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{55° Capitolo}

"And do you know what you do with all that pain?

Shall I tell you where you put it?

You hold it tight, till it burns your hand, and you say this:

«No one else will have ever to live like this!

No one else will have ever to feel this pain!

Not on my watch!»"

-Twelfth Doctor, "Doctor Who, 9x08"

[Capitolo cinquantacinque]

20 Giugno 2012

Mettiamo subito in chiaro una cosa: non sono qui per ricevere comprensione, pietà, o qualsiasi altra di queste cose inutili. Non ne ho bisogno, e da te soprattutto. Sei l'ultima persona al mondo a cui mi rivolgerei, se non fossi assolutamente, innegabilmente e maledettamente disperata.

Sappi che se ti sto scrivendo non è per giudicarti. Ma, allo stesso modo, tu non devi giudicare me per quanto sto per dirti. Forse, ti ho scelto proprio perché non mi conosci. Proprio perché non avresti alcun diritto a sparare sentenze nei miei confronti.

Anche se, in un certo senso, già so che non lo farai. Già lo so, perché non credo che ti invierò mai questa lettera, o tutte le seguenti che potrebbero esistere. Lo considererei insensato, a dire il vero. Quindi, l'unico scopo di queste pagine sarà quello di una semplice conversazione immaginaria tra me e te, come un diario in cui mi rivolgo a qualcuno di reale. Io fingerò di parlarti a ruota libera e tu fingerai a tua volta di ascoltarmi senza fiatare. Tutto qui. Niente rapporto, tra noi, niente richieste. Nemmeno finte. Solo conversazione.

D'accordo, Gareth?

Sì, insomma... Non credo tu possa pretendere che io ti chiami "papà", anche se, probabilmente, questa potrebbe essere l'ultima delle tue preoccupazioni. Da quel poco che Alan mi ha detto di te, so che ti sei rifatto una vita. Dunque, immagino che non ti importi più di tanto se ti chiamo "papà" o meno, dato che sia io che mio fratello siamo ormai parte del tuo passato. Così come tu sei ormai parte del nostro.

O, almeno, così spero. Per me sei, senza alcuna ombra di dubbio, un capitolo chiuso della mia vita, ma non so se sia lo stesso per Alan. Lui ti ha... Cercato. Per molto tempo, anche. Non si è mai rassegnato, ha sempre sperato che anche tu sentissi la nostra mancanza, nello stesso modo in cui lui sentiva la tua. Non me lo ha mai detto, sia chiaro: non è tipo da dire come si sente, lui. Però io lo conosco meglio di chiunque altro. Lo conosco addirittura meglio di quanto conosco me stessa, certe volte.

Sai, Alan è diventato davvero un uomo straordinario. Non so come fosse a otto o nove anni, non so come tu lo ricordi o come lo hai conosciuto, però posso dirti con certezza che è diventato una persona di cui ogni padre andrebbe fiero. Certo, è ancora tremendamente impulsivo e cocciuto come un mulo, e certe volte è fin troppo iperprotettivo nei miei confronti, senza contare che cambia fidanzata con la stessa velocità con cui la mamma fa il bucato, però... Però è Alan. Ed io lo adoro semplicemente perché è lui e perché è presente nella mia vita.

Eppure... Eppure mi sto comunque rivolgendo a te. Nonostante abbia con Alan un rapporto profondo di reciproca fiducia, io... Mi sto comunque rivolgendo a te. A te, non ad Alan, o alla mamma, o a John. A nessuna delle persone di cui mi fido, a cui voglio bene. Ma a te.

Il punto è che... Ci ho pensato a lungo. Tanto a lungo. E ho capito che nessuno di loro mi comprenderebbe davvero o tenterebbe di aiutarmi.

Con la mamma dovrei avere uno di quei rapporti basati su un amore incondizionato che a malapena provo, nei suoi confronti. Voglio dire, è pur sempre mia madre, ma... Non mi confiderei mai con lei nello stesso modo spontaneo che userei con Alan.

Potrei pur sempre parlarne con lui, hai ragione, però so che non mi darebbe consigli del tutto sinceri. Sembra stupido, eppure... Sono assolutamente convinta che lui mentirebbe. Forse mente anche adesso, tutte le volte che mi dice che gli dispiace per quello che è successo a Sherlock. Non che sia totalmente indifferente a riguardo, ma tutti sapevano che tra loro due non scorrevano ottime acque. Quindi... Non so, credo che per lui Sherlock sia solo "uno di meno" e nient'altro.

Poi c'è John. Ma, andiamo, John sta soffrendo quanto me. È vero, potremmo farci da supporto a vicenda, ma non penso che ne saremmo capaci. Non so il motivo: lo sento e basta. Magari perché sono certa che John sarà in grado di rialzarsi più in fretta di me. Riprenderà a lottare e non si fermerà ad aspettarmi. A che scopo, poi? Farsi uccidere per causa mia? Perché deve restarmi accanto? No. Lui deve continuare. È giusto che lo faccia.

Ha già cominciato, a dirla tutta. Ha già deciso di riprendere a lavorare, cambiare quartiere, trovarsi una nuova casa... Ha una forza d'animo formidabile, John. Il che lo rende una persona a dir poco straordinaria. Una delle migliori che abbia mai conosciuto. Ed io... Io lo invidio tanto. Perché è passato solo un mese e mezzo. Soltanto un mese e mezzo, ma lui è già in piedi, mentre io ancora non voglio accettarlo. Ancora mi tappo le orecchie e chiudo gli occhi, sperando che tutto questo finisca presto. Perché io già non ce la faccio più. Non sono sicura di voler farcela più.

Soprattutto adesso che ho saputo di non essere sola. Soprattutto adesso che mi ritrovo a combattere per due persone insieme. E io non so se ci riuscirò. Ho portato avanti così tante guerre nella mia vita, e non so se sarei in grado di affrontarne un'altra. Non ora, almeno. Non subito, non così. Anche se, in un certo senso, mi ritrovo in parte costretta a farlo, proprio perché adesso siamo in due. Proprio perché adesso lo so. So che lui esiste. Che lui c'è, che non è più solo una possibilità.

Sai, è stato proprio John a farmelo notare, la settimana scorsa. Se non fosse stato per lui, probabilmente non me ne sarei nemmeno accorta. Certo, prima o poi avrei notato che stava succedendo qualcosa di strano, ma non sarebbe ovviamente accaduto così presto. A John, invece, è bastata una sola occhiata per capire tutto al volo, da ottimo medico quale è.

Eravamo seduti a tavola, a mangiare hamburger e altra roba poco salutare presa da qualche fast-food vicino casa. Io, Alan e John che, dopo la morte di Sherlock, sta passando più tempo con noi di quanto effettivamente sia in grado di sopportare. Farlo venire spesso a mangiare a casa è stata un'idea di Alan, a dirla tutta: dice che, almeno, avrà qualcuno con cui parlare. Tra l'altro, sembra che tra loro due ci sia una buona intesa, e a me la cosa non dispiace affatto.

Ad ogni modo... Sembrava tutto normale. Anche se c'era quella patina di tristezza che ci rendeva estremamente opachi e, a tratti, poco sinceri. Però... Anche quello era normale, credo. Anche la tristezza e la falsità, perché sono oramai diventate parte di noi.

«Vedo che sei già a buon punto col trasloco, comunque» mi disse John, non appena fui rientrata in cucina dopo essere stata per l'ennesima volta in bagno.

«Beh, con una forza lavoro come quella di Alan, la velocità diventa relativa» tentai di scherzare, senza alcun successo nemmeno su di me. Ormai ridere è diventato così fuori luogo... «E tu? Sei a buon punto?»

John si strinse nelle spalle. «Oh, sai...» mormorò, giocherellando con la sua porzione di patatine fritte. «La maggior parte della roba era di Sherlock, quindi...» Si fermò, storcendo le labbra, per poi sospirare. «Ancora non sono riuscito ad entrarci...»

«Se hai bisogno di aiuto, posso...»

«Oh, no, Alan, non preoccuparti» lo bloccò lui, agitando una mano. «Qualunque cosa io abbia lasciato lì, può benissimo rimanere dov'è. A me non serve più nulla»

Sapevo bene cosa volesse dire. È stato lo stesso che ho provato io dopo la more di Amanda: la rabbia, la paura, il dolore, la tristezza... Tutto confluiva in un solo canale e diventava confusione. A volte disgusto. Spesso, solo impotenza.

«Scusate...» continuò poi il dottore, scansando di lato il suo piatto ancora mezzo pieno. «Non riesco a mandar giù un altro solo boccone, oggi»

«Ah, figurati» gli rispose Alan, intento a lavare i piatti. «Lascialo pure, se vuoi»

«Ti dispiace se le finisco io?»

Ecco. Quella è stata la frase che ha poi fatto scattare il tutto. Anche se John lo aveva in parte già capito. Quella è stata la frase che ha dato credito ad ogni sua ipotesi.

«No, Jane: prendile pure» disse e mi tese il suo piatto, fissandomi coi suoi occhi grigi e un sorriso appena accennato sulle labbra. «Penso che tu ne abbia più bisogno di me»

Lo ringraziai ricambiando il sorriso, per poi iniziare a mangiare le sue patatine. Lì per lì, non intesi bene il senso della sua ultima frase. Pensavo che si riferisse al mio digiuno, o semplicemente al fatto che avevo lo stesso aspetto denutrito di un prigioniero di guerra.

E poi me lo chiese. E fu esattamente in quell'istante che ogni cosa nella mia vita, ogni mia certezza rimasta, si ruppe in due come un pezzo di gesso buttato per terra.

«Allora... Di quanto è?»

Alzai lo sguardo verso di lui, la bocca ancora piena. «Di quanto è cosa?»

«Come "cosa"? Il bambino, ovviamente»

Alan si voltò all'improvviso, le mani ancora gocciolanti. «Bambino?»

«Quale bambino?» ripetei, visibilmente allarmata.

John assunse un'espressione stupita. Come se non si aspettasse una risposta del genere. Come se credesse davvero che io già sapessi tutto.

«Oh» fece, a disagio. «Scusate. Pensavo che ve ne foste già accorti»

Alan prese in fretta uno strofinaccio per asciugarsi le mani e fece alcuni passi avanti verso il tavolo. «Accorti di cosa, scusami?»

«Beh, le frequenti chiamate al bagno, l'appetito fuori dalla norma... Non mi stupirei se avessi anche un po' di nausea, la mattina»

«Mi è capitato, qualche giorno, ma poi ha smesso» dissi, con tono confuso.

«Allora non credo ci siano dubbi» sentenziò, alla fine.

Per un attimo, un solo attimo, sperai con tutta me stessa che il tempo si fermasse. Che bloccasse le sue parole, la sua deduzione. Perché io avevo già capito tutto, ma speravo comunque che non fosse vero. Che mi stessi sbagliando. Lo volevo così tanto, eppure...

«Congratulazioni, Jane: sei incinta»

24 Giugno 2012

Non so come tu l'abbia presa, quando la mamma ti ha detto di star aspettando Alan, o me. In un certo senso, ti immagino solo mentre le sorridi, contento per la notizia. Ma non sono sicura che ne saresti stato... Felice. Non so perché. Essere contenti è un conto, ma essere felici... È qualcosa che ti toglie il respiro. E dato quello che poi ci hai fatto, non posso proprio credere che tu fossi felice nel sapere che mio fratello ed io saremmo venuti al mondo. Non ci riesco e basta.

Come non riesco ad immaginare quale sarebbe stata la reazione di Sherlock. Penso che lui, invece, sarebbe stato spaventato all'idea: essere genitore non è mai stato nei suoi piani, come non lo è mai stato nei miei. Però è una cosa diversa, credo. Anche il solo modo di viverla. Penso che sia diverso.

Non appena John finì la sua frase, in cucina cadde il silenzio più pesante. Non si udiva un solo respiro, un solo rumore. Nemmeno il lento gocciolare del rubinetto, o il gorgogliare delle tubature. Nemmeno il vento fuori dalla finestra, la vita per la strada, l'aria mossa dai granelli di polvere.

«Che cosa?!»

«Beh, potrei anche sbagliarmi, ma la vedo difficile»

«Mi stai dicendo che mia sorella ha fatto...»

«Sì, Alan. Ha ventiquattro anni e la libertà di farlo»

«Ma non è possibile! Non è da lei!»

«Penso che capiti a tutti, prima o poi»

«Ci... Ci deve essere un errore, John» mormorai, una volta riacquistata la facoltà di parlare. «Io non... Non posso...»

«So che potrebbe sembrare strano, ma...» mi disse lui, guardandomi. «Voglio dire... Dovresti aver ricevuto altri tipi di segnali a te più... "Evidenti"»

«Pensavo fosse per lo stress!» cercai di difendermi. «Di solito mi succede quando sono sotto esame. Credevo che... Che fosse lo stesso anche adesso»

«Oh, Dio santo...» fece Alan, accasciandosi su una sedia. «E adesso chi lo dice alla mamma?»

«Oh, credo che quello sia il male minore...» borbottai, abbassando gli occhi.

«Oh, giusto: dobbiamo dare la lieta notizia anche al futuro padre!» esclamò lui, con finto entusiasmo.

«Fosse tanto facile» disse John, senza pensare, e quella sua osservazione mi fece beccare un'occhiata interrogativa da parte di mio fratello.

«Che intende dire?!»

«Ecco...»

«Intendo dire che, a meno che tu non sappia come fare una seduta spiritica, la cosa non è possibile»

«Cosa...?»

Alzai gli occhi verso i suoi, che mi scrutavano con impazienza. Anche se, di sicuro, aveva già capito.

«Eh...» mormorai, stringendomi nelle spalle.

«Cosa?!» ripeté lui, questa volta gridando. «Ti prego, dimmi che stai scherzando!»

«Magari fosse uno scherzo...»

«Beh, almeno sappiamo che Sherlock mentiva e che aveva degli impulsi» disse John, beccandosi subito dopo una patatina in pieno viso. «Okay, okay, scusa!» si difese, alzando le mani davanti al volto per proteggersi da altri miei attacchi. «Tentavo solo di abbassare la tensione»

«Lo stai facendo nel modo sbagliato!» urlai, con un'altra patatina pronta in mano.

«D'accordo, mi dispiace» fece lui, tornando a sedersi dritto. «Ad ogni modo... Penso sia meglio che tu faccia un test. Se vuoi, posso anche prenotarti una visita in ospedale, per fare delle analisi più approfondite»

Lo fissai negli occhi per qualche secondo, prima di distogliere lo sguardo, mettendomi ad osservare il vuoto, troppo scossa anche solo per reggere un contatto visivo.

«Ascolta, Jane...»

«Sto bene» interruppi John, scuotendo appena la testa. «Io devo... Devo solo restare un po' da sola»

Mi alzai da tavola e mi trascinai verso camera mia, dove mi distesi sul letto ancora sfatto. Mi rannicchiai sotto alle lenzuola e serrai le palpebre più forte che potei, nel tentativo di chiudermi nel mio palazzo mentale, ma che poi risultò del tutto vano. Tentai di ritrovare Sherlock. Tentai di parlare con Amanda. Ma non c'era nessuno. La mia testa era totalmente vuota. Il mio palazzo mentale era stato buttato giù, reso inaccessibile anche a me.

Forse è anche per questo che sono qui. Forse, è solo per questo che mi sono rivolta proprio a te.

29 Giugno 2012

Fu Alan a comprare il test di gravidanza, alla fine. Arrivò a casa con questo sacchetto di carta dalla farmacia, entrò in camera e lo posò sul comodino, sospirando.

«Fallo, non appena te la senti»

Non me la sentivo. Non me la sono mai sentita, in realtà, ma sapevo di doverlo fare. Anche solo per sapere la verità e mettermi l'anima in pace.

Però non ce l'ho fatta, a leggere i risultati. Appena finito, consegnai lo stick ad Alan e chiesi a lui di farlo.

«Se ci sono due linee, significa che è positivo» dissi, senza riuscire a guardarlo in faccia.

Gli bastò uno sguardo solo. Aggrottò un poco la fronte, come per concentrarsi meglio, poi rilassò il viso. Mi guardò. Alzò un angolo della bocca e, senza dirmi nulla, mi strinse in un abbraccio.

Non avevo bisogno che me lo dicesse: io avevo già capito. E allora piansi. Piansi fino a terminare le lacrime, ma non perché ero triste o disperata. Non piansi perché ero arrabbiata, né perché non ci volevo credere. Non piansi nemmeno perché mi chiedevo cosa avrei fatto, adesso. No, affatto.

Piansi, perché avevo paura. Tanta, tanta paura. Paura che non sarei stata in grado di farcela, paura che avrei fallito anche in questo. Paura, perché in grembo portavo un bambino. Portavo una parte della vita che Sherlock s'era fatto sfuggire. E di cui io, più di ogni altra cosa, avevo paura. Perché sapevo anche che quel bambino sarebbe cresciuto senza un padre, come me. E io avevo paura che soffrisse. Quello era stato il mio primo pensiero, fin da subito, fin dal momento in cui John aveva accennato alla possibilità che lui ci fosse. E io non volevo. Non potevo permettere che la mia storia si ripetesse nella vita di qualcun altro. Non se ero in grado di evitarlo.

Ma sai... Ad evitarlo non ci sono proprio riuscita. È così difficile mantenere fede alle promesse. Dopo un po', semplicemente, te ne dimentichi. O trovi un motivo più che valido per scioglierle, per quanto ingiusto sia.

In ogni caso, quello è stato il suo primo giorno. Il primo giorno in cui fui consapevole della sua esistenza. E non so se fosse una cosa buona o no. Dopotutto... Quale donna non si accorgerebbe di portare con sé una vita indifesa e totalmente dipendente da altri?

Quando, dodici giorni fa, ricevetti anche gli esami del sangue, non ebbi più alcun dubbio: lui c'era. Esisteva. Ed era insieme a me. Mentre mangiavo, dormivo, pensavo, mi lavavo i denti, piangevo. Era sempre insieme a me, come un'anima silenziosa che accompagnava, studiando, ogni mio gesto.

E nell'esatto istante in cui fui totalmente sicura della sua esistenza, in cui mi resi conto che non avrei più potuto aggrapparmi a quel minuscolo filo di incertezza, decisi che sarei corsa da Sherlock. Lui, che non poteva vedermi, non poteva sentirmi. Ma io corsi lo stesso, nonostante la pioggia, a dirglielo. E, invano, ho aspettato una replica di qualsiasi tipo, accorgendomi troppo tardi che non poteva nemmeno rispondermi.

Tornai a casa stanca, provata, con gli occhi gonfi e i vestiti bagnati. Mi buttai sotto la doccia, mi infilai il pigiama, anche se non erano ancora le tre, e mi misi a letto. Fissavo le gocce di pioggia che battevano sulla finestra, quasi a chiedermi di farle entrare. Rimasi immobile a guardarle fino a sera, quando John arrivò con del cibo italiano da asporto, che io mangiai controvoglia.

E, intanto, nella testa mi batteva una sola domanda, come la pioggia batteva sulla finestra, soltanto con più forza, prepotenza, insistenza. Magari anche con più disperazione.

"Che futuro sarai in grado di dargli, Jane?"

13 Luglio 2012

Oggi ho lasciato Londra. Con rammarico e tanta amarezza che mi bruciava lo stomaco, me ne sono tornata a Nottingham con Alan, lasciandomi alle spalle Baker Street e il sole freddo che illuminava la strada.

Sai, prima che partissi è venuta un sacco di gente a salutarmi, nemmeno fossi una qualche celebrità. È venuto Lestrade, con i suoi soliti sorrisi caldi e sinceri, e la signora Hudson, che mi ha abbracciata stretta, raccomandandosi che mi prendessi cura di me. Chissà se anche lei lo aveva capito con un solo sguardo...

Poi è venuta Molly. È entrata in casa con un sorriso timido, stringendo tra le mani un pacchetto azzurro. Si sedette sul divano insieme a me e chiacchierammo per qualche minuto del più e del meno, prima che lei mi desse l'involucro color pastello.

«Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere averla»

Scartai il pacchetto con incertezza, strappando lentamente i lembi di carta. E quello che mi ritrovai tra le mani mi lasciò senza parole.

«Era quella che indossava, e... Quando ho fatto l'autopsia, ho notato che era uno dei pochi indumenti non raggiunti dal sangue. John mi ha detto che sei in dolce attesa, per cui... Ho pensato che avrebbe potuto esserti utile, in qualche modo»

Le mie dita si ritrovarono a toccare il cotone blu della sciarpa di Sherlock. La studiai, come se pensassi di star vivendo un miraggio. Me la portai al naso, come se potessi ispirare il suo profumo ancora vivo. La strinsi, come se potesse trasmettermi delle risposte, come se potesse parlarmi. Ma niente. Non ricevetti niente. Mi feci solo investire dai ricordi, lasciai che gli occhi mi si riempissero di lacrime.

Strinsi quella sciarpa, come se potesse darmi una parte di lui. E poco importava se lo aveva accompagnato nella caduta: almeno, potevo dire che aveva sentito l'ultimo battito del suo cuore.

«Grazie, Molly...» mormorai, sorridendole appena, grata per quel gesto apparentemente semplice.

Ma io sapevo che per lei non lo era stato. Non lo era stato per nulla. Soprattutto perché... Perché so che anche lei vedeva Sherlock in modo differente da quanto facevano tutti gli altri. So che lei c'era sempre stata per lui, in ogni secondo. E vederlo morto, con il volto sfregiato e gli occhi azzurri vacui, persi nel nulla... Deve averla fatto soffrire molto. Troppo, per una persona gentile come lei.

John, invece, non è venuto a salutarmi a casa. Lui ha aspettato giusto qualche minuto prima della nostra partenza. Avevo appena finito di caricare la mia Ford con gli scatoloni che racchiudevano la mia vita, quando è sceso in strada di corsa per venire ad abbracciarmi, forte.

«Andrà tutto bene, Jane» mi ha sussurrato. «Ne sono certo»

Spero solo che abbia ragione: in una situazione del genere, è difficile anche solo sperare che le cose vadano per il verso giusto.

Poi ha abbracciato anche Alan, e gli ha detto: «Prenditi cura di loro»

Mio fratello ha annuito, con risoluzione. Già so che ha intenzione di fare il padre per una seconda volta, quando non sarebbe per nulla suo dovere.

In ogni caso, ho riconsegnato le chiavi al signor Mars, che mi ha salutata con una stretta di mano calorosa, e poi me ne sono andata. Non so se con l'intenzione di ricominciare o meno. Dopotutto, l'ultima volta che ci ho provato non è andata poi così bene.

15 Luglio 2012

Qualche giorno prima di lasciare Londra, mi recai da Mycroft Holmes, il fratello di Sherlock. Non so effettivamente con quale intenzione. Era una cosa che mi sentivo di fare e basta.

Mi ricevette nel suo ufficio, ovvero il posto in cui, a detta di Sherlock, spende la maggior parte di ogni sua giornata, chino sulle scartoffie del Governo Britannico.

«Signorina Aldernis!» mi accolse, senza nemmeno alzarsi dalla sua elegante poltrona, dalla quale stava sorseggiando un bicchiere di quello che mi parve whisky.

«Salve, signor Holmes» risposi, in tono neutrale, una volta fattami avanti nella spoglia e grigia stanza.

«Prego, si accomodi» disse lui, invitandomi a sedere su una semplicissima sedia posta davanti alla sua scrivania. «A cosa devo la sua visita?»

«Ehm...» cominciai, incerta, una volta preso posto. «Ecco, sono qui per discutere con lei di una questione piuttosto importante»

«Capisco» fece lui, sorridendomi in modo sommesso. «Ciò vuol dire che questa sarà una conversazione lunga. Posso offrirle qualcosa?» chiese, indicando con un gesto elegante del braccio il carrello dei liquori. «Ah, no» fece poi, ritirando la mano. «Mi spiace per la mia noncuranza, signorina Aldernis» disse, scuotendo il capo, quasi a rimproverarsi. «Mi era quasi sfuggito il dettaglio che a lei non piace il sapore dell'alcol»

Per un secondo, mi parve proprio di rivedere Sherlock. Quel modo ottuso di sembrare intelligenti, quell'aria saccente di chi si crede al di sopra di tutti gli altri. In Sherlock la cosa mi dava fastidio, ma non ci facevo troppo caso; in Mycroft, invece, mi irritava e basta. Magari per quel tono perennemente canzonatorio di chi crede di star parlando con un bambino.

«Già» risposi, asciutta: non avevo alcuna voglia di tener testa al suo gioco. «Anche se, in realtà, non bevo soprattutto per un altro motivo»

Lui mi squadrò per un attimo, cercando un segno dal quale dedurre quel motivo a cui avevo accennato. Colse la sfida senza nemmeno accorgersi che gliel'avevo lanciata. Però non parve capirlo al volo come suo solito: ho sempre pensato che, su questo genere di cose, Mycroft fosse piuttosto stupido.

«Oh, davvero?» disse, spalancando appena gli occhi, in maniera tanto impercettibile e rapida che se avessi sbattuto le palpebre non l'avrei notato. «E sarebbe?» chiese poi, portandosi il whisky alle labbra per berne appena un sorso.

Peccato che lo fece al momento sbagliato.

«Pensavo lo avesse intuito da solo, signor Holmes» risposi, sorridendo sarcastica. «Che aspetto un bambino da Sherlock, voglio dire»

Un improvviso colpo di tosse gli scosse il petto, non appena il suo liquore gli andò di traverso per la gola. Un colpo dopo l'altro, che lui tentava di fermare battendosi leggermente il pugno contro il costato.

«Come, prego?»

«Non penso che il concetto sia troppo complicato»

«No, no, certo che no» borbottò lui, la voce ancora strozzata. «Ma...»

«Ottimo, allora!» lo interruppi, con tono fin troppo ironico per anche solo fingere di essere felice. «Ad ogni modo, non sono venuta qui per parlare della mia condizione di dolce attesa» continuai, sistemandomi sulla sedia per potermi meglio frugare nella borsa. «Ma per mostrarle questo»

Presi l'oggetto e lo posai sulla scrivania, rivolto verso di lui. Mycroft lo studiò con attenzione, dopo aver posato il suo bicchiere. Lo guardava solo, ma non credo ne avesse nemmeno bisogno.

«È il cellulare di Sherlock, signor Holmes»

Rimase in silenzio, non osò rispondermi. Prese in mano il telefono e se lo rigirò tra le dita, osservando lo schermo rotto, il retro crepato, i bordi smussati.

«Che cosa vuol dire questo?» chiese, senza distoglierne gli occhi.

«L'ho trovato sul tetto del Barts» spiegai, senza preoccuparmi dei suoi probabili punti interrogativi. «Sherlock lo aveva gettato lì dopo aver chiamato il dottor Watson»

Mi fermai, incapace di continuare. C'era qualcosa, come un groppo alla gola, che bloccava le mie parole, anche se non sapevo come né perché. Quella poteva essere la mia risposta, dopotutto. Poteva essere la ragione per cui sarei tornata a sperare, per cui la mia resistenza poteva non essere stata vana.

«Io ho...» ripresi, a fatica. «Ho letto il suo ultimo messaggio. Era stato inviato a lei»

«A me?»

«Sì» confermai, annuendo. «Una sola parola: "Lazarus", scritta prima della telefonata al dottor Watson»

Lui mi guardò, senza lasciar trasparire una minima espressione o sentimento. Era semplicemente... Calmo. Come se stessimo giocando a carte, come se non dovesse farmi intendere cosa davvero pensasse. Come se io, d'altro canto, fossi in grado di farlo.

«Mi sono chiesto anche io perché me lo avesse mandato, se è questo che vuole sapere»

«No, non è vero» replicai, con un sorrisetto beffardo di chi sa quali pedine muovere. «Perché lei gli ha risposto. Gli ha detto: "Lazarus è pronto"»

Poteva significare un sacco di cose, in realtà. Poteva voler dire che loro erano d'accordo, sul suicidio. Poteva voler dire che Mycroft Holmes era disposto a sacrificare suo fratello, pur di fermare Moriarty, e non necessariamente che la mia teoria era corretta. Ma io non volevo crederci. Perché conosco Sherlock, e so che avrebbe fatto di tutto pur di andare contro suo fratello.

«Cosa vuole, signorina Aldernis?»

«La verità» risposi, in tono gelido. «Solo la verità»

«Quale verità?»

«Sherlock è vivo, vero?»

Non rispose. Si nascose di nuovo dietro quel volto neutro che mi ricordava tanto quello di suo fratello. Non mi rispose, e continuò a non farlo. Ora come ora, non so nemmeno se l'avrebbe mai fatto.

«La prego...» cominciai, decisa a far cadere la mia, di espressione neutra. «La prego, me lo dica. Io ho bisogno di saperlo»

«Sherlock è morto. Lo sa meglio di me»

«No!»

Neanche me ne accorsi. Non feci in tempo a fermarmi. Non riuscii a fermare la mia voce, diventata un grido. In un certo senso, nemmeno voletti farlo.

«No, mi faccia il favore di non raccontarmi balle!»

«Perché dovrei farlo? A che mero scopo?»

«Lei conosce Sherlock meglio di me e sa che ne sarebbe capace»

«A far cosa, fingere di morire?»

«Sì!» esclamai, con determinazione.

E per un secondo, mi parve di essere tornata di nuovo me stessa: la Jane combattiva e acida, quella testarda, determinata e senza peli sulla lingua. Non quella Jane che ero diventata, tanto debole quanto distrutta. Mi accorsi troppo tardi che sarebbe stata soltanto una sensazione provvisoria.

«Mi ascolti...» ripresi, sospirando. «Se è così, se Sherlock è vivo... Me lo dica. Io non... Non lo direi a nessuno»

«E anche se fosse? Cosa cambierebbe?»

Esatto. Quella era la vera domanda. Se avessi scoperto che Sherlock era vivo, cosa sarebbe cambiato? Gli avrei chiesto scusa o l'avrei preso a pugni? Lo avrei abbracciato, lo avrei baciato? Gli avrei detto tutto quello che non avevo avuto il coraggio di dirgli? Avrei provato a costruire con lui una vita, a crescere il figlio che stavamo per avere insieme?

Cosa? Cosa sarebbe effettivamente cambiato?

«Tutto» risposi, alla fine, in un sussurro. «Semplicemente tutto»

Non era solo per il bambino, infatti, anche se quello era il motivo principale. Ma era anche per me. Perché, forse, insieme a Sherlock avrei imparato ad accettarmi. Avrei imparato a convivere con questo mio nuovo lato che, da sola, non riuscivo proprio a farmi andare giù. Avrei imparato ad essere più me stessa, più... Jane. Anche con tutte le altre sfumature, per quanto incomprensibili e talvolta negative.

«Signorina Aldernis...» riprese lui, posando il telefono sulla scrivania. «Mi dispiace per la sua condizione, ma cambiare la realtà non mi è possibile. Lei non sa quanto darei per poter riportare mio fratello in vita...»

«E quei messaggi, allora?» chiesi io, intenzionata a non lasciare la presa. «Cosa volevano dire quei messaggi?»

«Era solo un gioco che facevamo spesso da piccoli. Associavamo una parola ad una frase, come un codice. L'importante era ricordarsi le giuste combinazioni. Tutto qui»

«Ma perché scriverglielo poco prima di buttarsi da un palazzo?»

«Suppongo fosse il suo modo di dirmi addio»

«Ma lei ha detto...»

«Che non avevo inteso perché mi avesse scritto quella parola. Adesso che me lo ha fatto notare, posso dedurre che lo abbia fatto per salutarmi»

Non appena sentii quelle parole, non appena capii cosa volessero dire, avvertii una morsa afferrarmi per il petto. Una sensazione strana e fastidiosa che riconobbi subito: era risentimento. Mi prendeva a morsi, come un cane rabbioso, perché Sherlock, a me, non aveva detto addio. Non mi aveva chiamata, né inviato alcun messaggio. Mi aveva lasciata solamente con l'immagine di un uomo bugiardo che si era tolto la vita. Mi aveva offerto la possibilità di parlare, ma per dirmi cosa, in fin dei conti? Oltre a quello che mi aveva già detto e che si ostinava a ripetere, cos'altro avrebbe potuto dirmi? Non di certo addio. Non sarebbe stato da lui.

Alla fine, lasciai il telefono lì e, con un saluto appena udibile, me ne andai da quell'ufficio senza nemmeno ricevere la risposta che cercavo. Probabilmente non era neanche quello il reale motivo per cui avevo chiesto a Mycroft di parlare. Forse io... Io volevo solo una ragione per tornare a sperare, che mi avrebbe fatto capire che non avevo sofferto inutilmente. Volevo solo una ragione che mi facesse cambiare idea.

22 Luglio 2012

Non mi sono mai chiesta quanto tu potessi sapere della mia vita. Probabilmente, conosci quelle poche informazioni per creare un quadro generale, così come me. Anche se di possibilità di conoscerci e approfondire questo "rapporto" ce ne sono state: il rifiutarle è stata, però, soprattutto una mia decisione.

Alan ti aveva trovato, qualche anno fa. Aveva scoperto che ti eri trasferito a Liverpool, in una bella casa poco fuori città. Penso che sia anche venuto lì da te, una volta, sebbene abbia ben mascherato quell'idea assurda con una scusa banale.

Ad ogni modo, quando mi disse della possibilità di conoscerti, io non presi molto bene la sua iniziativa. Mi arrabbiai tantissimo con lui, per questo motivo, perché credevo che tu non meritassi la nostra attenzione, il nostro affetto. E, in fin dei conti, decisi di diventare avvocato civile anche per questo: per fare in modo che tra noi non ci fosse alcun incontro pacifico. Potrà sembrare infantile questo mio pretendere uno scontro, ma io da te non ho mai preteso nient'altro. Niente, se non delle scuse che avresti dovuto pagare con ogni goccia di sudore che non avevi mai versato per crescermi.

Però, poi, ho rinunciato. Non ho tenuto fede alla mia promessa per uno di quei validi motivi di cui ti parlavo. E il mio era che non potevo lasciarmi rovinare la vita da te un'altra volta. Non potevo permettertelo.

Ci sono arrivata in ritardo, sia chiaro, ma alla fine l'ho capito. Grazie a Sherlock. Lui è sempre riuscito a spingermi oltre i limiti e gli obiettivi che mi ero prefissata, anche se non era mai sua intenzione. Lui... Cercava solo di imporre il suo punto di vista, la maggior parte delle volte. E il suo punto di vista, molto spesso, si rivelava più corretto del mio.

La verità è che... È che io, da te, volevo solo una rivincita. Volevo solo un'occasione per poterti dimostrare che ce l'avevo fatta anche da sola, anche senza di te. E poi, non volevo conoscere nulla di te perché sapevo che non sarei mai riuscita ad apprezzarti. Non avrei provato pietà, se avessi saputo che eri morto d'infarto, né stima se avessi scoperto che dirigevi un'associazione benefica o avevi adottato un bambino orfano.

Oppure... Oppure non volevo conoscerti perché avevo paura. Paura che, nonostante tutto quello che mi hai fatto, avrei provato pietà, compassione, stima. Paura che ti fossi fatto un'altra compagna, che avessi avuto altri figli, che avessi messo su una nuova famiglia, che ti fossi costruito un'altra vita. Un'esistenza di cui io non avrei mai fatto parte. Paura di mostrarmi debole e senza spina dorsale, paura di essere umana. Avevo paura, ecco tutto. A volte è così difficile essere coraggiosi, non trovi?

È solo per paura se non mi sono mai azzardata a pormi domande su di te: tanto valeva non illudersi che io ti mancassi, perché già sapevo che avrei ricevuto solo altro dolore, altre delusioni.

Se solo lo avessi capito quando ero più piccola... Probabilmente avrei evitato di farmi aspettative inutili su di te, sul tuo essere mio padre. Perché io, per anni, la tua mancanza l'ho sentita. La sentivo così tanto che non mi capacitavo di come possibile fosse stato per te abbandonarmi. Era per me impensabile e basta. L'avvertivo a casa, tra gli amici, a scuola, perché tutti avevano un padre, ed io no. Io avevo solo Alan. E non era giusto, né per me né per lui. E alla fine ho cominciato ad odiarti così tanto che nemmeno mi importavano più le tue motivazioni, né di cosa ne avessi fatto della tua miserabile vita. Ti odiavo e basta, e quell'astio nei tuoi confronti rimarrà per sempre parte di me.

Come può un padre abbandonare i propri figli?

Come può un uomo lasciare sola la donna che diceva di amare?

Me lo sono chiesta tante volte e altrettante volte l'ho chiesto a Sherlock, senza che mai una sola risposta giungesse a sciogliere i miei dubbi.

Ho passato giorni e settimane a pensare a come agirò ora, a quale sarà la mia prossima mossa. E con il cuore a pezzi, mi sono ritrovata a prendere una decisione che cambierà per sempre il corso della mia vita, ancora una volta. Ci sono volute notti insonni di ripensamenti, ma alla fine ho capito che lui, con me, non potrà mai essere felice. Perché io so già come vivrà. So già come sarà la sua infanzia. E non avrà alcun fratello maggiore a proteggerlo, o una madre abbastanza forte per crescerlo con amore, né tantomeno un padre che gli insegni cosa voglia dire vivere. E io non posso permetterlo. Non posso permettere che lui non abbia la possibilità di crescere come merita, in un modo di cui io non sarò mai in grado.

In fin dei conti, non è colpa sua. Lui ha tutto il diritto di avere molto di più da questa vita che gli ha già tolto tanto, senza che nemmeno lui lo sappia. Ha il diritto di avere molto di più di quanto io potrò mai essere in grado di offrirgli: un'infanzia spensierata, una vita felice... Una famiglia vera.

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