ancora calda e metterla nella teglia coperta dall'impasto assottigliato.

«Pensi che non li abbia visti?» riprende, con voce più bassa ma ancora furente. «Toccante, quella dedica sul libro. Cos'è, il suo nuovo modo per comprarti?»

«Non mi ha comprata, Al» ribatto, gli occhi ancora fissi sulle mie mani. «Non mi faccio corrompere tanto facilmente»

«Però hai comunque intenzione di perdonarlo»

«E cosa diavolo te lo fa pensare?»

Adesso mi volto, e lo faccio tutto d'un tratto. Poso di scatto la padella sul ripiano e inclino la testa, lo fisso dritto nelle sue iridi castane, i pugni poggiati sui fianchi e la bocca leggermente aperta. Affronto il conflitto di petto, e decido di entrare in battaglia, questa volta sul serio. Per cercare di scoprire il motivo di tanta dannata ostinazione per una scelta che dovrebbe coinvolgere solo me.

«Perché lo hai già fatto. Con lui e con Amanda pure. Più di una volta. Nonostante tutto quello che ti hanno fatto. Nonostante tutti i torti e tutto il dolore che hai provato per colpa loro, tu li hai perdonati, e non mi stupirei se accadesse di nuovo» Si ferma, respira, alza la testa. Mi sfida. «Mentre con nostro padre ci hai messo ventisei fottuti anni»

Un frammento di ghiaccio, affilato con un coltello, mi colpisce al centro del petto. Proprio al centro, sullo sterno, in mezzo ai due polmoni, a pochi centimetri dal cuore. Scava. Scava a fondo, e si conficca in tutta la sua lunghezza. Mi gela i muscoli e il respiro. Perché forse lui lo voleva, e io lo capisco solo adesso, solo qui. Voleva riprovarci, a conoscere nostro padre, nonostante le sue colpe. Voleva riprovarci, a perdonarlo, ancora e ancora, ma non l'ha mai fatto... Per me. Perché io non volevo, perché io ero dubbiosa, malfidente, perché lo odiavo. E magari Alan stava solo aspettando il momento giusto, quando avrei messo da parte tutto il mio rancore per dare ad entrambi una possibilità. Per dare a nostro padre quell'opportunità che, però, ho sempre e solo sprecato per le persone a detta sua sbagliate.

Anche se, alla fine l'ho fatto comunque. Gli ho dato una possibilità, ma forse dopo troppo tempo. Forse quando era troppo tardi.

«Nostro padre non mi ha mai dato nulla, mentre con loro due avevo ancora qualcosa da salvare»

«Non c'è niente da salvare in un rapporto del genere, Jane. Niente!» grida, allargando le braccia socchiuse e rivolte verso il basso, verso le sue parole a pezzi per terra. «Ti ha salvato la vita, d'accordo. È riuscito a trovarti prima che morissi soffocata, e gli sarò eternamente grato per questo. È una grande mente capace di cose che qualsiasi altro essere umano può solo sognarsi, ma questo non lo rende, né lo renderà mai, una brava persona»

Si ferma, raddrizza la schiena e prende un respiro. Lungo, con cui si riempie i polmoni e che poi lascia uscire piano, sospingendo con grazia e dolcezza le sue prossime, amarissime parole.

«Smettila di idealizzarlo, Jane. Sai bene come andrà a finire»

Adesso sono io a chiuder gli occhi, a serrarli forte per darmi una tregua. Mi rigiro, facendo finta di tornare a preparare il pasticcio di carne, quando in realtà sto solo cercando di estrarmi le schegge dal petto.

«Lo so...» sussurro, ma forse Alan non mi ha sentita, tanto bassa è la mia voce.

«Hai visto i notiziari, no?» continua, senza badare alle mie parole sospirate. «Non ha saputo resistere alla tentazione di spargere la voce, di far sapere a tutti del suo simpatico scherzo. E adesso è ufficiale, mh? Tornerà alla sua bellissima e menefreghista vita e ti lascerà di nuovo da sola»

«Lo so! Va bene? Lo so!»

Mi giro in un secondo. Mi ritrovo a fronteggiarlo, viso contro viso, le parole scagliate ad alta velocità contro di lui. Anche le mie cadono a terra e si rompono. I pezzi si mescolano ai suoi. Grido contro grido, ma senza meta, oltre al suolo dove cadono le urla.

«So che non dovrei aspettarmi niente da lui, lo so!»

Alan ha la bocca leggermente aperta, gli occhi spalancati e la schiena rigida, come quella di un felino che sta sull'attenti, immobile. Un meccanismo di difesa. Forse si è solo stupito della mia reazione. È logico. Credo solo che fosse profondamente convinto che io fossi ancora irremovibile dalla mia posizione, che avrebbe dovuto combattere ancora con i denti per riuscire a schiodarmi. Si sbagliava. Questa volta è stato lui a sbagliare.

«Hai ragione, okay? Su tutto» continuo, stringendomi nelle spalle. «Sul fatto che sia un egocentrico, egoista bastardo e che non meriti le seconde occasioni che vorrei potergli dare. So che ha sbagliato, so che non lo ammetterà mai, e so che sbaglio anch'io, se ancora credo che possa risolversi tutto. Ma io... Cosa dovrei fare, allora? Ucciderlo, fargli del male? E a che scopo?»

Sguardo contro sguardo, che io interrompo con un sospiro. Chiudo forte gli occhi e deglutisco, mandando giù anche la paura. Ripenso alle parole della mamma, e decido cosa far venire prima. Lo decido in un momento solo, perché proprio adesso, proprio qui, mi sembra la soluzione più giusta. La più corretta.

«Io so che per te è difficile accettare che lui sia tornato, soprattutto per il modo in cui l'ha fatto, ma io... Vorrei provare a riallacciare i rapporti. Piano, a passi piccoli. Vorrei farlo per Aden» Apro gli occhi, deglutisco e scambio il mio sguardo con quello di Alan: il mio diventa deciso, e il suo confuso. «Vorrei provare a dargli un padre»

Mio fratello batte le palpebre, una volta sola, dopo avermi fissata a lungo e prima di richiuderle forte e lasciarle così. Si morde il labbro ed inspira, espira, respira. Butta la testa all'indietro, si poggia le mani sui fianchi. «D'accordo» dice soltanto, annuendo con gli occhi ancora ben chiusi. «D'accordo, va bene...» Fa oscillare la testa in avanti, lasciandola a peso morto sul collo, il mento quasi a toccare il petto magro. «È solo che... Che io ho paura...» inizia e si ferma. Si gira per darmi le spalle. «Paura che lui ti faccia soffrire ancora...» La voce gli si spezza, e a me si spezza il cuore. Tutto nel giro di un secondo. «Perché io sono stanco di vederti stare male, sono stanco di...»

«Oh, Alan!»

Mi avvicino a lui, lo faccio girare, lo prendo per la nuca e me la porto sulla spalla. Gli getto le braccia al collo, e alla schiena, e lo stringo forte, bloccandogli le mani ai fianchi.

«Ti prego, Jane...» mormora, a fatica. «Ti prego, non permettergli di farti di nuovo del male...»

Con il mento poggiato sulla sua spalla, guardo verso l'entrata della cucina, che a sua volta si affaccia sulla porta d'ingresso. Quella stessa porta da cui ho visto Sherlock rientrare nella mia vita solo per farlo riuscire subito dopo. Quella porta da cui Alan è e entrato e uscito, e attraverso cui è tornato. Per me, per risolvere, per chiarire. E attraverso quella stessa porta io gli sto appena dicendo di voler uscire per andare alla ricerca dell'anima errante che ha spezzato il mio cuore tante, troppe volte. Attraverso quella porta, io sto per spezzare un'altra delle mie migliaia di promesse fatte al vuoto.

«Non accadrà, Al» lo rassicuro, sussurrandogli in un orecchio. «Te lo prometto»

Non piange, o magari lo fa, ma senza singhiozzare. Piango anche io, però sorrido allo stesso tempo. Mi sforzo di sorridere per lui, anche se non può vedermi. Forse lo faccio anche per me stessa, o per il mondo intero, e far sapere che sto andando alla ricerca di un uomo che non se lo merita. Ma lo faccio perché mi sento ormai abbastanza forte per farlo, per affrontarlo. E anche se dovessi rendermi conto che lui non rientrerà più da quella porta... Almeno ora ho la certezza di chi, invece, lo farà senza esitare. Di chi tornerà indietro per dirmi di essere qualcuno su cui potrò sempre contare davvero.

«Te lo prometto, Al...» ripeto, a voce ancora più bassa. «Non soffrirò più per lui...»

Adesso tocca a mio fratello contare su di me.

•••

Corro sui gradini, li salto, ognuno con un balzo impacciato, sebbene mi rimetta subito in piedi, veloce.
Arrivo sul pianerottolo e spalanco la porta, col fiatone. La prima cosa che incontrano i miei occhi è la luce della stanza. Forte, accecante, calda. La seconda è lo sguardo di Sherlock, che si intromette nella mia visuale senza preavviso. Mi fissa, spaesato, le sopracciglia leggermente aggrottate. Ed io lo fisso di rimando, ma non saprei dire né in che modo né per quanto tempo.

«Jane?»

Fin quando una voce mi chiama. Ecco per quanto. Distolgo gli occhi da quelli di Sherlock e li punto velocemente alla mia sinistra, verso la voce. Verso John che, in piedi, mi guarda con fare altrettanto sbalordito e confuso.

«John!» Scatto come un fulmine verso di lui e mi fiondo a stringerlo forte, le mie braccia attorno al suo collo. «Oh, mio Dio, John! Stai bene!»

«Ehm... Sì, suppongo di sì» ride lui, con voce strozzata per la mia presa. «Ma se continui così, forse dovrò tornare in ospedale»

Mi stacco per guardarlo e sorridergli, sollevata. «Come hanno fatto a dimetterti così presto?»

«Beh, alla fine si trattava solo qualche graffio e un paio di bruciature, nulla di grave. Sono stato fortunato a non essermi beccato di peggio» risponde lui, con voce allegra, prima di aggrottare le sopracciglia. «Ma tu come hai...»

«Ho incontrato Carlton e Helen, quando sono arrivata» spiego, con un cenno del capo verso la porta. «Sai, i...»

«Sì, li ho incontrati anche io» mi ferma John, con un cenno della mano. «È per questo che non hai suonato il campanello, giusto?»

«Esattamente»

Mi fermo, sospirando via il mio sorriso dopo appena un secondo. Ripenso al modo in cui mi sono lasciata alle spalle delle frettolose parole di saluto, rivolte ai due signori Holmes, che stavano appena per uscire dalla porta. Li ho lasciati con la promessa di rivederci, senza mettere in conto che adesso sarà ancora più difficile rispetto a prima. Mi sono lasciata alle spalle i pensieri per ora poco importanti, per far posto al vero motivo per cui ho corso fino a qui. Perché ho lasciato casa mia in un mercoledì qualsiasi di una settimana qualsiasi per ritrovarmi a Londra, ancora una volta.

«Mary mi ha telefonato questa mattina e ho preso il primo treno per Londra. Volevo sapere come stavi»

«E Aden?»

«È con mia madre. Si è proposta lei di tenerlo. Non appena ha saputo cosa ti era successo, mi ha praticamente cacciata di casa» ridacchio, nel tentativo di alleggerire la tensione. Guardo John dritto in viso, e solo osservandolo adesso, osservandolo per bene, noto qualcosa che mi fa aggrottare le sopracciglia in un cipiglio confuso. «Ti sei tolto i baffi!» esclamo poi, distendendo ogni muscolo della fronte.

John serra la mascella, tira su col naso e si sfiora il labbro superiore. «Non piacevano a nessuno»

«Io ho sempre detto che ti invecchiavano»

«Ma volete piantarla con questa storia?!»

Anche se, alla fine, quel mio cipiglio confuso non dura poi molto. Non davanti al suo tono scocciato, sola conseguenza del suo orgoglio ferito. Era così convinto che quei baffi gli stessero bene che scoprire che non era vero deve essere stata una bella batosta per il suo ego. E allora sì, scoppio a ridere, con un lungo singhiozzo che mi scuote il petto e una ciocca di capelli che mi si ributta davanti agli occhi.

«Scemo tu a non fidarti del giudizio del novanta percento delle persone che ti conoscono» rispondo, sistemandomela dietro all'orecchio. Nel farlo, sposto la testa di lato e incontro ancora lo sguardo di Sherlock, immobile, che mi fa fare un tuffo al cuore. «Forse è per questo che hanno cercato di farti arrosto» continuo poi, allontanando il mio sguardo dal gelo di quelle iridi, allontanandomi verso John. Gli sorrido, con fare ironico, e lui sorride di rimando.

«Beh, sono arrivati tardi» risponde, fieramente. «Sherlock è riuscito ad arrivare giusto in tempo»

«Sì, Mary me lo ha detto» Prendo coraggio, e volto finalmente tutto il capo verso di lui, e stavolta rimango ferma, senza fuggire dai suoi occhi. «Si direbbe che sei tornato in grande stile, eh?»

Ci guardiamo, senza dirci niente. E non so quanto potrei durare, in questo modo. Con queste dannate sfide che mi fiaccano l'anima e il cervello.

«Non hai ancora risposto alla mia domanda, comunque»

In ogni caso, la voce di John cattura la sua attenzione, facendolo voltare verso di lui con un sopracciglio alzato. «Mh?»

«Chi è stato a farmi questo?»

«Non lo so, te l'ho già detto» risponde prontamente Sherlock, per poi andare dritto verso il muro, nascosto da una mappa di Londra e da una serie di foto sparse lungo diversi punti. «È uno schema un po' troppo nebuloso. Perché un agente sacrifica la sua vita per un'informazione così insignificante? È strano»

«La sua vita?»

«Secondo Mycroft, una rete sotterranea ha in programma un attentato a Londra. Non so altro»

«Beh, mi sembra un ottimo modo per tornare in scena»

'Stupida, stupida! Ti sembra questo il modo per provare ad aprire una conversazione?!'

Mi mordo forte il labbro inferiore e getto lo sguardo ai miei piedi, pentitami subito del mio commento completamente inadatto. Eppure... Sarà l'aria dell'appartamento, l'odore polveroso, la luce obliqua, la sua voce normale o le sue mani che si muovono per dare spiegazioni a darmi l'impressione di essere tornata a due anni fa. A quando era tutto all'inizio, a quando tutto andava bene.

«Mycroft mi ha lasciato una lettera...»

Aspetto, senza rispondere, che continui con le sue deduzioni. Perché è questo che sta facendo, giusto? Una deduzione.

«È sulla mensola del camino. C'è il tuo nome sopra, Jane»

Rimango immobile per un po', prima di scambiarmi uno sguardo con John, confusa. Lui alza le spalle, disorientato quanto me, poi torna ad osservare Sherlock, che però continua a darci le spalle.

E allora mi muovo, cautamente. Ascolto le sue parole e do retta alla sua richiesta implicita. Mi volto e mi avvicino al camino, a passi lenti. Poggiando il mio giacchetto blu sul braccio, sfilo con cautela il pugnale dal legno e faccio frusciare le carte, che sfiorano le une con le altre, fino a quando non trovo una busta bianca con il mio nome scritto a penna nera. Non c'è mittente. Solo il mio nome e il mio cognome, messi l'uno accanto all'altro in orizzontale, al centro della carta.

La apro piano, strappandola di lato, completamente immersa nel mio silenzio, in una bolla di vetro che mi fa arrivare i suoni esterni come ovattati e lontani.

«Ecco i miei ratti, John»

«Ratti?»

«I miei indicatori, gli agenti, la feccia, persone che potrebbero venire arrestate o con l'immunità diplomatica revocata»

Sfilo l'unico foglio da dentro la busta e lo apro, lentamente. Inizio a leggere tenendone entrambi i lati con le mani. Leggo la prima frase.

«Se uno di loro si comporta in modo strano, sta per succedere qualcosa. Cinque sono perfettamente normali, ma il sesto...»

E la rileggo.

«Lo conosco, non è vero?»

«Lord Moran, un pari del governo, ministro dello sviluppo oltremare, un pilastro della politica»

«Sì»

«È stato in Corea del Nord fino al 1996»

«Cosa?»

«È il re dei topi, il ratto numero uno. E ha appena fatto qualcosa di veramente sospetto...»

E la rileggo, ancora e ancora, e quasi mi è impossibile andare oltre il primo punto. Fisso le parole ad occhi spalancati, come se fossero creature mostruose e orrende, pronte ad azzannarmi. Rimango sulla prima frase per un bel po', prima di decidermi ad andare avanti.

«Sì, sì, sì! Sono un idiota, un completo idiota!»

«Cosa?»

«Oh, ma certo, sarebbe geniale!»

«Ma di cosa stai parlando?»

«L'informazione di Mycroft non è insignificante, è precisa. Incredibilmente precisa»

Quando riesco finalmente ad arrivare al margine basso del foglio, mi sento quasi come se la testa mi stesse per esplodere. Riguardo le parole, provo a rileggerle, ma esse mi appaiono soltanto come linee storte e senza senso. E in effetti non hanno senso. Perché dovrebbero avere senso?

«A volte un piano è talmente audace, talmente assurdo che non lo vedi nemmeno se lo hai davanti agli occhi»

Le voci e i suoni continuano ad arrivarmi attutiti, lontani, anche loro senza senso. Adesso mi sembra che nulla abbia più un dannato senso.

«Il macchinista ha deviato il treno e ha sganciato l'ultima carrozza»

«Deviato dove? Hai detto che non c'è niente tra le due stazioni!»

«Non sulla mappa, ma eliminando tutti gli altri fattori, resta soltanto una verità»

Mille pensieri mi vorticano in testa. Mille domande. Mille dubbi e mille incertezze. Mille sicurezze sull'orlo del baratro per colpa di quelle parole. Di quella firma.

«È sparita tra... Saint James's Park e Westminster»

Quella firma che ritorno a leggere.

«Lord Moran è sparito»

E che, purtroppo, ritrovo sempre uguale a prima.

«Tu sei stato rapito e quasi bruciato vivo sul rogo di...»

"Con tanto affetto, Paul Daniels, MI5"

«Che giorno è, John? Che giorno è oggi?»

«Ehm, Novembre... Santo Cielo!»

Uguale a prima...

«Lord Moran è un pari del governo, siede in parlamento. Stasera ci sarà una seduta notturna per votare la legge antiterrorismo»

D'un tratto, la mia bolla di vetro va in frantumi, in maniera silenziosa, e per quanto la mia testa sia affollata di esplosioni di idee e di pensieri, la mia attenzione viene catturata dalla discussione che avviene alla mia sinistra. John è seduto al tavolo, col computer acceso davanti a sé, mentre io, senza nemmeno accorgermene, mi sono seduta sulla poltrona di Sherlock che, invece, è l'unico ad aver mantenuto la propria posizione di fronte al muro tappezzato di ipotesi sempre più fitte.

«Ma lui non ci sarà. Non questa sera» Si volta verso John, che lo guarda con il viso preoccupato di chi già sa tutto. «Non il cinque Novembre»

«"Remember, remember..."»

«"The fifth of November"»

Mi basta quella breve filastrocca per intuire più o meno di quale minaccia si tratta, questa volta. E anche la sola idea che abbia capito la portata del pericolo mi fa subito cancellare dalla testa ogni altra domanda. Rosso, una sirena d'allarme. E nient'altro.

«La congiura delle polveri»

Mi scambio uno sguardo con John, giratosi verso di me, e poi John si scambia lo stesso guardo con Sherlock. Lo sguardo di chi conosce i rischi, ma non ha la minima idea di come combatterli, renderli inoffensivi.

«E ora?»

«Dobbiamo muoverci»

•••

«È proprio sotto il palazzo di Westminster»

«Cosa c'è lì sotto, una bomba?»

La fermata della metropolitana, l'House of Parliament e tutta la zona di Westminster è circondata da volanti della polizia, con le sirene accese che colorano gli edifici di blu ad intermittenza, e agenti in divisa che si muovo da una parte all'altra, indaffarati.

Io e Mary ci guardiamo attorno, gli occhi che facciamo correre vigili da un viso all'altro, oltre il nastro giallo. Lei è nervosa, e si nota moltissimo. Batte il piede a terra, impaziente, e si tortura le unghie di una mano con i denti. Cerca John, le palpebre le battono veloci.

«Tutto bene?» le domando, con il capo girato verso di lei.

«No» risponde subito, e poi sospira. «Non mi piace non sapere cosa sta succedendo»

«Magari stanno solo parlando con degli agenti»

«Ci stanno mettendo troppo» Poi sospira ancora, questa volta a fondo, come per calmarsi, e si gira verso di me. «Mi spieghi come fai ad essere così calma?»

Mi stringo nelle spalle. «Non so. Forza dell'abitudine, forse» rispondo, per poi sorridere con fare scherzoso. «Ho vissuto otto mesi davanti a quei due, e la calma è stata la prima cosa che ho imparato a mantenere»

«Ce ne voleva, eh?»

«Abbiamo affrontato parecchie crisi, mettiamola così» dico, con fare evasivo. «Forse anche peggiori della semplice attesa»

Rimaniamo in silenzio, fissando gli sconosciuti davanti a noi, in attesa di riconoscere un capo biondo e un capotto al vento. Forse, anche nella speranza di poterci soltanto riuscire, e far disperdere in fretta il peso che ci grava sul petto. Poter parlare ancora, perché non è troppo tardi.

O, perlomeno, immagino che sia così. Almeno per lei, per loro. E probabilmente è anche per questo motivo che sono così calma: per me non è più troppo tardi. Mia madre sbagliava, e sbagliavo anche io, perché è stato troppo tardi già tanto tempo fa. Ci ho provato, ad arrivare prima della fine, e non ci sono riuscita. Se sono ancora qui è solo per guardare in faccia la realtà e mettere un punto.

«John!»

Mary grida, non appena vede il dottore uscire dalla fermata della metro scortato da un poliziotto, e non aspetta nemmeno un secondo per fiondarsi oltre il nastro giallo, a dispetto di tutti gli agenti e dei loro tentativi di fermarla. Raggiunge John, continuando a chiamarlo; lui si gira, appena in tempo per ritrovarsi Mary che lo stringe forte a sé. John, dopo un attimo di smarrimento, ricambia, ancora più strettamente. La solleva, facendole fare un mezzo giro, la rimette giù, poi si scosta la guarda negli occhi, sorridendo. Si accarezzano a vicenda il viso, tastano la realtà che temevano di perdere. Si guardano negli occhi, felici, senza parlarsi. Poi lui la bacia. La bacia a lungo, le proprie labbra poggiate sulle sue, le braccia che ancora le stringono forte la schiena, e quando quel "lungo" finisce si abbracciano di nuovo. Restano fermi così, stringendosi al petto la realtà che non hanno ancora perduto.

Io sorrido. Li vedo da qui, e sorrido, tirando un sospiro di sollievo per Mary, per la sua realtà che nessuna bomba ha spezzato, e per me. Forse ero davvero più in ansia di quanto dessi a vedere, e non lo avevo capito nemmeno io.

Rimango ferma a guardarli, ad aspettare ancora. Ad aspettare la mia realtà che è andata in frantumi da mesi, e che a fatica sono riuscita a rimettere insieme. Aspetto, come aspetto sempre quando si tratta di lui, e per il semplice fatto che si tratta di lui. Perché lui è fatto così, ed io lo so. Ho sempre saputo che questa realtà si sarebbe rotta prima del tempo.

«Sono una bella coppia, eh?»

Ed è per questo che non mi faccio prendere dalla paura, quando la sua voce improvvisa mi affianca. Era anche lei che aspettavo. Lei e le parole di scuse che per me arrivano sempre troppo tardi. Anche loro non riescono mai a fare in tempo.

«Forse andare via non ha portato solo sofferenza»

Abbasso gli occhi, puntandoli su quest'asfalto bagnato di pioggia, e che mi sembra più sicuro di qualsiasi terremoto di parole che io e lui saremo mai in grado di rivolgerci. Qualsiasi cosa che non abbia il sapore amaro dell'incomprensione, della freddezza.

«Dipende dai punti di vista, non trovi?»

Sento i suoi occhi puntati addosso, e questa volta non riesco proprio ad alzare i miei per combattere il suo sguardo. No, questa volta mi gela solo, facendomi quasi male. Rialzo la testa, di nuovo verso Mary e John che sono ancora lì, abbracciati, al di fuori di tutto quello che gira attorno a loro.

«Perché sei qui?» mi chiede d'improvviso, contro ogni mia aspettativa. O forse no.

«Dovevo risolvere delle questioni urgenti» rispondo, vagamente.

«Ad esempio?»

«Sai bene a cosa mi riferisco»

Parlo e poi taccio. Rimango in silenzio, e lui anche. Ma Sherlock, a differenza mia, riesce a captare le parole dal nulla, attraversare i miei pensieri. Fa sempre così, in fin dei conti. Legge quello che ho in testa, quello che non gli direi mai di mia spontanea volontà. Legge, indaga, e tra poco dirà ogni cosa a voce alta, al posto mio.

«Ascolta, Jane...»

«No, ascolta tu»

Ma io sarò più veloce, anticiperò le sue mosse e mi sposterò di conseguenza sulla scacchiera. Ormai non riesce più a prendermi alla sprovvista. Non gli permetto più di farmi scacco matto.

Mi muovo con ogni parte del corpo, e questa volta lo guardo in faccia. Prendo coraggio e lo affronto per l'ennesima volta. Lo affronto come ci siamo sempre affrontati, prima della fine. Lo affronto con lo stesso coraggio con cui lui ha affrontato me, appena qualche ora fa.

«No, tu non vieni» mi ha detto, fermandomi per la spalla con una mano.

«Cosa?!»

«Rimarrai qui a coordinare la situazione. Potrebbe essere troppo pericoloso»

«Credi che non lo sappia?»

«Hai altre priorità, al momento»

Mi ha lasciato con un ultimo sguardo pieno di insolita saggezza e bizzarra preoccupazione. Ma, alla fine, nonostante mi rendessi conto di quanto tutto quello non fosse da lui, gli ho dato ragione comunque, perché era quello che aveva. È quello che ha ottenuto, nell'affrontarmi.

E adesso è il mio turno. Questa è la mia contromossa per sperare che anche lui riconosca la mia ragione. Per scrivere una fine.

«Hai ragione» ammetto, annuendo, senza staccare gli occhi dai suoi. «Ho altre priorità, al momento. Non posso fare questa vita» Abbasso gli occhi sulla mia tracolla, da cui tiro fuori la matrioska bianca, l'invito ad una presunta libertà che non mi starà mai bene. «Non l'ho nemmeno aperta» dico, allungando la mano verso di lui, lo sguardo basso sul volto dipinto e inespressivo che mi ritrovo a sorreggere. «Ci ho pensato. Ho pensato a quello che mi hai scritto, e... La mia risposta è che scelgo la mia normalità. Soprattutto dopo oggi, e dopo quello che mi hai detto»

Ripenso ancora alle sue parole. Alle "priorità" di cui parlava. A mio figlio, alla mia nuova vita, al fatto che non potessi mettere a rischio quella fetta di calma e felicità che mi sono con tanta fatica guadagnata. Ci ho pensato, tanto, e sono arrivata alla conclusione che la mia priorità rimane Aden. Ed io non posso dargli tutto questo. Non posso dargli queste ansie, queste paure, questi sospiri di disperazione. Non se lo merita. Non si merita niente di tutto quello che ho vissuto io.

Sono tornata a Londra, oggi, anche perché volevo avere un'ultima conferma di come si sarebbero potute evolvere le cose, per cercare una via secondaria da cui riuscire a fuggire e portare la situazione ad un livello di equilibrio. Un punto di incontro tra la mia vita e la sua.

«Non posso dare ad Aden questo tipo di esistenza»

Avrei voluto parlare, confrontarmi, capire. Ma in un pomeriggio solo ho vissuto e provato l'angoscia e la paura di non fare in tempo, ancora una volta. La morsa allo stomaco che potrei sentire quando lui andrà in cerca di criminali e assassini, e che mi farebbe temere l'arrivo della telefonata di un obitorio. E che Aden potrebbe provare proprio come me.

Sherlock guarda me, gli occhi ridotti in due sottili fessure di felino scrutatore. Poi abbassa gli occhi, distende piano le palpebre e prende la matrioska con entrambe le mani, togliendola dalle mie che rimangono aperte e vuote, sospese nell'aria per qualche secondo, prima che possa richiudere le dita. «Va bene» dice, guardandola, osservandola, annuendo. «In un certo senso, avevo intuito che questa sarebbe stata la tua risposta, dato che ieri sembravi tanto sicura di te. È per questo che non riesco a capire il motivo per cui tu sia venuta qui, oggi» Alza lo sguardo, per incatenarlo di nuovo al mio. «Immagino non fosse nostalgia per tutto questo, giusto?»

Dischiudo un poco le labbra, solo per richiuderle subito dopo, deglutire e immobilizzarmi. Lo guardo, e le due sole parole che riescono ad uscire dalla mia bocca sono le due uniche parole che dovrei dire a me stessa, per non essere riuscita ad andare nella direzione che volevo, per aver imboccato la strada che mi sembrava più sicura, pur lasciandomi alle spalle chi doveva continuare il percorso assieme a me.

«Mi dispiace...»

«No» risponde lui, con tono distaccato. «Non ti dispiace. Non dovrebbe, come è logico che sia. Dopotutto, sapevamo che sarebbe andata a finire così, no?»

'"Così" come? Con io che mi prenderò sulle spalle ogni peso e tu che tornerai a vivere come hai sempre fatto?'

«Sì»

Certo che lo sapevo. L'ho sempre saputo, pur cercando di negarlo e trovare un'alternativa. Forse è questa la cosa che fa più male: aver sperato e aver fallito.

«Ovvio che sì...»

Certo che lo so. Ma saperlo mi farà mai mettere il cuore in pace?

«Ascolta, io... Devo andare» dico, sistemandosi la tracolla sulla spalla. «Contavo di prendere il prossimo treno da Saint Pancras per...»

«Sì, ho capito» mi ferma lui, con un gesto della mano.

Abbasso la mia, alzata sopra la mia spalla, ad indicare col pollice un punto indefinito dietro di me. Stringo forte la mascella e annuisco. «Okay» dico soltanto. «Allora, ehm... Ci vediamo»

«D'accordo» fa lui, guardandomi dall'alto, lo sguardo di ghiaccio che mi gela l'anima.

«D'accordo...» ripeto, cominciando a muovermi verso il nastro giallo. «Ciao»

Lui non risponde. Alza solo una mano, accenna un sorriso e la riabbassa subito dopo. E allora io non insisto oltre. Mi giro, lasciandomelo alle spalle, e imbocco la strada che, d'ora in poi, dovrò davvero percorrere da sola. Io e basta.

"I'm never gonna let you close to me,

even though you mean the most to me

'cause every time I open up, it hurts."

-Sam Smith, "Too Good at Goodbyes"


[Spazio Autrice]

E SONO TORNATA!

*parte la sigla*

Come state, Sherlocked? Spero che queste vacanze siano iniziate nel migliore dei modi. :3
Io ho finito gli esami, sono troppo contenta (aaah, la libertà ha davvero un buon sapore). E dopo quattro mesi, sono di nuovo qui con un nuovo capitolo. Spero davvero che vi sia piaciuto (perché a me non convinceva molto, però fatemi sapere voi!).

Spero di riuscire a pubblicare presto anche il prossimo (che, già vi dico, sarà ambientato durante il matrimonio di John e Mary). Ora che ho un po' più di tempo, spero di non fare troppo tardi.

Vi mando un graaande abbraccio. Grazie per essere ancora qui, nonostante tutti questi miei mesi di assenza. Vi voglio bene. ♡

~Maddy

P.S. Qualche settimana fa, il profilo di FanfictionIT ha pubblicato un mio articolo su come scrivere un dialogo. Vi lascio il link qui sotto: se vi va, dateci un'occhiata (la raccolta è davvero utilissima)!

https://my.w.tt/dubFp47VsO

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro