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{56° Capitolo}

[Capitolo cinquantasei]

Slavgorod, Russia•24 Agosto 2012

Mycroft Holmes aveva sempre odiato dover entrare in azione: il lavoro sul campo non era mai stato il suo forte, né particolarmente attraente per la sua mente che necessitava soltanto della sua comoda poltrona nel suo comodo ufficio. Eppure, quella volta si trattava senza dubbio di un'eccezione senza antecedenti, per la quale era riuscito, sebbene con parecchie difficoltà, ad evitare di entrare in incognito. Ed era grato a chissà cosa per questo.

Con una furia quasi cieca, Mycroft aprì le porte principali dello squallido ostello, al centro del più vile e malfamato quartiere di Slavgorod, Russia. L'odore stantio del piccolo androne dalle pareti grigie per il fumo gli fece rivoltare lo stomaco, mentre le luci fievoli e scadenti limitavano la sua vista. Prese un respiro profondo, quasi a farsi coraggio, e, seguito in fretta dall'agente Paul Daniels, si avvicinò con poche falcate al sudicio bancone che doveva fungere da reception, dietro al quale un ometto basso e scuro lo fissava con fare sospettoso.

«Devo sapere dove alloggia il signor Yaga» disse Mycroft, nel suo ottimo russo, allungando sulla superficie sporca una mazzetta di banconote del valore di almeno mille sterline. «Non discuta»

L'uomo lo guardò, facendo trasparire dal proprio sguardo una domanda che a Mycroft parve delle più noiose: "Cosa ci fa una persona tanto ricca in un posto come questo?". Non aveva tutti i torti, in fin dei conti: chiunque, in quel luogo distrutto dalla criminalità e la miseria, se lo sarebbe chiesto. Ma, d'altronde, quella sua aria da benestante fu il miglior incentivo che spinse l'ometto ad accettare l'offerta.

«Stanza tre, in fondo al corridoio» disse infatti, con voce gracchiante, afferrando il denaro con avidità malcelata. Lo contò velocemente e poi sogghignò, mettendo in mostra i denti mancanti. «Sempre sperando che lo trovi vivo. L'ultima volta non aveva per nulla un bell'aspetto»

Mycroft non si fermò nemmeno per ascoltare il suono della sua risata volgare, al pari di quella di un vecchio ubriaco. Seguì, invece, le sue indicazioni, lasciandoselo alle spalle con un moto di disgusto e indifferenza, nonostante avesse dedotto a prima vista dei due figli morti per overdose e la sua costrizione a lavori poco leciti per poter mandare avanti l'attività.

«Signor Holmes...» mormorò l'agente Daniels alle sue spalle, in un sussurro. «Io... Non credo che dovremmo essere qui»

«Questioni di famiglia urgenti come questa sono un ottimo motivo per farlo, invece» replicò freddo Mycroft, continuando a camminare. «Non s'intrometta»

La spia tacque, seguendo in silenzio il suo capo, finché entrambi non raggiunsero la porta con il numero tre scritto con una vernice rossa e sbiadita sul legno graffiato. Mycroft batté forte col manico dell'ombrello sulla superficie e attese immobile una risposta.

«Da

«Operazione Lazarus»

Passarono appena pochi secondi prima che la serratura malconcia scattasse e la porta si aprisse, lasciando così libero accesso ai due uomini all'interno della minuscola e spoglia camera.

«Spiegami immediatamente che cos'è questa storia!» gridò Mycroft, marciando verso la parete opposta all'entrata. Poi si girò, lo sguardo furente di chi aspetta impazientemente delle risposte.

«Ciao anche a te, Mycroft. Che c'è, salutare è passato di moda al Governo?»

Sherlock Holmes chiuse in fretta la porta, girando due volte la chiave nella serratura, per poi voltarsi e guardare il fratello con un sorrisetto beffardo stampato sul volto.

«Dopotutto, un "come stai" sarebbe gradito, visto che sono più di tre mesi che mi trovo in questo posto sperduto a rischiare la vita»

Mycroft sbuffò, infastidito. «Come stai?»

«Benissimo, grazie!»

«Ah, menomale. E adesso smettila con questo atteggiamento impertinente, perché è in assoluto il momento meno adatto per le tue battutine»

«D'accordo, va bene» sospirò Sherlock, le mani alzate in segno di resa, mentre faceva alcuni passi in avanti. «Dunque, qual è la questione di massima urgenza di cui mi ha parlato il tuo contatto?» chiese poi, appoggiandosi con la spalla ad una piccola porzione di muro ammuffito. «Un altro membro della nobiltà inglese ha fatto degli scatti compromettenti che potrebbero mettere a rischio la propria immagine, per caso?»

«No, Sherlock: si tratta di te» ribatté il fratello, a denti stretti.

«Di me?» fece lui, indicandosi il petto con l'indice, una risatina sarcastica ad accompagnare le sue parole. «La mi assenza è davvero tanto intollerabile?»

Mycroft lo fissò. Osservò attentamente ogni particolare del volto di Sherlock, dalla barba incolta, agli occhi cerchiati dalle occhiaie, la fronte attraversata da un taglio ancora fresco e disinfettato alla meglio, l'espressione stanca di chi non si ferma mai.

Si ritrovò a pensare che lui, di certo, non sarebbe resistito un solo giorno in quelle condizioni. Avrebbe sicuramente rifiutato l'incarico senza alcun ripensamento. Magari, anche Sherlock voleva lo stesso. Magari voleva abbandonare la missione, senza però palesarne del tutto l'idea. Forse, stava cercando di mandargli dei messaggi nascosti, attraverso il tono perennemente derisorio. Oppure, molto più verosimilmente, quello era solo il suo tentativo di fargli intendere che lui era in realtà molto più indispensabile a Londra di quanto Mycroft volesse sul serio ammettere.

«Siediti» gli ordinò questi, in tono gelido, indicando il letto accanto a sé con la punta dell'ombrello.

«Perché? Posso anche stare in piedi» replicò Sherlock, con aria strafottente.

«Ho detto: "Siediti"»

«Ma...»

«Siediti!»

Sherlock guardò a lungo il fratello, con occhi perplessi, prima di obbedire e sedersi sul materasso, coperto da solo un lenzuolo. Lo fissò e continuò a fissarlo, come se non riuscisse a capire il motivo di quel tono arrabbiato. Mycroft lo fissava di rimando.

«Che c'è?» gli fece poi, allargando un poco le mani in un gesto esasperato.

«Lasciare Londra ti ha messo davvero di cattivo umore, sai?»

«Il mio cattivo umore è dovuto soltanto alle parecchie spiegazioni che dovrai darmi, signorino» replicò l'altro, con tono di rimprovero. «Adesso è questo quello che fai, quando non ti tengo d'occhio?»

«Si può sapere a cosa diamine ti riferisci?!»

«Jane Emma Aldernis»

Mycroft scandì bene ogni elemento di quel nome, che fece mutare d'un tratto il volto di Sherlock. Un velo di preoccupazione calò sul suo viso, ma lui se ne accorse subito e riuscì a mascherarla in fretta.

«Le è successo qualcosa?» chiese, tentando di utilizzare il suo tono più freddo.

«No, fratello caro. Voglio solo sapere che tipo di rapporto c'è tra voi due»

Sherlock alzò lentamente un sopracciglio e guardò a lungo il fratello con fare scettico. «E tu mi hai contattato urgentemente, interrompendo un'operazione della massima segretezza nazionale, solo per chiedermi che tipo di rapporto c'è tra me e la mia vicina di casa?»

«Esattamente»

Il detective rimase per qualche secondo in un silenzio carico di incomprensione e smarrimento, non riuscendo per nulla a capacitarsi del perché di un tale quesito. Conosceva suo fratello e sapeva che mai, per nessuna ragione al mondo, si sarebbe scomodato solo per porgergli una domanda tanto banale. Non era proprio da lui.

«Nessuno. Contento?» rispose, alla fine, con tono scocciato.

«Ne sei proprio sicuro?»

«Certo che sì!» insisté, con un verso di stizza. «Perché non dovrei? È solo la mia vicina di casa»

Mycroft si accorse subito che quella era una bugia. Non tanto per ciò di cui era già a conoscenza, ma perché sapeva bene che, dietro a quello sguardo indifferente, Sherlock nascondeva un'umanità profonda e un sentimentalismo che aveva sempre fatto parte di lui. Decise, però, di non far trasparire la sua intuizione, per evitare che la notizia che stava per dargli lo agitasse più del dovuto.

«Ottimo, allora» disse, con un sorrisetto fintamente compiaciuto. «Significa che saprai darmi una spiegazione logica e razionale per queste»

Schioccò le dita verso l'agente Daniels, rivolgendo poi il palmo verso l'alto. Quello tirò velocemente fuori dalla valigetta che teneva con sé un fascicolo di carta nera. Lo porse a Mycroft che, a sua volta, lo allungò verso Sherlock. Quest'ultimo lo prese, con mano incerta, ed iniziò a sfogliarlo con attenzione. Si trattava di una decina di fotografie che, su uno sfondo nero puntellato da macchioline bianche, ritraevano delle linee sfocate le quali prendevano la forma incerta di una testa e di un piccolo corpo.

«Cosa sono?» chiese il detective, senza staccare il proprio sguardo dalle immagini.

«Ecografie»

«Di chi?»

«Della signorina Aldernis, ovviamente»

Sherlock alzò improvvisamente gli occhi verso suo fratello, come fulminato in pieno petto da quelle parole. Ci mise un po' per riuscire a trovare la voce per parlare, che comunque non era in grado di nascondere il suo stupore.

«Jane è incinta?»

«Oh, la chiami anche per nome, adesso?» lo prese in giro Mycroft. «Non era solo la tua vicina di casa?»

«Taci e rispondi, Mycroft» lo zittì l'altro, facendo trasparire tutta la sua impazienza.

Quello, infatti, fece sparire in fretta il suo sorrisetto sarcastico e si lasciò sfuggire un sospiro leggero, quasi come se avesse espirato un po' più rumorosamente del normale. Abbassò lo sguardo e iniziò a far oscillare il suo ombrello, la punta che sfiorava appena il pavimento.

«Sì, Sherlock. Mi sono messo in contatto con te giustappunto per darti la lieta notizia»

Alzò il capo e fissò il fratello dritto negli occhi. Vide la confusione che vi regnava e si chiese se effettivamente sarebbe stata lieta, come notizia. Di certo, sarebbe stata un violento colpo. E lui lo sapeva fin troppo bene.

«Stai per diventare padre»

Ci fu un momento in cui le parole pronunciate da Mycroft si persero nella stanza, volteggiando trai presenti per poi posarsi sulla testa di Sherlock, con la stessa furia di un martello sull'incudine, per poi entrargli nel cervello e schiacciarlo come un macigno. Durò un solo momento, seguito subito da un altro, durante il quale il detective si impegnò con tutto sé stesso per riuscire a comprendere il senso reale di quella frase. E non appena l'ebbe fatto, spalancò gli occhi, piano piano, facendo meglio intravedere l'azzurro delle sue iridi.

«Cosa?» balbettò, incerto. «Io sarei... Cosa?»

«Padre, Sherlock. Stai per avere un figlio» sbottò Mycroft, spazientito. «Non mi sembra un concetto di così difficile comprensione»

«Ma... Ma non è possibile!» protestò l'altro, scattando in piedi accompagnato dal cigolio del letto. «Io... Noi due...» Prese a camminare avanti e indietro nella piccola stanza, mentre si passava una mano trai capelli ricci e scompigliati. « Io non posso essere padre!» non faceva che ripetere, borbottando. «Non posso, non posso! Io non...»

«Beh, allora abituati all'idea, fratellino» lo fermò Mycroft, con un gesto della mano. «Sappi che non è solo un'ipotesi. È stata lei stessa a dirmelo»

«Jane? L'hai incontrata?»

«Giusto qualche settimana fa. Aveva chiesto un appuntamento nel mio ufficio, per parlarmi urgentemente, e con l'occasione mi ha riferito anche della sua... Attesa» Si bloccò per qualche istante, il necessario per dare al fratello il tempo di capire, di prepararsi, per quanto possibile, alla notizia successiva. «Sospetta che tu sia vivo»

Sherlock rimase in silenzio, interdetto, come se non si aspettasse una simile rivelazione. «Oh» fece, semplicemente. «Davvero? E perché?»

«Mi ha detto di aver trovato il tuo cellulare sul tetto da cui ti sei buttato» rispose Mycroft, prima di sorridere con sarcasmo. «Bella mossa lasciarlo lì»

Il detective impiegò meno di un secondo per capire a cosa si riferisse. Si coprì la fronte con il palmo di una mano e chiuse gli occhi, rimproverandosi mentalmente per quello stupido errore.

«I messaggi...» mormorò. «Ma certo, avrei dovuto calcolarlo...»

«Ho ammirato la sua furbizia, devo essere sincero» riprese Mycroft, con aria assorta. «Per fortuna sono riuscito a convincerla che si sbagliava, altrimenti non so proprio come...»

«E come stava?»

Mycroft lanciò a Sherlock un'occhiata torva, a causa dell'interruzione fatta e che non gli aveva permesso di terminare l'elogio che lui stesso stava facendo alle proprie capacità. Credette che quella notizia doveva aver scosso Sherlock fino a farlo arrivare ad un punto tale per cui si interessava alle condizioni in cui riversava una qualsiasi persona, cosa che non aveva mai fatto prima.

«Lei era... Normale» finì col rispondergli, senza pensarci troppo su. «Non sembrava caratterialmente cambiata, rispetto all'ultima volta in cui l'avevo vista»

«Mi permetto di dissentire, signore»

D'improvviso, Sherlock si accorse della terza presenza all'interno della camera e rivolse in un attimo tutta la propria attenzione all'agente Paul Daniels, MI6, che, silenzioso, aveva seguito tutta la conversazione da un angolo della stanza, gli occhi attenti e vigili, la postura immobile ed eretta.

«Sì, agente Daniels?» fece Mycroft, voltandosi verso l'uomo.

«La signorina Aldernis, al momento del mio incontro con lei, non era affatto normale»

«Intende dire che voi... Che lei l'ha vista?» chiese Sherlock, facendo un passo in direzione dell'uomo.

«Beh, sì. Circa due mesi fa, quando aveva appena scoperto di aspettare il bambino»

A quelle parole, tanto improvvise quanto di chiara interpretazione, Mycroft fece scattare il capo verso Daniels, un'espressione di furente stupore disegnata sul volto.

«Lei... Lei lo sapeva!» gridò, indignato.

«Signore?» fece l'altro, con fare interrogativo.

«Lei sapeva che Jane Aldernis aspettava un bambino e non me lo ha riferito!»

«Io gliel'ho riferito, signore. Durante la telefonata fattale dopo il mio primo incontro con la ragazza al Woolwich Cemetery» spiegò l'agente, con voce calma. «Le ho detto: "Stanno bene entrambi

«Credevo che si riferisse al dottor Watson!» si difese Mycroft che, grazie a quell'ultima dichiarazione, sentì do star per avvicinarsi all'orlo di una crisi di nervi. «Il suo compito è di non usare mezzi termini nel riferire informazioni, lo sa bene. Avrebbe dovuto essere molto più preciso, agente Daniels!»

«Ma signore...»

«E come stava?»

I due uomini si voltarono contemporaneamente in direzione di Sherlock che, passata qualche decina di secondi a riflettere, aveva deciso di intromettersi nella conversazione senza troppi scrupoli.

«Jane come stava?»

Paul Daniels lo guardò a lungo, mentre scavava nel profondo del proprio animo per riuscire a trovare un solo aggettivo, efficace abbastanza per poter descrivere l'anima in pena di Jane Aldernis, che lo aveva colpito come un vero e proprio fulmine.

«Ecco, lei era...» cominciò, con tono incerto. «Distrutta» Poi aspettò appena un paio di solitari secondi, prima di continuare. «Parecchio distrutta»

Sherlock trattenne il fiato per uno, due, tre attimi, forse anche di più. Si immerse in un'inconscia apnea che non fece altro che lanciare il suo cuore in una corsa sfrenata verso un nuovo, atroce sentimento. Uno dei tanti che lui non aveva mai conosciuto, né credeva che sarebbe mai stato in grado di conoscere.

Ma la verità è che... Lui si sentiva in colpa. Si sentiva responsabile, colpevole di aver fatto crollare, con un solo gesto, una personalità forte come quella di Jane, che si era sgretolata come sale nell'acqua solo ed esclusivamente a causa sua. Aveva sempre saputo che sarebbe andata così, che Jane non avrebbe mai accettato la sua "morte" tanto facilmente. Lui la conosceva bene, sapeva come avrebbe fatto funzionare i suoi sentimenti. E nonostante lo avesse predetto, nonostante lo avesse capito da subito, era comunque andato avanti col suo minuzioso piano per poter smantellare per sempre Moriarty e la sua rete criminale. Aveva scelto di distruggere tutte le persone che gli erano più care solo per rendersi in grado di salvarle. E, forse, tra quelle persone c'era anche lui stesso.

«Secondo alcune nostre fonti, neanche lei si sente pronta all'imminente nascita» riprese Mycroft, muovendo distrattamente qualche passo per la stanza, quasi a scacciare il profondo silenzio che fino a pochi attimi prima si era impadronito di ogni suo angolo. «Sospettiamo che... Stia considerando l'idea dell'adozione»

«Adozione?» ripeté immediatamente Sherlock, voltando freneticamente lo sguardo verso il fratello. «No! No, lei non... Non può farlo!»

«Temo che non ci siano altre alternative, Sherlock. Lei crede che un bambino abbia bisogno anche di un padre»

«Oh, andiamo!» sbottò l'altro, girando su sé stesso per riprendere a vagare per la camera. «Sarei inutile in ogni caso. Davvero mi vedi a fare il padre?»

«Non è un'osservazione che devi fare a me» replicò suo fratello. «Non sono io che devo essere convinto»

Sherlock sospirò, portandosi le mani sui fianchi. Si morse forte il labbro e si mise a guardare il vuoto di una delle pareti grigie che lo avevano rinchiuso in quelle settimane.

Mycroft lo osservava, con occhio attento e molto critico. Vide qualcosa in lui mutare, con una velocità disumana, mai vista. Lo vedeva indeciso. Per cosa non sapeva dirlo. O, magari, non poteva immaginarlo. Conosceva bene il suo fratellino, e sapeva anche che era capace di comprendere cose che a lui sarebbero sempre rimaste un mistero. Gli esseri umani erano una di quelle.

«Devo parlarle»

«Cosa? No!»

«È incinta, Mycroft! Aspetta un figlio da me!» protestò Sherlock, voltandosi verso di lui. «Io devo vederla»

«Non ti permetterò di mettere a rischio la sicurezza di un'intera operazione solo per soddisfare un tuo capriccio personale!»

«Capriccio personale?!»

«Tu stesso mi hai detto che lei doveva essere una delle persone non al corrente della tua finta morte» ribatté Mycroft, irremovibile, ottenendo come unico risultato una stizza ancora maggiore da parte di Sherlock. «Se dovessi avere un qualsiasi urgente messaggio per lei, potrei riferirglielo io con qualche stratagemma»

«Ma non sarebbe lo stesso!»

«E perché mai?!»

«Perché tu non sei me! Tu e i tuoi stratagemmi non riuscireste mai a convincerla come farei io!»

Il silenzio più fitto cadde nella stanza, mescolandosi assieme a quel grido furente che Sherlock non aveva fatto in tempo a bloccare. Si ridestò, come da un profondo pensiero, solo per ritrovarsi di fronte alla faccia sconvolta di suo fratello che, immobile, lo fissava con le labbra appena dischiuse.

Mycroft era, semplicemente, rimasto senza nulla da dire. Senza un pensiero su cui fissarsi, un'idea che potesse giustificare l'insolito comportamento di Sherlock. Quel tratto di sé che mai aveva mostrato era appena esploso come una bomba, provocando un boato tanto assordante da lasciarlo allibito. Perché lui conosceva suo fratello, meglio di quanto l'altro potesse anche solo immaginare, e sapeva che, per quanto abile nell'immedesimarsi nei problemi altrui, Sherlock non si sarebbe mai spinto tanto a fondo di sua libera e spontanea volontà. Non per una persona qualsiasi.

E poi, d'un tratto, capì. Capì cosa vedeva di cambiato in lui, capì perché adesso lo trovava strano e indeciso, capì il perché dei suoi gridi in apparenza ingiustificati. E rise. Una risata canzonatoria e sarcastica, amara solo per chi sarebbe stato in grado di notarlo.

«Oh, Dio mio...»

«Cosa c'è?» fece Sherlock, torvo.

«C'è che quella donna ti ha fatto davvero il lavaggio del cervello» rispose Mycroft, il tono fattosi improvvisamente sprezzante. «Non ti saresti mai interessato alla sensibilità di un altro essere umano, se fossi stato in te»

Il detective aprì bocca per controbattere, ma si rese conto di non essere in grado di farlo. Chinò lo sguardo a terra e tacque, cercando con tutte le sue forze una risposta con cui poter chiudere la questione e liquidare suo fratello, ma non gli veniva in mente nulla. Si ritrovò, improvvisamente e innegabilmente, alle strette in una battaglia contro suo fratello.

Girò di lato il capo, verso le ecografie abbandonate sul letto. Le guardò, rifletté. E, di nuovo, la consapevolezza di quanto stava per accadere lo colpì in pieno viso, con la velocità di un proiettile e la potenza di un pugno.

«Oh, lei non è solo la tua vicina di casa, non è così?» continuò Mycroft, deciso a rincarare la dose, forse nella speranza che suo fratello si rendesse conto dell'enorme idiozia che stava commettendo. «Tu ne sei innamorato»

«Non dire sciocchezze, Mycroft!» tentò di fingere l'altro, scuotendo il capo come per voler sembrare più convincente, sebbene senza il minimo successo.

«Ecco il perché di tutta quella storia sull'evitare un quarto cecchino!» esclamò lui, ignorando i tentativi di Sherlock, con tono falsamente sorpreso.

«Smettila»

«Era perché volevi essere sicuro di salvarla!»

«Ti ho detto di smetterla!»

Mycroft aveva sorriso e continuava a sorridere anche quando si voltò verso suo fratello: Sherlock gli aveva rivolto gli occhi color ghiaccio, che al momento sembravano invece lanciare fiamme, e lo guardava furioso, i pugni chiusi e l'espressione più dura di quanto Mycroft potesse pensare.

Si stupì nel vederlo così. Si stupì nel capire che, adesso, non trovava alcun gusto nel farlo arrabbiare. Si stupì di sé stesso, perché anche lui, in qualche modo, sentiva quella sensazione di diverso, senza ben saperne il perché.

«Oh, Sherlock...» mormorò, guardandolo compassionevole. «Sei davvero un debole, sai? Non stai ragionando a mente lucida per colpa di una donna

Si fermò e Sherlock non ribatté. Non pensava che ne sarebbe stato in grado. Perché, in fondo, anche lui sapeva che era vero, che gli stava accadendo qualcosa di strano e che non riusciva per nulla a spiegarsi. Eppure aveva lo stesso deciso di accettarlo. Si lasciava guidare da quel piacevole sesto senso e decise di affidarsi ciecamente ad esso. Per la prima volta in tutta la sua vita, sentiva di non aver bisogno del suo cervello per continuare a camminare e prendere decisioni in merito, almeno, ad altre persone.

«Cos'ha di tanto speciale quella ragazzina?»

Sherlock alzò di colpo gli occhi, li puntò per un secondo in quelli di Mycroft e li distolse subito dopo.

«Nulla...» mormorò, voltandosi e facendo alcuni passi verso il letto, quasi ad allontanarsi il più possibile da quella domanda.

«Oh, non mentirmi. Sai che con me non funziona»

Si fermò. Trascinò un piede sul pavimento, come se quell'affermazione gli avesse appena prosciugato tutte le energie. Rimase immobile, perso di nuovo in un qualche pensiero che non sapeva definire ma che, in ogni caso, lo aveva reso muto. Durò solo un secondo, però, perché poi anche lui rise, in modo sarcastico e infinitamente pieno di scherno.

«Hai ragione» disse, voltandosi di nuovo verso Mycroft. «Hai ragione: con te non funziona. Perché mentirti, se vuoi che te lo dica? Perché è questo quello che vuoi, no? Vuoi che te lo dica per davvero»

Sherlock fissò suo fratello dritto negli occhi. Lo guardò, studiò, analizzò. E si ritrovò con in mano la conclusione che no, Mycroft non lo voleva. Non voleva sapere i dettagli di quella storia ridicola, né tantomeno una conferma della sua esistenza. Sapeva che quel suo tono era il solo modo che conosceva per stuzzicarlo, farlo arrabbiare o magari convincerlo a tornare ad essere lo Sherlock di prima.

Ma a lui non importava delle risposte che si sarebbe aspettato suo fratello. Non più, almeno.

«Bene, allora» disse, alzando e riabbassando le braccia, in un semplicissimo segno di resa. «Lo farò»

Varcò la breve distanza che lo divideva da Mycroft, con il passo deciso simile a quello di una marcia, e si avvicinò al suo viso, fissandolo negli occhi con aria di sfida.

«Lei, di speciale, ha qualcosa che tu non saresti mai in grado di capire. E proprio perché io non sono te, Mycroft, per la prima volta in tutta la mia vita sono riuscito a notare un dettaglio che a te è del tutto sfuggito»

Mycroft schiuse le labbra, pronto a replicare, ma si accorse troppo tardi di non avere a sua disposizione alcun elemento con cui poterlo fare. Richiuse lentamente la bocca e rimase in silenzio. Perché, effettivamente, lui non capiva. Non capiva cosa avesse spinto Sherlock a parlare in quel modo, né perché aveva lasciato che tale cosa lo facesse parlare tanto illogicamente. Non riusciva proprio a capacitarsene.

Fece un passo indietro, quasi ad accennare una ritirata di fronte alle armi di suo fratello. E, con rammarico, dovette ammettere con sé stesso di aver appena subito una sconfitta. Aveva perso una battaglia che, per quanto misera, Sherlock aveva combattuto facendo leva sull'incapacità empatica dell'altro, riuscendo, stranamente, a centrare il suo obiettivo.

Lo infastidiva, però, che suo fratello si fosse fatto all'improvviso tanto sentimentale: per quanto più stupido di lui, infatti, rimaneva comunque la sola persona al mondo che poteva in parte comprendere il suo disagio di essere l'unica mente funzionante in mezzo a un mondo fatto di ottusità. Ed ora, aveva perso anche quello. Aveva perso quella soddisfazione personale di poter ingaggiare e vincere una lotta che non fosse totalmente impari.

Però, in fin dei conti, si rese conto che forse la cosa non lo riguardava. Nonostante non capisse, accettasse, apprezzasse quella sua presa di posizione, decise di fidarsi di Sherlock e del suo giudizio a lui incomprensibile. Perché suo fratello dava l'impressione involontaria di aver trovato qualcosa per cui valesse la pena fare una richiesta assurda come quella, che avrebbe potuto mettere in pericolo la sua vita. Qualcosa di assurdo e magari stupido, ma certamente vero e, di conseguenza, degno della propria fiducia.

Mycroft attese qualche secondo, immobile, lo sguardo fisso in quello del fratello.

«Rimani qui fino a nuovo ordine» disse, e la sua irremovibilità provocò in Sherlock un movimento scocciato del corpo e un sospiro indignato. «Mi metterò in contatto con te, nel caso dovessi trovare un modo per farti rientrare a Londra. Nel frattempo, non fare nulla di testa tua» Si fermò un attimo, facendo dondolare il proprio ombrello sulla punta. Aspettò, in un silenzio bloccato, lo sguardo fisso sul fratello che, invece, evitava di incontrarne gli occhi. «Il vento dell'Est sta arrivando» gli ricordò, muovendo lentamente la bocca, come per accentuare il tono serio che aveva usato. «Devi essere prudente, Sherlock»

Il detective non rispose. Rimase a fissare un punto indefinito dell'aria davanti a sé, come rapito. Poi annuì, deglutendo, e abbassò lo sguardo, in un silenzioso assenso.

«Bene» concluse Mycroft, a mezza voce. «Io devo andare, adesso»

L'agente Daniels scattò, avvicinandosi alla porta. Lanciò una fugace occhiata ai due fratelli che, muti, si fissavano negli occhi. Credeva che, da un momento all'altro, avrebbero scelto di sciogliere la tensione stringendosi in un abbraccio, solo per poi capire tramite i loro sguardi che quella era probabilmente la loro ultima intenzione.

«Puoi tenere le ecografie, se vuoi» continuò Mycroft, avvicinandosi alla porta aperta, seguito attentamente dagli occhi di Sherlock che, però, non gli diede alcuna risposta. Si voltò a guardarlo, scambiandosi con lui frasi con una semplice occhiata. «Buona fortuna, fratello mio»

«Grazie» mormorò l'altro, con un cenno del capo. «Credo che ne avrò bisogno»

Un'ultima occhiata veloce, e poi Mycroft, seguito da Paul Daniels, uscì dalla squallida stanzetta senza una sola parola di più. Pensò che lui e Sherlock si fossero già detti tutto, che avrebbero rimandato ogni altra conversazione al loro prossimo incontro. Ma, in realtà, suo fratello non aveva ancora concluso.

«Mycroft!» lo fermò, correndo verso l'uscio, senza però superarlo.

Quello si voltò, girando appena il busto. «Sì?»

«Devo chiederti un favore» cominciò Sherlock, facendo poi una brevissima pausa. «Tu... Falle conoscere mamma e papà. Spiega loro la situazione, cosicché possano parlare con lei» Strinse forte i denti, quasi ad ingoiare una possibilità che, nella sua bocca, aveva il sapore di certezza. «Jane non... Non deve abbandonare il bambino»

Mycroft scrutò attentamente suo fratello che, a riprova del suo cambiamento, aveva parlato come se fosse convinto che la decisione della signorina Aldernis avrebbe influito sulla sua vita, mutandola radicalmente. Forse era vero. Non sapeva dirlo con certezza. Di una sola cosa si era ritrovato a dover dare ragione a Sherlock: lui non sarebbe mai stato in grado di capire allo stesso modo suo. Mai.

«Farò il possibile» rispose infine, annuendo. Poi si voltò ancora e prese a ripercorrere il breve e buio corridoio dell'ostello.

«Ehm... Signor Holmes?»

Mycroft si girò per la terza volta verso la camera del fratello, convinto di dover rispondere al richiamo di Paul Daniels. Si rese conto, però, che l'agente non si era per nulla rivolto a lui.

«Volevo solo dirle che la signorina Aldernis... Che Jane la ama molto» rivelò a Sherlock, tutto d'un fiato e a voce bassa, come se fosse un'informazione confidenziale che aveva deciso di affidare a qualcun'altro. «È davvero fortunato ad avere una persona come lei nella sua vita»

«Lo so» rispose subito Sherlock, senza darsi il tempo per nessun altro tipo di pensiero. «Mi pento solo di non essermene accorto prima»

Quando risalì nell'auto blindata che lo avrebbe condotto al suo jet privato, Mycroft ragionò sulle ultime parole pronunciate da suo fratello prima che chiudesse la porta della camera. Si soffermò, in particolare, su quel verbo che mai aveva avuto occasione di sentire dalle sue labbra. Eppure era così, era vero. Sherlock aveva imparato a conoscere un nuovo, ennesimo sentimento, quale il rimorso. Quella era la conferma risolutiva e innegabile a tutti i suoi sospetti e le sue paure: suo fratello era scomparso. Mycroft lo aveva perso. E capì solo allora che, probabilmente, lo Sherlock di prima non sarebbe mai più tornato indietro. 

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