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{58° Capitolo}

[Spazio Autrice]

Prima che me lo chiediate, no, non sono morta, e sì, sono tornata. Con quasi due mesi di ritardo! Mio Dio, ho battuto il mio record personale (di cui, tra l'altro, non credo dovrei essere fiera, ma lasciamo stare eheh).

Come va, Sherlocked? Sono letteralmente sparita dalla circolazione per un periodo di tempo indecente (ho visto intere generazioni crescere e specie evolversi, nel frattempo), ma vi giuro che ho un motivo valido che possa giustificarmi. Sempre che la maturità imminente lo sia, non saprei. XD

In ogni caso... Questo è il nuovo capitolo. Mi dispiace di avervi fatto attendere così tanto, davvero, ma ho avuto un vero e proprio blocco, a causa soprattutto dei soliti ed inutili dubbi su come la storia sta andando avanti. Quindi il mio cervello ha deciso di scioperare e concentrarsi piuttosto su chimica e biologia, invece che sulla cosa più importante di tutte (SHERLOCK, PERDONAMI!).
Che, tra l'altro, mi sono resa conto che Sherlock fa così parte di me da riuscire addirittura a condizionare la mia vita.
*guardando il libro di chimica*
Tu ne sai qualcosa, vero?

Vi dico subito che questo sarà il penultimo capitolo prima del rientro in scena del nostro amato sociopatico (era mancato a tutti, sì). Quindi non disperate, ché questa tortura catastrofica è quasi finita, lo giuro. XD

Detto ciò, non indugiamo oltre: eccovi il capitolo cinquantotto! Spero tanto che vi piaccia (come spero di non far evolvere un'altra specie prima della pubblicazione del prossimo).

Nel mentre, mando a tutti voi un bacio e un abbraccio forte forte.

~Maddy❤

P.S. In ultimo, ma non per importanza, vorrei fare un annuncio grandioso... Il 20 ottobre abbiamo raggiunto le 100.000 visualizzazioni (che adesso sono 102.000, ma dettagli) e per me è uno dei traguardi più belli che mai mi sarei sognata di poter raggiungere. Vi ringrazio per ognuna di queste visualizzazioni, per ogni voto e commento e per tutta la pazienza infinita che mi riservate per ogni capitolo. Grazie a tutti, perché esistete e ci siete sempre. Grazie a tutti dal più profondo del mio cuore. Grazie. ❤

[Capitolo cinquantotto]

"Everyone has to find his own way,

and I'm sure things will work out okay.

I wish that was the truth..."

-James Arthur, "Safe Inside"


Londra, Inghilterra•10 Ottobre 2012

Per Alan Aldernis, la pioggia era da sempre stata l'unico elemento in grado di complicare in maniera assurdamente rilevante una situazione di qualsiasi tipo. E con quella, in particolare, la cosa non sarebbe stata affatto d'aiuto.

Il ragazzo guardava distrattamente le strade di Londra attraverso il finestrino di un bus di cui aveva già dimenticato il numero. Ogni centimetro di asfalto gli passava davanti agli occhi senza che lui nemmeno se ne accorgesse, perso com'era a valutare e rivalutare la propria scelta, la propria posizione.

Si chiese perché effettivamente avesse deciso di partire, quel pomeriggio. Cosa lo aveva spinto a prendere il treno e farsi più di tre ore di viaggio? Per quale fine?

Alzò gli occhi verso il piccolo schermo che annunciava l'imminente arrivo alla fermata di Kingsdale Road, quindi prese il proprio cappotto, posato sul sedile vuoto accanto a sé, e si alzò, avvicinandosi alle porte automatiche. Una volta arrivato, scese in fretta e continuò per il breve tratto di marciapiede bagnato che rimaneva, alla fine del quale girò a sinistra, proseguendo sempre dritto lungo Camdale Road, con la testa alta e nessun apparente smarrimento.

Anche se, in fondo, sapeva perfettamente che in parte non avrebbe dovuto essere lì. Che non era giusto che lui fosse lì. Perché quello era un gesto terribilmente ipocrita e falso, da parte sua, e lui lo sapeva. Ma aveva sentito lo stesso la necessità di farlo, di recarsi a Londra. Magari era stato quello a spingerlo a muoversi: trovare un modo di lavare la propria coscienza dalle sue colpe, sebbene lui, in realtà, non volesse per nulla ammetterlo. Sebbene lui avesse nascosto quella sua vera ragione con numerose altre scuse che, in parte, nemmeno ricordava più.

In prossimità dell'incrocio tra Camdale Road e Southland Road si trovava un piccolo cancello arrugginito, che Alan superò veloce, seguendo un sentiero di asfalto rosso che gli indicava la via. Dopo appena qualche metro, scartò a destra, verso il prato fradicio, e lasciandosi guidare dall'istinto che non lo aveva mai deluso, camminò con la stessa sicurezza di chi già conosceva la strada alla perfezione. Si guardava attorno, attento, cercando con gli occhi in mezzo ai pezzi di marmo e granito che spuntavano dal terreno, con la speranza di poter trovare quello giusto con soltanto un colpo d'occhio e grazie anche al suo sesto senso.

Jane non gli aveva mai descritto le caratteristiche che aveva, né tantomeno il luogo dove si trovava. Aveva sempre tenuto un religioso silenzio anche su quel fatto. E Alan, dopotutto, non aveva nemmeno mai provato a scoprirlo da solo, fino a quel momento.

Mentre continuava a girare la testa, il suo sguardo si posò su un piccolo spiazzo di prato, in mezzo al quale, isolata da tutte le altre, se ne stava una lapide nera che, nella sua semplicità, avrebbe potuto benissimo passare inosservata anche al più attento osservatore.

Alan si bloccò. Rimase a fissarla da lontano, quasi non fosse totalmente sicuro che fosse proprio quella giusta. Restò lì, diviso tra l'andare e il non farlo, per forse appena qualche secondo. Poi, a passo lento e incerto, si avvicinò, camminando sull'erba bagnata, fino a quando non fu in grado di leggere le parole dorate incise sul granito, che sembravano brillare di luce propria, spiccando in mezzo al buio di quella giornata uggiosa.

"Sherlock Holmes
06 Gennaio 1984 - 04 Maggio 2012"

Rimase immobile, gli occhi fissi davanti a sé, su quella lapide a cui si era convinto di dover fare un discorso. A cui doveva spiegare i motivi del suo atteggiamento sempre storto, mai corretto, dei suoi pregiudizi e le sue sentenze, e soprattutto... A cui poter chiedere spiegazioni. Voleva capire, trovare delle risposte. Voleva sciogliere i mille dubbi che nessuno poteva, o voleva, tentare di risolvere. Voleva capire, ma poteva riuscirci solo agendo da solo.

«Lei non sarebbe d'accordo» esordì, alla fine, la voce più ferma di quanto si sarebbe effettivamente aspettato e con una naturalezza tale da farlo immedesimare fin da subito in una conversazione vera e propria. «E avrebbe anche le sue buone ragioni per non esserlo. Credo che non lo considererebbe un gesto totalmente sincero da parte mia. Immagino sia anche per questo che non mi ha voluto al tuo funerale: sapeva che la mia presenza sarebbe stata solo di circostanza e non per un vero e proprio sentimento di dispiacere»

Fece una pausa, piuttosto lunga per un discorso appena iniziato, ma forse troppo breve affinché Alan potesse trovare le parole giuste per continuare.

«E, sai, il problema è che non riesco proprio a capire perché. Come non capisco perché non voglia più parlarmi, perché non voglia più confidarsi, perché pensi che i miei tentativi di aiutarla abbiano come unica ragione il fatto che non credo che sia capace di farcela da sola» disse, con un leggero tono infastidito. «E a dirla tutta, non capisco neppure perché mi trovi qui, adesso, né cosa mi abbia spinto a venire. Forse volevo solo provare. Provare a parlarti, provare a capire. Anche per poter trovare un modo per salvare il mio rapporto con Jane che sta crollando a pezzi... Come lei»

Prese un respiro profondo, prima di continuare, e affondò le mani nelle tasche, con l'intenzione di apparire più sicuro e meno stanco di quanto realmente fosse. Abbassò gli occhi, mettendosi a fissare la punta delle sue Converse, ciondolando come un bimbo incerto.

«Penso che questo sia il solo, vero motivo per cui mi sono convinto a venire. Insomma... Non è che sia proprio venuto di mia totale e spontanea volontà, ma allo stesso tempo nessuno mi ha obbligato a farlo. Però immagino comunque che non mi sarei mai preso la briga di venire se non fosse per... Quello che ho visto. E quello che ho visto è semplicemente qualcosa che mi disorienta e mi fa male. Soprattutto perché lo vedo tutti i giorni. Vedo una Jane totalmente diversa dalla persona che conoscevo, sempre fedele a sé stessa. Giorno dopo giorno, sono costretto a vedere un pezzo di lei cadere e frantumarsi, trasformandola in qualcuno che... Che semplicemente non è Jane»

Una parte di sé non voleva nemmeno continuare quel discorso, forse perché credeva che ulteriori spiegazioni o dettagli sarebbero stati inutili, se detti ad una tomba. Ma l'altra... Voleva solo urlare. Urlare ed esorcizzare il dolore che tutta quella situazione gli stava arrecando. Urlare, magari per riuscire a farsi sentire. Urlare, per avere la certezza che almeno qualcuno lo avrebbe ascoltato.

«E più vado avanti, più tento di capire, e più lei mi parla di te» riprese, col tono di una cantilena. «E io non... Non capisco perché. Tu sei la causa di tutto il suo dolore, e non capisco perché lei...»

Troncò a metà la frase, inciampando nei propri pensieri e nelle frasi fatte che voleva a tutti i costi evitare. Ai concetti già detti e alle parole scontate. Alzò di scatto la testa, aspettandosi di trovare il volto impassibile di Sherlock Holmes a fissarlo con aria di sufficienza, con l'espressione di chi, come al solito, aveva già capito tutto. Ma l'unica cosa che gli si parava davanti agli occhi era la lapide nera, umida di pioggia, scintillante nella sua tristezza.

«Perché si ostini a proteggerti» concluse, modulando la voce in un decrescendo che non fece altro che aumentare la malinconica stranezza di quel momento.

Alan deglutì, distogliendo lo sguardo dalle lettere dorate per farlo vagare senza un obiettivo nell'ambiente circostante, sebbene esso, alla fine, apparisse ugualmente come una serie di linee e sfumature sfocate ai suoi occhi. In un attimo, le immagini di un'infanzia passata insieme si susseguirono davanti allo sguardo di Alan, scorrendo come una pellicola nell'aria, il cielo grigio come sfondo. Nel rivederle, nel ricordare quella bambina sorridente, il ragazzo provò una fitta di nostalgia alla gola che, come un fuoco, gli si propagò fin nello stomaco. Perché quello che vedeva non era una semplice ragazzina con i capelli legati e il sorriso perennemente sul volto. Quello che vedeva era l'unica persona in grado di leggere i suoi silenzi e di consigliarlo nelle più piccole cose. Una figura che aveva perso d'improvviso le proprie forme nel buio del tempo e della crescita, rimodellandosi fino a diventare qualcuno che, invece, aveva pieno bisogno di essere consigliata e capita.

Ma lui non ci riusciva. Era quella la cosa che lo turbava di più: non essere in grado di ripagare tutto quello che Jane aveva fatto per lui nel corso di una vita intera.

«Perché non puoi semplicemente lasciarla vivere in pace?»

Una solitaria goccia di pioggia cadde dal cielo, esplodendo come una granata non appena entrò in contatto con la superficie liscia della lapide nera. Nello stesso, esatto momento, dentro di Alan qualcosa era esploso allo stesso modo. Lui nemmeno se ne accorse, a dire il vero, preso come era dal ricordo della Jane spensierata che aveva accompagnato la sua esistenza. Un ricordo fatto di vetro ormai crepato che perdeva lentamente i propri pezzi, colpito da una mano invisibile di cui Alan, però, conosceva ugualmente il nome. Quel nome che gli si parava minaccioso davanti, lucente, quasi a sottolineare il fatto che lui, nonostante tutto, continuava ad essere perennemente presente.

«Perché non smetti di perseguitarla, perché continui ad accanirti contro di lei?» Alzò gli occhi, ora furenti, pieni di una rabbia che non era per nulla stato in grado di contenere. «Perché non smetti di farle del male?»

D'improvviso, si sentì come se qualcosa lo avesse appena bloccato. Come se davanti a sé si fosse eretto un muro invisibile, tenuto in piedi da un odio che non sarebbe mai riuscito a spegnere. E quel muro si era concretizzato in quella frase, detta col tono di una sentenza, con una voce tanto fredda che stentò a credere fosse sua. Soprattutto perché... Perché l'indifferenza non era lo stato d'animo che voleva lasciar trasparire. Lui era furioso, confuso, deluso. Pieno di pensieri che mettevano in dubbio le sue scelte, le sue certezze.

«Dio santo, Holmes, non ne hai avuto abbastanza?!» gridò, in modo tanto improvviso quanto forte. «Non ti è bastato spezzarle il cuore?!»

Era quello il sentimento che Alan avrebbe voluto mostrare: odio amaro misto ad un disgusto che gli faceva venire voglia di vomitare. Perché per colpa di una sola persona, del suo atteggiamento e le sue pessime decisioni, lui aveva perso Jane, che se n'era andata da qualche parte, lontano, e Dio solo sapeva quando o se sarebbe mai tornata.

«Perché devi continuare in questo modo? L'hai lasciata da sola, incinta, a combattere un dolore più forte di lei, e tutto perché dovevi soddisfare i tuoi capricci da bastardo egoista quale sei. E il fatto che ti sia ucciso ne è la prova!»

La pioggia si faceva lentamente più forte, cadendo a grandi gocce sul prato, scivolando lungo le spalle del cappotto di Alan. Lui, invece, prendeva lunghi respiri, catturando l'aria come se credesse che non gli sarebbe bastata.

«Se sei ancora in tempo per mettere a posto le cose, fallo!» tuonò, con la stessa intensità che si sarebbe sentita in un temporale vero. «Fallo, per l'amor del Cielo! Smettila di tormentare mia sorella con il tuo ricordo!»

Qualcosa, all'interno della sua testa, gli fece per poco intendere il vero motivo per cui si fosse recato là, ma l'idea gli apparve tanto assurda che la lasciò cadere immediatamente, voltandole le spalle senza nemmeno prendersi il tempo di valutarla almeno superficialmente. E quell'idea era che, forse, Alan stava solo cercando qualcuno da incolpare. Qualcuno da mettere sul banco degli imputati e su cui sfogare tutta la propria frustrazione per quello che stava accadendo a Jane. Mai e poi mai avrebbe potuto dire che la colpa era di sua sorella: nessuno poteva volersi tanto male da scegliere di ridursi in quel modo. O, molto più semplicemente, voleva difenderla e non accusarla di qualcosa di cui non poteva essere del tutto colpevole. E a forza di ripeterselo, si era ridotto a credere a fantasmi tormentatori e maligni, il cui unico scopo era di continuare ad invadere le menti dei mortali.

«Bah, al diavolo!» gridò, dopo aver inutilmente aspettato una risposta, pur sapendo che non sarebbe mai arrivata. «Tutto questo è inutile. So bene che, anche se potessi, non faresti nulla per rimettere a posto le cose»

Ma cosa sperava? Che pretendere di parlare con lui tramite una lapide avrebbe risolto tutto? Che Jane lo avrebbe perdonato, se le avesse dimostrato che era in grado di andare a trovarlo senza alcun intento ostile?

Si diede dello stupido. Se lo disse più e più volte, con le gocce di pioggia che scandivano ogni ripetizione. Sapeva che non sarebbe mai stato in grado di vederlo in un modo diverso da quello che già aveva. Nemmeno per Jane.

Lanciò alla tomba un'ultima occhiata fulminante e scosse la testa. «Non meriti la mia comprensione, Holmes. Non sarei mai dovuto venire qui»

Si voltò, pronto ad allontanarsi, riprendere il bus e tornarsene alla stazione, a Nottingham. Anche se, in fondo, si sentiva vuoto, come un soldato che non aveva portato a termine la missione, che aveva perso il suo tempo. Ma non fu in grado di compiere nemmeno un passo verso l'uscita, perché una scossa gelida lo paralizzò da capo a piedi, quando il suo sguardo incontrò quello di John Watson, immobile davanti a lui.

I due si fissarono, sotto la pioggia lieve che creava una sorta di gabbia tra loro, sottile eppure insuperabile. Si fissarono a lungo, fermi nelle loro espressioni impassibili e illeggibili, uno davanti all'altro come due guerrieri pronti allo scontro imminente.

Alan, però, avrebbe tanto voluto scappare. Avrebbe voluto correre via, a testa bassa, spinto dalla sensazione di imbarazzo che gli congelava la schiena e gli mandava la testa in fiamme. Credette che sarebbero rimasti lì per sempre, a fissarsi, con lo sguardo che tradiva sentimenti differenti e differenti intenzioni.

Ma, alla fine, il ragazzo prese coraggio e schiuse appena le labbra, pronto a far vibrare le corde vocali anche se senza volerlo fino in fondo.

«No, non dire nulla» lo fermò John, con un gesto della mano. «So già di cosa si tratterà. Non c'è bisogno che ti scusi»

Alan, a quel punto, richiuse la bocca e abbassò lo sguardo, deglutendo per mandare giù ogni scusa banale che aveva preparato per discolparsi. Iniziò ad osservare le proprie scarpe, affondate trai fili d'erba zuppi di pioggia che ne bagnavano la tela, l'espressione di un penitente senza che nessuno lo avesse neppure condannato. John lo superò, passandogli di fianco per raggiungere i piedi della tomba, dove si inginocchiò.

«È capace di essere stressante anche da morto, non trovi?» ridacchiò, in maniera quasi forzata, mentre sistemava con una cura commovente alcune primule.

«Mi dispiace, John...» mormorò Alan, preda del più profondo senso di colpa, con una voce quasi inudibile.

«Che ci vuoi fare? Non smetterà mai di essere sé stesso» Il dottore si rialzò, senza staccare gli occhi di dosso alla lapide, l'aria pensierosa sul volto stanco. «Come mai sei qui?»

Il ragazzo riuscì finalmente a sollevare il capo, che poi voltò verso sinistra per poter meglio osservare il profilo del medico accanto a sé. Non durò molto, però: il senso di colpa e il bruciante imbarazzo lo facevano sentire male anche per quello.

«Avevo bisogno di risposte...»

«E ne hai trovate?»

Per un secondo, il ragazzo ebbe l'impressione che quella domanda fosse stata fatta più per giudizio che per semplice informazione. Come se John lo stesse accusando di aver effettivamente compiuto un gesto estremamente stupido: pretendere di ricevere delle risposte da una tomba, prendersela con un blocco freddo che non avrebbe mai potuto dargli la soluzione che cercava.

«No...» ammise, piegando di nuovo la testa verso il terreno.

Quasi si aspettava che John gli rispondesse con un "Immaginavo" traboccante di sarcasmo sprezzante. Ma lui non lo fece. Non disse una sola parola. Annuì e basta, con fare addirittura comprensivo, come se non biasimasse affatto Alan. Per nulla.

«Come suo solito» disse, infatti, con un sorrisetto divertito. «Non dice mai niente fino a quando non lo decide lui»

Alan sollevò appena un angolo della bocca, nel tentativo mal riuscito di unirsi goffamente a quella risata. Non rispose. Si fermò a pensare, invece, stupendosi di quel tono che John aveva usato, ancora pieno di ingenua speranza ma, allo stesso tempo, invaso ormai da una disillusa rassegnazione. Non rispose, perché in parte si sentiva totalmente incapace di farlo.

Entrambi, quindi, rimasero in silenzio, immobili, uno davanti alla tomba e l'altro a darle le spalle, pieni di parole non dette e imbarazzate di cui, segretamente, non volevano far altro che liberarsi. Pieni di paura, pieni di tristezza, anche se per motivi differenti. Pieni di rabbia non ancora scemata nei confronti della stessa persona. Stesso sentimento ma diversa causa, che frapponeva tra loro un abisso insuperabile.

«Sei qui per Jane, vero?»

Alan strinse forte i pugni, come per afferrare la risposta a quella domanda nelle cavità più profonde del proprio petto e tirarla fuori a forza. Perché sì, era lì soprattutto per Jane. Per avvicinarsi ai suoi sentimenti, alle sue scelte, ai suoi stati d'animo. Era lì per lei, e se lo era sempre detto, fin dal primo istante. Ma più tempo spendeva in quel luogo e più sentiva che, in realtà, c'era anche qualcos'altro. Come se... Come se l'idea di recarsi a Londra, di farsi ore e ore di viaggio fino al cimitero, non fosse stato altro che il suo ennesimo gesto egoista. E lui non voleva che fosse così. Non poteva ammettere che la sua presenza fosse solo per tentare di raggiungere una sorta di redenzione che avrebbe pulito la sua anima da una macchia che credeva di dover in tutti i modi sciacquare via.

Per questo annuì, a testa bassa. Non lasciò uscire neppure il più flebile suono dalla sua bocca dal sapore ancora amaro. Forse, credeva che un sincero e schietto assenso lo avrebbe reso più sicuro di quello che era davvero.

«Come sta?»

«Bene» rispose subito, senza pensarci troppo su. Ma non appena ebbe riflettuto un poco sul vero significato di quella semplice parola, trasse un profondo sospiro. «No, ma che dico... Male. Sta tanto male, ovviamente»

«Ancora non è riuscita a riprendersi?»

«Sai com'è fatta, no? Rifiuta l'aiuto di tutti» Alan scosse la testa, come per accentuare di più tutto il suo disaccordo e la sua frustrazione. «E poi, con questa storia che vuole dare il bambino in adozione...»

«Oh, sì, me lo ha detto» annuì John, senza voltarsi a guardarlo. «Mi ha fatto anche sapere che tu e tua madre non siete d'accordo»

«Perché, tu sì?»

John si strinse nelle spalle, con semplicità, infilò le mani nelle tasche e alzò lo sguardo verso il cielo. «È una sua decisione. Riconosco che sia pessima, ma di certo non posso costringerla a farsi carico di un bambino quando meno se la sente» Fece una breve pausa, durante la quale rimase tanto immobile da far quasi credere ad Alan che il tempo si fosse congelato. «Chissà... Magari cambierà idea all'ultimo momento»

«Ne dubito...» borbottò l'altro, a voce bassa. «Quando Jane si mette in testa una cosa, non molla fino a quando non la raggiunge»

«Beh, è una ragazza determinata»

«Sì, ma non potrà rimanere per sempre così!»

La pioggia cessò. In un solo momento, le gocce smisero di cadere dal cielo, bloccando l'arrivo del temporale, di altri fulmini e altri tuoni. L'aria attorno a quel piccolo spiazzo di terra si addensò, diventando quasi irrespirabile.

«Deve capire prima o poi che ci sono altre verità, oltre alla sua»

«O oltre alla tua, se è per questo»

Alan rivolse il proprio sguardo, pieno di confuso stupore, verso John che, invece, continuava imperterrito a fissare il cielo, come se stesse cercando qualcosa.

«Come?»

«Anche tu rimani incatenato alle tue convinzioni: il fatto che sia venuto qui senza riuscire a risolvere nulla ne è la prova»

«E questo che c'entra?»

«C'entra eccome, invece. Ti sei ridotto a dare la colpa ad una lapide, piuttosto che risolvere seriamente il problema»

«La colpa è davvero sua!» gridò Alan, voltandosi con tutto il corpo verso John, l'indice puntato contro le lettere dorate sulla lastra di granito.

John si girò a sua volta, di scatto. «E pensi che dicendoglielo riuscirai a rimettere a posto le cose, per caso?!» urlò di rimando, la voce potente di un tuono che non c'era mai stato.

Alan schiuse le labbra, pronto a ribattere, ma il dottore fu molto più veloce di lui a riprendere la parola.

«Ascolta: so come funziona il tuo modo di pensare, Alan, perché è identico a quello di tutte le persone che ho incontrato dopo la sua morte» continuò, accennando con il capo alla lapide. «E posso dirti con certezza che almeno Jane ha portato avanti delle motivazioni valide per il suo comportamento»

«Anche io ho delle motivazioni valide!»

«Sì, ed è proprio questo il problema, sai? Sei tanto convinto che le tue argomentazioni siano assolute che non ti sforzi nemmeno per cercare di capire le sue»

«Ci ho provato, John!»

«E come? Urlandole contro che non vale la pena continuare a star male per Sherlock, che tanto è una perdita di tempo? Facendola sentire come se non abbia fatto altro che sbagliare decisioni, che continua a sbagliare decisioni? Facendole pensare che non credete che sia in grado di scegliere ciò che è il meglio per sé stessa?»

Fu il silenzio a seguire quelle parole. Un silenzio lungo che riuscì a portare un po' di respiro, nonostante l'aria soffocante, ai due combattenti, intenti in una lotta ideologica estremamente cruenta tra due menti tanto diverse.

«Hai idea di quanto possa essere devastante vedersi morire davanti agli occhi una delle persone a cui si tiene di più? Essere lì e sentirsi totalmente impotenti?»

Alan non lo sapeva, e probabilmente non lo avrebbe mai saputo.

John, al contrario, sì. E non appena si ricordò di quell'orrenda sensazione provata, sentì un vuoto allo stomaco che gliela fece rivivere. Una ferita mai rimarginata che aveva ripreso a sanguinare. E lui, ancora una volta, dopo mesi interi, si ritrovò a chiedersi perché tutto quello era dovuto capitare proprio a lui. Perché Sherlock si era ucciso davanti ai suoi occhi. Perché aveva scelto proprio lui come testimone, come custode del suo biglietto?

Tutte le notti, a John capitava di sentire le ultime parole del suo amico rimbombare nel silenzio della sua stanza, prendendo una forma chiara e accecante perfino nel buio. E, tutte le notti, lui tentava di ignorarle. Ignorare quel pianto così atipico nel suo tono, quella confessione così assurda a cui non aveva mai dato credito. Ignorare tutto, forse per proteggere la verità che conosceva e a cui aveva sempre creduto, l'unica alla quale era sicuro di potersi aggrappare e che, come Alan faceva con la sua, non avrebbe mai abbandonato.

Si girò di nuovo verso la lapide, abbassò la testa e chiuse gli occhi. «Per come è fatta, non mi stupirei se si desse una parte della colpa per la sua morte»

Quelle parole uscirono dalle sue labbra senza che lui se ne rendesse conto. Ma John ci aveva pensato tante di quelle volte... E tante di quelle volte si era ritrovato a darsi la stessa risposta: sì, Jane si sentiva in colpa. Come lui, del resto. Come lui ogni volta che analizzava ogni possibile alternativa a come i fatti si erano realmente svolti.

E se fosse entrato in ospedale, invece di dar retta a Sherlock? Sarebbe stato abbastanza veloce per fermarlo? Lo avrebbe raggiunto prima che si buttasse? E se non avesse risposto alla telefonata, a chi avrebbe lasciato il suo messaggio? A Jane, a Mycroft? O non avrebbe detto nulla a nessuno?

Ma soprattutto... C'era un'alternativa a tutto quello che era accaduto? Al suicidio, le diffamazioni... Sherlock sapeva che avrebbe avuto la possibilità di combatterle in altro modo, o il suo gesto era stato disperato quanto impulsivo?

«Lo... Lo credi davvero?»

John alzò il capo e lo girò verso sinistra, lentamente, incontrando così gli occhi confusi, devastati e stupefatti di Alan. E alla fine, nel guardarli, capì che il ragazzo era soltanto... Preoccupato. Preoccupato per la sorella, per la sua sicurezza, per la sua felicità. Senza rendersi conto, magari, che Jane aveva già trovato la sua personale strada per essere felice. Una strada che si era vista crollare davanti agli occhi in un solo giorno, con un solo gesto, in un solo modo. Una strada che, in fin dei conti, era appartenuta anche a lui.

«Credi davvero che lei si dia la colpa per quanto accaduto?»

John distolse lo sguardo e storse le labbra, in un'espressione pensierosa. «Immagino che si senta come se avesse lasciato qualcosa in sospeso» spiegò con distacco, meravigliandosi del fatto che conoscesse meglio Jane e le sue emozioni in merito alla morte di Sherlock di quanto facesse Alan.

«E perché?»

«Mi ha detto che, prima di morire, Sherlock le aveva telefonato per chiederle di rimettere a posto le cose, ma lei aveva rifiutato»

«Rimettere a posto le cose?»

«Non ha mai voluto dirmi di cosa si trattasse. Forse era solo un altro dei loro battibecchi» John si fermò un attimo, lo sguardo ormai perso nella vastità della propria memoria. «Quei due litigavano di continuo, sai? La maggior parte delle volte non riuscivano a portare avanti una conversazione senza finire coll'insultarsi a vicenda» Sorrise, anche se solo a metà, con un angolo della bocca rivolto verso l'alto. «Erano una forza della natura, insieme. Non mi era mai capitato di vedere Sherlock tanto preso da qualcuno»

«Davvero?» fece Alan, lasciandosi sfuggire un inconscio sorrisetto sinceramente divertito.

«Oh, sì!» esclamò il dottore, ridacchiando. «Voglio dire... Lui non chiedeva mai aiuto a nessuno, oltre a me, Molly o Lestrade, e non era per nulla propenso ad avvicinarsi a persone nuove, ma... Non so, con Jane era diverso. E la cosa mi piaceva, perché credevo che... Che magari lui avrebbe cambiato idea su parecchie cose, grazie a lei»

Nel ricordare, pensare, valutare, John fece a poco a poco scomparire il proprio sorriso, fino ad assumere di nuovo l'espressione neutra e rassegnata che ormai indossava ogni giorno, come una maschera di gesso.

«Certe volte penso che se solo avesse saputo prima del bambino... Magari avrebbe deciso di non suicidarsi»

«Tu credi?»

«Mi piace pensarla come una possibile alternativa a come sono andate a finire le cose»

Tra i due cadde il silenzio, ancora una volta. Ma non era più imbarazzato o per assenza di parole. Ad Alan servì per riflettere su quanto gli era appena stato detto.

Era sicuro di aver già sentito quelle parole, da qualche parte. Di averle lette, o forse di averle solo capite. Di averle viste negli occhi di qualcuno. Di Jane, forse. E lui lo sapeva, ma non voleva ammetterlo. Sebbene sapesse di non poter più fingere a lungo, che prima o poi avrebbe dovuto accettarlo, lui non voleva. Farlo avrebbe significato ammettere che sua sorella... Che Jane...

«Perché credi che si sia innamorata proprio di lui?»

John alzò un angolo della bocca, perché per tutto il tempo non aveva fatto altro che aspettare quella domanda. Non alzò gli occhi, non chinò il capo. Non chiese spiegazioni, perché sapeva benissimo il chi e il perché a cui Alan si riferiva.

«Sei fidanzato?»

«Cosa?» fece l'altro, visibilmente confuso.

«Ti ho chiesto se sei fidanzato»

Con la coda dell'occhio, il dottore poté benissimo notare Alan corrugare la fronte, incapace di cogliere lo scopo di quella domanda.

«Ehm, sì, da quasi un anno» rispose, infine. «Perché me lo...»

«E per quale motivo ti sei innamorato proprio della tua ragazza?»

«Beh, perché...»

Alan sapeva cosa rispondere. O almeno credeva di esserlo. Ne era convito. Eppure, in quel momento, si ritrovò totalmente a corto di parole. Si ritrovò a pensare a Georgia, la sua ragazza, forse per trovare qualche spunto. E per la prima volta si chiese che cosa lo avesse colpito di lei, se gli occhi o i capelli, se il carattere o l'intelligenza. Se magari era stata semplicemente l'unione di tutte quelle caratteristiche che la rendevano unica ad averlo fatto innamorare. Non lo sapeva. Non lì, non in quel momento. Tutto quello di cui era assolutamente e inesorabilmente certo era che lui amava Georgia semplicemente perché... Perché era Georgia.

«Non lo so...» finì col rispondere, senza volerlo. «La amo perché è lei. Perché è speciale ed è capace di far sentire speciale anche me»

John sorrise, questa volta più ampiamente. «Sono certo che, se lo chiedessi a Jane...» disse, voltandosi verso di lui. «Ti risponderebbe la stessa cosa»

«Ma... Perché lui?» insisté Alan. «Voglio dire... Io ricordo come me ne parlava, all'inizio, e non ne aveva avuto per nulla una bella impressione»

«Nessuno ha mai avuto una buona prima impressione di Sherlock» replicò il medico, stringendosi nelle spalle. «Diciamo che non era il suo forte»

«Ma lei...»

«Ascolta» lo fermò John, questa volta girandosi con tutto il busto verso sinistra. «Qui la questione non è perché Jane si sia innamorata di Sherlock, ma piuttosto se lei se ne sia pentita»

I due si guardarono dritto negli occhi per appena qualche secondo. Poi Alan aggrottò di nuovo la fronte, confuso più che mai.

«Che vuoi dire?»

«Invece di porle domande fastidiose sui motivi per cui si è innamorata di una persona come Sherlock, dovresti provare a chiederle se è felice di quello che ha vissuto» disse John, risoluto. «Perché io lo sono. Il finale è stato deludente, lo ammetto, ma non cambierei mai nulla della mia amicizia con Sherlock»

Un soffio di vento gelido attraversò il corpo di Alan, fino a diffondersi in ogni centimetro delle sue ossa. E con una nuova, assordante esplosione nella propria testa, il ragazzo finalmente capì qual era il punto in cui aveva sempre sbagliato. Aveva commesso un errore tanto banale che non aveva fatto latro che ignorare, per mancanza di attenzione oppure di voglia. Non ne sapeva il motivo, e farlo non era più nelle sue priorità.

«Ah, accidenti...» borbottò John, guardandosi di sfuggita l'orologio da polso, e il suono della sua voce riportò Alan alla realtà. «Il mio turno in ambulatorio comincia tra quaranta minuti. Forse è meglio che vada» Si chinò di nuovo per sistemare meglio i fiori, si rialzò e, voltandosi, rivolse un cenno di saluto ad Alan. «Chiedi a Jane quella cosa, quando torni a casa» aggiunse. «Potrebbe risolverti più problemi di quanto credi»

Si avviò in fretta verso l'uscita, senza neanche aspettare che l'altro ricambiasse il saluto. Ma Alan parlò di nuovo, sebbene per dire quello che il dottore non si sarebbe aspettato.

«E se non dovesse piacermi la risposta?»

John si bloccò sui propri passi, attese qualche secondo e poi si voltò di nuovo, ritrovandosi Alan a fronteggiarlo ad appena qualche metro di distanza da lui. «Quale risposta non dovrebbe piacerti?»

Il ragazzo non rispose. Non ce la fece. Perché qualunque sarebbe stata la risposta, positiva o negativa, ad Alan non sarebbe andata bene. In nessun caso.

John lo capì al volo. Capì qual era la cosa che più preoccupava Alan e, per quanto lo trovasse egoista, in parte lo comprese. Lo trovò logico, in fin dei conti.

«Senti, Al...» iniziò, abbassando lo sguardo per un secondo solo e muovendosi appena col busto in avanti. «So che è difficile, ma... Penso che sia arrivato il momento di lasciarla andare» Fece una pausa, tanto breve quanto necessaria. «Jane è grande, ormai»

«Ma io...» tentò di imporsi l'altro, bloccandosi subito, preda di uno sconforto e un'atroce consapevolezza. «Non posso. Non ci riesco»

«Devi farlo»

«Ma è mia sorella, John!» protestò Alan, alzando la voce. «Ho assistito a praticamente ogni tappa della sua vita, le sono stato vicino nei suoi momenti di crisi e di confusione. E il fatto che adesso non ne sia capace...» Un sospiro involontario gli mozzò improvvisamente il respiro. Si morse il labbro con forza, rimandandosi le parole in gola, forse per evitare di ribadire un concetto già conosciuto. Deglutì, abbassando lo sguardo. «Lei... Lei è la mia piccola Einstein...»

«Lo è ancora, Alan» rispose John, con un sorriso. «Ma devi permetterle di fare le sue scoperte, di essere felice anche con qualcun altro senza farla sentire per forza in errore. Accetta il fatto che sia grande. Ne avrete bisogno entrambi»

Gli sorrise. In un certo senso, credeva che così facendo gli sarebbe giunto un segnale positivo per fargli intendere che andava bene. Che ammetterlo sarebbe stato giusto e che nulla sarebbe davvero cambiato, tra lui e Jane. Che farlo sarebbe stata la scelta migliore, la più opportuna, per entrambi.

E allora anche Alan sorrise, perché aveva già capito ogni parola non detta da John. Le aveva lette nei suoi occhi, cogliendole e, alla fine, accogliendole. Sorrise, perché sapeva che sarebbe andata bene.

«Grazie, John» mormorò, con voce tanto flebile da fargli pensare che il dottore non lo avesse sentito.

Ma quello, per tutta risposta, gli fece un cenno col capo, si girò e riprese a camminare, senza spendere tempo in ulteriori parole inutili.

Alan rimase da solo, davanti ad una tomba a cui non aveva fatto altro che voltare le spalle. Ma non in quel momento. Non più.

«Sai, Holmes...» cominciò, girandosi verso la lapide con decisa lentezza. «Il tuo amico ha ragione. Lui e Jane l'hanno sempre avuta. Ero io quello in torto, e...» Si fermò, una volta per un secondo solo. «Sì, insomma... Mi dispiace di averlo capito soltanto adesso»

Inspirò, trattenendo l'aria nei polmoni per più tempo del necessario. Poi la lasciò andare, lentamente, sentendo come se ogni tipo di impurità stesse uscendo attraverso le sue labbra.

«La verità è che tu non mi sei mai andato a genio per i motivi sbagliati. Non ho fatto altro che vederti sin dal primo istante come una minaccia. Soprattutto perché... Perché avevo paura che tu saresti stato la persona che mi avrebbe portato via Jane, che l'avrebbe protetta al posto mio. E la cosa, per qualche motivo assurdo ed inspiegabile, non mi stava per nulla bene.
«All'inizio, credevo che la tua presenza potesse essere, visto il tuo stile di vita, causa di pericolo per l'esistenza di una delle persone più care che mi rimangono. Ma più lei si avvicinava a te, più io riprendevo ad odiarti e a preoccuparmi a causa della tua pericolosità, quando in realtà... Tu le hai salvato la vita. E non intendo solo il fatto che, se non fosse stato per te, Jane sarebbe ancora in quella bara sottoterra, con l'aggiunta di una lapide con su inciso il suo nome... Ma anche per tutto il resto. E adesso soltanto capisco perché le piacevi tanto, perché ti seguiva sempre senza alcuna esitazione, perché non fa altro che proteggerti davanti a tutto e tutti. È perché tu la rendevi... Felice. Ed io... Io sono stato uno stupido a non capirlo prima. Lei, insieme a te, era felice. Ed io dovrei solo ringraziarti per essere riuscito a rendere Jane la persona più felice dell'universo, ma... Non ce la faccio. Non ce la faccio, dannazione, perché come sei stato capace di renderla felice, sei riuscito allo stesso modo a farglielo dimenticare. Le hai fatto dimenticare come ci si sente ad essere felici»

Inspirò, questa volta più a fondo. Come se fosse appena riemerso da una profonda apnea. Rimase immobile, fissando l'aria davanti a sé per alcuni attimi che sembrarono infiniti. Poi, lentamente, portò lo sguardo verso l'alto, a scrutare il cielo. L'osservò a lungo, capendo solo allora che John, forse, stava cercando Sherlock Holmes. In un luogo lontano, oltre le nuvole grigie, e non nelle profondità della terra come Alan aveva sempre preteso. Se lo stava ascoltando, non lo stava facendo dall'Inferno.

«Ma, nonostante tutto questo, voglio comunque prometterti una cosa» disse, accennando ad un mezzo sorriso. «Ti prometto che, d'ora in poi, accetterò il fatto che Jane non sia più la stessa persona che conoscevo. Prometto che mi impegnerò affinché mi faccia entrare nel suo mondo e mi permetta di farne parte, di affrontare questa situazione assieme a lei»

In un istante, l'immagine di quella bambina sorridente che lui conservava tanto gelosamente riuscì finalmente a trasformarsi in una nuova figura, limpida e cristallina e non più persa nel buio. Una persona adulta, con i propri pensieri e le proprie opinioni, un volto diverso, ma con lo stesso sorriso. Un sorriso ora spento che Alan, però, voleva a tutti i costi riaccendere.

«Prometto che... Che non le farò più pesare il fatto che con te sia stata felice»

Quando, quella sera, Alan tornò a casa, trovò ad accoglierlo il suono cadenzato del pianoforte, in cui si ripetevano le stesse due note. Chiuse la porta d'ingresso alle proprie spalle, silenzioso, e seguì la musica senza nemmeno togliersi il cappotto. Percorse il corridoio a passo lento, ritrovandosi all'entrata del salotto, sulla quale si fermò.

Jane era seduta sullo sgabello, una mano sopra ai tasti e l'altra posata sulle ginocchia, lo sguardo perso chissà dove. Alan si appoggiò sullo stipite della porta, capace soltanto di guardarla mentre si struggeva l'anima in silenzio. La fissò a lungo, non sapeva dire per quanto, ma alla fine la ragazza avvertì la presenza di suo fratello.

Alzò gli occhi dalla tastiera e li puntò su quelli di Alan che, per tutta risposta, accennò ad un saluto con la testa e ad un mezzo sorriso, al quale Jane rispose senza troppo entusiasmo, in maniera spenta. Si alzò dallo sgabello e, barcollante, si avvicinò alla porta, pronta a fuggire da qualsiasi tipo di tentata conversazione e rinchiudersi ancora una volta nella propria stanza.

Si fermò davanti ad Alan, si guardarono. Poi lei lo superò, ma non riuscì a fare più di un solo passo nel corridoio, perché il fratello l'afferrò per un polso, costringendola a fermarsi e girarsi.

E senza guardarla in volto, la strinse a sé in un abbraccio soffocante che, sperava, sarebbe stato in grado di rimediare a tutto il dolore che le aveva inferto.

Jane, colta alla sprovvista, non fece in tempo neppure a ricambiare. Rimase ferma, gli occhi spalancati, rigida come un blocco di ghiaccio che, però si sciolse non appena Alan le sussurrò all'orecchio quattro semplici parole.

«Ti voglio bene, Jane»

E a quel punto, nulla, nulla per lei ebbe più importanza. Non la tristezza che le attanagliava lo stomaco, né le lacrime che le inumidivano gli occhi. Nulla, se non quell'abbraccio che, dopo tanti mesi, era riuscito a riportare un barlume di calore all'interno della sua vita.

Chiuse gli occhi, facendo scorrere due lacrime calde lungo le proprie guance. Posò le mani sulla schiena del fratello e abbandonò il capo sulla sua spalla, un sorriso sincero ad illuminarle finalmente il volto, dopo mesi che non le capitava più di avvertire cosa si provasse a sentirsi accettati.

«Ti voglio bene anche io, Al...»

"If you make the same mistakes,

I will love you either way,

all I know is I can't live without you.

There is nothing I could say

that will change you anyway.

Darling, I could never live

without you.

[...]

Will you call me to tell me you're alright?

'Cause I worry about you."

-James Arthur, "Safe Inside"

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