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{54° Capitolo}

[Spazio Autrice]

Dunque...

Alla fine ci siamo arrivati, eh? Siamo arrivati a questo momento a dir poco cruciale della storia. Un momento che aspettavo di scrivere da tantissimo tempo.

Prima che mi lanciate pomodori, carote, Maledizioni Senza Perdono, parolacce e quant'altro, ci tengo a dirvi che mi dispiace. Mi dispiace per quanto ho scritto e quanto state per leggere. Per me è stato davvero molto difficile mettere in piedi questo capitolo. Se sarà per voi un colpo al cuore, sappiate che lo è stato anche per me. Quindi vi capisco.

Non vorrei rubarvi altro tempo (anche se farlo potrebbe essere utile, eheheh), quindi vi lascio. Spero davvero che il capitolo vi piaccia, nonostante sia molto, molto cupo.

Un bacio a tutti voi.

~Maddy❤

[Capitolo cinquantaquattro]

Jane

«Allora, ehm... Chi comincia?»

Alzo lo sguardo, prima fisso sull'erba, e lo appoggio su John, in piedi accanto a me, anche lui con gli occhi grigi persi chissà dove, in quale punto oscuro di questo luogo. Osservo attentamente il suo volto terreo, lo sguardo stanco, e mi rendo conto solo ora che si è trasformato in qualcuno di completamente diverso, nell'ultima settimana. So che continua con la sua ruotine, che almeno prova a rimanere quello che era. Il John Watson di sempre. Ma lo vedo fallire, col cuore a pezzi, il sorriso triste, il coraggio che è l'unica cosa che lo manda avanti.

Mi guardo attorno, come per accertarmi che abbia parlato proprio con me. Poi mi ricordo che ci siamo solo noi due, a questo funerale. Siamo solo noi due, in questo giorno privo di qualsiasi raggio di sole ad attraversare le nubi. Il grigio è, ormai, l'unico colore che riesco a vedere e percepire. Come se tutte le altre sfumature che animavano questo mondo, dal blu del cielo al verde dell'erba, fossero stato risucchiate da un vortice infrenabile e terribilmente potente. È tutto mostruosamente grigio. Il grigio è diventato l'unico colore che abbia il coraggio di avvolgermi, in tutta la sua freddezza, in tutta la mia tristezza.

Forse, è un po' anche per questo che sono venuta, oggi. Non per dare a Sherlock quello che chiamano "l'estremo saluto", ma perché in qualche modo sapevo che non ci sarebbe stato nessun altro, in questo grigio giorno, ad accompagnarlo qui.

I suoi genitori hanno detto che non se la sentivano, così come Molly. Mycroft ha rifiutato dicendo che considera questo funerale "un sentimentalismo inutile che Sherlock non potrà mai apprezzare", mentre Lestrade ha scelto di non venire perché, dopotutto, sarebbe stato presente al funerale di un assassino bugiardo. Sherlock lo ha confessato, d'altronde. Lo ha detto a John, prima di buttarsi e morire. Ma ora come ora, non so nemmeno fino a che punto credere alle sue parole, dopo tutte le altre volte in cui non ha fatto altro che mentirmi. Eppure adesso siamo qui, davanti a questa tomba, perché lui si è ucciso. E niente e nessuno potrà mai cambiarlo.

«Non lo so...» mormoro, tornando a fissarmi le scarpe.

«Vado prima io?»

Prendo un profondo respiro prima di rispondere. Vorrei dirgli un "no" secco. Vorrei andare prima io, così da avere la possibilità di far finire tutto questo in fretta, di dargli quel maledetto "estremo saluto" e poi andarmene via, lasciarlo qui. Ma non posso... Sarebbe un'azione egoista nei confronti di John, che ha più bisogno di me di cominciare, finire e andare via. Lo so, lo sento.

Mi stringo nelle spalle. «Okay»

«Va bene» acconsente, deciso, facendo un passo avanti verso la tomba. Si ferma, vacillando un po', mentre tutta la sua sicurezza di appena un secondo fa lo abbandona, attimo dopo attimo. «Ehm...» comincia, con fare incerto, quasi non sapesse cosa dire. «Okay, tu... Una volta mi hai detto... Che non eri un eroe. A volte non sembravi umano, ma ti voglio dire una cosa: tu eri l'uomo migliore... L'essere umano più umano che abbia mai incontrato, e nessuno mi convincerà che tu mi abbia mentito»

Alzo appena gli occhi, ritrovandomi a fissare la schiena di John, proteso verso la lapide. Le labbra iniziano a tremarmi, gli occhi a riempirsi di lacrime. Ma devo essere forte, almeno qui. John Watson ha salvato me, io devo rimanere in piedi per salvare lui.

«È così... Ecco»

Si avvicina a passi brevi alla lapide, quasi zoppicando. Come se fosse tornato ad aver bisogno del suo bastone, come se, adesso che Sherlock non c'è più, si sia scordato di essere guarito dalla guerra.

«Bene, allora...» riprende, dopo aver posato le dita sulla superficie liscia di granito. «Ero solo come un cane, e... E ti devo moltissimo»

Rimane fermo per qualche attimo, gli occhi fissi su quella lastra nera. Rimane lì, ad aspettare cosa non lo so. Non penso che lo saprò mai. Lascia scivolare la mano da sopra la lapide e si gira, facendo per avvicinarsi a me e allontanarsi da quel piccolo pezzo di terra che nasconde una delle persone più importanti della sua vita.

«Ti prego, c'è ancora... Una cosa...» ricomincia, voltandosi di nuovo verso la tomba. «Un'ultima cosa, un ultimo miracolo, Sherlock, per me: non... Essere... Morto» Si ferma, la voce ridotta ad un flebile suono strozzato, appesantito da un dolore incurabile. «Potresti farlo per me? Voglio che la smetti. Smetti questa farsa»

Si rimette dritto, a fronteggiare la lapide, in segno di sfida. Come se... Fosse convinto che riceverà una sua risposta, un suo segno. Un cenno che, si accorge subito, non arriverà mai. E allora si piega. Piega la testa, le spalle, e comincia a singhiozzare, coprendosi il volto con una mano, e sfogando tutte quelle parole ed emozioni che non ha fatto altro che trattenere in questi giorni. Il suo corpo è scosso da ogni lacrima che esce, ogni secondo che passa, e vederlo così fragile mi fa sentire male. Perché quel giorno ho pensato di uccidermi, senza pensare a John. A quest'uomo forte che sta crollando a pezzi. A quest'anima solitaria che è sempre stata più sola di me. E che adesso si accartoccia su sé stesso, come una pianta che butta via acqua invece di assorbirla, che rifiuta di essere aiutato, che tenta di andare avanti da solo.

Mi passo velocemente una mano sul viso per asciugarmi gli occhi, stringo più forte la cinghia della mia tracolla e faccio qualche passo in avanti. Affianco John che, sentendomi arrivare, tenta di raddrizzarsi.

«Sto bene...» balbetta, asciugandosi in fretta le lacrime.

«No, non è vero» lo smentisco, spostando lo sguardo verso di lui. «Non convincerti mai che lo sia, okay? Peggiorerebbe solo le cose»

Tira su col naso, annuendo. Come un bambino. Un bambino solo e spaventato. Mi accosto di più a lui, poggiando la testa sulla sua spalla e passandogli una mano dietro la schiena, stringendo forte la sua giacca.

«Mi dispiace...» mormora, posando il suo capo sopra al mio.

«Non devi, John»

«Lo so, ma...» Sospira, per calmarsi e continuare a parlare senza dover incappare nel rischio di scoppiare nuovamente in lacrime. «Non ce la faccio. È più forte di me» Si ferma di nuovo, ma per un secondo soltanto. «È solo che mi sento così... Così...»

«Deluso?»

«Sì!» esclama, una volta trovata la parola giusta che non faceva altro che sfuggirgli. «Esatto! Io sono deluso» Si blocca ancora, inspira ed espira, cercando le altre parole. «Mi sento deluso perché... Perché non mi ha detto nulla. Io... Avrei potuto fare qualcosa. Aiutarlo»

Non gli rispondo. Perché, in fin dei conti, lo speravo anche io. E in un certo senso, lo credo anche ora.

«Non voglio credere che tutto questo sia successo davvero...»

Adesso sono io a fermarmi, pensare, analizzare. E arrivata a questo punto, non so nemmeno se effettivamente io, a differenza sua, ci creda. Se creda a questa storia, al fatto che sia stato proprio lui a buttarsi. Lui, non qualcun altro. Lui, una persona egocentrica e così affezionata a sé stessa, in un gesto definitivo che non capirò mai. E forse... Lo faccio perché neanche io voglio accettarlo. Non posso farlo e basta.

«Vuoi... Che ti lasci un po' da solo?»

«Sì...» mormora, con un sospiro. «Penso sia meglio se ti aspetto in macchina»

«D'accordo»

Tira su la testa dalla mia, si volta verso di me e mi lancia una veloce occhiata.

«Scusami»

«No, va bene» lo rassicuro, scuotendo una mano. «Lo capisco» Poi sorrido, nel tentativo forse mal venuto di fargli intendere che quel che dico lo penso davvero. «La signora Hudson ha già le chiavi»

«Okay» dice, annuendo. «Grazie»

Mi rivolge un sorriso spento, come i suoi occhi, poi si volta e se ne va, la schiena dritta, le mani chiuse in due pugni ben stretti, il passo serrato di chi è abituato ad andare avanti nonostante le ferite della battaglia. Lo guardo andarsene via, attraversare questo cimitero deserto, prima di voltarmi di nuovo verso quella lastra di granito nero.

Nero, come lo erano i suoi capelli, come lo era il suo cappotto. Nero, come vedo adesso il mio futuro, mescolato al bianco sporco del mio presente. E che sento non durerà a lungo.

Fisso la lapide per un tempo indeterminato, mentre cerco e scelgo con cura le parole giuste per iniziare questo discorso.

«Ehm...» faccio, pentendomene subito. Perché non voglio che l'incertezza sia la prima cosa che sentirà nella mia voce. Lo penso, come se lui potesse davvero giudicarmi per cosa sto per dire o per come lo sto per dire.

«Non ho mai parlato ad un funerale, sai?» comincio, prendendo un lungo respiro. «Anche se ne ho visti abbastanza. Quello di Amy, di mia nonna, di Billy... Però non ho mai fatto un discorso, per nessuno. Ho sempre tenuto quei pensieri di dolore per me e me sola» Mi stringo nelle spalle, come per minimizzare la cosa. «Pensavo... Che nessuno avrebbe capito come mi sentivo»

Mi fermo, rendendomi conto subito di star dicendo cose senza un senso vero e proprio, di star solo gettando su una tomba parole, in un gesto disperato e completamente vano. Che senso ha parlargli, se tanto non mi sta affatto ascoltando, come suo solito? Ma, nonostante questo, voglio continuare.

«Vedi... Quando Billy è morto, io non ero presente. Ero fuori Nottingham, in una gita scolastica, e quando tornai lui non c'era ad aspettarmi come faceva sempre. Mi sono sentita in colpa per mesi, sebbene Alan non facesse altro che ripetermi che non avrei potuto fare nulla in ogni caso, che forse era stato meglio se io non avessi assistito, ma io non volevo crederci. Credevo, piuttosto, che avrei potuto migliorare le cose, stando insieme a lui. Che tutto avrebbe preso una piega diversa, in qualche modo. Uno qualsiasi. Ma non c'ero, e tutto è andato come probabilmente doveva andare»

Ho impiegato anni per riuscire a convincermi che Alan aveva ragione, che non era stata colpa mia se Billy era morto. Ma la mia testa mi diceva così. Mi diceva di darmi la colpa anche se non c'entravo nulla. Era sempre stata una mia caratteristica. E lo è anche ora.

«E adesso è stato lo stesso» mormoro, le labbra che mi tremano. «Sebbene fossi presente, sebbene fossi venuta, alla fine... Sono stata inutile. Non sono riuscita a fare nulla per cambiare le cose. E questa sensazione è...» Devastante? Odiosa? Dolorosa? «Orrenda. Sapere di esserci, ma essere inutile. E la cosa mi fa...»

Mi mordo il labbro inferiore. Lo faccio così forte da spaccarlo quasi, e sentire il sangue che mi cade sulla lingua. Sollevo gli occhi, portando il mio sguardo verso il cielo. Non so se per ricacciare indietro le lacrime o cercare Sherlock, per quanto stupido sia. Lui non c'è più, ormai. Ha avuto la faccia tosta di lasciare me e John da soli, a combattere contro i giudizi della gente.

«Invece John... Ha fatto davvero un bel discorso, sai?» continuo, chiudendo gli occhi per bloccare le lacrime.

'Non farlo, non farlo...' mi ripeto. 'Resisti, Jane'

«Cercare di non piangere non mi è mai risultato tanto difficile. Ora è andato via, perché... Insomma, è ovvio che rimanere qui gli faccia davvero male. Sembrerà strano, ma lui è quello che sta soffrendo più di tutti per la tua perdita. Quindi non farti ingannare da quel suo sguardo da soldato forte, perché è la persona che meno crede a quanto gli hai detto, anche se è stato l'unico a sentirtelo dire» Serro forte le labbra, mentre rivedo il suo volto segnato da cicatrici invisibili, indelebili, che nemmeno con la sua bravura di medico sarà mai capace di far guarire. «Forse, dovresti tornare solo per lui...»

So che non lo penso sul serio. So che, in fondo, voglio che torni anche per me, per noi. Ma non riesco a dirglielo. Non ci sono mai riuscita, né credo ci riuscirei.

A questo punto, quasi spero di aver finito qui, che questo sia tutto quello che avevo da dirgli. Ma non è vero, ed io lo so meglio di tutti. Non ci sarà mai un "tutto qui", una fine a questo discorso. So già che non riuscirei mai a porne una di mia spontanea volontà.

Porto di nuovo gli occhi verso la lapide. E nel vederla, nell'osservarla, qualcosa in me si muove e accende una miccia che provoca un'esplosione.

«Oh, Sherlock...» Mi lascio sfuggire un singhiozzo solitario, che mi mozza ancora di più il respiro. Però non lascio che le lacrime escano. Abbasso la testa e serro forte le palpebre per impedir loro di farlo. «Che cosa hai fatto? Perché non hai aspettato ancora un po'? Perché te ne sei andato senza neanche darmi il tempo di dirti quanto fossi importante, quanto diamine tenessi a te? Perché...»

Mi blocco, rendendomi conto all'improvviso che la mia prossima domanda, il mio prossimo perché, ha già la sua risposta. Una risposta che coinvolge me, e me soprattutto. E che provoca ancora questa mia sensazione di impotenza, dolore e rimorso che ormai ha preso possesso di me, di quel che sono.

«Perché non mi hai dato l'occasione di trovare una soluzione, insieme a te?»

Stringo forte i denti, come quando si disinfetta a fondo una ferita ancora sanguinante. Perché di tempo ne avevo. Ne avevo eccome, così come anche quell'occasione di cui parlo. Ma non l'avevo capito, e adesso mi ritrovo a scontare quest'aspra pena che mi porterò dietro per tutta la vita.

«Tu... Sei sparito e basta. Lontano dalla mia esistenza che non riesco più a considerare vita» Tengo la testa alta, i pugni chiusi, prima di ammettere la mia colpa davanti ad un giudice invisibile. «E lo so...» aggiungo, abbassando di colpo il capo. «Lo so, io... Me lo merito. Merito tutto questo rimpianto, questo senso di colpa che mi ha presa con sé nell'esatto istante in cui ti ho visto mentre ti buttavi dal quel dannato tetto. Mi avevi dato la possibilità di parlare, di chiarire, di mettere a posto le cose... Ma io l'ho rifiutata. L'ho respinta, perché credevo che avrei avuto altre occasioni per ricevere spiegazioni, che quella di riallacciare i rapporti sarebbe dovuta essere una mia scelta, una mia decisione, la mia prima mossa... Ma non l'ho fatto. E solo ora mi rendo conto di quanto stupido sia stato quel mio gesto, dettato da un orgoglio ferito che ho sempre posto davanti a tutto. Persino davanti a te»

Mi fermo ancora, continuando a tenere la testa bassa. Le ginocchia che tremano, gli occhi che minacciano di cedere alle lacrime. Più vado a fondo, più analizzo ed esterno i miei sentimenti, più realizzo che, tutto sommato, la colpa è stata anche mia. E questa è un'altra delle mie condanne, che mi indeboliscono attimo dopo attimo. Ma io voglio resistere. Solo un altro po', prima di lasciarmi andare definitivamente.

«Io... Io mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi scelto di dimenticare del tutto la questione e perdonarti per l'ennesima volta. Magari saresti ancora vivo, ancora qui, e non sotto terra, a far finta di ascoltarmi. Magari tutta questa follia si sarebbe risolta e ogni cosa sarebbe tornata alla normalità» Prendo un respiro, prima di confessare un'altra mia colpa. «Ma so, in qualche modo, che molto probabilmente non avrei chiuso di nuovo gli occhi, non questa volta. So che mi sarei tenuta alla larga da te per convincermi che quello che avevo iniziato a provare per te non fosse altro che una sensazione passeggera»

In un attimo, mi riviene in mente la notte passata a parlare con la mia visione di Amy, e le sue parole, che adesso mi sembrano più vere, vicine e crude che mai.

"Smettila di negare di esserti innamorata"

«Ho sempre fatto così, sai?» riprendo, stropicciandomi le mani, pronta a rivelare il mio ennesimo lato nascosto. «Ho sempre ignorato ciò che non mi andava affatto bene. Non sono mai stata una persona da vita vera. Mi sono sempre nascosta dietro una maschera fatta di scontrosità e chiusura. E adesso che ho deciso di farla cadere, adesso che è arrivato, per me, il momento della resa dei conti... Mi chiedo se ho davvero il coraggio di accettare anche la parte più nascosta del mio essere. Mi chiedo se ho il coraggio di mostrarmi sul serio, o se avrò paura di divenire qualcuno che non voglio»

Rimanere in piedi si fa sempre più faticoso, sempre più difficile, ma io devo riuscirci. Devo farlo.

Se solo lui fosse qui... Se solo non mi ritrovassi sola, qui davanti, a cercare di porgergli tardivamente le mie scuse... Se solo lui fosse ancora vivo, se solo... "Se solo" un sacco di cose.

«Adesso che non ci sei... Non so, è tutto così strano... Io mi sento strana. Ho come un vuoto in ogni parte del corpo, e l'impressione di annegare, e mi manca l'aria. Sento una morsa allo stomaco che stringe, stringe, e continuerà fino a quando non sarà tutto finito. Ma il punto è proprio questo: finirà mai?»

Nel chiederglielo, alzo istintivamente gli occhi verso la lapide, come se mi fossi dimenticata di star parlando al nulla, al niente, all'aria fredda e grigia. E, come in teoria avrei dovuto aspettarmi, non trovo nessuno a dirmi nulla.

«La risposta dipendeva da te. E da te soltanto»

Riprendo a mordermi il labbro, per resistere ancora un po'. Solo ora, solo qui, mi rendo conto di quanto vitale per me potesse essere quella risposta che, però, non arriverà mai. E la cui assenza non farà altro che scavare più a fondo nella mia ferita infettata dal rimorso.

«Se fossi in grado di rispondermi...» riprendo, la voce rotta, persino più della mia anima. «Ti chiederei anche perché lo hai fatto, perché hai deciso di farla finita. Io ci ho pensato e ripensato, ogni volta sentendomi quasi vicina alla verità. Ma poi mi rendevo conto di poter solo fare congetture, e che senza prove non sarei mai arrivata ad una conclusione. E sappi che non ho mai avuto alcuna intenzione di prendere le tue parole per vere ed utilizzarle per darmi una risposta. Non più» lo avverto, minacciando la lapide con un dito, quasi potessi davvero sembrare intimidatoria. Quasi lui potesse davvero mostrarsi intimidito. «Non commetterò di nuovo quest'errore»

So che, adesso, è troppo tardi per prometterlo. So che è troppo tardi per dirglielo, ma rimane la mia intenzione, soprattutto perché voglio almeno cercare di riscattare il suo nome. Far capire agli altri che una delle persone di cui mi fidavo di più non era un mostro.

«Io...» riprendo, ma trovo questa parte difficile. Dolorosa. Eppure necessaria. «Io adesso vorrei poterti odiare» esplodo, alla fine, stringendo i pugni ancora più forte. «Odiare, odiare, odiare fino a quando non ne avrò abbastanza. Perché più vado avanti, più mi domando per quale motivo tutto questo sia dovuto capitare proprio a me» Serro le palpebre, le riapro subito dopo, con un respiro profondo per urlare tutta questa rabbia accumulata negli ultimi giorni, lasciando che esploda come dinamite. «In queste notti, mi sono svegliata desiderando di non averti mai incontrato, di non averti mai seguito, di aver avuto una vita lineare, di non esserti follemente innamorata di te. Vorrei tanto non aver mai provato per te sentimenti così strani, così contrastanti, perché sapevo che mi saresti scivolato via dalle mani come polvere, che sarei rimasta sola a soffrire per non aver fatto abbastanza per te. Mi odio perché piango per te, per quello che siamo e quello che speravo che fossimo. Ma il mondo è tanto crudele, l'amore non esiste, e tu sei lontano, irraggiungibile, come il cielo, le nuvole, il sole. Non sono mai stata adatta a questo genere di cose, solo... Da quando ti ho conosciuto è cambiato qualcosa, quando mi ritrovavo con te era tutto diverso. Forse perché, per la prima volta in tutta la mia vita, mi sono sentita realmente compresa da qualcuno. Vorrei poterti davvero odiare per questo, perché avrei continuato a credere nei miei principi, se non ti avessi incontrato. Ma adesso... A che serve desiderare che qualcosa non accada, se ormai il danno è fatto?»

L'ultima parola mi esce strozzata, perché il fiato che ho non mi basta più. È troppo poco, e io non ce la faccio. Utilizzo i miei ultimi respiri per lasciarmi sfuggire dei singhiozzi incontenibili, che mi fanno tremare da capo a piedi. Mi accascio sulle ginocchia, senza volerlo. Atterro sul suolo umido, le mani appoggiate davanti a me, per darmi un minimo di sostegno, le lacrime calde che cadono sull'erba.

«Oh, Sherlock Holmes...» piango, la testa bassa, il dolore insostenibile che blocca ogni mia parola, ogni mio tentato respiro. «Tu hai... Hai rovinato la mia vita»

Mi copro il volto con la mano destra, lasciando che quella sinistra continui a spingere contro il suolo. Questo suolo che trattiene Sherlock e non lo lascia più andare. Questa terra fredda che non permette al suo cuore di tornare a battere. Ed io mi lascio andare, piangendo sull'erba già bagnata, sperando con tutta me stessa che sia solo un'illusione. Che questa morsa sia finta, che questo dolore sia temporaneo, che passi qui, adesso. Spero che Sherlock torni a prendermi, torni a sollevarmi, a farmi riprendere a vivere. Perché io non ce la faccio. Non posso. Mi sono rialzata da sola così tante volte che ormai ne ho abbastanza. Non voglio.

«E adesso... Io... Non so cosa mi accadrà» riprendo, tra un singhiozzo mozzato e l'altro. «Non so cosa accadrà alla mia esistenza, che svolta prenderà, quale strada seguirà... Dopo te. Dopo tutto quello che ho vissuto al tuo fianco, tutte le sensazioni che ho provato con te solo»

Lentamente, mi sdraio, senza curarmi di quanto sporchi appariranno il mio viso, i miei vestiti, i frammenti sparsi del mio cuore di vetro. Poggio l'orecchio sulla terra, aspettandomi di trovare il suo petto ancora in vita, il suo cuore ancora pulsante, il suo respiro ancora calmo...

«Non lo so, Sherlock... E penso che non sarà più mia intenzione curarmene. Accadrà quel che deve, e ho deciso di accettare tutto questo nella maniera più semplicistica possibile. Perché io... Non ho alcuna voglia di ricominciare. Non di nuovo. Non dopo te»

Rimango immobile, non so per quanto, in attesa. Perché vorrei davvero, davvero sentire di nuovo la sua voce, il suo respiro, il suo cuore... Ma l'unica risposta che riesco ad udire è quella del mio battito solitario, che continua inesorabile anche contro la mia volontà. Chiudo gli occhi, e per un secondo solo immagino di essere ancora insieme a lui. Per un attimo ancora.

«Perdonami se non ti ho creduto, Sherlock...» mormoro, la voce ancora rotta, gli occhi ancora chiusi, il volto ancora bagnato. «Io... Continuo a biasimarmi per questo ogni giorno, perché mi sento come se anche io fossi colpevole»

Deglutisco, ma mi ritrovo con la bocca totalmente secca. Ci riprovo, senza successo. Ma, in fin dei conti, non ho bisogno di alcun tipo di preparazione per quanto sto per dire. In fondo, lui lo sa già. Lui potrebbe averlo letto dopo avermi fissato, scrutato, letto con quella semplicità di cui solo lui era capace.

«Magari lo sono davvero...»

Eccola. Eccola quella paura che nascondevo, quel timore di cui avevo totale consapevolezza, ma che negavo nel vano tentativo di alleggerirmi la coscienza. Eppure è qui, viva, ed io devo affrontarla, anche a costo di soccombere e morire.

«Ma sappi... Sappi che d'ora in poi crederò sempre in te, Sherlock» mi affretto ad aggiungere, tornando a sedermi di scatto, fissando la lapide nera nello stesso modo in cui fisserei lui. «A discapito di quanto credano tutti gli altri»

L'osservo ancora un po'. Come se farlo mi possa convincere che adesso potrò riuscirci. È qui che lo scelgo, è qui che decido che sarà questa la mia sola e possibile espiazione.

«E ti prometto che non smetterò mai più di farlo...»

Ho deciso, adesso, che imiterò John e il coraggio che ha avuto nel credere a Sherlock nonostante tutto ciò che gli aveva detto. Quel coraggio per cui lo ammiro tanto e la cui assenza in me mi sta lentamente logorando l'anima. Perché io, come con Billy, sono stata assente nel momento in cui Sherlock aveva più bisogno di me. E ora voglio tentare di rimediare, per quanto possibile.

A fatica mi rialzo, rimettendomi in piedi sulle gambe ancora traballanti. Alzo gli occhi verso la lapide, le labbra che tremano, gli occhi troppo gonfi. Prendo un lungo respiro. Socchiudo le palpebre, mi dico che d'ora in avanti andrà tutto bene, anche se so di star solo raccontando a me stessa una nuova, dannata bugia. Poi mi asciugo le lacrime, ancora traboccanti della mia stanchezza, del mio desiderio di non riprendermi più, con un veloce gesto della mano, e poi torno a fissare la tomba. Rimango ferma, incerta se avvicinarmi o no, se mettere davvero un punto a questo discorso o lasciare una virgola per tornare a riprenderlo. Ma, alla fine, mi avvicino comunque alla lapide nera, la sfioro dolcemente con la punta delle dita, sorridendole appena.

«Ciao, Sherlock...» mormoro, accarezzandola come accarezzerei lui su quel viso che mi manca così tanto... «Grazie, davvero... Per tutto»

Sto per aggiungere altro, un'ultima frase, ma capisco che farlo non farebbe alcuna differenza. Come non ha fatto alcuna differenza tutto questo mio discorso. Quindi mi volto e me ne vado, lasciando dietro di me quella lastra di granito scuro e una frase a metà, che non avrò mai e poi mai il coraggio di terminare. E che, in un certo senso, non sarò neanche mai in grado di terminare.

"Ti amerò per sempre, Sherlock Holmes"

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