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{60° Capitolo}

"I remember it now, it takes me back to when it all first started,

but I've only got myself to blame for it, and I accept that now.

It's time to let it go, go out and start again,

but it's not that easy..."

-Kodaline, "High Hopes"

[Capitolo sessanta]

Jane

«Come puoi non ricordarti di Nolan? Siete praticamente cresciuti insieme!»

«Non puoi pretendere che ricordi ogni singola persona che ho incontrato nel corso della mia esistenza, visto che, indovina un po', sono leggermente tante»

Mi passo la cornetta del telefono da un orecchio all'altro, in una posizione più comoda, per poi posarlo tra la spalla e la testa e tornare a scrivere veloce sul mio blocco di appunti.

«Andiamo, Nolan Green! Avete fatto le elementari e parte delle superiori insieme, ricordi?»

Alzo lo sguardo dalle parole fitte scritte sulla carta, aggrotto la fronte e fisso lo spazio davanti a me, come se mi trovassi effettivamente davanti a mia madre.

«Non mi starai mica dicendo di aver incontrato quel Nolan Green, vero?» chiedo, con tono di voce leggermente allarmato.

Nolan Green è stata la mia prima cotta infantile, risalente al periodo della mia vita in cui ancora non sapevo cosa fosse l'amore nonostante pretendessi già di conoscerlo. Ricordo che gli corsi dietro per tutto il periodo delle elementari, prima che entrambi cambiassimo scuola e ci perdessimo di vista fino alle superiori. Ovvero quando odiavo abbastanza il mondo per poter odiare pure lui. Devo averlo rivisto ultimamente, forse al bar vicino al nido dove va Aden, ma non ne sono del tutto sicura. Magari era solo qualcuno che gli assomigliava terribilmente.

«Sì, proprio lui!»

Poso la penna sul tavolo e prendo di nuovo in mano la cornetta. «E che vi siete detti?»

«Nulla di particolare. Mi ha parlato della società di consulenza marketing dove lavora. Sta praticamente scalando le vette dell'azienda ad una velocità lampo!»

«E questo te lo ha detto lui?»

Se c'è una cosa che, crescendo, ho poi imparato ad odiare di Nolan Green è sicuramente il suo profondo egocentrismo e la sua totale mancanza di tatto. Credeva di essere al centro del mondo, senza sapere di esserne solo un punto. Immagino che le uniche cose che lo facciano andare avanti siano le sue ambizioni e il fascino oratorio.

«Beh, certo. Mi ha anche detto di averti incontrata in un bar, una volta, però non è venuto a parlarti per paura di aver sbagliato persona»

Riprendo la penna, sospirando. «Che peccato...»

«Sono sicura che gli farebbe davvero piacere rivederti»

«E a me farebbe davvero piacere se tu la smettessi di dirmi implicitamente che dovrei iniziare ad uscire con lui» ribatto, continuando a scrivere freneticamente. «Perché sai bene che non ho alcuna intenzione di parlare con persone poco interessanti di argomenti che non mi interessano»

«Jane, vorrei solo farti capire che non puoi andare sempre a mille! Ogni tanto dovresti ritagliarti del tempo per te stessa: la tua vita non si ferma solo ad Aden, l'università e il lavoro» risponde lei, sospirando. «C'è anche altro»

«Per esempio cosa, le persone? Sai bene che non sono il mio forte»

«Dovresti dargli una possibilità. Sai, almeno provare ad uscire insieme e prendere un tè»

«Nolan Green è sempre stato un bambino estremamente narcisista che pensava solo ad intessere gli elogi della propria bravura. Sinceramente, non ho alcuna voglia di uscire con lui solo per ritrovarmi ad intavolare una conversazione a senso unico»

«Anche Sherlock era così»

Milioni di miliardi di ricordi tornano, all'improvviso, ad invadermi la testa più veloci dei fulmini. Rimangono appena qualche secondo, scorrono come pellicole di un film mai girato, e corrono via più in fretta di quanto siano arrivate.

«Sherlock era diverso. E tu lo sai perfettamente»

Rimango ferma a fissarli mentre fuggono per l'ennesima volta, senza che possa fare niente per bloccarli: tanto so già che torneranno, prima o poi.

«Deve mancarti davvero molto, non è così?»

Chiudo gli occhi, immetto aria giù nei polmoni, la trattengo per darmi più tempo. Più tempo per tutto. Non sono sicura che sia corretto comportarmi così: smettere di dare possibilità alle persone, dopo averne data una alla persona che forse se la meritava ancor meno di loro. Magari è solo che ho finito la voglia di provare, di dare possibilità a gente che so già non essere degna della mia fiducia.

Mi alzo dal tavolo ed esco in corridoio per poter poi entrare in salotto. Mi fermo sulla soglia e punto lo sguardo verso il corpo di mio figlio, addormentato sul tappeto e in mezzo ai suoi giochi, incurante di tutto il resto. Lo guardo, in silenzio, e forse per qualche secondo di troppo. Come per qualche secondo di troppo faccio attendere la mia risposta. Ma tanto mia madre sa già cosa le dirò. Lo sanno tutti, ormai.

«Da morire»

Rimaniamo in silenzio per più tempo del previsto, ma forse è solo una mia impressione. Poi mi risveglio, in un certo senso, e torno in cucina. Lancio un'occhiata al foglio ancora attaccato al blocco e riempito a metà, la frase incompleta.

«Senti... Pensavo di andare a Londra, uno di questi giorni. Sai, per quella cosa della lettera» le dico, sedendomi nuovamente al tavolo. «Ti va se... Ti porto Aden e lo lascio da te per qualche ora?»

Lei si lascia sfuggire uno strano sbuffo, seguito subito da una risatina. «Certo che mi va, Jane. Sai bene che puoi farlo sempre»

Allora sorrido anche io, abbassando lo sguardo su questi fogli disordinati e pieni di inchiostro sbavato. «Grazie»

«Chiamami, se dovessi aver bisogno di qualcos'altro»

«Lo faccio sempre»

«No, non è vero»

«Beh, lo faccio sempre quando ho bisogno di qualcosa di davvero importante, il che accade soltanto molto raramente»

Ride ancora, e quasi posso vederla scuotere la testa con fare divertito. «Cerca solo di staccare un po'»

«Ci proverò, promesso» mormoro, alzando un angolo della bocca. «Ti chiamo stasera per dirti quando ho intenzione di andare a Londra»

«Perfetto!» esclama lei, contenta. «Allora ci sentiamo stasera»

«Sì, stasera» Mi fermo un attimo, per pochissimo, prima che possa chiudere la telefonata. «Ti voglio bene...»

Lo mormoro appena in un tono tanto basso che spero lei abbia sentito. Sorrido di nuovo, quando la sento rispondere.

«Anche io, Jane. Te ne voglio tanto»

Non appena riattacco, poso la cornetta sul tavolo e ritorno in salotto, avvicinandomi ad Aden, ancora dormiente sul tappeto. Sorrido, mentre poso un passo dietro l'altro, poi mi piego sulle ginocchia, evitando libri morbidi e giochi di logica.

«Oh, eccolo qui» mormoro, prendendolo in braccio. «Adesso andiamo a fare un bel pisolino, così quando arriva lo zio Al siamo tutti allegri e pimpanti per rompergli le scatole. Che dici?»

Mi reco nella nostra camera da letto, l'unica di tutto il mio temporaneo appartamento di Nottingham, dove vivo in attesa di mettere da parte il necessario per comprare una casa più grande e comoda per entrambi. Mi avvicino al suo lettino e ve lo poso dentro delicatamente. Poi gli rimbocco le coperte, sistemo il suo peluche preferito, senza il quale andrebbe nel panico se dovesse svegliarsi all'improvviso, e gli poso un leggero bacio sul capo. Lo guardo per un po', sorridendo con dolcezza. Tanta dolcezza, che in realtà nemmeno credevo di avere.

Mi sdraio sul mio letto, che è proprio accanto al suo, e allungo la mia mano attraverso le sbarre della culla per prendere la sua. La tengo tra le mie dita, e mi stupisco, come ogni volta, di trovarla così piccola. Così fragile da rischiare di spezzarsi, con il suo palmo minuscolo, le dita sottilissime. Da dietro queste colonne di legno, riesco ad osservare il suo respiro regolare, la sua espressione serena, il viso rilassato. Rimarrei ore a fissarlo, immobile nella sua calma imperturbabile che riesce sempre a calmare anche me. Anche se dovrei essere io a farlo. Ci diamo a vicenda la forza quando manca, non so nemmeno come.

Alan dice che io e mio figlio viviamo in un rapporto simbiotico, in cui ci doniamo a vicenda la forza che a volte ci manca. È strano, ma ha ragione: è come se Aden non avesse mai lasciato il mio grembo e, insieme, viviamo in un costante equilibrio di dare e ricevere. Credo che senza di lui sarei persa, perché è stato la spinta necessaria per convincermi a ricominciare da dove avevo interrotto, a riprendere ogni cosa: gli studi, l'attività sportiva, suonare, vivere.

Vivere soprattutto. E ancora oggi, ogni sera, come tutte le sere, penso a quanto superficiale ed infantile sia stata nel credere che sarei tornata a vivere senza di lui. Probabilmente lo avrei anche fatto, ma più lentamente, con fatica: un fardello ancora più pesante da portarmi sulle spalle. Ma lui, Aden... È stata la mia ancora di salvezza dall'abisso più profondo in cui fossi mai precipitata.

Il breve trillo del campanello mi fa aprire gli occhi dai miei pensieri. Alzo lo sguardo verso Aden, che continua a dormire, la fronte che sfiora la sciarpa di Sherlock che ho deciso di legare alla testiera del letto, nella speranza che possa, magari, avere una parte di suo padre senza nemmeno saperlo. Sorrido, gli lascio la mano, mi alzo. Percorro il corridoio e arrivo davanti alla porta, ma nell'esatto istante in cui sto per posare le dita sul pomello, un bagliore mi attraversa la mente, mettendomi per un secondo in allarme. Aggrotto le sopracciglia, guardo l'orologio analogico appeso sopra la portafinestra della cucina, alle mie spalle: sono appena le tre.

Qualcosa non va... Alan mi aveva detto che sarebbe arrivato solo alle quattro, che se ne sarebbe andato dalla scuola dove insegna più tardi del previsto. E soprattutto...

'Alan ha la chiave di casa mia'

Abbasso la mano e, silenziosa, mi muovo verso lo spioncino, chiudendo un occhio per potervi meglio vedere attraverso. Rimango a guardare per appena un secondo, perché poi mi ritiro con uno scatto verso l'indietro, scottata dall'immagine che ho appena visto.

Gli occhi spalancati, la bocca aperta, il corpo rigido come legno, guardo lo spioncino da lontano, senza in realtà vedere niente. E rimango così, col cuore a mille che mi batte nelle tempie, nero oscuro nella testa e solo un nome luminoso a rischiararla: il suo.

Ma non può essere lui. Non deve. Non può. Come potrebbe?

Mi riavvicino allo spioncino, guardo di nuovo, ma l'immagine non cambia.

'Forse sono solo stanca' mi dico. 'Forse lo sto solo sognando'

Però, la porta, la apro lo stesso. Non so se per darmi una conferma o se per vedere se qualcosa cambia. Ma non cambia. L'immagine è sempre quella, sempre la stessa, sempre bruciante come fuoco vivo.

Resto immobile, gli occhi ben aperti, il respiro sospeso nell'incertezza. Milioni di parole e di pensieri bloccati in gola da un peso di chili e chili, come la Luna, il Sole, forse l'Universo intero. E resto qui, senza muovermi, in attesa. Ma l'immagine non cambia. E quegli occhi... Quegli occhi che riconoscerei dappertutto, anche in mezzo alla folla. Mi cercano, come io ho cercato loro. Quegli occhi mi fissano. Mi fissano a lungo.

«Sherlock?»

Lui sorride, e mentre lo fa il mio cuore si ferma con il mio respiro. «Ciao, Jane»

Ogni centimetro del mio corpo sta usando tutta la forza che gli rimane per non farmi crollare a terra. Combatte contro sé stesso in una strenua resistenza piena di colpi e martellii del cuore. Lotta contro di me, perché non vuole credere a ciò che sta vedendo. E sicuramente non ci crede, perché non ci credo neppure io.

«No...» mormoro, allontanandomi dalla porta a piccoli passi. «No, no, no!»

«Jane, aspetta!»

L'ultima cosa che vedo, prima che richiuda la porta, è la mano di quella figura tesa verso di me, le dita lunghe ben distanziate tra loro, un leggero scatto del corpo impedito dal legno che gli ho piazzato davanti.

«No, è solo un sogno»

Faccio un passo indietro, poi torno in avanti, chiudo a chiave con tutte le mandate possibili, convinta che una serratura possa dividermi dai fantasmi del passato.

«Solo un sogno, solo un sogno...»

«Jane, aprimi!»

«Lui non è davvero qui... Lui è morto, non è davvero qui...»

Sussurro, e ogni parola si fa più debole della precedente. Si smorza in un decrescendo di voce che si oppone al mio tentativo sempre più forte di ignorare, di far finta che non abbia visto né sentito niente.

'È solo un sogno, solo un sogno'

Fisso la porta, pietrificata, mentre so bene che dovrei agire, fare qualcosa. Anche solo muovermi, andare da Aden, prenderlo e stringerlo a me, proteggerlo da questo spirito vendicatore.

'È solo un sogno, solo un sogno'

«Jane, forza, aprimi!» ripete, con quel suo tono duro e stizzito, che non fa altro che renderlo più ammaliatore, credibile, reale. Più vero. «Jane, sono io»

«Tu sei morto!»

Grido, esplodendo come una mina appena sfiorata, come un palloncino gonfiato con troppe illusioni. Dall'altra parte della porta c'è silenzio, e dalla mia pure. Respiro veloce, l'orologio alle mie spalle batte i secondi, ed ogni tocco di lancetta mi fa incassare la testa nelle spalle, come se fosse un boato amplificato nelle mie orecchie. Ma il silenzio c'è, ne sono sicura. Riesco a toccarlo con le dita.

«Jane, ascoltami...»

«Sei morto, Sherlock! Morto!» inveisco ancora contro il legno della porta.

Per quanto ne so, potrei star parlando al nulla. Eppure urlo lo stesso, e mi arrabbio, e mi mozzo il respiro con le mie stesse parole, per il vuoto che credevo di aver dimenticato.

«Ti ho visto, io ero lì!»

«Lo so»

Si ferma, mi fermo anch'io. Rimango in attesa di un'altra risposta, come ho già fatto tante altre volte, invano. L'ho fatto, pur sapendo che non avrebbe portato a niente.

«Ma se mi lasciassi entrare, potrei spiegarti tutto. D'accordo?»

Però, questa volta... Una risposta l'ho ricevuta. E per quanto non mi fidi, per quanto sappia che non potrebbe essere reale, decido comunque di aprire la porta: tanto non ho nulla da perdere, oltre ad un'altra speranza.

E, ancora una volta, l'immagine non cambia. Sherlock è sempre qui, davanti a me, in piedi nel pianerottolo, gli occhi blu fissi nei miei, la sciarpa, i ricci, il cappotto, il completo... Tutto. Tutto è al suo posto, come in una vecchia fotografia intoccata dal tempo. Come se non fossero passati più di due anni, ma un giorno appena, dall'ultima volta in cui ci siamo visti.

Lo squadro, incerta, alla ricerca di particolari che mi confermino quello che vedo. Ma più lo guardo, più mi sembra di trovarmi davanti ad un fantasma. Perché io l'ho visto, quel giorno, mentre si buttava. E non può aver finto tutto. Non può averlo fatto.

Mossa da chissà quale istinto, alzo una mano e tento di avvicinare le dita al suo viso, per sfiorare la sua pelle calda. Ma ho paura di toccare il vuoto, di scoprire che quest'immagine non è altro che una delle mie tante allucinazioni, di quelle che non mi capitava di avere da anni. Ritiro le dita, le riallungo, le ritiro di nuovo, in un alternarsi di insicurezza e curiosità. E lui, come sempre, riesce a scorgere la mia indecisione, che gli fa decidere di mostrarmi, di agire al posto mio.

Mi afferra il polso con la sua mano fredda e, con fare spazientito, fa sì che il mio palmo entri in contatto con la sua guancia gelida, impregnata del vento autunnale. Non lascia la presa, come per farmi sentire più sicura del fatto che lui c'è. Che è qui. E io ancora fatico a crederci, ma più le mie dita rimangono sulla sua pelle, più il mio sguardo si perde nel suo, più il mio animo si stupisce e cade e si rialza, facendomi ballare il petto... Più qualcosa, dentro di me, mi convince di non star vivendo un sogno. Che lui è davvero qui. Che lui è davvero vivo.

«Oh, mio Dio...»

Stacco la mano dal suo volto e me la porto istintivamente alla bocca, soffocando un rantolo di sorpresa, di paura. Un grido come tanti altri. Mi volto, verso l'entrata della cucina, proprio di fronte a quella d'ingresso. Rimango immobile a fissare il tavolo, il seggiolone, il microonde, il fornello, l'orologio. E ancora una volta mi dico che, non appena mi volterò, non troverò nessuno davanti a me. Mi renderò conto di aver parlato al nulla, di aver toccato l'aria, attribuendole la stessa consistenza di un corpo vero. Quindi mi giro. E l'immagine non cambia nemmeno ora. Ci guardiamo per appena un attimo, forse due, io con gli occhi spalancati e lui con tutta la calma di questo mondo a cui non dovrebbe appartenere più.

«Sei vivo...» dico, con tono tra il sorpreso e lo scettico.

Lui si guarda velocemente attorno ed entra in fretta in casa mia, chiudendosi la porta alle spalle. Aspetta un secondo, poi annuisce. «Sì»

Distolgo gli occhi, li rialzo subito dopo, e lui è ancora lì. Noto il suo petto alzarsi ed abbassarsi, le sue palpebre sbattere: gli unici segni in grado di indicarmi la realtà dei fatti, la sua presenza viva in questo stesso ingresso, il suo corpo fatto di materia reale, e non più ricordi eterei.

Respiro con la bocca aperta, per bloccare i miei singhiozzi imminenti. E solo ora mi rendo conto che anche lui sta respirando la mia stessa aria. E che è vivo. Vivo davvero, come me, insieme a me.

«Oh, tu sei...»

«Jane, stammi a sentire...»

«Un vero bastardo»

Ci spostiamo nel salotto, qualche passo inconscio da parte di entrambi. Ci guardiamo ancora una volta. Siamo vicini, con poche dozzine di centimetri a dividerci. Lui rimane fermo di fronte a me, con quell'espressione impassibile, la postura eretta, gli occhi glaciali, privi di emozione eppure vivi. Tanto vivi.

«Ascolta...» Prova a fare un passo verso di me, incurante delle mie parole accusatorie e piene di astio, di rabbia, di... Tutto.

«Non ti azzardare ad avvicinarti!»

Mi scanso da lui, un gesto istintivo e forse infantile, patetico. Ma la prima cosa che mi viene in mente di fare è prendere le distanze, il più possibile. Lui mi capisce. Allarga le mani, si arrende. Però sembra comunque essere sé stesso, sempre altezzoso. Non sembra cambiato di una virgola.

«Okay»

«Ti sei finto morto... Per due anni»

«Lo so»

«Scompari nel nulla mentendo a tutti e poi te ritorni qui all'improvviso, come se niente fosse successo?»

«Calmati»

«Calmarmi?!» grido, scagliando contro di lui le mie parole, pallottole vaganti di rabbia e disperazione. «Calmarmi?! Sono passati due anni, Sherlock. Due schifosissimi anni in cui non ho fatto altro che piangerti e stare male per te!»

«Abbassa la voce»

«Io credevo che tu fossi morto!»

«Beh, non eri solo tu a crederlo»

Lo guardo. Mi guarda. Immobili e fissi, le parole che viaggiano nell'aria. Siamo davvero tornati alla normalità, in appena pochi secondi. Eppure è tutto così... Surreale.

«Avrei dovuto capire che sei troppo egocentrico e affezionato a te stesso per buttarti sul serio da un tetto, sai?»

Lo supero, una risatina dolorosa che mi rimane sulle labbra. Lo lascio lì e mi ributto nel corridoio e poi in cucina. Me ne vado, forse per evitare di fargli del male. Di cedere all'ira e prenderlo a pugni, fino a quando non sarà tutto finito, fino a quando la mia testa non si sarà calmata. Ma non posso farlo, non più: non sono più la ragazzina che sfonda le porte a calci e prende a schiaffi la gente senza pensarci troppo su. Sono cambiata, ho imparato a risolvere le situazioni in altri modi. Ho imparato a non accettare alcun tipo di violenza in casa mia. L'ho fatto soprattutto per mio figlio.

Mi avvicino al bordo del lavandino, mi ci aggrappo, chiudo gli occhi. E poi, finalmente, respiro. Lancio fuori ogni più piccola particella d'aria, mi libero di quest'apnea che mi bloccava la gola. Riapro gli occhi e, per un momento, mi domando se per caso non ho appena vissuto un sogno. Anche se non ci sarebbe alcun motivo per crederlo, alcun motivo per cui possa essere tormentata da un'altra visione. Nessun crollo emotivo, nessun particolare momento di stress o confusione.

E poi lui era davvero così sé stesso, così... Sicuro di sé, convinto di essere vivo. Con Amanda non è successo, lei aveva subito messo in chiaro che era morta. Sherlock no. Sherlock è così normale da impedirmi di credere che quella che vedo sia una finzione. Non può esserlo.

Respiro di nuovo, questa volta ad occhi aperti. Mi sistemo una ciocca di capelli dietro l'orecchio e allungo una mano verso lo sportello sopra alla mia testa. Mi metto a preparare il tè. Così, con fare normale. Un atteggiamento assolutamente normale come il suo. Un gesto che non mi capitava di fare da anni, almeno non con la consapevolezza che lo avrei preso insieme a lui, che ci saremmo seduti a parlare l'uno di fronte all'altra, le tazze in mano e le parole stente.

Assolutamente normale.

Torno in salotto, due tazze fumanti con le bustine ancora in infusione. Lo trovo che osserva delle fotografie sopra ad una mensola, incorniciate e disposte in fila come in una qualsiasi casa ordinaria di una qualsiasi vita ordinaria. Aspetto un po', prima di interromperlo. Credo che stia deducendo qualcosa da quelle immagini stampate, ferme ad un momento preciso, catturato per sempre, indimenticabile.

«Ho fatto il tè»

Lui alza gli occhi dalla cornice che stava osservando, quella con Aden e Alan a Saint Ives, mentre nuotano nel mare limpido, sorridenti. Tiene le mani nelle tasche, come se fosse a disagio, ma in realtà è solo un altro, normalissimo gesto del suo normalissimo modo di essere. Chissà perché continuo a stupirmi tanto di questa cosa, perché continuo ad aspettarmi di trovare in lui qualcosa di nuovo, di diverso.

«Grazie» mormora, prendendo con entrambe le mani la tazza che gli sto offrendo.

Abbozzo appena un sorriso, un angolo di bocca che si alza e si riabbassa in meno di un secondo. Mi muovo verso la mia poltrona, quella accanto alla finestra che occupo tutte le sere quando luci e suoni si spengono per lasciare spazio solo a me. Mi rannicchio con le gambe strette al petto, rinchiudendomi in un guscio spezzato da tempo e appena ricostruito. Lo osservo, da qui, mentre continua a guardare le foto, scrutarle con occhio critico.

«Sono... Belle» dice, accennando col capo alle cornici. Cerca di sorridere, di farmi a sentire a mio agio con la sua presenza, di cambiare tono... Ma senza successo.

Annuisco. «Lo so» rispondo, glaciale, mantenendo quella solita distanza, come per paura di farmi male un'altra volta.

Per un secondo, mi sembra quasi di guardare la scena dall'alto, da una prospettiva esterna non mia. E, a dirla tutta, potrei persino dire che la trovi esilarante: una commedia teatrale con gli attori dai volti coperti da maschere. Una è rossa di rabbia e d'indignazione e nasconde il mio viso con perfetta facilità, dissimulando quel mio inspiegabile sollievo di averlo qui, di averlo vivo, anche se tenta di non esplodere ancora e rompersi in mille pezzi. E l'altra è, invece, blu d'indifferenza: due occhi quasi inespressivi, una linea sottile per bocca da cui escono parole brevi che tentano in tutti i modi di apparire normali, di apparire come quelle di sempre. E forse ci riescono.

Alla fine, non abbiamo ancora finito con le nostre maschere come credevo.

«Sono parecchie» nota lui.

«Ho avuto molti momenti da immortalare»

Abbasso lo sguardo sulla tazza. Aspetto. So che sta lentamente capendo, o che forse ha già capito. Quasi riesco a vedere le scosse elettriche che gli attraversano il cervello, veloci come fulmini. E nonostante sappia che lui conosce già tutta la verità, aspetto. Aspetto domande a non finire e punti interrogativi, che poi aleggeranno nell'aria. Mi aspetto occhiate sconvolte ed espressioni confuse. Aspetto, ma per poco.

«Ascolta, penso che tu debba...»

«Lo so già»

Alzo gli occhi col respiro trattenuto, il cuore che mi urta sulle costole e sulle vertebre. Avanti e indietro, batte impazzito, si muove frenetico senza riuscire a calmarsi.

«Lo... Lo sai?»

«Conosci i miei metodi»

Sorride, di nuovo altezzoso. Mi guarda ma poi smette subito, forse perché non trova l'espressione che cercava, quello stupore che si è abituato a scorgere in tutti. Io sono solo... Confusa. E sì, magari anche stupita.

Torna ancora sulle foto, quasi fossero gli unici appigli per lui sicuri in questa casa. «Aden, giusto?»

Sospiro, mi mordo il labbro, poi mando giù un sorso di tè, riprendo a mordermi il labbro. Annuisco. «Aden»

«Solo Aden?»

«Aden Sherwood»

Mi blocco, un respiro a riempire il vuoto che si prende il posto di quella parola, di quella parte indispensabile dell'identità di mio figlio. Fa paura, quel vuoto che non ha motivo d'essere, se non fosse per la mia incapacità di dirlo. Dirlo adesso, davanti a lui, e dare conferma ad una realtà che è vera già di suo.

«Sherwood?» ripete lui, tornando con gli occhi verso di me. «Come la foresta?»

Lo guardo, e anche stavolta mi stupisco per le cose sbagliate. Per le domande che dovrebbe pormi ma di cui già sa le risposte.

«Come la foresta» asserisco, con un cenno del capo.

«Come mai?»

«È un luogo importante per me»

Mento, e sono certa che lui sappia anche questo. Nascondo una parte fondamentale della mia storia, quella che si è perso. La lascio in un angolo, come se non fosse abbastanza rilevante per venir riconosciuta.

Non risponde. Lo vedo bere un sorso del suo tè, assaporarlo tra le labbra. «Ti somiglia, sai? I suoi capelli hanno la stessa sfumatura dei tuoi»

«Somiglia di più a te» ribatto, gli occhi ancora fissi sulla sua figura. «Anche i tuoi lo dicono spesso. È la tua copia da bambino»

Si lascia sfuggire una risatina, di quelle sincere, che raramente gli ho visto apparire sul viso. Tanto rare, quanto maledettamente speciali. Poi si gira, e ci scambiano un'occhiata lunga un'infinità. Ci guardiamo dentro, leggiamo tra le righe, oltre le parole dette. Ma non dura a lungo. Non riesco a sostenere quello sguardo, quegli occhi che pretendono che tutto vada bene. Ma niente, ora come ora, va davvero bene.

Distolgo il mio volto dal suo, lo punto fuori dalla finestra, dove Nottingham vive con la sua solita quiete, frenetica a modo suo.

«Ti sei perso... Due anni di vita» mormoro, a denti stretti, come per meglio sopportare il dolore di una ferita. «Della mia... E della sua»

Silenzio, che forse fa più paura delle parole. Mantengo la mia attenzione fissa sulla strada, la lascio vagare tra quelle vite sconosciute, forse problematiche, ma che, in questo esatto momento, vorrei avere più di tutto.

Sherlock si muove con un fruscio di stoffa, leggera come aria. Con la coda dell'occhio lo vedo sedersi sul divano, alla mia sinistra, le braccia poggiate sulle ginocchia, la tazza stretta con entrambe le mani, il tè ancora bollente. «Ascolta, Jane...»

«Si può sapere perché diavolo lo hai fatto?» lo interrompo, girandomi di scatto verso di lui, gli occhi furenti di chi desidera delle risposte.

Sherlock mi fissa, sostiene il mio sguardo con quella freddezza solita, analitica. Guarda le mie iridi a lungo, e poi sospira con le palpebre abbassate. «È lungo da spiegare, Jane...»

«Ho tutto il tempo di questo mondo» replico, lasciandomi andare contro lo schienale. «Voglio sapere tutto. Tutto, chiaro? A partire da dove sei stato»

«In giro» risponde lui, vagamente.

«Vuoi smetterla con quel tono?»

«Quale tono?» risponde lui, sulla difensiva.

«Quello da indovinello. Non stiamo giocando, Sherlock: non stai interpretando il detective che dà risposte brevi e lascia il resto all'immaginazione»

Sospira, scuotendo la testa. «Beh, se proprio insisti...» dice, posando la tazza sul tavolino accanto a sé. «Ero in missione. Sono stato incaricato di smantellare la rete criminale di Moriarty nel mondo»

«Vuoi dire che era una cosa organizzata?»

«Diciamo di sì»

«E chi ti avrebbe aiutato a rendere legale una cosa del genere? Mycroft?»

Lo guardo, e mi guarda anche lui. Guarda il mio sorrisetto sarcastico che subito si trasforma in consapevole.

'Avresti dovuto aspettartelo, Jane'

«Oh, mio Dio!» esclamo, girandomi dall'altra parte. «Lo sapevo! Sapevo che mi stava mentendo, quella volta!»

«È stato lui a dirmi di Aden»

«Lo ha detto anche ai vostri genitori, se è per questo»

«Sì, lo so» mi risponde. «Gli ho chiesto io di farlo»

Rido, di quelle risate amare che con lui sono ormai diventate d'abitudine.

'Avresti proprio dovuto aspettartelo, Jane'

Prendo un sorso dalla mia tazza, e persino il tè mi sembra più amaro delle parole che mi ributto in gola. Osservo il suo profilo e i suoi occhi verso la finestra, una smorfia sprezzante sul viso che non penso di poter controllare. Il tè mi attraversa la gola, bruciante, ma è niente in confronto alla rabbia risvegliatasi nel mio corpo. Quella dettata dall'impotenza, da quella sensazione orrenda che mi fa sentire manipolata, presa in giro. Che, forse, è ormai l'unico sentimento che Sherlock potrà mai farmi provare. E solo adesso, in questo momento preciso, comincio ad annegare nella mia stessa consapevolezza. Non è un flutto appena, una piccola onda che mi colpisce il viso e mi fa serrare occhi e labbra, ma un vero e proprio tsunami che mi si insinua in gola e arriva nei polmoni, riempiendoli fino a farli quasi esplodere.

Sa già tutto. È ovvio che sappia già tutto. Tutti i mesi appena successivi alla sua morte, il dolore, la scelta dettata dalla mia totale incapacità di giudizio. Lo sa, sa già tutto. Ha sempre saputo tutto. E io avevo ragione: lui non mi avrebbe mai permesso di tirarmi indietro. Per questo ha macchinato ogni cosa, ogni incontro e ogni parola. Crede ancora che essere più furbo di me gli dia il potere di muovere i fili della mia vita.

«Chi altro lo sapeva?»

Aspetta un po', prima di rispondere. Forse perché sa che qualsiasi cosa dirà non servirà affatto a farmi dimenticare. «Molly»

«Molly?»

«Mi ha aiutato col certificato di morte»

Sorrido, di nuovo sprezzante. «Certo che l'avete proprio organizzata bene, questa farsa» Bevo di nuovo, questa volta senza abbassare lo sguardo. «Mi stupisce che non abbiate ingaggiato anche qualche attore»

«In realtà...» comincia lui, reticente. «Ci sarebbero i senzatetto...»

Spalanco gli occhi, fingendo poi di non aver capito. Forse spero solo di non aver capito. «I... Come?!» salto su, portando le gambe giù dalla sedia, piantando i piedi per terra, il busto in avanti. «Non puoi averlo fatto davvero»

«Erano necessari per...»

«Sei stato capace di dirlo a dei senzatetto e non a me!» grido, indicandomi il petto con la mano intera, la tazza che mi traballa nell'altra.

Apre la bocca, vuole replicare ma non dice niente. Rimane così, fermo a fissarmi, richiudendo lentamente le labbra fino a serrarle strette. E questa è forse la prima cosa non naturale che fa: restare in silenzio. Rispondere con il niente, non cercare nemmeno di avere l'ultima parola. È strano e... Brutto. Non so nemmeno perché.

«Non sei stato capace di dirlo a me, o a John?»

Ci penso in un secondo, e il secondo dopo mi rispondo che no, John ne sapeva quanto me. Le sue lacrime erano troppo vere, i suoi occhi troppo sofferenti, per essere finti.

«Pensi che non saremmo stati in grado di mantenere il segreto, per caso?»

«In realtà sì» risponde lui, con noncuranza, come se fosse una cosa fin troppo ovvia. «Il motivo per cui non l'ho detto a te è strettamente legato al motivo per cui non l'ho detto a lui»

«Ah, davvero?» faccio io, alzando il tono di voce, improvviso e tremulo.

«Lui è estremamente impulsivo, e tu non sei abbastanza distaccata: direi che è ovvio che la cosa non poteva avere alcun risvolto positivo»

Inarco lentamente un sopracciglio, guardandolo con fare scettico. E sì, per un momento mi pare quasi di essere tornati a quando non era ancora successo niente. A quando tutto andava ancora troppo bene.

«No, non ti seguo» dico io, scuotendo appena la testa, con il tono che rimane testardamente altezzoso.

«Se lo avessi detto a te, e non a John, sono certo che non saresti resistita mezzo secondo nel vederlo struggersi e soffrire. Gli avresti subito detto che ero vivo e lui si sarebbe occupato di farlo sapere al resto del mondo. E, a quel punto, addio copertura»

«Dio mio, davvero mi credi tanto stupida?!»

«Ti credo semplicemente quella che sei: straordinariamente emotiva»

Questa volta sono io ad aprire appena la bocca, non tanto per replicare, quanto per... Non lo so. Forse è l'unico modo che ho per mostrare il mio sdegno senza dover necessariamente emettere alcun suono.

Lo guardo, ancora una volta, e lui guarda me. Appena un metro a dividere i nostri corpi, chilometri interi a dividere tutto il resto. Tra noi si ergono muri enormi costruiti sulle sue bugie e sulle mie reazioni di chiusura, e nei quali ha appena fatto un buco per farmi passare. Come se solo io dovessi andare oltre questa storia, e non anche lui. È distante, come se non fosse mai realmente tornato. Non ancora. Come se quest'immagine davanti a me, che parla e si comporta come lui, non fosse altro che un'altra delle sue finzioni, dei suoi trucchi, delle sue messinscene.

Ci perdiamo ognuno nello sguardo dell'altro senza nemmeno accorgercene. Veniamo risvegliati da una chiave che gira, i cardini che cigolano, una voce che chiama. Chiama me.

«Jane, scusa il ritardo, ma ho perso il bus»

Io e Sherlock ci voltiamo contemporaneamente verso l'ingresso. Io spalanco gli occhi, balzando in piedi, e lui mi segue subito.

Mollo la tazza in mano al detective e nemmeno me ne accorgo. «Alan?» lo chiamo, avvicinandomi svelta a mio fratello.

«Sì, lo so, sarei dovuto arrivare come minimo quindici minuti fa...» riprende lui, togliendosi il cappotto e la sciarpa per poi sistemarli sull'attaccapanni accanto alla porta. «Ma sono rimasto a scuola un po' più del previsto per finire di correggere dei compiti» continua, sfilandosi le Converse e sistemandole accanto al portaombrelli. «Una faticaccia che non ti dico: alcuni ragazzi hanno davvero una grafia illeggibile» Si raddrizza, girandosi verso di me. Mi sorride, poi mi supera per entrare in salotto. Non si accorge nemmeno del mio sguardo totalmente gettato nel panico, nei miei occhi spalancati. «Che tè prepari oggi? Mi hai detto di aver comprato una nuova...»

Si ferma sulla porta, dopo aver percorso svelto il corridoio, e, insieme ai suoi passi, si ferma anche la sua voce. Il tempo si blocca, dilatandosi, l'aria rallenta e i suoni pure. Alan mi dà le spalle, ma posso lo stesso vedere perfettamente il suo sguardo impaurito e sorpreso, sentire il suo cuore che batte a mille, il sudore freddo e invisibile che gli gela la schiena.

«Prima che tu possa dire qualsiasi cosa...» mi affretto a dire, superando il suo corpo immobile per entrare nel salotto e guardarlo dritto negli occhi. «È stato uno shock anche per me»

Alan e Sherlock si fissano. Il detective ha lo sguardo impassibile, distaccato come quando parlava con me, la mia tazza ancora in mano che gli conferisce un'aria decisamente in contrasto con l'espressione del suo visto. Mio fratello, invece, ha occhi e bocca spalancati, il respiro trattenuto, il volto fermo come fosse diventato di cera. Il tempo e lo spazio, congelati, si sciolgono con appena tre parole.

«Oh, mio Dio»

Sherlock sospira, avvicinandosi al tavolino dove aveva poggiato la propria tazza per sistemarvi anche la mia. «Il nome non è proprio esatto, ma il concetto è più o meno quello»

«Tu... Sei vivo!» continua Alan, alzando un dito verso di lui, accusatorio e tremulo.

«Fino a prova contraria»

Silenzio. L'orologio torna ad essere l'unica fonte di suono, l'unico segno indiscusso dello scorrere irrefrenabile del tempo. Una parte del mio cervello mi manda un segnale di pericolo, una spia accesa e lampeggiante ma di cui non riesco a cogliere il significato. Almeno non in tempo, prima di poterlo fermare.

Uno, due, tre...

«Io ti ammazzo!»

«Alan, no!» Mi metto in mezzo, afferrando mio fratello per le spalle e bloccandolo con tutte le mie forze. «Calmati!»

«Ti ammazzo, ti ammazzo!» grida lui, senza sentirmi, senza ricordarsi che sono qui. «Fingerti morto! Ma che schifo hai nella testa? Segatura?!»

«Finiscila!»

«Hai un figlio, lo sai almeno?!»

«Sì, lo so»

Mi volto verso Sherlock, ancora impassibile, la voce calma, forse troppo. Troppo finta.

«Sono venuto a conoscerlo»

«Potevi pensarci prima di abbandonarlo, pezzo di...»

«Alan, adesso basta!»

Dalla camera da letto arriva un grido, seguito da un singhiozzo, di quelli che sembrano finti, registrati e inseriti nei corpi di plastica delle bambole.

«Complimenti» sospiro, stizzita.

Lascio andare le spalle di mio fratello per potermi gettare, quasi correndo, in camera. Mi avvicino al lettino, dove Aden sta seduto e si strofina gli occhi con entrambi i pugnetti chiusi, il mento attaccato al petto.

«Togno butto, togno butto...»

«Ehi, ehi...» mormoro, chinandomi su di lui. «Va tutto bene, okay? Va tutto bene»

Lo prendo in braccio e lui mi si appende al collo. Si toglie le mani dagli occhi ancora arrossati per il pianto di cui gli rimane appena qualche singhiozzo, mi guarda. Quegli occhi azzurri in cui tante mi è sembrato di scorgere Sherlock, anche se per solo un secondo, senza sapere che fosse il posto sbagliato. Lo guardo anche io, per un tempo che mi pare eterno, e poi lo stringo forte a me, muovendo appena la spalla per cullarlo dolcemente. E in questo movimento, ritmico e ripetitivo, ritorno di corsa in salotto, dal quale le grida non si fermano, continuando a lanciarsi cattiverie.

«Sei davvero uno schifoso! Come cazzo ti è venuto in mente di fare una cosa del genere?!»

«Avevo le mie buone ragioni»

«Buone ragioni?! Non esistono buone ragioni, per fare una cosa del genere!»

«Magari sì»

«E tu davvero credi che mi beva questa cretinata?!»

«Speravo solo che fossi abbastanza intelligente per farlo»

«Oh, adesso io...»

«Ehi!» mi intrometto io, bloccando appena in tempo lo scatto di Alan. «Avete finito, voi due, o vi devo cacciare fuori?»

Mio fratello inarca le sopracciglia, con un improvviso stupore che si fa largo sul suo viso. Mi guarda, il pugno ancora accanto all'orecchio, minaccioso, e che riabbassa con lentezza. «Lo stai proteggendo, per caso?»

«Io non proteggo proprio nessuno, e lo sai bene. Come sai che non voglio violenza di fronte a mio figlio»

Serra la mascella, i pugni, le parole in gola. Mi fissa, sospirando pesantemente. Guarda Aden, ancora attaccato al mio collo e la testa poggiata sulla spalla, poi guarda di nuovo me. Respira, chiude gli occhi come per calmarsi. Poi alza un braccio, punta la mano verso Sherlock, il palmo ben aperto e le dita distese verso il suo volto.

«Quell'uomo...» comincia, pesando bene le parole per non farmi male. «Quell'uomo ti ha fatto cadere in depressione»

Uno, due, tre... L'orologio torna a battere il silenzio. Uno, due, tre...

'O magari per l'esatto contrario'

«E tu non dici niente?»

Fisso i miei occhi in quelli di Alan, il tempo di due battiti, poi mi giro e li fisso in quelli di Sherlock. Che mi guarda senza capire, la fronte aggrottata in maniera impercettibile. Sembrerebbe quasi la sua espressione solita, accigliata, ma non per me. Non per chi riesce a cogliere bene le sue sfumature. E quella sfumatura mi dice che lui non sapeva nulla.

«Non ho niente da dire» rispondo con voce ferma, tornando a guardare Alan.

Uno, due... Alan sbuffa, esasperato, arrabbiato, deluso. Volta la testa ed esce dalla stanza, veloce. Evita il confronto e corre a nascondersi, corre a calmarsi, torna in corridoio e comincia a rimettersi le scarpe.

«Alan...»

«No, non ci provare» mi interrompe, alzando un dito verso l'alto, il capo chino verso il basso. «Se davvero la tua risposta è che non hai nulla da dire, allora non dire niente» Prende il capotto, la sciarpa, riafferra la sua cartella e apre la porta, uscendo sul pianerottolo senza nemmeno coprirsi. «Avvertimi, quando hai ritrovato il lume della ragione» mi dice, gelido come i suoi occhi.

«Alan, ti prego...»

Sbatte la porta, e con quel tonfo mozza le mie parole. Me ne resto qui, immobile, a guardare il legno e il pomello d'ottone. Trattengo a forza delle lacrime di non so cosa: tristezza, rabbia, delusione? Colpa?

Colpa, sì. Colpa, di sicuro. È la risposta più logica: alla fine, la colpa è mia.

«Tio Al

«Gli passerà» mormoro, voltandomi verso Aden, che mi fissa con i suoi occhioni blu, confuso. «Sai com'è fatto lo zio, no? È parecchio permaloso» Gli sorrido, con fare fintamente rassicurante. «Andrà tutto bene» Mi giro ed entro in cucina, avvicinandomi al seggiolone su cui faccio sedere mio figlio. «Che dici di fare merenda, ora?»

«'ogurt!» esclama lui, alzando le manine al cielo.

«Va bene, facciamo lo yogurt»

Mi giro verso il frigorifero, dal quale pesco un vasetto di yogurt magro, che poi apro e verso in un bicchiere di plastica.

"È parecchio permaloso"

Ripenso a quelle poche parole, che risorgono nella mia testa per quello che realmente sono: false. Una bugia che voglio raccontarmi per non trovarmi costretta a dire che, in realtà, Alan ha ragione. Ha ragione come sempre. Non dovrei proteggere Sherlock, non se lo merita. Non dovrei far finta che quello che ha fatto non sia grave. Perché lo è, estremamente, ed Alan ha ragione.

«Non sapevo che fossi caduta in depressione»

La sua voce mi fa sobbalzare, ma di poco. È strano, ma quasi mi sembra di essermi già abituata al fatto che lui sia qui, vivo. Nonostante abbia vissuto due anni con il peso della sua assenza, che non ha smesso neppure per un secondo di farsi sentire. Non si è mai alleggerito, è sempre rimasto lo stesso.

«Nel senso... Sapevo che stavi male, ma non... Fino a quel punto»

Rimango con lo sguardo abbassato sulle mie mani che continuano a sbucciare una mela rossa, divisa a metà. «Non era necessario che tu lo sapessi, tutto qui»

Taglio il frutto a pezzetti e poi li mescolo allo yogurt con un cucchiaino di gomma.

«Lo era, invece»

«Non abbastanza»

Sento Aden che scalcia, impaziente di mangiare. Quando mi giro, però, non lo trovo a guardare me e la sua merenda, ma Sherlock. Suo padre. Si scambiano una lunga ed intensa occhiata, come se potessero leggersi nel pensiero a vicenda, capirsi senza parlarsi. Le gambine sottili di Aden colpiscono l'aria, come se volessero correre da qualche parte, le mani posate sul vassoio bianco davanti a lui, lo sguardo corrucciato. Studia Sherlock con curiosità, nel tentativo di capire chi sia questo sconosciuto in casa sua, cosa voglia. E la stessa espressione si trova sul volto di Sherlock. Due sconosciuti che hanno più cose in comune di quanto pensino.

«Prendi, peste» Gli allungo il bicchiere, verso cui lui si volta in fretta, afferrandolo contento. «Come si dice?»

«Ghazzie...»

Gli lascio un bacio sulla fronte, sorridendo: uno dei tanti rituali della mia quotidianità. Rialzo lo sguardo, lo punto su Sherlock. Ma la sua attenzione è catturata da ben altro: tra le dita, sta stringendo un pezzo di carta riempito di frasi scritte a mano. Dalla mia mano. Lo riconosco subito.

«Lascia stare, non è importante»

Mi avvicino a lui e gli tolgo il foglio dalle mani, lo nascondo dentro la cartella poggiata sul tavolo che ne contiene altri dieci, venti, forse cento.

«Cos'è?»

«Una lettera che stavo scrivendo prima che tu arrivassi» Rimetto in ordine il tavolo, buttando tutte le penne all'interno del mio astuccio ordinato. Mi fermo, sospirando, e solo ora mi decido a dirglielo. «Era per te...»

«Cosa?»

«La lettera, Sherlock. Era... Era per te»

Torno a guardarlo, un secondo solo, sufficiente appena per notare il suo sopracciglio inarcato.

«Te ne ho scritte parecchie, in questi anni... Ogni due mesi, te ne portavo una e la posavo ai piedi della lapide, accanto ai fiori. Ti scrivevo di Aden, dei suoi progressi, le prime parole, i primi passi, i primi dentini... Cose di quel genere» Prendo in mano la cartella, mi metto ad osservarla. Mi sembra di vederla adesso per la prima volta. È azzurrognola, di carta spessa, con alcune righe tratteggiate sopra. «Pensavo che avrebbe potuto avvicinarti a lui, in qualche modo» La lascio cadere con un tonfo sul tavolo, vedendola per quello che ormai è diventata: un oggetto totalmente inutile, contenitore di tanta fatica sprecata. Alan ha ragione. «Che stupida che sono stata»

Passavo settimane intere a riempire le righe di quei fogli con tutte le informazioni che sarebbero entrate, di ogni nuova parola detta da Aden, biascicata nel suo linguaggio infantile che sa di poetico. Farlo mi faceva stare bene, era come uno sfogo. Scrivevo un sacco di bozze, prima di portargliele. Volevo che fossero perfette, come se credessi che lui le avrebbe lette sul serio. Ogni giorno, con una precisione che riservavo solo per i compiti in classe, per gli appunti. Fatica sprecata.

Mi aggrappo allo schienale di una sedia, mantengo lo sguardo fisso nel vuoto azzurro di quella cartella buttata sul tavolo, in cui sono rinchiuse tutte le parole che Sherlock avrebbe dovuto scrivere e non leggere, vivere e non sentirsi raccontare. Poi vedo qualcosa scivolare lungo la superficie del tavolo e fermarsi proprio accanto alla cartella. Vi sposto sopra agli occhi, e la prima cosa che vedo è la mano di Sherlock, poggiata sul quel qualcosa: lettere. Buste candide tenute insieme da un elastico logoro. Sono numerose e spesse, senza timbro, forse piene di fogli. Le riconosco: sono le mie.

«Hai ragione» mi dice, con voce lenta. «Sei stata una stupida a posarle davanti alla lapide, invece di sotterrarle. Le hai rese più facilmente recuperabili, senza che nemmeno te ne rendessi conto»

Alzo gli occhi verso di lui, e incontro il suo sorriso. Sorride, l'angolo della bocca tirato verso l'alto. Sorride, con quel fare derisorio che lo contraddistingue. Sorride. E quel sorriso mi ricorda, ancora una volta, che sì: lui è vivo. E che mi era mancato nonostante tutto.

«Perché lo hai fatto?»

«Cosa, leggere le lettere? Diciamo che ho solo voluto...»

«No, dico... Perché ti sei finto morto?» lo fermo, sottovoce. «Perché mi hai detto di essere Moriarty, di aver ucciso Amanda, di aver...»

«Non volevo che tu fossi uno dei bersagli»

Adesso è lui a fermarmi, a spiegarmi. Rimango immobile, la bocca appena aperta.

«Bersagli?»

«Aveva intenzione di uccidere delle persone che per me contavano qualcosa. Se mi fossi buttato dal Barts, la loro vita sarebbe stata in salvo. Volevo solo evitare che tu fossi tra quei bersagli» Sposta lo sguardo di nuovo sulle buste, infilandosi le mani in tasca. «Io e Mycroft sapevamo già che questo era il suo piano, ovviamente, e abbiamo agito in modo tale che io ne uscissi illeso senza che lui se ne rendesse conto. Ma...»

«Ma qualcosa è andato storto, perché ti sei finto morto comunque»

Sorride. Questa volta con entrambi i lati delle labbra, con tutta la bocca. Sorride, anche se non alza lo sguardo, e lo fa fieramente. Mi viene quasi da pensare che sia addirittura spontaneo.

«Vedo che la maternità non ha rallentato la tua capacità di giungere alle conclusioni giuste» dice, girandosi di nuovo verso di me.

E questa volta sorrido anche io. Torno ai miei sorrisi strani, sbuffati, che quasi avevo dimenticato essere parte di me. Mi giro, per non fargli vedere che quasi nulla è cambiato, e mi avvicino di nuovo ad Aden, che intanto ha finito di mangiare.

«Ho solo imparato a far funzionare entrambi i lati»

Prendo dal ripiano la scatola di plastica da cui sfilo una salvietta umida, che poi gli passo sulla bocca e sulle mani sporche. Gli sorrido e mi sorride anche lui. Mi ricordo che questo sorriso è uno dei pochi motivi per cui ho deciso di riprendere a camminare.

«È bello poter essere entrambe le cose, tutto qui»

«E... Ti piace?»

Mi giro verso Sherlock. «Cosa?»

«Essere... Tutto questo» risponde, allargando il braccio per indicare lo spazio attorno a sé. «Essere così... Ordinaria»

Mi stringo nelle spalle, abbassando gli occhi sul viso di Aden. «Non mi dispiace esserlo, a dirla tutta. Ho la mia vita, ora. Ho una routine che non mi stanca mai, per quanto banale possa sembrare a molti: l'università la mattina, il lavoro il pomeriggio, cena con Aden la sera. Sembra ripetitivo, ma...» Sorrido, sollevo di nuovo il capo, mi giro. «Ma io sono felice così. Non credo lo cambierei per nulla al mondo»

Sherlock annuisce, abbassa lo sguardo. Mi fa intendere di aver capito, con questo suo gesto tanto semplice, eppure... Sento che qualcosa non va. Lo sento, lo vedo, ma non me ne curo, come forse farei. O dovrei.

Prendo Aden in braccio ed esco dalla cucina passando di fianco a Sherlock, per poi avviarmi verso il salotto dove far giocare mio figlio.

'È incredibile come gli sia bastata appena una mezz'ora di sonno per riacquistare le energie...'

«Beh, allora...» comincia Sherlock, prima ancora che io abbia raggiunto la fine del corridoio. «Penso che sia per me il momento di andare»

Mi blocco in mezzo a fotografie e ricordi. Gli do le spalle, non lo guardo in faccia per un sacco di ragioni che mi colgono tutte insieme. Mi volto dopo un interminabile attimo di silenzio.

Lo guardo, inarco le sopracciglia. «Andare?»

«Perché rimanere?» fa lui, mettendosi le mani nelle tasche. «Ero solo venuto per dirti che sono vivo, e ora... Non ho nient'altro da aggiungere. Hai trovato la normalità che cercavi e non credo che valga la pena stravolgerla più di tanto»

Nonostante sia lontana da lui di qualche metro, posso benissimo leggere quello che ha negli occhi: biasimo. Che è esattamente l'ultima cosa che avrei mai voluto vedergli apparire sul viso. E c'è anche qualcos'altro, lì nascosto... Poco palese, ma inconfondibile: la delusione. Delusione per la scelta che ho fatto di non essere come lui.

Mi chino a terra e lascio andare Aden, sussurrandogli in un orecchio di andare a giocare. Lui corre col suo passo incerto e traballante, ed io lo guardo allontanarsi, rimanendo ancora piegata sulle ginocchia. Mi rialzo, nascondo il mio debole sorriso, mi sistemo dietro l'orecchio una ciocca di capelli sfuggiti dalla mia treccia. Incrocio le braccia, mi giro. Uno, due, tre passi. Mi mordo le labbra, sospiro. Sostengo lo sguardo di Sherlock per appena un secondo.

«Tu pensavi... Che ti avrei seguito a Londra?»

«Pensavo solo che non ci avresti riflettuto su due volte, se ti si fosse presentata l'occasione di fuggire» risponde lui, con tono calmo.

«Fuggire da cosa?»

«Da questo!» Fa un giro su sé stesso, indicando gli spazi della mia casa, di quello che sono ora. «Da questa vita così... Così...»

Cerca la parola, ma io sono più veloce di lui a trovarla. «Banale» dico, e non è una domanda.

«Chiamala come vuoi» replica tornando a guardarmi. «Banale, ordinaria, mediocre... Fa lo stesso. Sei questo, ormai» Indica di nuovo le fotografie con tutto il braccio, come se fosse una cosa troppo grande per un dito solo. «Ero sicuro che ti mancasse tutto il resto»

«Tutto il resto?»

Sorrido, buttando indietro la testa, facendola roteare fino ad appoggiarla su una spalla, gli occhi dispersi nel vuoto e che poi chiudo. Mi mordo il labbro, forte, come forte serro le labbra.

Uno, due, tre. Ho imparato a trattenere le lacrime di rabbia e farla andare via il più velocemente possibile.

«Sai cosa?» comincio, sciogliendo le braccia per battere le mani sulle gambe, in un gesto stizzito. «Io davvero, davvero speravo che quel "sono venuto a spiegarti" fosse il tuo modo per dirmi che avevi intenzione di prenderti le tue responsabilità e mettere a posto le cose, ma...» Mi blocco, lasciando scappare un amaro sospiro dalle mie labbra tirata in una smorfia infelicemente sorpresa. «Ma a quanto pare mi sbagliavo. Di nuovo» Inspiro, serrando forte la mascella. «Se pensi che la vita che mi sono scelta sia mediocre, allora vai: io non ti trattengo più. Ho smesso di rincorrerti tempo fa. Io ho un figlio da crescere e tu una carriera da portare avanti e non credo che potremmo mai far parte dello stesso mondo, noi due. Non così»

Volgo di nuovo la mia attenzione al salotto, e nello scorcio della porta vedo Aden giocare sul parquet, intento a picchiettare con una piccola bacchetta su uno xilofono dai colori vivaci. Ha lo sguardo concentrato, ascolta la musica con attenzione, studia l'effetto del suono. E nel guardarlo così, da questa prospettiva, con questa sensazione nel petto, in un'azione normalissima, capisco finalmente che il vero motivo di questa mia delusione arrabbiata non è tanto la pretesa di Sherlock quanto il fatto che io... Io ero pronta a passare sopra a tutto ancora una volta. A dimenticare la storia del suicidio, la finta morte, le bugie infinite. Lo avrei fatto per mio figlio, per dargli finalmente il padre che si merita di avere.

«Io non potrò mai essere il padre che vuoi per lui, Jane» mi legge nella mente, tirando fuori tutti i miei pensieri.

«Lo so» Mi giro verso di lui, incrociando le braccia, ancora una volta. «L'ho sempre saputo»

Ma mi rendo conto che non potrà mai essere possibile. Non è così che funziona con Sherlock Holmes, e lo sa anche lui.

Aspetta ancora qualche secondo, i suoi occhi nei miei a cercare un piccolo varco d'insicurezza, nella sua testarda convinzione di aver ritrovato la stessa persona che ha lasciato. Poi si gira, prima con la testa e poi con tutto il corpo. Afferra la maniglia e apre la porta, ma senza uscire.

«Potrai anche dire di essere felice, vivendo così, ma sono sicuro che ti mancherà tutto il resto»

«Non sperarci: non voglio che la vita di mio figlio sia come la tua» rispondo, fissandolo nei suoi movimenti fluidi e che mi sembrano più costruiti che mai. «Ho smesso di farmi influenzare la vita dal mondo degli altri»

Lui scuote la testa ed io lo sento sorridere. «Non è mai detto»

Si gira appena, quel ghigno sul volto con cui scompare, chiudendosi la porta alle spalle.

Mi lascia ferma a fissare questo vuoto che ha appena lasciato. Un vuoto che avevo imparato a riempire e che lui è tornato a scavare, a rendere più profondo. È tornato e ha messo più disordine di quanto aveva promesso di riordinare.

«Mamma, gioco!»

Mi giro verso sinistra, verso la porta alla fine del corridoio. Aden mi guarda, sorridente, mentre cerca di raggiungere un'enorme busta di carta poggiata sullo schienale del divano. Aggrotto la fronte e mi precipito da lui, che mi aspetta impaziente perché crede che lo aiuterò ad aprire il suo nuovo regalo. Se non fosse per il fatto che non ho la più pallida idea di cosa contenga.

Si fa da parte per lasciarmi più spazio ed io apro la busta in fretta. Dentro ci sono due oggetti impacchettati con della carta da regalo bianca: due rettangoli di dimensioni totalmente diverse tra loro. Tiro fuori quello più piccolo e lo studio con attenzione in ogni angolo, trovandovi poi una piccola scritta al margine. Quattro lettere scritte con un pennarello nero: "Aden".

«Mamma, gioco?»

Abbasso lo sguardo e incontro quello interrogativo di mio figlio. Mi siedo di fronte a lui, a gambe incrociate. «Non lo so, vogliamo vedere?»

Annuisce, entusiasta, e allora ci mettiamo a strappare la carta, un pezzo ciascuno. E quello che ne tiriamo fuori è un libro.

«"Le avventure di Pinocchio"?»

«Ttoria!» grida Aden, contento. «Leggi, leggi!» continua, iniziando a sfogliarlo velocemente mentre è ancora tra le mie mani. «Leggi ttoria!» Picchietta col palmo tutto aperto sulla prima pagina con delle parole che riesce a trovare. «Leggi ttoria

Ma le parole che crede le prime non sono l'inizio della fiaba. Per nulla.

"Ad Aden,
nella certezza che imparerà la lezione prima del protagonista.
-SH"

Passo le dita sopra all'inchiostro nero, lasciandole scivolare lungo il foglio ruvido. Aggrotto la fronte, mi rigiro di nuovo verso la busta, ancora posata sul divano, e all'altro pacchetto.

«Mamma, ttoria

«Sì, adesso la leggiamo»

Riprendo la busta e la poggio sulle mie gambe. Ne tiro fuori l'altro rettangolo, quello grande, e lo studio con più fretta e meno attenzione. Vi trovo poi, sul lato opposto a quello che tengo io, una scritta: stesso pennarello nero, stessa grafia pulita, stessa sensazione che non capisco a primo impatto.

"Esistono tante normalità, in questo mondo.
Tu quale scegli?"

Tolgo la carta, scoprendo una scatola di legno chiaro, particolare nella sua specificità, che riconosco subito e forse troppo tardi. La apro velocemente, e quello che contiene è proprio quello che temevo: una matrioska.

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