Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

{49° Capitolo}

"Like starlight crashing through the room,

we'll lose our feathers.

Yes, I know it hurts at first, but...

It gets better"

-Fun., "It gets better"

[Capitolo quarantanove]

Jane

Una volta, qualche anno fa, il mio maestro di karate entrò nella palestra portando sottobraccio un piccolo registratore anni '80, di quelli che vanno a cassette. Ci chiese di alzarci in piedi, di disporci in un'unica linea e di chiudere gli occhi. Nel confuso stupore generale, spezzato dalle risatine mirate ad abbassare la tensione, ognuno di noi fece quanto chiesto. Inizialmente, una volta partita la musica, tutta quella situazione ci parve a dir poco stupida, quasi al limite dell'inutile, ma dopo solo qualche attimo fu praticamente impossibile trattenersi dal ballare e muoversi a tempo.

Lo scopo dell'esercizio, ci spiegò il maestro, era quello di riuscire a coordinare i nostri movimenti e le nostre mosse in base al ritmo della musica. Così facendo, voleva insegnarci un metodo per non perderci nei meandri della velocità ma, anzi, sfruttarla a nostro favore seguendo un tempo esterno al nostro, in questo caso quello dell'avversario.

Con quella lezione, mentre schivavo in fretta i colpi del mio partner seguendo la voce di un cantante di cui, adesso, non ricordo neanche più il nome, non mi resi conto di star imparando qualcosa che, in realtà, mi sarebbe servita per il resto della vita. Ogni volta che, infatti, mi sentivo bloccata da qualcosa che per me andava troppo veloce, mi fermavo inconsciamente e tentavo di sfruttarne il ritmo per migliorare il mio, così da raggiungerlo e, magari, riuscire a batterlo.

Adesso, in questo esatto momento, non ci riesco. Di nuovo, ho trovato qualcosa di veloce, quasi frenetico, e io sono troppo lenta per poterlo imitare. Faccio più e più volte tentativi a vuoto che mi vengono sempre sbattuti in faccia, insufficientemente buoni per riuscire nell'impresa. Io rimango ferma, davanti ad un muro così alto da sembrarmi insormontabile, e con incertezze così grandi da farmi dubitare di ogni lato di me stessa che ritenevo assolutamente certo, inattaccabile.

E ora la testa mi esplode. Pensieri troppo svelti mi vorticano nella mente, sfuggendo con abilità al mio tentativo di afferrarli ed esaminarli con cura, così da poter finalmente trovare le risposte che ancora non smetto di cercare. Spero tanto che almeno le spiegazioni di Sherlock e John mi bastino, ma anche solo la premessa sembra tanto assurda alle mie orecchie da farmi dubitare delle loro parole, sin dal principio. Forse è perché so che sarebbero in grado di raccontarmi altre bugie, o perché semplicemente sono diventata molto più scettica in ogni ambito.

«Sin dal primo esatto istante in cui mise per la prima volta piede qui dentro, il comportamento di Amanda Devine mi è sembrato tutto, fuorché naturale. Il tono rabbioso e il coraggio smisurato contrastavano troppo con la sua evidente personalità insicura, e...»

«Sì, davvero molto interessante la tua analisi psicologica, ma la domanda era un'altra» interrompo Sherlock, con un infastidito gesto della mano. «Da quanto tempo lo sospettavate?»

«Se tu mi lasciassi spiegare...»

«Non utilizzare parole ricercate, Sherlock» lo fermo ancora, incrociando le braccia. «Non ne ho bisogno»

Lui inarca lentamente un sopracciglio, scrutandomi con fare attento. «Ti è già passata la depressione, per caso?»

Ricambio l'occhiata, come ripicca per la sua ripicca. Non so perché mi sto comportando così, né cosa mi spinge a farlo. È un riflesso. Mi viene spontaneo, una risposta immediata a quello che mi sta accadendo, a ciò che mi viene detto.

Sto per ribattere con il mio solito atteggiamento acido, quando John mi blocca.

«Dal processo di Moriarty» dice, con un sospiro, e io gli rivolgo tutta la mia attenzione. «Più precisamente quando Sherlock è stato chiamato al banco dei testimoni»

Analizzo bene l'informazione, calcolo a mente la quantità di tempo trascorso a vivere bugie. Ma, una volta assimilato, evito di rispondere: non sono io che dovrei parlare, in questa situazione.

«Lì abbiamo cominciato ad avere dei dubbi» continua John, prima di fermarsi un attimo. «Be', per lo meno io. Penso che Sherlock sospettasse di lei già da molto prima»

«Cosa ti ha fatto pensare che stessero dalla stessa parte?»

«Si scambiavano strani sguardi, per essere due sconosciuti. Non erano troppo palesi, ma si vedeva che Amanda aveva una certa... Intesa, con Moriarty, mentre lui sembrava solo incuriosito»

Ripenso alla conversazione avuta con lei nella casa abbandonata, alle domande che il suo modo di parlare ha fatto sorgere. Ho provato e riprovato a darmi una risposta da sola, senza il successo sperato, ma solo un profondo mare di dolore che mi riempiva ogni volta d'acqua i polmoni. Forse, loro sapranno rispondere.

«Avete pensato ad una relazione?»

«Dio, no!» esclama Sherlock, con una risatina sarcastica. «Moriarty utilizza le persone con cui entra in contatto, ed Amanda non era certamente da meno. Anche lei è stata solo una pedina. Era piuttosto ovvio che non ci fosse alcun tipo di storia sentimentale»

«Ma lei lo aveva...»

«Cosa, chiamato per nome?» mi interrompe lui. «Era solo il suo punto di vista. Per quello che ho letto dai suoi atteggiamenti, credersi importante era la sua specialità. Ha soltanto applicato questo pensiero anche sul suo rapporto con Moriarty»

Rimango in silenzio, non trovando più cos'altro chiedere. Una parte di me dice che basta così. Vorrebbe non ricevere altre spiegazioni, che le domande rimanessero tali, tanto è stanca di tutto questo. Ho tante informazioni che, da sole, sono a dir poco impossibili da mettere in ordine.

Ma allo stesso tempo c'è anche una parte che non è ancora sazia. È stanca quanto la prima, ma di essere presa in giro.

«Bene» dico, alla fine. «Adesso cominciamo con i fatti» Accavallo le gambe ed incrocio le braccia al petto, rimanendo rigidissima sulla sedia. «Il lavoro a Waterloo. Ce lo aveva sul serio?»

«Ci ha lavorato nel breve periodo prima che cadesse nel giro della droga» mi risponde John.

«E allora cosa faceva, invece di andare lì?»

«Be', lavorava in ogni caso, a quanto pare: raccoglieva informazioni su di me e suoi miei spostamenti» dice Sherlock. «Moriarty le versava puntualmente una somma ogni mese, come se fosse un normalissimo stipendio, con cui lei riusciva a pagare l'affitto e le spese varie»

«E mentre lei spiava te...»

«Noi spiavamo lei, ovviamente» completa il detective al posto mio. «L'avevo fatta pedinare da uno dei miei uomini, che ci ha riferito l'esatta ubicazione del suo "covo"» spiega, allargando un poco le mani per accentuare la parola. «Ci siamo entrati, una volta, ma non c'erano molte foto. Immagino che le abbia fatte sviluppare tutte insieme»

«Dunque avete pensato che vi foste sbagliati?»

«Be'... In realtà, io ho avuto alcuni dubbi» ammette John. «Sherlock mi smentiva sempre, ma avevo comunque bisogno di una conferma»

«Ovvero il tuo rapimento»

Prendo un respiro profondo, dopo aver visto passarmi dinnanzi gli occhi le immagini di quei momenti. Durano solo un secondo, è vero, ma sembrano comunque reali, come se le stessi vivendo una seconda, terza, quarta volta. È un po' anche quello che mi è successo quando ho saputo di Amanda: farmi prendere a pugni dai ricordi, per cercare gli indizi più insignificanti che avrebbero dovuto lanciarmi dei campanelli d'allarme sul ruolo che lei stava impersonando.

«Quindi...» riprendo, dopo qualche secondo. «Quella sera

siete riusciti a trovarmi perché conoscevate già il luogo in cui si nascondeva?»

«In realtà, quello non era l'unico» risponde John, scuotendo appena la testa. «Lo stesso pedinatore che ci aveva fatto sapere dove aveva la sua base ci aveva anche riferito la presenza di altri due luoghi, ai lati opposti della città, dove si recava spesso. Probabilmente erano i punti d'incontro con i suoi colleghi»

Passo in fretta lo sguardo da l'uno all'altro, confusa. «E allora come avete fatto a capire dove mi trovassi?»

«Usando il tuo metodo» dice Sherlock.

Inarco le sopracciglia, prima di sorridere con fare divertito. «Il GPS...»

«Avresti dovuto togliere la batteria» ribatte lui, alzando un angolo della bocca. «Avevo capito subito quali fossero le tue intenzioni. Non è stato troppo difficile»

«Non è vero: ha soltanto avuto fortuna» lo smentisce John.

«Ho intuito che qualcosa non andava dal fatto che avesse affittato una macchina e una pistola»

«Ti sei messo a spiarmi di nuovo?!»

Si volta a guardarmi. Rimane in silenzio per un paio di secondi, fissandomi negli occhi con fare interrogativo. «I tuoi modi di fare erano piuttosto sospetti»

Sospiro, spazientita. «D'accordo» lascio perdere, abbassando le palpebre per poi riaprirle subito dopo. «Per il resto?»

Loro si lanciano una veloce occhiata, con una strana espressione sul volto. Sembra... Disorientata?

«Be'... Non c'è molo altro da dire, in realtà» dice poi John, girandosi di nuovo verso di me. «Il resto lo sai già»

Aggrotto la fronte. «Mi state dicendo che...»

Mi fermo, poi abbasso gli occhi, nell'atto di sistemarmi una ciocca di capelli dietro l'orecchio, e mi passo le dita sulla bocca. Rimango immobile, lo sguardo abbassato, ancora per un po'.

«Mi state dicendo che è tutto qui?» riesco a tirare fuori, dopo il mio silenzio profondo. «Che mi avete tenuta all'oscuro per mesi interi solo per queste misere informazioni?»

Rialzo gli occhi, li punto su di loro, aspetto una risposta. Adesso che mi serve, adesso che sono sicura di volerla.

Però loro non rispondono. John ha abbassato lo sguardo, Sherlock ha preso a fissare il vuoto. Aspetto, e aspetto, ma invano. E me ne rendo conto subito.

«Perché non me lo avete mai detto, allora?» chiedo. «Se era tutto qui, perché me lo avete tenuto nascosto?»

«L'operazione era segreta» risponde Sherlock, prontamente, ora che la domanda gli risulta facile. «Nessuno, oltre a noi, sapeva della sua esistenza»

«Ma era la mia migliore amica!» esplodo, portandomi entrambe le mani al petto, come per accentuare il mio tono, o il significato delle mie parole. «Avevo il diritto di saperlo! Avrei potuto aiutarvi, avrei mantenuto il segreto!»

«No, la cosa ti toccava troppo direttamente» replica lui. «Non saresti stata in grado di resistere a lungo»

«E lui, allora?» ribatto, indicando John con una mano.

«Io?»

«Mi avevi detto che non sapeva fingere!»

«Oh, grazie mille, Sherlock!»

«Be', devi ammettere di non essere un grande improvvisatore» ribatte l'altro.

«Ho recitato per sei mesi!»

«Facendo quello che ti riesce meglio: fare finta di avere una relazione stabile» Sherlock si ferma, in attesa di una risposta che, però, risulta essere solo uno sbuffo irritato. Poi riprende. «In ogni caso, John ha scoperto di Amanda solo dopo la richiesta che ti avevo fatto di seguirmi ad Horsham e fingerti un'agente di polizia. A quel punto, si è trattato di cause di forza maggiore: non potevo chiedere a te di spiarla, in quanto era la tua migliore amica, e la polizia non avrebbe mai messo uno dei loro alle costole di un sospettato di un mio caso. Ho solo deciso di sfruttare il rapporto che si stava creando tra John e Amanda per scoprire il più possibile su di lei e sul suo ruolo in tutta questa storia»

Lo fisso negli occhi, a lungo. Il mio respiro accelera. La testa comincia a pulsarmi. Le orecchie mi vanno in fiamme. E tutti questi fattori messi assieme non portano a nessun buon presentimento. Mi copro il viso con entrambe le mani, poggio i gomiti sulle gambe, il busto chino in avanti e i piedi tenuti sulle punte. Osservo il nero che si forma attorno a me, con le nuove informazioni che graffiano via ogni mio strato di sicurezza.

«Jane...»

«Sto bene» mento, ritirandomi bruscamente dal tocco di John sulla mia spalla. «Io devo... Solo realizzare tutto questo»

Confusa, come anche i miei sensi, non riesco a pensare a qualcosa di realmente logico, non riesco a sbrogliare la matassa, sebbene abbia in mano un'estremità del filo. Ma le immagini di tutte le bugie che mi sono state raccontate mi scorrono davanti, bloccandomi più del dovuto. Mi ruotano attorno ad alta velocità, come una giostra impazzita. E sono troppe, troppe, troppe...

Cosa dovrei fare, adesso? Dovrei alzare la testa ed osservare i loro volti consapevoli e falsamente dispiaciuti? Dovrei rivivere tutto quanto, renderlo più reale di quanto già non sia? Oppure dovrei andarmene e basta, senza una parola di più? Dovrei scappare un'altra volta, correre via, rimanere sola e lottare contro me stessa, alla fine?

Non lo so. Non so nemmeno se lo voglio effettivamente sapere...

«Ascoltate, io...» comincio, rizzando la schiena con assoluta lentezza. «Penso di dover andare. Ho bisogno di...»

Mi blocco un secondo. Passo il mio sguardo smarrito da John e Sherlock, trattenendomi a fatica dallo scoppiare in un'insensata crisi isterica. Chiudo a forza la scatola delle mie emozioni e l'appoggio in un angolo, con l'intenzione di valutare più tardi se riaprirla una volta messe a posto le idee, o se tenerla chiusa per sempre.

Mi alzo dalla sedia. «Ho bisogno di stare un po' da sola»

John mi guarda, prima di alzarsi anche lui. Mi sorride, tentando di apparire mortificato. «Mi dispiace che tu l'abbia scoperto così»

«Già, be'...» Mi stringo nelle spalle, arricciando le labbra nel tentativo di assumere un'espressione rassicurante. «Almeno adesso lo so»

Annuisce, ma non mi sembra del tutto convinto. Sta per dire qualcos'altro, un'altra frase con la quale farmi sapere che non sono sola... Ma a me non serve. Non sono mai servite.

«Grazie per il tè, Sherlock»

Gli lancio una veloce occhiata e poi esco dal salotto. Cerco di allontanarmi il più in fretta possibile, scendendo lesta i gradini, ma poi mi blocco. O meglio, la suoneria di un cellulare mi blocca. Attira la mia curiosità, mi costringe a rimanere, mi convince che non è ancora finita. Per un attimo solo, mi ricorda che c'è altro, nel mondo, oltre ad Amanda e alla sua morte. Mi rammenta di averlo dimenticato.

«Pronto, Harry?» John risponde, la voce preoccupata, e mentre aspetta qualche secondo, io mi giro di nuovo verso l'appartamento. «Harry, che succede?» Si ferma di nuovo. Mi dà le spalle, quindi non posso vedere la sua espressione, ma solo intuirla. Poi sospira. «Sei di nuovo ubriaca, non è vero?»

Salgo un gradino, mentre lui rimane in silenzio.

«Mi avevi detto di aver smesso. Lo avevi promesso, Harriet!»

Salgo di nuovo, questa volta iniziando a prendere un ritmo leggermente più veloce. John resta ancora zitto per qualche attimo, si avvicina la mano libera al viso e sospira un'altra volta.

«Dove sei? Ti vengo a prendere» Aspetta la risposta. «No, non ti mando un taxi. Dimmi immediatamente dove ti trovi. A-ah... Okay, sì... Non ti muovere: sto arrivando»

Chiude la chiamata e abbassa il braccio, mentre con l'altra mano si scompiglia i capelli. Nel frattempo, io ho già raggiunto il pianerottolo e, silenziosa, osservo la scena attraverso la porta aperta.

«Qualche problema?» domanda Sherlock, alzandosi dalla sua poltrona.

«È di nuovo ubriaca fradicia» spiega John, accennando con il capo al cellulare, ancora stretto tra le dita. «Ha detto di non riuscire nemmeno a reggersi in piedi»

«Chissà perché la cosa non mi stupisce...»

«Non ce la faccio più, Sherlock» ribatte l'altro, con fare stanco, ignorando completamente il commento. «Sono suo fratello, non i nostri genitori! Non posso sempre tirarla fuori dai guai!»

«Forse ti chiede aiuto proprio per questo» azzarda il detective, stringendosi nelle spalle.

«Certe volte vorrei che non lo facesse» John sospira per la terza volta, e poi abbassa lo sguardo. «Adesso mi tocca andare a recuperarla dall'altra parte della città...»

«Vuoi che venga con te?»

«No, è meglio che vada da solo» dice il dottore, rimettendosi il cellulare nella tasca dei jeans. «Ti avverto, se dovessi aver bisogno»

Si volta e si avvia verso l'uscio a testa bassa. Ma prima che possa vedermi, scatto di lato, entrando nella cucina, e lui tira dritto, preso dalla fretta, iniziando a scendere di corsa le scale senza accorgersi della mia presenza in qualche modo clandestina. Lo osservo sbrigarsi, con quel suo fare stancamente rassegnato, e non posso evitare di sentirmi in colpa per aver ascoltato una conversazione intima, per aver spiato all'interno della sua vita senza un vero motivo.

«Sua sorella» spiega Sherlock, come se avesse sentito le mie domande e le mie congetture. Lo dice con voce piatta, senza avvicinarsi a me. Sa che io sono qui, e questo gli basta. «Ha un problema di alcolismo da cui non fa altro che uscire e rientrare»

Esco dal mio nascondiglio, torturandomi nervosamente le dita di una mano.

«Io non... Non lo sapevo»

«Tutti abbiamo i nostri drammi segreti»

«Anche tu?»

Mi giro verso di lui, lo guardo negli occhi. Ricambia lo sguardo con intensità, quasi tentasse di farmi cambiare idea, di convincermi che non voglio una risposta a questa domanda. Rimaniamo a guardarci per un tempo relativamente lungo, ma non ne sono del tutto certa. Poi lui alza appena un angolo della bocca, in un leggero sogghigno.

«Potrei»

Mi lascio sfuggire una brevissima risatina, che subito si spegne non appena, abbassando lo sguardo verso le scale, ripenso involontariamente a John. Ai suoi drammi, alle scelte e alle azioni che io l'ho costretto a fare.

«Pensi che se la caverà?»

«Non è di certo la prima volta che sua sorella...»

«No, no, io...» lo blocco, scuotendo la testa. «Intendo per l'omicidio di Amanda. Credi che scopriranno che è stato lui?»

Rialzo gli occhi, cercando nei suoi qualcosa. Anche se, di preciso, non so cosa. Una risposta? Veritiera, magari?

No. Cerco rassicurazione. Voglio che lui mi rassicuri, che mi dica che tutto volgerà al meglio. Che quello che ho fatto non avrà altre ripercussioni oltre a quelle già create.

Ma lui non mi risponde. Non immediatamente, almeno. Forse sta solo cercando di capire se sono davvero pronta a scoprire come le cose effettivamente stanno.

«Siamo stati piuttosto cauti, in realtà» mi dice, alla fine, avvicinandosi a me. «Sono riuscito a raccogliere la pistola che ti eri portata dietro, per evitare che risalissero a te. Scotland Yard ha in ogni caso pensato che sia stata uccisa dai suoi compagni della malavita, e ovviamente si sono lasciati sfuggire tutte le altre possibili conclusioni»

Tiro un lungo, sonoro e sollevato sospiro. Come se un peso che non sapevo di avere fosse appena stato preso e lanciato via, buttato lontano da me, il più possibile. Ma, stranamente, mi sento meno leggera di quanto sperassi. All'inizio non ne comprendo nemmeno il motivo, ma poi...

«Mio Dio...» mormoro, coprendomi il viso con entrambe le mani.

«Cosa?»

«Avrei potuto combinare un casino...» rispondo subito, come per compensare il silenzio che viene dopo.

Mi viene improvvisamente da chiedermi perché tali pensieri non mi siano venuti prima. Perché non ho mai pensato al fatto che non sarei mai stata l'unica ad andarci di mezzo? Non ho pensato a mio fratello, a mia madre, alla famiglia di Amanda... Ho pensato solo a me stessa. Ho creduto che affrontarla da sola avrebbe salvato tutti gli altri. Mi sono convinta che sarebbe stato un gesto altruista... Ma sbagliavo.

«Io... Stavo per mettervi in pericolo...»

«Ma non lo hai fatto»

Apro lentamente le dita, creando delle fessure sottili tra le quali possa sbirciare. Alzo gli occhi, guardo Sherlock e la sua espressione impassibile, e mi faccio scivolare le mani lungo il viso, fino ad unirle davanti alle mie labbra.

«Non ho riflettuto abbastanza sulle conseguenze»

«A volte capita»

«Davvero?» ribatto, scettica. «Me lo dici proprio tu, che vedi le sviste logiche come i peggiori errori del mondo?»

«Sì, ma tu non sei come me, giusto?» replica, avvicinandosi di più al mio viso. «Tu sei Jane, e fai dei sentimenti la tua arma migliore»

«Con la quale non faccio altro che distruggere me stessa»

«Questo perché sei tu a volerlo» Si ferma, per poi allontanarsi un poco da me. «Fai sempre così, non è vero? Quando ti ritrovi a fronteggiare un crollo emotivo, preferisci chiuderti in te stessa, evitare qualsiasi contatto col mondo esterno, continuare a farti del male, pur di non chiedere l'aiuto di nessuno»

Lo guardo negli occhi, provo a mantenere il contatto visivo. Ma alla fine crollo, e lui lo capisce. Ha trovato una nuova fessura su cui fare leva, un facile punto d'accesso per le mie debolezze. Abbasso gli occhi, vinta, sconfitta, smascherata.

«Come sospettavo...» sospira, scuotendo appena la testa. «Ascolta...»

«Sarà meglio che vada»

Mi giro verso le scale, per impedirgli di dirmi altro, di trovare altri punti deboli che possa usare a suo vantaggio. Peccato che lui non sia del mio stesso parere.

«Jane...»

La sua stretta attorno al mio polso mi blocca sui miei passi. Mi costringo a girarmi, lentamente, ritrovandomi così vicina a lui che per poco i nostri corpi si sfiorano.

«Cosa c'è?» sbuffo, tentando d'apparire infastidita e naturale allo stesso tempo.

«Devo strapparti una promessa»

Inarco le sopracciglia e muovo la testa di lato, in un'espressione interrogativa. «Una... Promessa?»

Sherlock, all'inizio, rimane fermo, prima di fare alcuni piccoli passi all'indietro, trascinandomi a poco a poco verso il divano. Mi fa sedere, lui accanto a me, senza accennare a togliere le dita dal mio polso. E, ora come ora, non sono neanche sicura di volere che lo faccia.

«Ascolta, tu...» Abbassa gli occhi, rimane così per pochissimo tempo, e poi torna a guardarmi, le sue iridi rivolte dritto verso le mie. «Tu sai che il mio lavoro risulta essere spesso pericoloso, e sai anche che io non faccio altro che rischiare la vita, quindi...»

Si ferma di nuovo. Il mio respiro si fa lentamente più veloce, prende il ritmo del mio battito cardiaco. Sta succedendo qualcosa di strano, e non capisco cosa.

«Quindi, se dovesse mai succedermi qualcosa, voglio che tu reagisca. Voglio che tu vada avanti a testa alta e senza paura, senza tristezza, senza...»

Questa volta sono io a fermarlo, prima che possa dire quella parola. Non voglio pensarci, non voglio prendere consapevolezza che potrebbe essere un'ipotesi plausibile e realizzabile.

«Perché mi stai dicendo questo?» gli chiedo, corrugando la fronte. «Perché adesso?»

«Perché...» Si blocca un'altra volta, un altro breve attimo che però mi sembra eterno. «Perché, dati gli ultimi avvenimenti, ho realmente capito quanto facilmente tu ti faccia scoraggiare e abbattere da una perdita di qualsiasi tipo. E, ad essere sincero, non ho alcuna voglia di continuare a vivere sapendo che potrei avere un peso sulla coscienza, chiaro?»

Lo guardo negli occhi, cercando un indizio, anche minimo, che mi faccia capire, che mi chiarisca le idee. Lo guardo negli occhi per cercarvi delle risposte. Ma tutto quello che riesco a notare è la determinazione, la muta richiesta che mi sta facendo attraverso quelle iridi lucenti dalle pupille dilatate.

«Mi stai dicendo che sono un peso, per caso?»

Sherlock inarca un sopracciglio, con lentezza. «Non dirmi che non lo avevi capito»

Ci guardiamo. Per qualche secondo, immobili, ci scrutiamo con pazienza. E poi io scoppio a ridere. Senza un vero motivo apparente, oltre all'assurdità di questa conversazione, mi lascio sfuggire una risatina quasi soffocata, alla quale si aggiunge anche quella di Sherlock. Rialzo gli occhi, perdendomi inevitabilmente nei suoi. Un attimo soltanto di pura serietà, prima della scossa.

In un secondo, facciamo scontrare il sapore delle nostre labbra. All'inizio piano, in maniera impacciata, come se fosse una cosa indecisa, ancora nuova. E poi ancora. E ancora, e ancora, fino a trasformare quel piccolo bacio nel nostro bacio: così lineare, ma alla fine così strano... Proprio come noi.

Mi stacco dolcemente, accorgendomi solo ora di essere sdraiata sul divano, il viso di Sherlock a pochissimi millimetri dal mio.

Allungo una mano verso la sua guancia, e gli sorrido appena. «Te lo prometto, Sherlock»

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro